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Convegno Internazionale del Rito Scozzese Antico Accettato

(Contributo dell’Ill.mo e Pot.mo F.Alain de KEGHEL 33°, già Sovrano Gran Commendatore Grand Collège du REAA-GODF, Secrétaire Général du Conseil Européen des Grands Commandeurs, Membro d’Onore del Supremo Consiglio d’Italia).

Anzitutto, rivolgiamo insieme un pensiero per le vittime della barbarie e dell'oscurantismo, non soltanto a Parigi in gennaio e poi il 13 novembre (2015), ma purtroppo, da troppo tempo, ovunque nel mondo. Le nostre coscienze di Massoni, figli dei Lumi, sono qui interrogate a rispondere e non potevo non iniziare con questo argomento, a Milano, oggi, dove ci siamo riuniti per riflettere insieme sul contributo che possiamo portare in questo mondo di brutalità e di violenza, ma anche di disperazione.

L'Europa infastidisce, l'Europa delude, l'Europa divide. E allora, quale Europa vogliamo per domani? Quale contributo gli Alti Gradi del RSAA possono portare? A Bruxelles ed alle sue istanze viene oggi rimproverato di non agire – dimenticando, contemporaneamente, che la Commissione Europea esegue soltanto i mandati dei Capi di Stato e dei governi, sempre frenati dall'immediatezza dei loro mandati a breve termine e dei loro interessi nazionali. Ironia della sorte, è presentandosi come campioni degli interessi dei cittadini che i partiti degli euroscettici e dell'estrema destra hanno realizzato punteggi senza precedenti alle ultime elezioni del Parlamento europeo, nel 2014, così come anche recentemente nei Parlamenti nazionali. Segnale inquietante. Si rimprovera all'Europa di essere troppo lenta, non abbastanza attiva o ancora prigioniera di una burocrazia, sinonimo di deficit democratico. Il ruolo dei media qui merita attenzione e dobbiamo constatare che pochi tra di loro si sono impegnati a spiegare perché abbiamo bisogno dell'Europa malgrado le sue imperfezioni, le sue debolezze, le sue lentezze, le sue disuguaglianze e anche le sue ingiustizie. Per quanto riguarda le Giurisdizioni degli Alti Gradi del RSAA, esse non hanno una specifica vocazione ad entrare nel gioco politico. Quale può essere allora il posto che esse possono avere l’ambizione di occupare, quale potrebbe essere il loro contributo?

Troppo pochi, tra di noi, pensano in modo globale, perché non vi siamo preparati nemmeno dall’insegnamento scolastico, dove la storia – almeno in Francia – è un parente povero dei programmi di studio. La generazione che ci governa non ha vissuto, tanto quanto i media che ci informano e formano l'opinione, l'ultimo conflitto mondiale. Non ha sperimentato la necessità vitale di costruire un'unione europea solidale e sinonimo di uno spazio di pace durevole nel tempo. Almeno, si dovrebbe auspicare una presa di coscienza delle sfide in gioco, dal momento che il Presidente Putin ci ha velocemente insegnato in Georgia, poi in Ucraina ed oggi in Siria, che il corso e il ricorso storico non è quello che prediceva Francis Fukuyama. Si viveva ancora, fino alla crisi finanziaria del 2008 e poi con il recente risveglio generatosi intorno alla Crimea ed all'Ucraina, nell'illusione di uno spazio di prosperità e di pace stabilizzata  che durassero nel tempo. L'Europa costruita negli anni cinquanta del secolo scorso ne era e ne è rimasta la conferma.

