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Piero Boldrin

Per comprendere il fenomeno della Cavalleria, bisogna rapportarsi al fatto che essa, prima ancora di essere una istituzione storicamente definita, fu l’incarnazione della ricerca di un’idea di perfezione, la risultante di un Archetipo di Giustizia da riportare sulla terra.

Essenzialmente l’idea cavalleresca era legata a valori quali l’amicizia, la lealtà verso l’avversario, il rispetto per la parola data, la pietà verso il nemico vinto, la protezione verso i deboli, gli indifesi, gli orfani e le vedove, e di tutto ciò che poteva rappresentare il sostegno del Popolo di Dio.

 

Innestandosi su di una realtà religiosa, o collegata ad una fratellanza d’armi, si ha l’embrione di quello che sarebbe stato il delinearsi di questo complesso fenomeno, in ciò che si potrebbe definire il suo ingresso nella fase storica.

Per accedere alla comunità cavalleresca era necessaria una vera e propria iniziazione, conferita sotto la forma di una investitura spirituale, che comportava il superamento di prove atte a sondare la volontà e la capacità di adempiere agli obblighi che la condizione di cavaliere avrebbe comportato.

Tale investitura poteva avvenire sul campo, o da parte di un Signore, oppure da un Vescovo (Pontificale Romanum), oppure da un Cavaliere già consacrato, a conclusione di un tirocinio iniziato fin dall’adolescenza.

La preparazione del giovane cavaliere era complessa, ed iniziava infatti fin dall’infanzia1.

Partendo da tenerissima età, il ragazzo attraversava i tre gradi di damicellus (paggio), vassaletus (valletto), e armiger (scudiero), nel corso dei quali apprendeva non soltanto l’uso e la manutenzione delle armi, ma regole di cortesia e precetti religiosi.

Veniva quindi consacrato cavaliere intorno ai quindici-sedici anni.

La tendenza generale, tuttavia, considerate le mansioni pratiche che il cavaliere era chiamato a svolgere, era quella di ritardare il tempo dell’investitura intorno ai ventuno anni.

Per la sua natura religiosa, oltre che militare, la vestizione - com’era chiamata l’iniziazione cavalleresca - era già considerata alla fine del X secolo un “ottavo sacramento”.

Il candidato vi si preparava con una notte di veglia in armi nella cappella di famiglia, inginocchiato davanti all’altare.

Veniva poi purificato con un bagno rituale, confessato e comunicato.

Seguiva una messa solenne, al termine della quale avveniva la vestizione vera e propria, che consisteva nella consegna da parte del sacerdote della spada consacrata, degli speroni, dello scudo, della lancia e delle varie parti dell’armatura, che il giovane avrebbe indossato.

La cerimonia si concludeva infine con l’accollata o palmata, cioè con un colpo inferto con il palmo della mano dal padrino sulla nuca del neofita, o anche di piatto con la spada sulla spalla. Era consuetudine che il colpo fosse di una certa forza, tanto da far vacillare il ricevente.

Poteva essere anche il sacerdote a chiudere la cerimonia, invece del padrino, cingendo in vita la spada al candidato e rivolgendogli due semplici parole. “Sii Cavaliere”.

Veniva scelta solitamente per tale cerimonia, una ricorrenza religiosa di una certa importanza, come Natale o la Pentecoste, o anche di qualche santo, ma spesso avveniva sul campo, dove i giovani venivano impegnati in battaglia, nel loro battesimo di guerra.

Reputiamo degno di nota, dal punto di vista Tradizionale ed Iniziatico, il ricordare i cinque momenti della cerimonia d’Investitura del “Pontificale Romanum”, in quanto rappresentano veramente i Canoni carismatici della Trasmissione:

  1. Benedizione della Spada (sacralizzazione dell’Opera)

  2. Consegna della Spada (Forza Manifestatrice Divina)

  3. Collata (il Vescovo colpisce tre volte la spalla del postulante)

  4. Lo schiaffo (nella Collata viene colpito l’uomo vecchio per farlo morire, e lo schiaffo significa il riscuotersi dal sonno dello spirito)

  5. Imposizione degli speroni (i Cavalieri presenti consegnandogli gli speroni lo accettano ufficialmente).

Il motivo per cui venne avvertita l’esigenza di creare una nuova Cavalleria Celeste, costituita da monaci guerrieri, è dovuta alla decadenza morale ed alla vanità nella quale erano caduti i cavalieri.

