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Traduzione in italiano a cura di Barbara de Munari:

La forza del messaggio del libero pensiero rivoluzionario in America latina

di Alain de KEGHEL

7° Congresso Internazionale AILP
Associazione Internazionale del Libero Pensiero
Parigi, 22 settembre 2017

Quando il nostro Amico Christian Eyschen mi ha informato della prospettiva del 7° Congresso Internazionale, a inizio anno, invitandomi a rivolgermi brevemente a voi in apertura della sessione plenaria, ho subito accettato con convinzione. Gli ho proposto di dire qualche parola riguardo a un aspetto che mi è particolarmente caro: la forza del messaggio del libero pensiero rivoluzionario in America latina. Una parte di mondo che conosco bene, alla quale mi sono affezionato subito e che la mia carriera di diplomatico mi ha dato il privilegio di stimare considerevolmente e sotto ogni aspetto nel corso dell’ultimo decennio del secolo scorso. Rappresentavo all’epoca il mio paese presso Organizzazioni di Cooperazione Regionale. Il caso ha voluto che in seguito io dessi testimonianza del mio profondo attaccamento e della mia esperienza in un’opera intitolata “L’Amérique latine et la Caraïbe des Lumières”.

 

In un’epoca in cui i Lumi vacillano e sono pericolosamente minacciati di estinzione in più parti del pianeta, io sono affascinato dall’eredità della Rivoluzione francese in America latina. E la presenza oggi di tanti miei amici, da Buenos Aires, Angel Jorge Clavero, Gran Maestro della Gran Loggia di Argentina, con cui mi sono incontrato recentemente in Argentina, e da Montevideo, Elbio Laxalte Terra, che milita con tanto ardore ovunque nel continente sud americano, per perpetuare e fare prosperare questa eredità, non poteva che rappresentare per me un impegno particolare nell’essere al vostro fianco. Elbio è per me la personificazione stessa di questo riferimento costante, forte e vivo, al messaggio portato dagli eredi del 1789 aldilà dei mari e degli oceani.

Tutto il movimento che si suole chiamare “bolivariano” per semplificazione, da Francisco de la Miranda sino a Giuseppe Garibaldi, passando per José Marti, Simon Bolivar, Bernardo O’Higgins e Benito Juarez, rimane come un formidabile slancio liberatore che è messaggero di speranza. Liberatore, certo, anzitutto dalla dominazione delle potenze europee che si erano impadronite degli spazi e delle ricchezze di un sotto-continente, firmando il famoso Trattato fondatore di Tordesillas che divideva gli spazi e le anime amerinde tra i due regni di Spagna e di Portogallo. È ben vero che queste due potenze avevano tutte e due la sicurezza dei vincitori e la benedizione di un potere cattolico apostolico e romano garantito dal destino di regnare per lungo tempo sulla spiritualità di popolazioni autoctone, schiave e spogliate del loro patrimonio materiale e tradizionale. Chi conosce la storia di questa parte del mondo sa, come tutti voi oggi qui presenti, che nonostante tutto e grazie a un fecondo meticciato culturale, le tradizioni precolombiane sono sopravvissute. A un punto tale che dico, con Mario Vargas Llosa1: “Il mio interesse, la mia curiosità e anche la mia passione per questo mondo complesso, tragico e formidabile, di intensa creatività, dalle sofferenze e dalle pene indicibili, dove le forme più raffinate di civiltà si mescolano a quelle della peggiore barbarie, sono intatti sino ad oggi”.

Certo, l’autore non ha torto, ma a quale prezzo? Sappiamo bene quanta perseveranza, tenacia, bravura e determinazione siano state necessarie a chi seguì i Libertadores, impegnandosi a loro volta, prima che l’America latina, dal Messico alla Terra del Fuoco, non si liberasse dalla chiusura dogmatica imposta da monarchie assolute, sostenute da un clero ben deciso a non lasciarsi sfuggire così facilmente la propria preda. E quando parlo di pensiero libero, portato dello spirito rivoluzionario francese, esportato ben prima in Europa, è perché, come tutti coloro i quali s’interessano alla storia, ho letto come tutti gli attori, sì, tutti gli attori in gioco, si riferissero, seppure in modo asimmetrico, alla Rivoluzione francese.