Un ripiegamento nazionale – l’abbiamo constatato durante le recenti elezioni in Grecia, in Polonia, in Francia ed altrove  – e l’avanzata di nazionalismi, a fronte di una “Troika” che esalta l'austerità, anche se attualmente un po’ meno oggi di ieri. Ecco ciò che domina, mentre abbiamo appena commemorato l’anniversario dell'inizio della prima grande guerra mondiale europea del 1914 -1918. Sarebbe stata un’occasione, fortemente simbolica, per migliorare, completare e rinforzare un vero spirito europeo, allontanando il concetto di Stato-Nazione. Al contrario, assistiamo alla “preferenza nazionale” che prevale su quella europea, unica vera prospettiva, peraltro realistica, in un mondo ove prevarranno solo i grandi insiemi continentali. La generosità, l'umanesimo, princìpi cardinali e motori fondanti della nostra Europa, anche i nostri riferimenti massonici, hanno dimostrato velocemente i loro limiti quando si tratta di essere solidali nella difficile gestione dei flussi, non soltanto migratori, ma di masse considerevoli di rifugiati che fuggono, per ragioni umanitarie e di sicurezza, dai luoghi di combattimento in Siria. Lo tsunami anti-europeo trova una sua manifestazione anche in Gran Bretagna, con l'UKIP ed il primo Ministro Cameron che minaccia il BREXIT con un referendum, ma non si tratta solo di questo. È un segnale di usura di un modello di società democratica, di condivisione, di solidarietà che pone la giustizia sociale al proprio centro. È un modello che viene ad essere messo in discussione. Dunque una fonte di inquietudine ancora maggiore quando ci si chiede quale futuro noi vogliamo per l'Europa.

La nostra domanda è posta in quanto Massoni del Rito Scozzese Antico Accettato di tradizione cosmopolita per eccellenza e la cui tradizione di assoluta libertà di coscienza è quella di non avere, per principio consustanziale, alcun a priori in merito alle risposte. Il ventaglio di riflessione è dunque  ampiamente aperto, nello spazio come nel tempo, sapendo che noi poniamo sempre l’Uomo e la società al centro del nostro umanesimo ispirato dalla filosofia di Spinoza. Sotto questo punto di vista, noi abbiamo l'obbligo morale di vegliare affinché i nostri ideali e princìpi trovino eco ed il più largo spazio in un’area dove si preparano, si formulano e si decidono opzioni per il divenire delle nostre società e delle generazioni future. È d’obbligo constatare che fatichiamo collettivamente, sia come Ordine sia come Giurisdizioni, a prendere parte a questi processi e ciò per almeno tre ragioni: la prima fra queste risiede nella frammentazione dell'Ordine massonico che blocca la nostra forza di agire. È difficile individuare una concettualizzazione comune e condivisa da parte di potenze massoniche contrassegnate da profonde divergenze riguardo alla loro vocazione a prendere parte a un tale processo. Qui incontriamo i limiti di una lettura restrittiva delle Costituzioni di Anderson che impediscono qualsiasi dibattito “politico”, mentre d’altra parte è evidente che il progresso massonico è intimamente legato a preoccupazioni umanistiche che non dovrebbero essere dissociate dalla vita nella società. E quindi alla “politica” nel senso più ampio del termine.

