Perché la musica è fondamentale per la preghiera ebraica

La tradizione ebraica insegna che la musica apre la porta alla connessione divina.

 

La musica è la più immateriale ed effimera di tutte le forme d'arte. Non possiamo vedere la musica, non possiamo afferrarla con le nostre mani, ma possiamo sentirla agire attraverso di noi e attraverso il mondo. Come tale, la musica rappresenta la nostra connessione con il divino, dell'uno con l'altro, e con il tutto. La musica è una preghiera senza parole che apre la nostra immaginazione alla fonte divina di tutta la vita.

Nel sistema numerologico ebraico noto come Gematria, il valore numerico delle parole per preghiera, tefillah, e canto, shirah, è identico. Da ciò possiamo vedere che la musica è una forma di preghiera e la preghiera è una forma di musica. Sono come due gambe del trono spirituale, che si sostengono a vicenda. Infatti, il Talmud ci insegna che musica e preghiera sono virtualmente sinonimi, dichiarando:

Dove c'è il canto, c'è la preghiera (Berakhot 6a)

Qual è la fonte di questo collegamento? È possibile che la musica possa aprire le nostre orecchie e il nostro cuore in modo che possiamo percepire meglio le sfumature e le sottigliezze del mondo che ci circonda? Se apriamo le nostre labbra e cantiamo i nostri canti imperfetti, possiamo connetterci con i canti divini di tutta la creazione? I nostri canti di preghiera possono aprire le porte del paradiso? Le nostre melodie possono svelare misteri divini?

La tradizione ebraica suggerisce che si può. I profeti dell'antico Israele si circondavano di musica, usando il suo potere per aiutarli a entrare in uno stato d’animo estatico. In una storia, il profeta Eliseo voleva ascoltare la parola di Dio, quindi chiese a un musicista di iniziare a suonare. Non appena il musicista suonò, iniziarono le capacità profetiche di Eliseo: "E quando il musicista suonava, la mano di Dio era su di lui". (II Re 3:15).

In un'altra storia, Saul, che non era ancora divenuto re, si unì a un gruppo di profeti e musicisti itineranti che suonavano un'arpa, un tamburo e un flauto per aiutare i profeti a entrare in uno stato di coscienza espansa. (I Samuele 10:5-6). Questi tre strumenti — arpa, tamburo e flauto — rappresentano i tre elementi paradigmatici della musica: armonia, ritmo e melodia. Unendosi al gruppo dei musicisti, Saul scoprì che questa esperienza musicale-profetica aveva permesso allo spirito di Dio di posarsi su di lui permettendogli di trasformarsi in un ish acher, una persona diversa, per trovare una realtà alternativa di se stesso in cui era divenuto capace non solo di profetizzare, ma di salire al trono d'Israele.

La musica, possiamo supporre, deve aver aperto le orecchie dei profeti, consentendo loro di sentire la voce divina che parlava attraverso di essi. La musica, in questo senso, ha funzionato come un'unità di ricognizione d'élite che s’infila attraverso i baluardi e le barriere difensive dei profeti, o come un amante dalle parole dolci che corteggia la sua amata. La musica ha aperto la strada al grande dono dell'amore divino, delle profezie che abbiamo almeno in parte conservato nelle parole della Torah e poi nella poesia e nella scrittura.

È possibile che la musica possa anche aiutarci a entrare in regni diversi e scoprire realtà alternative in cui potremmo raggiungere versioni migliori di noi stessi? La musica può aprirci alla nostra ispirazione e alle nostre preghiere come ha aperto i percorsi dei profeti?

Il maestro chassidico del XVIII secolo Nachman di Breslov suggerisce che potrebbe esserci rimasto qualcosa cui possiamo accedere da questa fonte di profezia. Un musicista sacro, spiega, è chiamato chazzan – una parola ebraica con la stessa radice della parola hazon, che significa "visione", e che è anche il termine moderno comune per un capo di preghiera. Il chazzan, ci dice Rebbe Nachman, «strappa il canto dal luogo dove i profeti si abbeverano».

