RASSEGNA STAMPA a cura di REDAZIONE – ETICA A.c.

di Barbara de Munari, 03 agosto 2025

7 BAMBINE EBREE

 

 

In 7 Bambine Ebree, opera teatrale di Caryl Churchill composta nel 2009 dopo una campagna militare israeliana a Gaza, sette adulti suggeriscono cosa dire, e cosa non dire, a sette bambine ebree di epoche differenti. Si tratta del viaggio storico di un popolo, dall'Olocausto ai fatti di Gaza, e l'attenzione dell'autrice si focalizza sulla confusione che sembra permeare l'identità ebraica. Un atto d'accusa contro la guerra, il calcolo e l'interesse e che, soprattutto, mette in evidenza le contraddizioni e le oscillazioni della coscienza di un popolo.

L'opera, composta di sette scene, presenta dialoghi tra adulti che si rivolgono a sette bambine in diversi momenti storici, in cento anni di una storia millenaria. Il testo affronta temi come la protezione, la manipolazione, l'innocenza, la responsabilità e le conseguenze della guerra, usando un linguaggio poetico e tagliente.

Caryl Churchill (Londra, 1938) è considerata la più importante drammaturga inglese vivente. Le sue opere affrontano temi come femminismo, politiche sessuali, guerra, colonialismo e abuso di potere. Nata a Londra nel 1938, ha esordito all’inizio degli anni ’60 come autrice di radiodrammi polemicamente antiborghesi ed è oggi considerata la più importante autrice inglese vivente. La sua prima commedia Owners fu prodotta nel 1972 dal Royal Court Theatre. Tra le sue opere più espressive: Cloud nineTop girlsA mouthful of birdsThe Striker, Mad forestA number, Far away.

La composizione di 7 Bambine Ebree si svolge in 7 parti: 7 discorsi di adulti rivolti ad altrettante bambine nel corso della storia. Un testo poetico e spiazzante, un sussurro e un grido, che mette al centro l’infanzia come capro espiatorio, testimone innocente o pretesto per le decisioni dei grandi: «Dille che è un gioco. Dille che è una cosa seria. Ma non spaventarla. Non dirle che la uccideranno».

Arrivata in scena in occasione della Giornata della Memoria, è un testo apparentemente esile, di poche pagine. Eppure, come pochi altri, aspro e feroce. Caryll Churchill, ha scritto quest’opera di denuncia nel 2009, all’indomani della operazione militare Piombo fuso, condotta dall’esercito israeliano a Gaza. Passati quasi venti anni nulla sembra essere cambiato.

Ecco allora la poetica e inesorabile narrazione di Sette Bambine Ebree, che ripercorre in sette quadri cento anni di storia. A partire proprio dalla terribile pagina della Shoah, nel testo rivive con sintesi folgorante tutta la tragedia del popolo ebraico, L’attualità diventa storia, e la storia diventa un mito.

Un’opera potentissima, dunque, all’altezza delle grandi tragedie greche.

Il testo è il canto di un coro, una famiglia che diventa clan e popolo e che si rivolge a una piccola bambina che non compare mai. Un coro che è specchio di una coscienza lacerata, dove voci violente e spietate si alternano a disperate grida d’aiuto. Un coro che è specchio della nostra coscienza, testimone di qualcosa che è incapace di arrestare.

In scena, quei cento anni di storia sono attraversati, sono mostrati nelle parole degli adulti, doppi e a volte trini in scena, rivolte a una invisibile bambina nascosta in una carrozzina per neonati.

La storia è descritta in una dinamica esistenziale, dalle persecuzioni naziste, alla Shoah, al ritorno alla “Terra Promessa” nella prospettiva del sionismo più puro.

La scrittura scenica mostra per ogni fase storica una doppia e opposta prospettiva, una scissione, di questi adulti che dovrebbero spiegare e poi giustificare scelte che però non sono in grado di spiegare e giustificare, contrapponendo gli opposti con un effetto di trascinamento, anche ideologico, che appare infine senza alternativa e dunque inevitabile.

La parola della drammaturga è lucida e insieme disperata, di fronte al definitivo tramonto di ogni età dell'innocenza in quella bambina, in quelle sette bambine perse nel tempo, e che sono già o saranno presto adulte.

Dire e tacere non sono opzioni opposte, ma parte integrante di ogni espressione.

Così dal “Ditele che c’è ancora gente che odia gli ebrei” e correlato al “Ditele che c’è gente che ama gli ebrei” dei tempi della persecuzione nazista, si arriva, nelle ultime quattro fasi del ritorno, al “Ditele che forse possiamo convivere” correlato al “No, questo non glielo dite”, in una coazione a ripetere che sembra nutrirsi solo di vendetta.

E ancora: “Ditele che il pugno di ferro adesso ce l’abbiamo noi, ditele che è la nebbia della guerra, ditele che non smetteremo di ucciderli finché non saremo al sicuro… Ditele che a me non importa se il mondo ci odia, ditele che a odiare siamo più bravi noi, ditele che siamo il popolo eletto, ditele che guardo uno dei loro bambini coperto di sangue, e cosa sento? Ditele che sento solo la felicità che non sia lei”.

E il biblico Dio degli eserciti che sconfigge i nemici di Israele, è anche il Dio che punisce Israele, dal diluvio, al fuoco di Sodoma e Gomorra, agli infiniti suoi esìli e diaspore.

Un'attualità che sa di profezia, con dialoghi che scavano l'intimità di ciascuno, ciascuno per la sua strada fino a incrociare l'altro.

Ma alla fine sembra non esistere alcuna razionalità umana, ogni legame che esiste tra l’essere umano e Dio è un legame che appare al di sopra di qualsiasi razionalità e logica.