Ciò che è vietato, è il dibattito militante ed il suo proselitismo. Dobbiamo tuttavia constatare che, a questo riguardo, una linea di frattura percorre l’Ordine. E questo costituisce il primo elemento della nostra debolezza, quando si tratta di partecipare a processi decisionali. La nostra seconda debolezza è di altro tipo. Essa dipende dall'incapacità delle potenze massoniche, anche se sbloccate dalle inibizioni legate ad una lettura restrittiva della dottrina, ad esprimersi collettivamente in un dialogo istituzionale, così come si è provato, per un breve momento e in maniera molto insoddisfacente nell’ambito del BEPA, in applicazione all'articolo 17 del Trattato di Lisbona. Al contrario, le istituzioni confessionali (Chiesa cattolica, ma anche molte sette religiose) dispongono di un vero arsenale di competenze ben strutturate, capaci di coinvolgersi a lungo nel tempo e di farsi ammettere e riconoscere come interlocutori delle istituzioni, anche solo a titolo consultivo. Il terzo fattore, molto svantaggioso, è costituito dalla forza di sbarramento delle potenze conservatrici ostili ad ogni partecipazione massonica alla proposta di riforme o di misure strutturali innovative. Lo constatiamo a Bruxelles, con una reale impotenza, in quanto ci mancano gli intermediari utili. Il Convento del GODF a Reims, nell'agosto 2015, ha indubbiamente segnato una tappa importante nell’espressione di una presa in considerazione delle sfide internazionali ed europee da parte di un numero significativo dei delegati delle Logge. Ma nel nostro modo di funzionamento, regolante i rapporti tra Obbedienza e Giurisdizione, rigorosamente disciplinato da accordi che abbiamo negoziato e firmato, il ruolo che può assumere la Giurisdizione francese, in quanto tale, rimane molto limitato. Dobbiamo pertanto rassegnarci? Non dimentichiamo che, prima che essere negli Alti Gradi, noi siamo tutti, anzitutto, Maestri che si devono assumere un impegno individuale nella società. E questo ruolo, noi possiamo, noi dobbiamo realizzarlo facendo uso dell'autorità morale che dovrebbe esserci conferita non dagli alti gradi del Rito ma dall'impegno individuale che deve essere naturalmente nostro quando si tratta di difendere e di affermare i princìpi fondatori del nostro cammino filosofico: "Fai ciò che devi!". Abbiamo, a questo riguardo, un vantaggio che dovremmo sfruttare meglio, senza peraltro venire meno al nostro onere. Siamo avvantaggiati soprattutto a motivo della nostra esperienza, ma anche per la durata dei nostri mandati, per riuscire a far capire a chi ci governa o a chi ci rappresenta al Parlamento europeo, le voci dell'umanesimo, del diritto e di tutto quanto rappresenta la ricchezza generosa e ambiziosa della nostra eredità. Non sapremmo restare paralizzati di fronte  alle immense sfide e ancor meno rassegnati, perché l'ineluttabile sarebbe la negazione stessa della nostra aspirazione al progresso delle idee e a quello della società.

Ma allora, quali prospettive considerare, quali modalità per agire nel nostro nuovo spazio dei ventotto e domani, forse, dei trenta e più? Dobbiamo imparare a pensare globale e sul lungo periodo. Cioè, senza trascurare le questioni del momento che comunque plasmeranno anche il futuro, dobbiamo puntare sull'insegnamento, la gioventù, mirare anche sulle élite di domani. Quelle che saranno al governo domani. La creazione della Loggia di Studi e di Ricerche “AD EUROPAM” al GODF, nel giugno 2013, nella quale i Fratelli degli Alti Gradi del RSAA hanno un ruolo essenziale, va già indubbiamente incontro a questo senso della storia di una Obbedienza che almeno inizia ad appropriarsi di uno spazio poco conosciuto e che preoccupa tanti Fratelli e Sorelle. Questa Loggia si è data il compito di federare dei Massoni, delle competenze, delle energie e delle volontà forti, capaci di venire in appoggio e anche di aiutare a concettualizzare una politica europea ininterrotta di un Consiglio dell'Ordine i cui mandati elettivi sono brevi. Tuttavia, per essere veramente portatrice di uno slancio significativo, questa iniziativa richiede di non rimanere confinata solo nel perimetro di un’unica Obbedienza nazionale. Abbiamo bisogno di cercare vie e mezzi di collaborazione incrociati con le Logge di Studio e di Ricerca che fanno capo ad altre potenze in ambito europeo. Ciò inizia già a delinearsi. I primi movimenti si notano già a livello di alcune Obbedienze, ad esempio in Francia tra il GODF e la GLNF. Gli incontri internazionali aperti al pubblico, come quelli che si svolgono a Parigi già dall’anno scorso, dopo il loro primo inizio ad Edimburgo nel 2007, procedono secondo questa logica. I nostri colloqui internazionali per commemorare l’anno dello Scozzesismo nel 2015 sono andati parimenti in questo senso e la partecipazione ai dibattiti, lo scorso 7 novembre a Parigi, da parte di autorevoli massoni come il SGCGM Antonio BINNI 33°, ma anche di John L. COOPER 33° della Giurisdizione Sud, testimoniano la nostra capacità collettiva di mettere in  movimento quanto poteva apparire ad alcuni come definitivamente irrigidito. Ma siamo soltanto all’inizio. È evidente che per quanto queste tendenze siano rallegranti, tanto rimane sempre da fare se abbiamo l’ambizione di portare il nostro messaggio umanista a livello dei centri europei di potere decisionale. Nulla permette oggi di affermare che questo slancio condotto da pochi permanga nel tempo. Tuttavia possiamo osservare questo movimento attuale con una reale soddisfazione ed un soffio di speranza. Ci siamo anche dotati nel 2008 di un organo di concertazione informale, il Consiglio Europeo dei Gran Commendatori. Sino ad oggi, abbiamo dibattuto su dinamiche puramente relative allo Scozzesismo. Nulla dovrebbe impedirci di trarne profitto per delineare insieme linee di forza che oltrepassino l’ambito delle nostre Giurisdizioni. È quanto  avevamo iniziato ad avviare con il progetto di una Cattedra universitaria umanistica europea.

