• Il post di Barbara de Munari (@b_munari) annuncia la presentazione del libro "Storia fantastica dello shtetl di Belz" di Marcello Kalowski, di cui lei ha scritto la prefazione, presso il Pitigliani Centro Ebraico Italiano a Roma.
  • Il romanzo, edito da ETICA Edizioni nel 2025, narra la fuga di una comunità ebraica ashkenazita dallo shtetl di Belz in Galizia orientale verso l'America nell'estate del 1939, come omaggio al mondo yiddish tra fantasia e realtà storica.
  • L'evento si è tenuto il 25 febbraio 2026, offrendo un'occasione per esplorare temi di diaspora, memoria ebraica e narrativa tra sogno e trauma della Shoah.

Lo shtetl di Belz (in yiddish: בעלזא, Belz; in polacco: Bełz; in ucraino: Белз) era una piccola città storica nella Galizia orientale, oggi nella regione di Leopoli (Lviv Oblast) in Ucraina occidentale, vicino al confine con la Polonia. Tipico esempio di shtetl ebraico ashkenazita dell'Europa orientale, Belz è diventato celebre soprattutto come centro del chasidismo (hasidismo) grazie alla dinastia chassidica che vi si stabilì.

 

Storia generale dello shtetl

  • La presenza ebraica a Belz risale almeno al XIV-XV secolo (prime menzioni documentate intorno al 1413-1469). Gli ebrei si insediarono inizialmente nei sobborghi (come il Przedmieście Lubelskie) e poi nel centro della città.
  • Nel 1665 ottennero diritti uguali di cittadinanza.
  • Nel XVI-XVII secolo c'erano già sinagoghe, un mikveh e attività economiche (commercio, artigianato). Gli ebrei rappresentavano una parte significativa della popolazione: nel XIX-inizio XX secolo spesso superavano il 50-60% degli abitanti (ad esempio, nel 1910 circa 3.625 ebrei su 6.100 totali).
  • Belz era un tipico shtetl: un piccolo centro con mercato, case di legno o mattoni, vita comunitaria intensa basata su sinagoghe, yeshivot, studi talmudici e tradizioni yiddish. La vita quotidiana ruotava intorno al commercio, all'artigianato e alla pietà religiosa.

Il centro del chasidismo

Belz divenne uno dei più importanti centri hasidici della Galizia a partire dall'inizio del XIX secolo:

  • Nel 1816-1817 vi si stabilì Rabbi Shalom Rokeach (1779-1855), detto Sar Shalom ("Principe della Pace"). Discepolo del "Veggente di Lublino" (Ya'akov Yitzchak Horowitz), fu nominato rabbino della città e fondò la dinastia chassidica di Belz. Era considerato un taumaturgo e attirò migliaia di seguaci da Galizia, Polonia e Ungheria.
  • Fece costruire la Grande Sinagoga di Belz (dedicata nel 1843), un imponente edificio che dominava il paesaggio dello shtetl e che divenne il cuore della corte chassidica.
  • Successori importanti:
    • Figlio: Rabbi Yehoshua Rokeach (1825-1894): attivo in politica, fondò il movimento ortodosso Machzikei Hadas e un giornale per contrastare l'Haskalah (illuminismo ebraico) e le riforme.
    • Nipote: Rabbi Yissachar Dov Rokeach (terzo Rebbe).
    • Pronipote: Rabbi Aharon Rokeach (quarto Rebbe), che visse il periodo della Shoah.

La corte di Belz era nota per la sua opposizione alle innovazioni moderne, per lo studio intenso della Torah e per il forte legame con i chassidim, che arrivavano in pellegrinaggio per le feste (soprattutto Rosh Hashanah e Yom Kippur).

Esiste una famosa canzone yiddish del 1928, "Mein Shtetele Belz" ("Il mio piccolo shtetl Belz"), che idealizza la vita felice e nostalgica nello shtetl, con immagini di infanzia, sinagoghe e comunità.

 

Il destino durante la Shoah e dopo

Nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Belz si trovava sotto occupazione sovietica, poi nazista. La grande sinagoga fu distrutta dai nazisti, e la comunità ebraica fu quasi interamente sterminata (deportazioni, massacri, campi). Il Rebbe Aharon Rokeach e il fratello riuscirono a fuggire miracolosamente e a ricostruire la dinastia in Israele.