Il primo nucleo di cavalieri che aderirono all’iniziativa di Hugues de Payns (sarebbero stati nove di numero, secondo alcune fonti) ebbe subito a Gerusalemme l’appoggio di re Baldovino, del patriarca e dell’alto clero, dei canonici del Santo Sepolcro: il re assegnò loro degli alloggi nel proprio palazzo, presso la moschea di AL-AQ-SA dove un tempo sorgeva il Tempio di Salomone, ed i canonici del Santo Sepolcro concessero loro di occupare le vastissime scuderie nel sottostante sotterraneo.

Il re e il patriarca provvedevano poi alle loro necessità materiali, avendo essi fatto voto di povertà assieme a quelli di castità e di ubbidienza ed a quello specifico della difesa armata dei pellegrini (circa nell’anno 1118-1119).

All’inizio la piccola comunità non aveva un nome definito (gli adepti sono nominati ora come “Poveri cavalieri del Cristo”, ora come “Soldati di Dio e del Tempio di Salomone”), né una regola propria (era infatti adottata quella di sant’Agostino), né infine una veste religiosa particolare.

Si può parlare di un ordine monastico in senso stretto, solo con il Concilio di Troyes, tenutosi nel 1128 sotto il pontificato di Onorio II, e da quel momento la comunità di coloro che ormai erano noti come Templari ebbe il riconoscimento ufficiale della Chiesa e si accinse a darsi una sua Regola, con l’aiuto di San Bernardo di Clairvaux2.

In un trattato non privo di forza poetica, intitolato Liber ad milites templi de laude novae militiae, il santo traccia il profilo ideale di una nuova cavalleria fatta di monaci-guerrieri, del tutto dimentica del mondo e integralmente votata alla causa della guerra agli infedeli e della difesa della cristianità. La militia saeculi, dice Bernardo, non è solo empia per la sua mondanità e per il suo folle darsi alle guerre fratricide tra cristiani: essa manca anche di quella virilità che si richiede al guerriero, e difatti si distingue per la cura accordata all’acconciatura dei capelli e dell’abbigliamento. Le pagine destinate alla satira del bel cavaliere laico - e quindi alla sferzante condanna proprio di quella cultura che si andava affermando nelle corti del tempo - sono durissime: le morbide mani chiuse da guanti di ferro, i bei profumati capelli coperti dall’elmo cesellato, la cotta di maglia di ferro lunga fino alla caviglia che ormai si cominciava a coprire (secondo un uso appreso forse in Oriente) di sontuose sopravvesti di seta colorata o trapunta, il grande scudo a mandorla ben dipinto, il cavaliere profano galoppa per prati in fiore verso la dannazione eterna.

Gli si contrappone punto per punto il Templare: egli non cura i capelli, che anzi porterà rasati in segno di penitenza e per meglio calzare l’elmo; non pensa ad avere un volto liscio e levigato, e al contrario si lascia crescere una barba incolta (secondo un uso vivo in Oriente, ma allora non seguito dagli occidentali); non porta vesti colorate né armi cesellate, in quanto la regola gli prescrive esplicitamente il divieto di dorature e ornamenti; non caccia se non animali feroci, dal momento che tale esercizio - oltre che simbolo della Pugna Spiritualis,nel sapere allegorico del tempo le belve sono sovente simbolo e figura del demonio - gli è utile per la guerra; è temibile al pari di un leone per i nemici, gli infedeli, ma dolce come un agnello per i cristiani. Il Templare è monaco, eppure uccide: ciò è ben triste , ammette (un po’ imbarazzato?) l’abate di Clairvaux, ben lungi naturalmente dal negare agli infedeli il diritto alla vita: peraltro, prosegue, la soppressione del pagano in armi si rende necessaria per difendere i cristiani e per impedire l’ingiustizia. Piuttosto che alla soppressione del nemico in quanto essere umano, il Templare deve por mente a sopprimere il male in ogni sua forma, e senza dubbio di male il pagano è in una qualche misura portatore: sia quindi un <malicidio>, piuttosto che un omicidio, la sua morte.