La creazione nel 2007 della S.EU.RE a Bruxelles, frutto di volontà condivise già a Ginevra, il 7 maggio 2005, durante il nostro Incontro Internazionale degli Alti Gradi Scozzesi, mi sembra debba essere parimenti qui citato come un esempio di ciò che possiamo e sappiamo fare insieme nell'Europa dei Ventotto. Ricordatevi il dibattito che aveva preceduto questa creazione, indipendente dalle Giurisdizioni. Alcuni propendevano all’epoca in favore della creazione di un Supremo Consiglio Europeo del RSAA. Ero Gran Commendatore in quel periodo e, in considerazione della mia esperienza obbedienziale, ero stato tra coloro che avevano messo in guardia contro la tentazione istituzionale. Rimango risolutamente convinto a tutt’oggi che siamo stati saggi a non scatenare energie contrarie, ambizioni individuali che, lo sappiamo  bene,  fanno parte della natura umana e sono ben lungi dall’essere assenti anche in massoneria. Per tale motivo abbiamo dato la preferenza ad una collaborazione che si fonda su un insieme di disposizioni pragmatiche e realistiche. La S.EU.RE ne è un esempio importante. Malgrado i suoi modesti mezzi ed i suoi limiti, ha saputo mostrare velocemente la propria capacità di operare utilmente. Ne è testimonianza la richiesta che ci fu fatta da parte della Commissione europea e del suo Vice Presidente in quel periodo, Louis Michel, di elaborare una relazione di esperti sul tema: “Sviluppo, Comunicazione e Governance”. Il frutto di questo lavoro, sotto la presidenza del belga Jacques RIFFLET, fu il primo documento massonico sottoposto e poi convalidato a Bruxelles. Le linee direttrici dei nostri suggerimenti rimangono a tutt’oggi sia pertinenti sia rispettate. Detto questo, non perdiamo di vista il fatto che siamo serviti in qualche modo da sprone o da “pesce pilota” per le Obbedienze che, in seguito, si sono a loro volta impegnate in un processo di lavoro con le istanze europee, in virtù dell’articolo 17 del Trattato di Lisbona.

Abbiamo cercato di essere esemplari, credo riuscendovi abbastanza bene in questa fase, assegnandoci obbiettivi ambiziosi ed esigenti, che conferiscono alla collaborazione dei consulenti dell’Europa dei Ventotto alla rivista KILWINNING un carattere eccezionale. Non esiste praticamente esempio di un’altra pubblicazione di tale livello che proponga ai suoi lettori articoli redatti in così tante lingue europee. Includendo la lingua turca, abbiamo consegnato anche un messaggio, in prospettiva, di solidarietà e di inclusione, là dove altri avrebbero piuttosto la tendenza ad escludere.

Non possiamo accrescere la portata di tutto ciò se non coinvolgendoci, ciascuno di noi, con più forza, con più concretezza, con più convinzione e con più costanza.  Ma anche prendendo coscienza di tutta l’importanza di perpetuare tutto ciò nel tempo, con attenzione alla qualità dei contributi redazionali della più varia natura. Il nostro Consiglio scientifico sorveglia attentamente. Questo impegno ed esigenza sarà, secondo me, parte della risposta alla domanda che noi ci accingiamo a trattare oggi a Milano. Potremmo certamente anche migliorare la quantità del nostro impegno promuovendo maggiormente le adesioni alla S.EU.RE, che attualmente non mi sembrano  essere all'altezza delle sfide in gioco.