Oggi la Chassidut Belz sopravvive e prospera: è una delle dinastie hasidiche più grandi al mondo (decine di migliaia di seguaci), con centro principale a Kiryat Belz a Gerusalemme, che riproduce idealmente lo shtetl originale. Il Rebbe attuale è discendente della dinastia. Il sito fisico di Belz in Ucraina è oggi una piccola città (poche migliaia di abitanti), con alcuni edifici storici residui dell'epoca ebraica, ma la "vita" chassidica si è trasferita altrove. La tomba del Sar Shalom rimane un luogo di pellegrinaggio.

Nel contesto del libro "Storia fantastica dello shtetl di Belz" il romanzo di Marcello Kalowski (2025, con prefazione di Barbara de Munari) immagina proprio una piccola comunità ashkenazita che fugge dallo shtetl di Belz nell'estate del 1939 verso l'America. È un'opera di fantasia che omaggia il mondo yiddish, mescolando elementi storici (la vita nello shtetl, la minaccia imminente della guerra e della Shoah) con una narrazione onirica e memoriale, per non dimenticare quel mondo scomparso.Belz rappresenta quindi un simbolo potente: da piccolo shtetl galiziano a grande dinastia chassidica, fino alla distruzione e alla rinascita nella diaspora israeliana.

Gli shtetlach (termine yiddish per "piccola città") erano tipici insediamenti ebraici ashkenaziti dell'Europa orientale, caratterizzati da una popolazione prevalentemente o largamente ebraica, con una vita comunitaria intensa basata su sinagoghe, yeshivot (scuole talmudiche), mercati, artigianato e tradizioni yiddish. La Galizia (in polacco Galicja, in tedesco Galizien), regione storica oggi divisa tra Polonia sud-orientale e Ucraina occidentale, rappresentava uno dei cuori principali di questo mondo. Era parte dell'Impero Asburgico dal 1772 (prima spartizione della Polonia) fino al 1918, e divenne un simbolo della cultura ebraica galiziana, spesso descritta come un mix di pietà chassidica, povertà rurale e vitalità intellettuale.

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Origini e sviluppo storico

  • Periodo polacco-lituano (fino al 1772): Gli ebrei si insediarono in Galizia già dal Medioevo (XIV-XV secolo), attirati da privilegi concessi da re polacchi come Boleslao il Pio (1264) e Casimiro il Grande. Molti shtetlach nacquero come sobborghi o quartieri ebraici ("Jewish Street") intorno a castelli o mercati, con case di legno, sinagoghe e mikveh (bagni rituali). Gli ebrei si dedicavano al commercio, all'artigianato (sarti, calzolai, vetrai) e al prestito, spesso come intermediari tra nobiltà polacca e contadini ruteni/ucraini.

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  • Epoca asburgica (1772-1918): Sotto l'Austria, la popolazione ebraica crebbe enormemente: da circa 150-200.000 (5-6,5% del totale) nel 1772 a 872.000 nel 1910 (quasi l'11% della popolazione galiziana). Gli ebrei rappresentavano spesso il 30-90% degli abitanti di piccoli centri. La Galizia orientale (ucraina) era particolarmente densa di shtetlach. L'Impero concesse diritti civili progressivi, ma la regione rimase povera e arretrata, con alta natalità e immigrazione da pogrom russi. Molti shtetlach prosperarono come nodi commerciali (es. Brody come "Gerusalemme dell'Austria-Ungheria" o "Trieste continentale" per il confine con la Russia).

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  • Vita quotidiana: Gli shtetlach galiziani erano spesso multi-etnici (ebrei in centro, polacchi e ucraini/ruteni nelle periferie rurali). La vita ruotava intorno al mercato (rynok), alla sinagoga e alle feste. C'erano tensioni con i contadini, ma anche convivenza. La povertà era diffusa (nessuna grande industria), eppure fiorirono il chassidismo (dinastie come Belz, Czortków, etc.), l'Haskalah (illuminismo ebraico a Brody e Tarnopol) e una ricca cultura yiddish (teatro, letteratura, musica come i "Brodersänger").

Aspetti culturali e religiosi

La Galizia fuse tradizioni chassidiche (calore spirituale, taumaturghi, pellegrinaggi ai rebbe) con centri di studio talmudico e, in alcune città, influenze maskilim (riformiste). Shtetlach famosi includevano:

  • Belz: Centro della dinastia chassidica (fondata da Rabbi Shalom Rokeach), con grande sinagoga distrutta nella Shoah.
  • Brody: Importante hub intellettuale e commerciale, con forte presenza Haskalah.
  • Buchach (Buczacz): Ritratto letterario da S.Y. Agnon (Nobel per la letteratura).
  • Altri: Zhovkva, Busk, Rohatyn, Horodenka, Kosiv, Frysztak, ecc. Molti avevano sinagoghe in legno (famosa architettura galiziana, spesso distrutte).