Se Bernardo ha dunque giustificato e addirittura lodato l’istituzione dei monaci-cavalieri, egli non ha in cambio per niente giustificato la cavalleria tout-court, né ha proceduto a un disegno di sua cristianizzazione integrale. Al contrario, proponendo la soluzione dei bellatores negli oratores, e addirittura prospettando una sia pure ardua e in certo senso paradossale soluzione della guerra stessa in termini di preghiera e di esperienza ascetica, egli ha formulato nei confronti della professione cavalleresca come fatto esistenziale e come “genere di vita” una condanna totale3.

La Regola si componeva di LXXII articoli, di cui riassumeremo brevemente i dati salienti:

Gli articoli dall’I all’VIII, contengono un importante ammonimento, oltre a costituire il processo verbale per il Concilio.

L’Ammonimento lo possiamo così riassumere. “Noi parliamo soprattutto a coloro che disprezzano seguire la loro volontà e desiderano con puro coraggio servire la cavalleria del sovrano Re e, dopo attenta riflessione, indossare la nobilissima armatura dell’obbedienza...

E dunque noi vi ammoniamo, voi che avete condotto finora una vita cavalleresca secolare, della quale Gesù Cristo non fu per niente causa, ma che avete abbracciato soltanto per umana convenienza, perché voi seguiate coloro che Dio ha scelto dalla massa della perdizione e incaricato con la sua dolce pietà della difesa della santa Chiesa, e perché vi affrettiate a unirvi a loro per sempre”.

Dal IX al XVI, sono trattati i doveri essenziali dei Templari, dove si possono notare influenze cistercensi, e che sono minuziosamente definiti.

E’ chiaramente definita la norma per l’ammissione: “E’ loro vietato di frequentare i cavalieri scomunicati; me se uno di essi sollecita la sua ammissione nel Tempio, i fratelli possono accoglierlo misericordiosamente, dopo l’assoluzione del vescovo...

Essi non possono accettare dei fanciulli, poiché è bene che siano in età di combattere, e non si pentano di essere entrati nell’Ordine troppo giovani”.

Gli articoli dal XVII al XXIII sono dedicati all’abbigliamento, e ci danno informazioni interessanti: “Le vesti devono essere di un solo colore, bianche, nere o grigie. Ma per tutti il Concilio sceglie i “bianchi mantelli”, simbolo della riconciliazione con il Creatore.

Questi bianchi mantelli significano una totale castità, che è certezza di coraggio e salute del corpo. Gli abiti devono essere semplici, sprovvisti di pellicce, a meno che non siano di agnello o di montone. E se qualche fratello presuntuoso ne sollecita uno più bello, gli si dia il peggiore. Quando i cavalieri vestono un abito nuovo, si dia il vecchio agli scudieri e ai servi, o meglio ai poveri.

Ciascuno avrà il suo letto con un capezzale (la coltre), un materasso (il sacco), un lenzuolo ed una coperta. Egli dormirà vestito della camicia e delle mutande sostenute da una cintura. Una luce illuminerà il dormitorio fino al mattino.

I fratelli porteranno i capelli rasi, la barba ed i baffi lunghi.”

Gli articoli dal XXIII al XXX interessano i pasti.

La regola definisce in seguito la vita conventuale (dal XXXI al XLIV). - Essa sottolinea nuovamente la necessità del silenzio.

I fratelli non devono attardarsi dopo compieta, ma dare rapidamente i loro ordini agli scudieri, poi andarsene a letto in pace. Il Maestro ed i cavalieri più anziani hanno il permesso di intrattenersi sul governo della casa.

I fratelli affaticati per il grande lavoro della casa possono essere autorizzati ad alzarsi dopo l’alba, ma a condizione che recitino tredici pater noster nel loro letto.

A tutti è formalmente raccomandato di non esagerare nelle astinenze (questi monaci erano anche dei soldati!) e di aiutarsi a vicenda.

Gli articoli dal XLV al L riguardano le colpe: se queste sono leggere ed eccezionali, il colpevole ne avrà leggera penitenza. Se esse sono troppo gravi o ripetute, egli sarà espulso dalla compagnia dei fratelli; non berrà, né mangerà alla loro tavola, in attesa di essere giudicato dal Maestro e dal Capitolo. Nei casi più gravi, sarà espulso dall’Ordine, come la pecora nera. - E’ vietato imprecare e calunniare. Quando un fratello verrà a conoscenza della colpa di un altro fratello, dovrà redarguirlo privatamente; alla bisogna ne informi un altro fratello. Se il colpevole persiste nel suo errore, lo si denunci in pieno Capitolo.