I prelati la brandivano come l’ultima minaccia, quella per definizione diabolica, in quanto emancipatrice degli spiriti e di anime destinate all’inferno e alla dannazione. Essi rigettavano con l’ultima energia rimasta il cambiamento della società, perché comprendevano perfettamente bene la fine prossima della loro influenza totale e assoluta su individui spinti ormai a pensare da soli e a non recitare più un catechismo imposto. Per quanto riguarda i Libertadores, dobbiamo avere il realismo di ammettere che il loro ideale era diviso tra l’eredità della Rivoluzione francese e quello della Rivoluzione americana, fondamentalmente diversi, come sappiamo. Una Rivoluzione americana certo emancipatrice ma ormai totalmente liberata dalla motivazione primaria dei coloni del Mayflower, in cerca di uno spazio di libera pratica religiosa e di ciò che essi chiamavano la nuova Gerusalemme.

Per questi motivi, senza partito preso, resto convinto, in ultima analisi, di una predominanza del libero pensiero rivoluzionario francese in questo vasto spazio dell’America latina, dove la nozione di laicità ha anch’essa trovato la propria espressione, al prezzo di convulsioni dolorose e d’innumerevoli perdite di vite umane.

La frattura esiste sempre, anche se le ferite si richiudono e il tempo fa il suo corso.

Non dobbiamo dimenticare gli anni di piombo, dal Brasile all’Uruguay, dal Cile al Guatemala, dal Paraguay all’Argentina e dall’Ecuador alla Bolivia. Gli eroi latino-americani contemporanei del libero pensiero, da Salvador Allende sino alle vittime meno celebri e spesso anonime degli Stroessner, Pinochet, Videla e compagni, sono sempre nei nostri cuori e nei nostri ricordi. E non fu un caso se tante vittime perseguitate dalle dittature trovarono asilo e rifugio nella patria per eccellenza del libero pensiero. Essi (ed esse) crearono legami che perpetuano la nostra tradizione repubblicana in ciò che ha di più nobile e di più generoso. Dovremmo meditare su questo, nel momento in cui, in altre zone del mondo, i diritti umani elementari sono scherniti e la nostra solidarietà è strettamente richiesta e sollecitata.

Consentitemi di citare ancora Mario Vargas Lllosa, nella sua opera dedicata all’America latina e alla Rivoluzione francese2. Ci sembra utile citare alcune sue parole: “La Rivoluzione francese fu uno dei fattori decisivi dell’emancipazione americana; la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo ed il motto ‘Libertà, Uguaglianza, Fraternità’ hanno costruito l’ideologia dell’indipendenza. L’Encyclopédie e la letteratura rivoluzionaria avevano già impregnato gli spiriti in Perù – che era all’epoca il centro intellettuale dell’America latina – ma il Contrat social fece l’effetto di un terremoto in questo mondo conformista, anche integralista, totalmente dominato dalla Chiesa. Questo libro ha posto le basi dell’emancipazione americana. Era stato pubblicato clandestinamente e circolava di nascosto; ne esistevano anche versioni manoscritte […]. Fu da allora, dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che l’influenza francese è divenuta per così dire egemonica in America latina”.

Peraltro, è meglio evitare di cadere in un lirismo troppo facile che trascura le realtà alle quali la storia non può sfuggire. Se la Rivoluzione francese è pensata come un tutto omogeneo e costante, che dire di Robespierre e del periodo del Terrore3? Come ignorare anche le rotture che compaiono nelle rappresentazioni della Rivoluzione in America latina tra il 1789 – che segna l’irrompere della modernità politica, il 1791 – la rivolta a Santo Domingo e la paura sociale che ne deriva, il 1793 – con il regicidio che va contro il lealismo delle élite e il 1804 con l’indipendenza di Haiti, il risorgere delle paure sociali e il timore che la modernità politica sortita dal 1789 conduca alla creazione di mini repubbliche?