La cultura yiddish era vivace: racconti chassidici, memorie (come quelle di Joachim Schoenfeld), canzoni e letteratura che idealizzavano o criticavano la vita dello shtetl (miseria vs. calore comunitario).

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Declino e fine

  • Fine XIX-inizio XX secolo: Emigrazione massiccia (oltre 200.000 ebrei galiziani tra 1881 e 1910 verso USA, Palestina, ecc.) a causa di povertà, antisemitismo crescente e opportunità altrove. Dopo il 1918 (Polonia indipendente), gli shtetlach affrontarono crisi economiche e pogrom.
  • Shoah (1941-1944): Sotto occupazione nazista (dopo l'invasione sovietica del 1939-41), la Galizia orientale vide lo sterminio quasi totale della popolazione ebraica (oltre 500.000 vittime nella sola Galizia orientale). Einsatzgruppen eseguirono massacri negli shtetlach, con fosse comuni; altri furono deportati a campi come Bełżec, Janowska o Auschwitz. Sinagoghe distrutte, quartieri ebraici cancellati. Solo pochi sopravvissero fuggendo o nascondendosi.

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Oggi, gli shtetl fisici in Galizia (Ucraina e Polonia) sono piccole città con tracce residue (cimiteri ebraici, edifici storici, sinagoghe restaurate in alcuni casi). La vita chassidica è rinata in Israele (es. Kiryat Belz) e USA. Progetti come "Shtetl Routes" in Ucraina promuovono il patrimonio ebraico galiziano per il turismo della memoria.

Nel contesto del libro Marcello Kalowski "Storia fantastica dello shtetl di Belz" (2025, ETICA Edizioni) si inserisce perfettamente in questa tradizione: immagina una fuga onirica di una comunità da Belz nel 1939 verso una "Nuova Belz" in America, mescolando realtà storica (minaccia della guerra, Shoah imminente, vita yiddish) con elementi fantastici e memoriali. È un omaggio al mondo scomparso degli shtetlach galiziani, tra nostalgia, trauma e speranza.La Galizia rappresenta l'essenza dello shtetl: non solo un luogo geografico, ma un microcosmo di identità ebraica ashkenazita distrutto dalla Shoah, eppure vivo nella memoria, nella letteratura e nelle comunità della diaspora.

Gli shtetlach (termine yiddish per "piccola città") erano tipici insediamenti ebraici ashkenaziti dell'Europa orientale, caratterizzati da una popolazione prevalentemente o largamente ebraica, con una vita comunitaria intensa basata su sinagoghe, yeshivot (scuole talmudiche), mercati, artigianato e tradizioni yiddish. La Galizia (in polacco Galicja, in tedesco Galizien), regione storica oggi divisa tra Polonia sud-orientale e Ucraina occidentale, rappresentava uno dei cuori principali di questo mondo. Era parte dell'Impero Asburgico dal 1772 (prima spartizione della Polonia) fino al 1918, e divenne un simbolo della cultura ebraica galiziana, spesso descritta come un mix di pietà chassidica, povertà rurale e vitalità intellettuale.

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La copertina del libro "Storia fantastica dello shtetl di Belz" di Marcello Meir Kalowski (ETICA Edizioni, 2025) è sobria, elegante e carica di significato memoriale, in linea con il tono del romanzo: un mix di fantasia, nostalgia yiddish e trauma storico della Shoah.

  • Stile visivo: Minimalista e documentaristico. Nessuna illustrazione fantasy, shtetl stilizzato (case di legno, sinagoghe, mercati tipici), ma una scelta realistica e potente che incarna la fuga, la sopravvivenza e la ricostruzione.
  • Colori e layout: Fondo chiaro o bianco per far risaltare la foto centrale. Il titolo è in caratteri eleganti (probabilmente serif o con richiami tipografici ebraici/yiddish), con il nome dell’autore in evidenza. La prefazione di Barbara de Munari è menzionata. L’atmosfera è malinconica ma non disperata: trasmette dignità, resilienza e un ponte tra il mondo distrutto dello shtetl e la “Nuova Belz” immaginata nel libro.
  • Piace molto questa scelta. È coraggiosa e coerente con il sottotesto del romanzo:
  • Il libro è “fantastico” (onirico, immaginario, con elementi kabbalistici, umorismo yiddish e dialoghi con l’Onnipotente), eppure la copertina ancora tutto alla realtà storica → crea un contrasto efficace tra sogno e trauma, esattamente come il racconto che mescola fuga immaginaria del 1939 con la memoria di chi è realmente sopravvissuto.
  • Evita il rischio di romanticizzare eccessivamente il mondo yiddish perduto (cosa che a volte fanno copertine con violinisti klezmer o paesaggi idilliaci). Qui c’è immediatezza, umanità e concretezza.