Ogni cavaliere avrà tre cavalli e uno scudiero - Le armi devono avere la stessa semplicità degli abiti - L’oro e l’argento devono essere esclusi dalle briglie, dalle staffe e dagli speroni. Se armi d’oro o d’argento vengono donate all’Ordine, sarà conveniente dipingerle.

E’ vietato ai fratelli cacciare animali, tranne il leone.

L’Ordine potrà possedere delle terre, degli uomini liberi e dei servi per farle fruttare, ed essere partecipe dei guadagni ecclesiastici (si noti come da questa attività si porranno le basi future della ricchezza dell’Ordine “inventarono l’assegno e la lettera di credito” che li porteranno in due secoli a diventare i banchieri d’Europa, e sarà la causa della loro rovina.

Ma questo sarà detto da altri e non è compito di questa relazione).

Si raccomanda in modo speciale di onorare e di avere cura dei fratelli divenuti vecchi e ammalati.

I fratelli non possono essere padrini, né avere comari o compari.

Quando uno scudiero od un aiutante chiedono di servire per un periodo limitato, devono versare delle garanzie pecuniarie per evitare che cambino opinione.

Un uomo sposato può divenire “associato” del Tempio. Se muore la metà dei suoi beni va all’Ordine, l’altra metà alla vedova per il sostentamento della sua vita.

Gli articoli che si susseguono sono di rilevanza relativa per un discorso in questa sede, però i più noti (dal LXX al LXXII), sono quelli che valsero tante critiche aspre ai fratelli, se non peggio: “Pericolosa scelta è la compagnia di una donna, poiché il diavolo, antico compagno della donna, ha deviato molti dal retto sentiero del Paradiso” - vietato quindi riceverne alcuna nelle case.

“Crediamo sia cosa pericolosa per ogni religione guardare troppo un viso di donna” - vietato ricevere baci se non dalla mamma, da una sorella, da una zia.

E’ interessante anche il giuramento cavalleresco che viene pronunciato all’atto della ordinazione-investitura, che qui riportiamo in appendice.

 

Io, cavaliere del sovrano ordine militare del tempio, prometto obbedienza e fedeltà  al mio Signore Gesù Cristo, al Suo Vicario Pontefice Romano ed ai Suoi Successori legittimamente eletti.

Prometto che difenderò i Misteri della Fede, i Sette Sacramenti, i Quattordici Articoli della Fede, il SImbolo della Fede, sia degli Apostoli che di Sant'Atanasio, il Libro del Vecchio e del Nuovo Testamento, con i commentari dei Padri della Chiesa, l'Unità Divina e la pluralità delle Persone nell'Unica Trinità.

Prometto sottomissione al Sovrano Maestro dell'Ordine ed obbedienza secondo gli Statuti di Nostro Padre San Bernardo.

Credo nell'eterna verginità, prima, durante e dopo il parto della Vergine Maria, figlia di Gioacchino e di Anna, della tribù di Giuda, della stirpe del Re Davide.

Sarò pronto a difendere la fede cristiana ogni qual volta sarà necessario.

Non venderò i beni dell'Ordine, nè li alienerò, nè permetterò che siano alienato o venduti da nessuno.

Non consegnerò le città e le fortezze dell'Ordine ai suoi nemici.

Non negherò il mio aiuto con le parole e le buone opere alle persone devote, soprattutto ai Monaci Cistercensi ed ai loro Abati, nostri fratelli e compagni.

IN fede, a Dio piacendo, e secondo la mia volontà, mi impegno a mantenere tutte queste promesse.

Che Dio ed i suoi Santi Evangeli mi aiutino.

L’accoglimento di un nuovo fratello nel Tempio è una cerimonia quasi altrettanto emozionante quanto la designazione del Maestro. Essa evoca irresistibilmente quella miniatura della ricerca del Santo Graal dove si vede un cavaliere inginocchiato a mani giunte davanti all’altare. Mescolanza di riti propri della vestizione cavalleresca e dell’iniziazione, essa introduce un nuovo fratello in un mondo nuovo, in una vita più alta nella quale possa redimersi dei suoi antichi peccati.

Nella cappella della Capitaneria, il Capitolo è riunito.