Se Vargas Llosa pone l’accento su rapporti intellettuali di natura esclusiva, la Rivoluzione americana costituisce anche una tela di fondo delle indipendenze latino-americane, almeno tanto importante quanto quella della Rivoluzione francese. Nel 1789 l’influenza francese in America latina si confronta con quella tedesca in ambito militare e con quella inglese in ambito economico. Gli ideali del 1789 si diffondono in mille rivoli che sono altrettante riformulazioni potenziali di riferimento, a misura degli immaginari e delle culture propri dei luoghi e degli attori in gioco nella circolazione delle idee. Così, Silvio Romero scrisse nella sua “Storia del Brasile”4: “L’influenza straniera, francese in particolare, è purtroppo molto forte nell’evoluzione della nostra letteratura […] e se ci viene consigliato di abbandonare l’imitazione dei Portoghesi, è per spingerci a scimmiottare i Francesi”. Lucien Febvre fa anche uso della metafora organica del trapianto, mentre Auguste Comte e i suoi discepoli positivisti si abbeverano alle fonti che fecero esplodere nel XVIII secolo l’Europa dei Lumi. Si dovrà attendere l’ultimo quarto del XX secolo e l’affermazione dell’identità latino-americana in Europa per assistere al declino del vecchio paradigma dell’influenza francese. Tutto ciò conduce lo storico verso la necessità di una contestualizzazione di questa influenza e a una reale “riappropriazione attiva dei concetti in campo nelle rivoluzioni europee e americane”5. Qui ritroviamo anche il rischio del “francocentrismo” e del desiderio di aggiungere un complemento un po’ esotico all’irraggiamento della Rivoluzione francese. Si deve dunque costatare che la via imboccata dalle rivoluzioni ispaniche – spagnola a Cadice e ispano-americana in America latina – obbedisce a una logica e a fenomeni propri, che seguono essenzialmente una via che presenta molti tratti in comune con quella imboccata dalla Francia. Si tratta di una modalità di passaggio dall’Ancien Régime alla modernità, che possiamo definire “modalità di rottura”, in opposizione alla via evolutiva propria dei paesi anglo-sassoni. I progressi dei Lumi non sboccano necessariamente in una rivoluzione e il caso del Brasile lo dimostra. Peraltro si può affermare che i Lumi rappresentano uno sfondo per le reazioni, in America latina, agli eventi francesi che qui conoscono un’eco considerevole.

Il termine facile dei Lumi ci serve per designare realtà molto diverse, cha vanno dalle idee e dall’immaginario alle pratiche politiche e amministrative, così come a forme di socialità. L’assoluta libertà di coscienza, la laicità, che distingue e separa la sfera pubblica e la sfera privata, ne è parte consustanziale. Assistiamo all’emergere delle élite moderne e a quello del nuovo immaginario, basato sull’individuo perfettibile, così come alla pratica della moderna socialità dove le élite si riuniscono. Ciò implica una società contrattuale e un potere la cui legittimità non può che venire dalle associazioni. La logica radicale, quella della sovranità del popolo, trionferà in America latina proclamando, come con la Rivoluzione francese, il trinomio “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”. A questo stato dei fatti, prima di giungere a una rottura radicale, le élite del mondo ispanico passeranno per una fase intermedia, quella del costituzionalismo storico. E ciò avrà un’enorme importanza. Perché le rivoluzioni ispano-americane devono anche essere analizzate sul breve termine, che è lo spazio proprio dei fenomeni rivoluzionari. È inutile ignorare in questa sede il fatto che la simpatia iniziale nei confronti della Rivoluzione francese si trasformerà a un certo punto, abbastanza presto, in diffidenza, poi in ostilità dopo l’esecuzione del re Luigi XVI e le persecuzioni religiose, due fatti rivoluzionari che toccavano all’epoca i valori supremi della società. Le reazioni, per esempio in Perù e in Nuova Granada, analizzate da Jean-Pierre Clément e Renan Silva6, portano alla luce il timore di un’anarchia e della dissoluzione della società, timore ancor più accentuato dalla vicinanza di Santo Domingo, con la paura reale di un contagio minacciante l’ordine stabilito. Paradossalmente, il clero conservatore e legato all’Ancien Régime, poté così contare su un’adesione sociale abbastanza ampia alla posizione alimentata già dalla Spagna e, in seguito, dai sacerdoti e vescovi francesi emigrati. Un effetto perverso e sovente nascosto del 1793. Ne risulterà che, per venticinque anni, le adesioni sincere alla Rivoluzione francese furono poco numerose nel mondo ispanico.