La nostra riunione odierna mi suggerisce un’ulteriore riflessione. Piuttosto che sempre e soltanto denigrare, deplorare, contestare la giustezza delle scelte, il nostro futuro per un’Europa migliore domani potrebbe prodursi anche per il tramite di “think tanks”, non esclusivamente massonici. Questi contenitori di idee, questi laboratori per pensare il futuro che, nella misura in cui siano vicini ai nostri ideali o permeabili ad essi, potranno aiutare la  trasposizione e l’affermazione nel mondo reale e nelle nostre società delle istanze europee. Era quanto ci aveva indotto, nella Giurisdizione francese, ad organizzare per un certo periodo di tempo, colloqui che cooptavano personaggi altamente qualificati ai nostri grandi dibattiti. Perché, dobbiamo essere realistici, abbiamo bisogno di appoggiarci a competenze ed esperienze che noi non abbiamo o che non sappiamo né identificare né unire insieme per renderle operative. Tutto ciò passa necessariamente anche attraverso una definizione dei ruoli e delle prerogative di ciascuno, in quanto l'eccesso di centralizzazione è paralizzante, mentre quello di delegare il potere senza legittimità, è contestabile. Ci troviamo attualmente in una fase di costruzione lenta, mentre l'Europa continua ad andare avanti ed altri attori compaiono sulla scena, ovviamente senza aspettarci. La sfida che ci viene posta per contribuire a costruire l'Europa di domani è certamente di grande spessore . Ma è anche esaltante, perché ci offre uno spazio eccezionale per l’affermazione di princìpi, in un universo in cerca di riferimenti. Il RSAA può e deve occuparvi il proprio posto. 

Le iniziative che abbiamo sviluppato insieme al Supremo Consiglio d’Italia ne sono la testimonianza. Senza aspettare le  “primavere arabe”, non è quanto abbiamo già fatto, sin dal maggio 2008, con l’istituzione degli Incontri Euro-mediterranei a Torino? Essi hanno dimostrato, in fin dei conti, la nostra capacità di anticipare i tempi. Il fare proprio attivamente,  l'aderire con entusiasmo a questo processo operativo da parte delle Giurisdizioni della Turchia e del Marocco attestano la pertinenza del potenziale della nostra innovazione. D’altra parte, i lavori iniziati nell’ambito dei Quatuor Coronati, dunque assolutamente al di fuori del nostro ambito abituale, testimoniano la nostra capacità di passare da un contesto all’altro, ponendo i nostri princìpi massonici al di sopra delle dottrine che possono separare, purché vi sia reciproco rispetto e volontà condivisa, senza farvi grande caso. Non abbiamo alcun bisogno di grandi dichiarazioni. Quella di Ginevra del maggio 2005 ha già testimoniato perfettamente le nostre ambizioni.

L'Europa istituzionale, quella nata nel 1957 dai Trattati di Roma successivi a quelli della CECA nel 1951, anche se al di fuori di questo ambito, deve ricevere tutta la nostra attenzione in quanto è portatrice di valori che sono i nostri e che abbiamo contribuito a difendere durante i dibattiti  che hanno costituito il preambolo della costituzione europea. Da essa inizia a strutturarsi lo sviluppo del nostro spazio comune globale, culturale e di pace le cui tendenze geopolitiche recenti ed i movimenti tellurici ricorrenti ci ricordano la fragilità. Qui si tratta di vivere insieme. E di vivere bene. Di vivere in Pace. Ma si tratta anche di una prosperità distribuita in maniera disuguale tra uomini e donne. Così come degli equilibri ecologici che coinvolgono il futuro del pianeta. Figli di culture vicine tra loro ma pesantemente gravate dall’eredità della storia nazionale di ciascuna, i cittadini del nostro caro Vecchio Continente stanno imparando solo da poco tempo a vivere insieme. Per tale motivo, non possiamo sfuggire al nostro obbligo, che è quello di portare ciò che io chiamo “il valore aggiunto” massonico. 