Il Capitano chiede se qualcuno si oppone all’entrata del nuovo richiedente. Se tutti tacciono, egli lo fa chiamare e condurre in una stanza vicina al Capitolo, dove due o tre probiviri gli rivolgono delle domande preliminari e ad un tempo gli insegnano che cosa dovrà rispondere.

Essi devono insistere sulla durezza della disciplina e sulle sofferenze che dovrà sopportare. Se, dopo questa esortazione, egli persiste nella sua decisione, i saggi entrano nel Capitolo e riferiscono al Maestro l’esito del colloquio. Allora questi chiede: “Volete che lo si faccia entrare in nome di Dio?” E l’uditorio risponde: “Fatelo entrare, in nome di Dio”.

Il nuovo fratello è allora introdotto; si inginocchia davanti al Maestro e dice umilmente: “Signore, io sono venuto davanti a Dio, davanti a voi e ai fratelli, e vi prego e vi imploro, per Dio e per Nostra Signora, che voi mi accogliate nella vostra compagnia e nel favore della casa, come colui che vuole essere per sempre servo e schiavo della casa”.

Il Capitano risponde:

Mio buon fratello, voi chiedete una cosa ben grande, poiché non vedete della nostra religione che la scorza che la riveste esternamente. Perché la scorza è tale che voi ci vedete possedere dei bei cavalli e delle belle vesti, e così vi sembra che vi troverete a vostro agio. Ma voi non conoscete i duri comandamenti che vigono all’interno: poichè è gran cosa che voi, che siete padrone di voi stesso, diveniate servo degli altri.

Perchè, con grande pena, voi non agirete mai secondo i vostri desideri: se voi vorrete andare nella terra che è al di qua del mare, vi si manderà al di là; se voi vorrete risiedere ad Acri, vi si manderà nella terra di Tripoli o d’Antiochia o d’Armenia, o vi si invierà in Puglia o in Sicilia, in Lombardia o in Francia, in Inghilterra o in Borgogna o in numerose altre terre dove noi abbiamo le nostre case o possedimenti. E se voi vorrete dormire, vi si farà vegliare; e se talvolta voi vorrete vegliare, vi si comanderà di andare a riposare nel vostro letto...

Quando voi sarete a tavola e vorrete mangiare vi si comanderà di andare dove si vorrà, e non saprete mai dove. Numerose volte dovrete subire delle ammonizioni. Ora considerate, mio buon fratello, se potrete sopportare tutte queste durezze”.

E se, nonostante questo solenne avvertimento, il nuovo venuto dice: “Sì, io le sopporterò tutte, se Dio vuole”, il Capitano precisa ancora: “Mio buon fratello, voi non dovete chiedere l’ammissione alla casa per avere signorie o ricchezze, né agi per il vostro corpo, né onori.

Ma voi dovete chiederla per tre cose: una, per evitare e abbandonare il peccato di questo mondo; l’altra per essere al servizio di Nostro Signore; e la terza per essere povero e fare penitenza in questo secolo, al fine di salvare la vostra anima; e tale deve essere l’intenzione per la quale voi dovete chiederla.”.

Egli aggiunge: “Volete essere per tutti i giorni della vostra vita servo e schiavo della casa?”.

Il nuovo fratello: “Sì, signore, se Dio Vuole4.

Mai nessun Ordine cristiano, ne siamo perfettamente convinti, ha lasciato così tanti punti oscuri e tanti dubbi come ‘L’Ordine dei Cavalieri del Tempio’.

Anche se si conoscono con certezza i fatti storici, le battaglie, i nomi dei 23 Grandi Maestri che si sono succeduti dal 1118 (Hugues de Payns) al 1314 (Jacques de Molay), intorno ad esso sono fiorite molte leggende, (dalle speculazioni sul Baphomet alla loro vicinanza con i Catari), e si è costituita fino dalla seconda metà del 1700, con il famoso discorso del Cavaliere Ramsay nel 1736 la base della Massoneria di Rito Scozzese Antico ed Accettato, con il 30° grado (cavaliere Kadosch), di simbolismo templareggiante, e nel Rito di York, americano, con il grado di Knight Templar.