Ricorderemo il nome di Don José Marchena, in Spagna, e la figura ben conosciuta di Miranda, generale della Convenzione, che rimangono tuttavia figure mitiche ed esempi isolati. La “Libertà dei Francesi” serve da stendardo ad alcune rivolte di schiavi, ma le élite locali, proprio per questo e a cause di queste, danno prova di blocco nella messa in pratica dei nuovi princìpi rivoluzionari francesi che sollevano più diffidenza che adesione. A parte, i membri più giovani di queste élite saranno meno prudenti e manifesteranno un vero desiderio di cambiamento, rendendo contemporaneamente più potente l’aspirazione al “governo libero”. Da allora, il modo di rappresentare la società diviene la questione più urgente. L’opinione pubblica moderna, messa in disparte in precedenza nell’ambito delle nuove forme di socialità, serve da supporto all’aspirazione a creare una società vicina alla modernità di rottura. I nuovi paesi ispanici adottano la nuova concezione di sovranità, che da sola poteva legittimare l’Indipendenza, così come una forma repubblicana di governo.

Al mio ritorno da un lungo viaggio in America latina, al quale ho fatto cenno all’inizio, ricorderò ancora, davanti a voi, la forza e la durata nel tempo del messaggio ereditato dalla Rivoluzione francese che, nonostante un’analisi lucida, rimane ancora oggi potente, particolarmente in Uruguay, e anche in Messico, la cui società è alle prese con le forze ostili alla tradizione della laicità, peraltro fortemente storica in questo grande e fiero paese, e in Colombia, dove la letteratura ha molto contribuito a far rivivere gli ideali che ci sono così cari. Per quanto riguarda il Cile, straziato dalla sanguinosa dittatura di Pinochet, i suoi cittadini hanno trovato rifugio presso di noi nelle ore più buie della storia del paese, nel 1973 e dopo, ed è inutile rilevare come il legame con la Francia passi per riferimenti comuni dei quali noi oggi celebriamo le virtù.

Per tali motivi, in conclusione, credo di potere affermare che il messaggio rivoluzionario francese continua a nutrire quanto costituisce una vera eredità comune.

Quella di un modo di pensare, libero e consapevole.

Alain de Keghel

Parigi, 22 settembre 2017

1 In “Dictionnaire amoureux de l’Amérique latine”, Plon, Paris, 2005.

2 “L’Amérique latine et la Révolution française”, Jorge Amado, Paris, La Découverte, 1989.

3 Compagnon, Olivier, Université Paris III (IHEA) CREDAL.

4 Romero, Silvio (1851-1914), École de Récife, 1ère édition, 1883.

5 Verdo, Geneviève, “La règne du provisoire” in Annick Lempérière, p.83.

6 Enlightened Reform in Southern Europe and its Atlantic Colonies, c. 1750-1830, edited by Dr Gabriel Paquette. 


 

Versione originale: 

 

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