L'Euro, uno degli ultimi avatar, testimonia di questa volontà così difficile da mettere in atto, cioè quella di coniugare il privilegio di stampare moneta, in precedenza soltanto nazionale, senza tuttavia  sapersi distaccare da una fiscalità e da una economia nazionali. Ma non è forse giunto il momento di operare riforme anche a questo riguardo? E di cambiare le mentalità? Noi possiamo parteciparvi secondo i nostri valori. Mi spiego meglio.

L'Europa massonica, ripeto, rimane un eterno miraggio e l'Europa che noi speriamo per il domani non passerà certamente attraverso la creazione di “super” strutture Giurisdizionali, su questo punto io continuo a insistere e insisto sempre e sempre con il medesimo pragmatismo. In compenso, la nostra cooperazione franco-italiana tra Giurisdizioni del RSAA può servire da cemento e anche da motore, come l’impegno avviato da decenni anche con il SCRE, in Belgio. Abbiamo avuto grandi momenti nella nostra storia e dobbiamo essere coscienti delle energie che ne possiamo trarre.

D’altra parte, la divisione delle forze massoniche del continente europeo, o meglio di quella piccola appendice di Europa occidentale agganciata all'immenso spazio eurasiatico, non contribuisce certamente ad una intesa reciproca. Non illudiamoci che il rimedio a tutto ciò possa essere costituito da  strutture artificialmente sovrapposte a realtà delle quali dobbiamo accettare prima di tutto l’esistenza, la quale rimane nazionale. Non perdiamo nemmeno di vista il fatto che la nostra corrente liberale rappresenta solo una parte infinitesima dell'Ordine massonico universale o mondiale. La separazione quasi inconciliabile tra potenze massoniche che si vantano di essere “regolari”, da un lato, cioè quelle che rifiutano ogni partecipazione a qualsivoglia azione istituzionale concertata con le Giurisdizioni liberali, e le nostre, dall’altro lato, è ben lungi dallo scomparire.

Le linee di frattura o la “guerra delle idee”, per citare John L. Cooper1, non sono purtroppo pronte a sparire. Anche se, come ho detto prima, alcuni colloqui informali “ragionevoli” hanno avuto inizio già dal 2007 in Scozia e si sono sviluppati in seguito. Si sono attualmente trasferiti a Parigi, in un luogo neutrale della Biblioteca Nazionale di Francia, facendo capo a lavori di ricerca. È doveroso ammettere, con realismo, che l'Europa massonica istituzionale non ha né una reale consistenza né un avvenire continentale. È frazionata e consustanzialmente condannata a rimanere così. Tuttavia questa è anche la nostra eredità ed il nostro patrimonio ricco per la sua diversità. 

Quindi, a mio avviso, noi potremo avanzare solo con l’approfondimento di colloqui informali ma costruttivi, al momento con l’impegno alla ricerca e allo sviluppo, ma con la prospettiva dell'insegnamento e dell'erudizione. In tal senso, alcune possibilità, con un certo realismo, potranno offrirsi all’Ordine nella sua globalità. Anche se sappiamo quanto è difficile trovarsi in anticipo sui tempi. L'insuccesso massonico recente – non il risultato di resistenze esterne, almeno per una volta – del progetto di una Cattedra universitaria europea di insegnamenti umanistici, al quale tutte le nostre Giurisdizioni riunite a Lisbona, nel marzo 2015, avevano peraltro dichiarato di volere portare il proprio sostegno, testimonia crudelmente della difficoltà di procedere insieme. Permettetemi di affermare che sarebbe stato un modello di riferimento scolastico. Infatti si rivolgeva alla gioventù universitaria e quindi alle élite dell'Europa di domani. Sarebbe stato dunque un modello di irradiazione e quanto potevamo sperare di meglio per contribuire all'educazione ed al risveglio dei Lumi. Questo insuccesso è forse anche quello di un metodo. Ci invita ad un serio esame di coscienza sui nostri limiti o su quelli che ci impone l'architettura massonica con le sue specifiche rigidità. Tocca a noi tutti smuovere questo stato di cose! Noi lo possiamo, se osiamo e se vogliamo!

Alain de KEGHEL

(traduzione dal francese di Barbara de Munari)

 

 

 

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