Le melodie formano una scala divina che collega la terra con il cielo. In ebraico, la parola sulam significa sia "scala" sia "scala musicale". Forse la storia più famosa di un percorso verso il cielo è la storia della scala di Giacobbe, in cui il patriarca sogna una scala su cui gli angeli salgono e scendono. Gli angeli, secondo l'autorità medioevale di Maimonide, avevano una funzione essenziale: cantare.

La scala di Giacobbe doveva quindi essere una specie di scala musicale, con angeli melodici che salivano e scendevano insieme alle preghiere dell'umanità. Quando cantiamo, noi speriamo di condurre noi stessi all’esperienza di uno stato di elevazione, un assaggio del cielo, uno sguardo alle migliori versioni di noi stessi.

Essere un musicista allora significa essere un militante dello spirito. Ma la musica non fa questo da sola. Ci chiede di reagire, di aprirci, di cambiare insieme con lei. Dobbiamo permettere al suono del nostro canto di risvegliarci, di portarci all'azione positiva, di lasciare che la musica ci aiuti a svolgere il nostro lavoro nel mondo con sensibilità e grazia.

In definitiva, le melodie sono solo un mucchio di note: se sono fondamentalmente prive di significato o trascendenti dipende interamente da come scegliamo di ascoltare, da come scegliamo di dirigere le nostre intenzioni e se ci lasciamo congiungere alla musica. Il canto non è una fuga dalla vita, ma un tentativo creativo di ricordarci ciò che è ancora possibile. La musica ci offre, gradino dopo gradino, di salire verso il cielo, dove speriamo di scoprire la parte migliore di noi stessi, in modo da poter poi emulare quella santità nella nostra vita di tutti i giorni. Cerchiamo di trovare le nostre melodie, cerchiamo di trovare le nostre preghiere e consentiamo a noi stessi di dare vita al mondo.

Questo saggio è adattato da "The Torah of Music: Reflections on a Tradition of Singing and Song" di Joey Weisenberg. Traduzione di Barbara de Munari.

 

 

 

 

"Che cos'è l'Altra Parte?" insistette Brida.

"Noi siamo eterni perché siamo manifestazioni di Dio", disse Wicca. "Ecco perché attraversiamo molte vite e molte morti, uscendo da un punto che nessuno conosce e dirigendoci verso un altro punto parimenti ignoto. Devi abituarti al fatto che molte cose non sono, né saranno, mai spiegate. Dio decise di fare determinate cose in una certa maniera, ma il motivo per cui agì in quel modo è un segreto che solo Lui conosce".

"In qualsiasi caso, ciò accade" continuò la donna. "E quando gli uomini pensano alla reincarnazione, arrivano sempre a scontrarsi con una domanda molto ardua: se all'inizio c'erano pochi esseri umani sulla Terra, e oggi ne esistono così tanti, da dove provengono queste nuove anime?".

Brida tratteneva il respiro: si trattava di un quesito che si era posta molte volte.

"La risposta è semplice" disse Wicca, dopo aver assaporato per qualche istante l'ansia della giovane. "In alcune reincarnazioni, noi ci dividiamo. Proprio come i cristalli e le stelle, le cellule e le piante, anche le nostre anime si dividono.

"La nostra anima si scinde in due, e ciascuna di queste nuove entità si suddivide in altre due... E così, nel giro di alcune generazioni, ognuno di noi si ritrova ad abitare buona parte della Terra".

"Ma quale parte ha la coscienza di chi è? Una o tutte?" domandò Brida. Aveva in serbo molte domande, ma voleva affrontare un chiarimento per volta...

"Noi facciamo parte di ciò che gli alchimisti chiamano Anima Mundi, l'Anima del Mondo" disse Wicca, senza rispondere direttamente a Brida. "In realtà, se l'Anima Mundi dovesse soltanto suddividersi, si indebolirebbe sempre di più nonostante la diffusione e l'accrescimento. Ecco perché, mentre la nostra anima si divide, contemporaneamente si ritrova. E questo incontro si chiama Amore. Allorché si scinde, l'anima origina sempre una parte maschile e una femminile. È quanto si afferma in alcune trascrizioni del Libro della Genesi: l'anima di Adamo si divise, ed Eva nacque dall'interno di lui".