È una copertina che invita a riflettere piuttosto che a sognare subito: “Questo è ciò che resta dopo la fuga e la catastrofe; ora entra nella fantasia per non dimenticare”.

Se la vedi dal vivo (o sulla pagina Amazon/Etica Edizioni), la foto ha un impatto emotivo forte proprio perché è “vera”.

Non è la copertina più spettacolare o colorata del mondo, ma è una di quelle che rimane impressa perché onesta e rispettosa del tema.

 

(by GROK)

Questo libro è un sogno e, come tutti i sogni, si nutre di malinconia e gioia, paure e ansie, amore e desiderio, ricordi e speranze, e altro ancora, rientrando, a pieno titolo, fra les belles lettres della letteratura yiddish.

Vi si potrebbe leggere una sorta di ucronìa, con la sua premessa generale che la storia del mondo potrebbe avere seguìto, in alcuni suoi snodi salienti, un corso alternativo rispetto a quello reale, effettivamente svoltosi.

Vi si potrebbe vedere un effetto farfalla, con il suo concetto di dipendenza sensibile da determinate condizioni iniziali, già racchiuso nella teoria del caos: piccole variazioni in queste determinate condizioni iniziali producono grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema: Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?.

Potrebbe, anche, essere assimilato al genio poetico e visionario dei quadri più belli e più fortemente simbolici di Marc Chagall che, nella sua pittura, trascende e rielabora poeticamente gli episodi della vita quotidiana dello shtetl polacco, trasfigurati nel, e con, il suo famoso e pressoché irraggiungibile bleu Chagall, che ricrea in una folla di personaggi, di eventi e di vicende private tutta la fenomenologia culturale e storica di una pagina importante della storia polacca, europea e mondiale.

Ma è anche molto, molto di più.

È un gesto e un atto di amore, amore sconfinato, amore disperato, amore rassegnato ma non sconfitto nei confronti della lingua e della cultura yid-dish, distrutta ma non annientata dalla Seconda Guerra mondiale e alla quale Marcello Kalowski appartiene profondamente. Gli ebrei ashkenaziti residenti negli shtetlach polacchi parlavano abitualmente yiddish, oltre alla lingua locale; il declino dell'importanza degli shtetlach quali centri della vita comunitaria ebraica divenne evidente dagli anni ‘40 del XIX secolo.

Fenomeni di tipo culturale, politico, economico danneggiarono le fondazioni di tali insediamenti. L'industrializzazione e la concentrazione delle attività commerciali e produttive nei centri maggiori colpirono le tradizionali fonti di reddito degli abitanti degli shtetlach, incentivandone l'emigrazione.

Tuttavia, pur avendo subìto una significativa perdita di importanza, gli shtetlach sopravvissero in Polonia sino alla Seconda Guerra mondiale. Si stima che nel 1939 due quinti della popolazione ebraica polacca vivessero in questo tipo d’insediamento. La definitiva sparizione degli shtetlach si ebbe solamente con l'occupazione nazista, cui seguirono la sistematica deportazione e lo sterminio della popolazione ebraica europea nelle grandi fornaci dei ‘campi’.

Marcello Kalowski presenta, con amore e rispetto, l’anima polacca, mostrandone, a volte, un’immagine grottesca, goffa, meschina, ma anche le grandi capacità di manifestare la coscienza umana, e il suo rapporto con il Divino. Narra, secondo la migliore tradizione della letteratura Yiddish, in cui abbondano storie di dybbukím, folletti e spiritelli vari che, più che cattivi, sono maldestri e pasticcioni e le cui malefatte finiscono inevitabilmente con il ritorcersi contro di loro, usando un linguaggio a volte ironico, paradossale, divertente, che vuole essere metafora di accrescimento spirituale.

Spesso usa la cifra dell’ironia e dell’umorismo accomodante, con la sua dose di saggezza di natura pratica, quotidiana. Scivola, con disinvoltura, nel tempo e nello spazio, tra sogni e incubi, realtà e fantasia, conversioni oniriche e improbabili, sul filo dell’eresia, in una serie di storie a volte distopiche, intrecciate in un insieme abilmente congegnato di rabbini e ladri, furfanti e cabalisti, mistici e creduloni, mogli e megere, fantasmi e dibbukím, angeli e mostri, fanciulle bellissime, sensali di matrimoni, amori impossibili, liti infinite, tra piccoli commercianti e contadini. Affronta, in un capitolo memorabile e, a prima vista, teologicamente blasfemo, il tema della creazione del mondo e dell’uomo e della lotta continua al Tòhu va Vòhu, l’ebraico caos e vuoto, che nella Genesi indica la condizione della terra prima della creazione della luce.                                                                                                                                           

Il tutto sullo sfondo dello shul, la casa di studio e preghiera dello shtetl di Belz, nella Galizia polacca, e poi in un’altra Belz, la Nuova Belz, finalmente in pace, in una Nuova Terra e sotto nuove stelle.