Vi è un precedente, in Germania, con il barone Karl Gotthelf von Hund verso il 1760, o nel 1804 in Francia con Fabrè- Palaprat, o di varie consorterie non massoniche, che vantano una serie di trasmissioni sotterranee ed occulte circa il templarismo, che sarebbero state veicolate occultamente dal De Molay ai suoi successori. Non è nostra volontà né intenzione sviluppare un discorso in merito, ma nulla è possibile provare in maniera inequivocabilmente certa sul piano storico circa questi fatti, ai limiti della leggenda.

Si può più correttamente parlare di neo-templarismo, massonico e non, che ne ha sicuramente ereditato gli ideali cavallereschi e mistici.

Circa il famoso Baphomet, dianzi accennato, è stato supposto da più di uno studioso che non si trattasse di un idolo, ma di un’idea universale di affratellamento, volta a riunire in un’unica testa i due volti della civiltà, cristiana ed islamica.

Gli opposti, d’altro canto, sono sempre stati presenti nella speculazione filosofica templare, come i loro stessi emblemi dimostrano, a cominciare dallo stendardo bianconero detto Baussant o Beaucent, dal francese arcaico Vaucent, cioè “valgo per cento”.

Tant’è che i templari di lingua italiana lo chiamavano il Valcento.

La permanenza ininterrotta tra i musulmani, permise probabilmente ai Templari di radicarsi a tal punto nella realtà orientale, da intrecciare veri e propri scambi culturali con i circoli islamici più evoluti: con i sufi, con i dervisci, ma soprattutto con gli Ismaeliti dello Shayk al Jabal, il leggendario Vecchio della Montagna, con i quali sussistevano particolari affinità dottrinarie ed organizzative.

Sotto il profilo religioso, infatti, sembra che i templari fossero di vocazione gioannita, cioè cultori ed interpreti del più ermetico dei quattro vangeli, propensi ad una lettura più simbolica che letteraria delle verità della fede. A loro volta, gli ismaeliti si distinguevano dagli altri gruppi islamici per la convinzione che la lettura simbolica del Corano affrancasse il fedele dall’osservanza della norma. Analogie ancora più sorprendenti sussistevano poi sotto il profilo gerarchico e militare, tali da far apparire quasi speculari le strutture organizzative dei templari e degli assasi, la setta ismaelita detta degli assassini o hashishin, per la diceria secondo la quale fosse lo smodato consumo di hashish a determinare l’incondizionata sottomissione degli adepti alla volontà dello Shayk.

Entrambi gli ordini si fondavano infatti su di una doppia gerarchia, i cui gradi corrispondevano perfettamente tra loro: una gerarchia accessibile, composta di cavalieri per i cristiani e rafi per i musulmani, scudieri e fida’i, fratelli e lasik; ed una gerarchia occulta, superiore, ascendente dai priori o kabir ai grandi priori o da’i, fino al gran maestro o Shayk al Jabal. Va però detto che tali affinità - e gli stretti rapporti di comunicazione che ne derivarono - non indussero comunque mai i templari a cedimenti o patteggiamenti sul piano delle armi. La macchina da guerra del Tempio non venne mai meno al suo ruolo, che imponeva a ciascun cavaliere una disciplina disumana e una spietata fermezza di fronte al nemico.

Per terminare, riteniamo opportuno rifarci ad un concetto estremamente Tradizionale, che accomuna le Scuole Esoteriche di tutti i tempi e di tutte le età: una guerra contro se stessi, contro le proprie imperfezioni umane, che viene manifestata in una drammatizzazione esteriore, e che i musulmani, secondo la visione Sufi, chiamano la “Jihad”, o Guerra Santa.

Nella tradizione islamica, infatti, vengono distinte due jihad, o “guerre sante”: l’una è la Grande Guerra Santa, che è di ordine interiore e spirituale, l’altra è la Piccola Guerra Santa, quella che si combatte fisicamente contro un popolo nemico.

La “grande” sta alla “piccola” come l’anima sta al corpo; ed è fondamentale per la comprensione dell’ascesi eroica (quella praticata da tutti gli ordini combattenti, di qualsiasi fede siano) intendere che in determinate situazioni le due cose divengano una sola: la Piccola Guerra Santa diventa il mezzo attraverso il quale si attua la Grande Guerra Santa e, viceversa, la guerra esteriore diventa un’azione rituale che testimonia la realtà del combattimento interiore.

La Grande Guerra Santa è la lotta dell’uomo contro i nemici che porta in sé.