"In ogni vita abbiamo il misterioso obbligo di ritrovarci con almeno una di queste Altre Parti. L'Amore Sommo, quello che le ha separate, si rallegra per l'Amore che le unisce di nuovo".

"E come posso sapere chi è l'Altra Parte di me?". Ecco una delle domande più importanti che Brida si era posta nella sua esistenza.

Wicca sorrise. Se l'era chiesto anche lei, con la medesima ansia di quella giovane. Era possibile identificare l'Altra Parte di sé dal bagliore dello sguardo: sin dall'inizio dei tempi, era in questo modo che le persone riconoscevano il Vero Amore.

"Correndo dei rischi" disse "correndo il rischio dei fallimenti, delle delusioni, delle disillusioni, ma non cessando mai di cercare l'Amore. Chi persevererà nella ricerca, trionferà".

"Esiste una sola essenza della Creazione" disse "e si chiama Amore. L'Amore è la forza che ci permette di ricongiungerci, per condensare l'esperienza sparsa in molte vite e in molti luoghi del mondo.

"Dobbiamo reputarci responsabili dell'intera Terra, poiché ignoriamo dove si trovino le Altre Parti che siamo stati sin dall'inizio dei tempi. Se esse staranno bene, saremo felici. Se staranno male, soffriremo, anche se inconsapevolmente, una parte del loro dolore. Ma, soprattutto, noi abbiamo l'obbligo di ricongiungerci, almeno una volta in ogni incarnazione con l'Altra Parte giacché, sicuramente, la incontreremo lungo il nostro cammino, magari solo per qualche istante.

In qualsiasi caso, quegli attimi racchiuderanno un amore così intenso da giustificare il resto della nostra esistenza.

"Ovviamente è possibile che l'Altra Parte di noi prosegua per la sua strada: accade quando ci rifiutiamo di accettarla o magari non ci accorgiamo della sua presenza. In tal caso, avremo bisogno di una nuova incarnazione per rincontrarla e ricongiungerci a essa".

“Si tratta”, disse il rabbino, di una forma di identità liberata”.

E accennò brevemente al concetto di Gilgul, o Gilgul neshamot, il Ciclo delle anime, il concetto di reincarnazione o, meglio, di trasmigrazione (vita-morte-rinascita) delle anime secondo la Cabala ebraica, che si “reincarnavano” solo quando non avevano realizzato lo scopo della loro creazione nella loro vita passata.

Per la tradizione mistica ebraica le anime della maggior parte dei convertiti al giudaismo sono le anime reincarnate degli Ebrei delle generazioni precedenti, che furono tagliate fuori dal popolo ebraico volontariamente o involontariamente. Attraverso la conversione al giudaismo sentono, appunto, di tornare a casa. 

Hannah taceva e assorbiva le parole del rabbino come il deserto assorbe una goccia d’acqua.

Tutto era dialettica in movimento. Tutto doveva essere sempre e continuamente rimesso in discussione. I condizionali erano d’obbligo e così il continuo porsi domande e interrogativi e il discuterne con gli altri.

La spirale circolare doveva continuare a salire. L’identità ebraica era un fenomeno storico in evoluzione e il suo pluralismo ne costituiva una caratteristica essenziale e vitale, connotata da ispirazione, gratificazione, illuminazione dall’esperienza e creatività, del passato e del presente.

E Hannah andò, e camminò. A volte il cammino procedeva leggero, altre volte diveniva pesante, lento, faticoso.

A volte le sembrava di volare, altre volte le sembrava di muoversi piegata dal dolore, ma, tutte le volte in cui la tenebra calava davanti ai suoi occhi, impedendole il cammino, comparivano poi piccole scintille luminose, anime individuali, che le illuminavano nuovamente la strada.

 

La liberazione delle scintille divine, e delle anime, dai frammenti in cui sono imprigionate (e cioè il mondo materiale), comporta un’azione di separazione del bene dal male. 

L’importante è sapere che le scintille possono trovarsi ovunque e che dobbiamo saperle riconoscere…

La capacità di riconoscere la “luce”, in noi stessi e negli altri, e l’imparare a farla splendere, è fondamentale, in quanto contribuisce a completare la creazione di Dio e a migliorare il mondo. 