L’effetto di questo eccentrico racconto, composto di più racconti che si inanellano senza soluzioni di continuità, è ipnotizzante.

Nei vari capitoli, nei vari racconti, ‘raccontati’ dai vari personaggi del libro, che si passano la parola da un capo all’altro del tempo e dello spazio, con una naturalezza speciale, geniale, sono nascoste ovunque scintille di santità e di spiritualità, anche se, a volte, le scintille rimangono nascoste o sono solo accennate.

Già, le scintille. Le scintille divine possono trovarsi ovunque e sta a noi saperle riconoscere.

Perché ogni persona si trova originariamente congiunta ad alcune altre in un’unica Anima cosmica, che è arrivata in seguito a scindersi in più parti attraverso varie incarnazioni: l’Amore è la forza in grado di ricongiungerle, perché là dove esiste un cuore pulsante, là dove esiste l’indagine di se stessi, il Signore è. I vari protagonisti di questo libro di Marcello Kalowski si rivolgono, di volta in volta, ai loro interlocutori per rivisitare l’universo simbolico, spirituale e della memoria dell’autore, ma anche quello della Kabbalah, della Torah, dell’umorismo ebraico e dell’identità e dell’appropriazione culturale, tra pilpulim estenuanti e continui dialoghi con l’Onnipotente, nel-l’attesa perenne del Masíach.

Si scrive, infatti, spesso, per conservare e continuare un dialogo con chi, e con ciò che non c'è più, un dialogo che altrimenti la vita ci costringerebbe a interrompere.

Scriviamo perché le parole rafforzano sempre i legami. Fanno casa, fanno famiglia, sono un qualcosa di solido, che si fissa nell’esistenza, a volte più so-lidamente del sangue e della filiazione biologica.

Scrivere può rappresentare una strategia di sopravvivenza: è così che scopriamo noi stessi e mille altri noi allo stesso tempo, in uno specchio posto davanti al nostro inconscio, vissuto come un essere indefinibile, in un mondo e in un tempo che li esaspera e li sublima tutti.

Così fa l’autore, con il suo andamento tumultuoso di monologhi e meditazioni, flussi di coscienza e stili, registri e personaggi presi dalla realtà e trasfigurati; il che rappresenta una letteratura vissuta come aperta dissimulazione della realtà.

Ma in questo libro si nascondono, abbiamo già detto, anche i dibbukím, i fantasmi che scappano dalle antiche storie yiddish, insieme ai fantasmi di un’Europa distrutta e alle ceneri della Shoah, con l’impossibilità di potersi riconoscere in un’unica definizione di sé, e con la sua sfida intrinseca a una nuova o rinnovata identità.

Tutto ciò rende Marcello Kalowski un autore molto ebreo, che sa di non potere mai essere completamente se stesso, straniero anche nel posto stesso in cui vive. Sapendo, in definitiva, che, ovunque si sia, non saremo mai completamente a casa. Con una speranza però, che forse è l’unica che ci è concessa: in ebraico, puoi essere stato o puoi essere in divenire; sei stato e diventerai, ma sei necessariamente nel mezzo della tua mutazione.

Come ne Il violinista sul tetto, quando la comunità di Anatevka si riunisce un’ultima volta, prima di disperdersi in direzioni diverse: Tevye vede il violinista e gli fa cenno di andare con loro, a simboleggiare che, anche se deve lasciare il suo shtetl, le sue tradizioni saranno sempre con lui. Come spiega lo stesso Tevye, tutto ciò ricorda le condizioni di estrema instabilità in cui si manifesta l’esistenza ebraica, ma anche l’esperienza umana in generale, costretta a improvvisare una semplice melodia senza rompersi l’osso del collo.

Tutti questi disegni narrativi sono essi stessi memoria, rimasta intatta nel suo valore e nella grazia del ricordo, di un mondo sul punto di dissolversi, con un paesaggio interiore formatosi in una vita di spostamenti e fughe, e con la dolente facoltà di distanziarsi e sopravvivere alla splendida illusione del nostro passato, coltivando però sempre un paesaggio della memoria per impressioni, che non si vuole abbandonare all’oblio.

 

(BdM)