Più esattamente, è la lotta del principio più alto dell’uomo contro tutto quel che vi è in lui di soltanto umano, contro la sua natura inferiore e ciò che è impulso disordinato e attaccamento materiale. E’ la premessa indispensabile per l’ascesi e l’unione con Dio nella Via dell’Azione, che prevede l’identificazione dell’adepto con un’entità (un Dio) che agisce e combatte. In molte immagini allegoriche, la Grande Guerra Santa viene spesso raffigurata come il combattimento contro uno o più mostri: Sigfrido che uccide il drago, Ercole che affronta le dodici fatiche, e così via.

Nel mondo dell’ascesi guerriera, la strada indicata, o anche prescritta, per realizzare questa Grande Guerra Santa è la “piccola” guerra, la guerra esteriore.

In questo senso, l’azione ha rigorosamente la funzione di rito sacrificale e purificatorio.

Le situazioni esteriori della vicenda guerriera determinano un affioramento del “nemico” (le debolezze interiori), il quale come istinto animale di conservazione, paura, inerzia, pietà o passione, oppone una rivolta e una resistenza che chi combatte deve vincere all’atto stesso di scendere in campo, per combattere e vincere il nemico esteriore.

Lo schema della duplice guerra santa si ritrova in tutte le culture e le idealità di tipo tradizionale: dai miti nordici che prevedevano l’ascesa al paradiso del Walhalla, per opera delle Valkirie, dai guerrieri caduti con la spada in pugno, alle dottrine Zen praticate dalla nobiltà guerriera giapponese dei Samurai. Nella tradizione romana, caratterizzata da una forte storicizzazione e politicizzazione del mito, il sacrificio bellico assumeva valore salvifico non soltanto per il singolo, ma per la stessa Urbs.

Nel proclamare l’imperativo “sacro” delle Crociate, San Bernardo aveva presente anche questa identificazione della guerra come “via di Dio”.

Nel suo scritto celebratorio dei Cavalieri del Tempio, De Laude Novae Militiae, si legge: “Non dimenticate mai questo oracolo: sia che viviamo, sia che moriamo, noi apparteniamo al Signore. Quale gloria per voi il non uscire mai dalla mischia, se non coperti di allori.

Ma quale maggior gloria è mai quella di guadagnare sul campo una corona immortale

....

o fortunata condizione, in cui si può affrontare la morte senza timore, desiderarla con impazienza e riceverla con animo fermo!”.

Al crociato si prometteva la gloria assoluta, simboleggiata secondo una rustica espressione del tempo, dalla conquista di “un letto in Paradiso”.

La stessa meta, insomma, che l’Islam prometteva ai suoi guerrieri con l’immagine del “ristoro” nel Paradiso di Allah.

Le forze che si fronteggiavano erano dunque accomunate - almeno in certi strati della “Cavalleria” superiore - da un medesimo ideale mistico. Circostanza che favorì certamente l’incontro dei nemici esteriori su un terreno di scambio culturale interiore, come pare sia avvenuto almeno nel caso dei Templari e delle scuole esoteriche dell’Islam5.

Ancora oggi, nonostante tutto, quest’ideale permane in coloro che ricercano con vero ‘Desiderio’ spirituale una realizzazione interiore in una qualche scuola iniziatica, e riempie ancora di speranza i nostri cuori il recitare, con San Bernardo, la prima frase del Salmo 115, che divenne il motto dei Templari:

NON NOBIS, DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

 

Note e Bibliografia

1 Franco Cuomo, Storia ed epopea della cavalleria, Roma, 1995, pag. 42

2 AA.VV., Storia e Leggenda dei Templari, Verona, 1997

3 AA.VV. L’Uomo Medievale, a cura di Jacques Le Goff, cap. “Il guerriero e il cavaliere” di Franco Cardini, Bari, 1987, pag. 86

4 Georges Bordonove, Il rogo dei Templari, Milano, 1973, pag. 82

5 Sebastiano Fusco, I templari e il dominio del mondo, in “Archeologia Proibita” (Rivista), n° 16, Roma, 2004

Per gentile concessione dell’Autore, Piero Boldrin. Tratto da: L’Ipotenusa, secondo trimestre 2010, Rivista ufficiale del Collegio dei MM. VV. del Piemonte e Valle d’Aosta.

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