Perché ogni persona si trovava originariamente congiunta ad alcune altre in un'unica Anima cosmica, che è arrivata in seguito a scindersi in più parti attraverso varie incarnazioni: l'Amore è la forza in grado di ricongiungerle.

Perché là dove esiste un cuore pulsante, là dove esiste l’indagine di se stessi, il Signore è.

TESTI: Paulo Coelho de Souza, Brida

Barbara de Munari, La Storia di Hannah

MUSICA: Marco De Simone, Arrain

 

 

Il burattinaio Saul fa sognare gli abitanti del suo paese con le favole che inventa e mette in scena per loro.

L’avvento delle Leggi razziali del ’38 sconvolge la sua vita, come quella di migliaia di altre persone, ma non sopprime la necessità di dare voce ai suoi pupazzi. Continuerà a raccontare le sue storie alle persone che fuggono e si nascondono con lui, offrendo loro l’occasione per distrarsi, commuoversi, sorridere, nonostante la realtà inaccettabile che li circonda.

Lo spettacolo denuncia l'orrore della discriminazione e della persecuzione in senso universale. La vicenda narrata è ambientata alla fine degli anni '30 in un probabile paese della provincia italiana, quindi ha un riferimento storico ben preciso. La storia di Saul, piena di passione e speranza, vuole essere un inno alla vita, un monito a valorizzare l'esistenza nel rispetto di coloro cui è stata strappata senza motivo.

Il Touring Club della Campania celebra il Giorno della Memoria, istituito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 27 gennaio, per commemorare le vittime della Shoah, ospitando questa iniziativa nella Chiesa di Santa Maria de Lama a Salerno, sito del Progetto Aperti per Voi del Touring Club Italiano.

Giovedì 27 gennaio 2022, ore 18.

Qui un estratto del monologo recitato ieri sera, tratto dallo spettacolo

Noi Pupazzi - Una vita sconvolta dal razzismo

https://youtu.be/eVJLocAbyjg 

e qui una delle musiche composte e suonate dal Maestro Marco De Simone (video realizzato da ETICA A.C.) dal titolo

Una piuma è fatta per volare 

 https://www.facebook.com/demunari.barbaraalice.it/videos/2789075164726919

 

Lo spettacolo è stato selezionato alla VIII edizione di “InScena! Italian Theater Festival” di New York (2020, posticipata al 2021).

NOI PUPAZZI – STORIA DI UNA VITA SCONVOLTA DAL RAZZISMO

Durata: 55’ ca

Autore/Regia: Marco De Simone

Con: Marco De Simone

Scenografia: Marida Niceforo

Musiche originali: Marco De Simone (Con un brano di Claudio Baglioni)

Produzione: Associazione “Campania Danza”

Prima assoluta: Mediateca MARTE di Cava de’ Tirreni (Salerno), 23 dicembre 2018

 

Marco De Simone è un autore, attore, maestro di musica, diplomato in chitarra classica al Conservatorio G. Marcucci di Salerno, e compositore di musica.

Guitar Teacher/ Instructor presso Yamaha Music Europe

Ha studiato presso Università degli Studi di Napoli Federico II.

 

 

L'Eresia è una dottrina considerata come deviante da un’ortodossia alla cui tradizione si collega. Il termine – peraltro – viene utilizzato anche fuori dall'ambito religioso, in senso figurato, per indicare un'opinione o una dottrina filosoficapoliticascientifica o persino artistica in disaccordo con quelle generalmente accettate.

E qui le cose iniziano subito a complicarsi: spesso la neutralità di questa voce è stata messa in dubbio, presentando – per sua stessa essenza di definizione – seri problemi contestuali di discussione. Anche perché, dal punto di vista etimologico, "Eresia" deriva dal greco αρεσιςhaìresis, derivato a sua volta dal verbo αρέω (hairèō, "afferrare", "prendere" ma anche "scegliere" o "eleggere").

Sia in greco antico sia in ebraico ellenizzato questo termine non possedeva dunque, originariamente, alcuna caratteristica denigratoria.

Con le Lettere del Nuovo Testamento la neutralità del termine viene meno: in 1 Corinzi 11:19, Galati 5:20, 2 Pietro 2:1, haìresis inizia ad assumere dei connotati dispregiativi e ad indicare la "separazione", la "divisione" e la corrispettiva condanna.

Secondo Heinrich Schlier lo sviluppo in negativo di haìresis procede con l'analogo sviluppo del termine ekklesiahaìresis ed ekklesia divengono due opposti.

In ambito ebraico avviene qualcosa di analogo: sempre nel I secolo e.v. (in corrispondenza con l'emergere dell'ebraismo rabbinico ortodosso) il termine ebraico min (מִין, pl. מִינִיםminim; corrispettivo del greco haìresis) assume dei connotati dispregiativi e viene utilizzato per indicare sia i cristiani sia gli gnostici.

Il termine da un significato neutro assume in un secondo momento un valore negativo e passa a indicare una dottrina o un'affermazione contraria ai dogmi e ai princìpi di una determinata religione, o potere di stato, ed è sovente oggetto di "condanna" o scomunica da parte dei rappresentanti di tale potere. Non è il caso, qui, di ricordare tutti i sinodi volti a stabilire quali fossero le deviazioni dall'ortodossia e chi fossero veramente coloro che venivano considerati "colpevoli di eresia" (ovvero gli eretici).

 

 

Se eretico è dunque chi proclama con forza una propria scelta definitiva, "eresia" equivale pertanto a una scelta sia di credo sia di appartenenza, tra posizioni contrapposte, o spesso anche solo discordanti. Un'altra possibile interpretazione, legata al significato di "scelta", richiama il fatto che l'eretico è colui che "sceglie", cioè accetta, solo una parte della dottrina "ortodossa", rimanendo in disaccordo su altre parti.

In termini formali, il termine viene comunque usato per indicare un'opinione gravemente errata o comunque discordante dalla tesi più accreditata riguardo ad un certo argomento.

Naturalmente, a questo punto del ragionamento, nell'accezione negativa, il termine eresia è reciproco: pochi sarebbero disposti a definire le proprie credenze come eretiche, tendendo piuttosto a presentarle come l'interpretazione corretta di una determinata dottrina, e quindi come la visione ortodossa giudicata eretica da altri. E, tra i due fronti opposti, statisticamente parlando, mediamente l’accusa più gentile che gli ortodossi rivolgono agli eretici è quella dell’ambiguità.

In sostanza, ciò che costituisce eresia è un giudizio, dato in funzione dei propri valori; si tratta dell'espressione di un punto di vista, relativo a una consolidata struttura di credenze, convinzioni, acquisizioni morali.

Blaise Pascal in Pensieri si sofferma più volte sul tema delle eresie. Nel frammento 862 scrive:

[...] Dunque esiste un gran numero di verità, sia di fede sia di morale, che sembrano incompatibili e che sussistono tutte in un ordine meraviglioso. La sorgente di tutte le eresie è l'esclusione di alcune di queste verità, e la sorgente di tutte le obiezioni che ci fanno gli eretici è l'ignoranza di alcune delle nostre verità. E di solito accade che, non potendo concepire il rapporto tra due verità opposte e credendo che l'accettazione di una comporti l'esclusione dell'altra, essi si attaccano all'una ed escludono l'altra, e pensano che noi facciamo il contrario. [...]

Un altro esempio di verità e di contro verità è dato dalle tentazioni di Gesù descritte da Luca evangelista, quando Satana:

«Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; sta scritto infatti:

Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano;

e anche:

Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra".

Gesù gli rispose: "È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"».

Tuttavia, altrove, il lemma acquisisce un significato ben più ampio, configurandosi come, in una dogmatica universalmente o ufficialmente riconosciuta, la dottrina basata su interpretazioni personali in contrasto con la tradizione. Con buona pace degli enfatici e dei fanatici di ambo le parti.

Vi auguro di essere eretici, ha scritto Don Luigi Ciotti,Siate eretici perché eretico è colui che sceglie. …. Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa… Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze… Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza… Chi crede che solo nel noi, l’io possa trovare una realizzazione…

E qui l’idea dell’eresia come scelta e la scelta stessa della verità (ma quale?) unitamente alle “virtù” dell’eresia, costituisce un ossimoro che già di per sé dovrebbe spaventare. 

Sull’altro fronte, gli fa eco opposto Gilbert Keith Chesterton: «Le eresie consistono sempre nell’indebita concentrazione su di una singola verità o mezza verità…». E prosegue: «L’eretico (che è sempre anche fanatico) non è colui che ama troppo la verità; nessuno può amare troppo la veritàNon gli piace veder finire il suo piccolo, prezioso paradosso, che si regge solo con l’appoggio di una ventina di truismi, nel mucchio della sapienza di tutto il mondo».

Tutto ciò fa riflettere sulle opportunità infinite che abbiamo per esprimere il nostro sentire. E allora essere eretico, oggi, potrebbe voler dire amare la propria ombra, il femminile e l’ombra del pianeta, accoglierle come parti di noi, donando ciò che di più prezioso abbiamo: il nostro essere unici. Essere eretico dunque significa non avere paura della propria ombra e non avere paura delle proprie idee, delle proprie azioni, significa anche vivere profondamente radicati nelle radici, rappresentate dai nostri antenati.

Dante, nel Decimo Canto dell’Inferno, incontra gli “eretici”, coloro che – nella sua visione – hanno perso il legame con la propria anima e, andando contro il dogma della religione, giacciono in sepolcri infuocati (il fuoco, secondo la consuetudine del tempo, rappresenta la purificazione) e sono condannati a morire costantemente nel torrido inferno.

Eppure anche Dante, cattolico che, se pur con alcune incertezze, condivideva il lavoro di Tommaso d’Aquino e di Sant’Agostino, esprimeva pericolose simpatie verso ipotesi filosofiche e religiose che in quel lontano periodo potevano odorare di eresia. Anche Dante si dovette presentare davanti al Tribunale dell’Inquisizione e fu più volte accusato di eresia. I suoi amici settari del Dolce stil novo, i Fedeli d'amore, ebbero anch’essi problemi con l'Inquisizione (come anche Petrarca, il cantore de' casti amori), e fecero l'esperienza del rogo (come Cecco d'Ascoli il 26 settembre 1327).

Dante ghibellino, pur riconoscendo la Chiesa, voleva delimitarne il potere nel campo spirituale e lasciare all'Imperatore quello politico. Se la chiave di lettura della Commedia (che è lo scritto più violento che il Medio Evo e anche la post Riforma abbiano prodotto nei confronti di Roma) non fosse andata perduta,  coloro che volevano sapere avrebbero probabilmente evitato di essere accusati di eresia.

Questa drammatica disconnessione dell’anima, spesso destrutturata, è presente anche oggi ma, con un segno contrario a quello dantesco, connota invece il malessere sociale di chi lamenta la perdita del legame con la spiritualità e con il divino.

Chi sono gli eretici oggi? Sono “condannabili” come eretici quanti cercano quel divino che è in ognuno di noi, quanti ricercano il legame con la natura e con le relazioni, anche tra uomini, certo, ma anche tra la materia e il cosmo?

Nuovi “roghi” vengono accesi, nuovi “tribunali” vengono istituiti, ma se essere eretici significa non aver perso lo stupore, la meraviglia dei bambini, se significa guardare il mondo con gli occhi dell’anima e lasciarsi ammaliare dalla bellezza, allora possiamo vivere come eretici guardando la nostra interiorità e il mondo con occhi nuovi. Possiamo espandere la nostra coscienza, per portare nel mondo quell’autenticità che è propria della natura e quindi dell’uomo. Possiamo vivere ereticamente, concedendoci la libertà di essere e non di apparire. Perché eretico è il suono dissonante, è la pausa che va celebrata e rispettata perché vi sia una melodia.

E così si naviga a vista, tra modelli negativi e icone positive, conflitti e ambiguità, riconoscimenti e sillogi dei principali modelli di relazione dall’una e dall’altra parte – con la speranza di una migliore comprensione della specificità dell’una e dell’altra, al fine di una comune assunzione di responsabilità reciproca, e di un contributo etico e spirituale nei confronti del mondo. 

 

Giordano Bruno, su cui si potrebbe riflettere all’infinito, nel suo Sigillus, in lingua latina, introduce le tematiche decisive del suo pensiero, quali l'unità dei processi cognitivi; l'amore come legame universale; l'unicità e l’infinità di una forma universale che si esplica nelle infinite figure della materia, e il "furore" inteso come senso di slancio verso il divino.

A Oxford non gradirono quelle novità, come testimoniò venti anni dopo, nel 1604, l'arcivescovo di Canterbury George Abbot, che fu presente alle lezioni di Giordano Bruno: «Quell'omiciattolo italiano [...] intraprese il tentativo, tra moltissime altre cose, di far stare in piedi l'opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in realtà era la sua testa che girava e il suo cervello che non stava fermo».

Giordano Bruno sostiene l'infinità dell'universo poiché effetto di una causa infinita e – sapendo ovviamente che le scritture sostenevano tutt'altro – e cioè finitezza dell'universo e centralità della Terra, rispondeva alle accuse ne La cena de le ceneri: «Se gli dei si fossero degnati di insegnarci la teorica delle cose della natura, come ne han fatto favore di proporci la pratica di cose morali, io più tosto mi accosterei alla fede de le loro rivelazioni, che muovermi punto della certezza de mie raggioni e proprii sentimenti».

E ancora, in Spaccio de la bestia trionfante: «Quando aviene che un poltrone o forfante monta ad esser principe o ricco, non è per mia colpa, ma per iniquità di voi altri che, per esser scarsi del lume e splendor vostro, non lo sforfantaste o spoltronaste prima, o non lo spoltronate e sforfantate al presente, o almeno appresso lo vegnate a purgar della forfantesca poltronaria, a fine che un tale non presieda. Non è errore che sia fatto un prencipe, ma che sia fatto prencipe un forfante».

Occorreva tornare alla semplicità, alla verità e all'operosità, ribaltando le concezioni morali che si erano ormai imposte nel mondo, secondo le quali le opere e gli affetti eroici erano privi di valore, dove credere senza riflettere era sapienza, dove le imposture umane erano fatte passare per consigli divini, la perversione della legge naturale era considerata pietà religiosa, studiare era follia, l'onore era posto nelle ricchezze, la dignità nell'eleganza, la prudenza nella malizia, l'accortezza nel tradimento, il saper vivere nella finzione, la giustizia nella tirannia, il giudizio nella violenza.

Insomma, di tutto un po’, per rendersi sgradito a tutti o quasi…

«Li nostri divi asini, privi del proprio sentimento ed affetto vegnono ad intendere non altrimente che come gli vien soffiato alle orecchie delle rivelazioni o degli dei, o dei vicarii loro; e per conseguenza a governarsi non secondo altra legge che di que' medesimi». In Cabala del Cavallo Pegaso ad un vescovo.

Ma anche, nel De minimo: i composti «non rimangono identici neppure per un attimo; ciascuno di essi, per lo scambio vicendevole degli innumerevoli atomi, si muta continuamente e ovunque in tutte le parti». E: «Chi potrà ritenere che gli strumenti diano misurazioni esatte dal momento che il fluire delle cose non mantiene un identico ritmo ed un termine non si mantiene mai alla stessa distanza dall'altro?».

Alla fine Giovanni Mocenigo presentò all'Inquisizione una denuncia scritta, accusando Giordano Bruno di blasfemia, di disprezzare la religione, di non credere nella Trinità divina e nella transustanziazione, di credere nell'eternità del mondo e nell'esistenza di mondi infiniti, di praticare arti magiche, di credere nella metempsicosi, di negare la verginità di Maria e le punizioni divine.

Quel giorno stesso, la sera del 23 maggio del 1592, Giordano Bruno fu arrestato e condotto nelle carceri dell'Inquisizione di Venezia. Sappiamo come si svolse il tutto e con queste parole, alla fine, Giordano Bruno si rivolse ai giudici:

«Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam».

«Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla».

Ma la sua filosofia sopravvisse alla sua morte, portò all'abbattimento delle barriere tolemaiche, rivelò un universo molteplice e non centralizzato e aprì la strada alla Rivoluzione scientifica: per il suo pensiero Giordano Bruno è quindi ritenuto un precursore di alcune idee della cosmologia moderna, come il multiverso; per la sua morte, è considerato un martire del libero pensiero.

«He tried to tell us all the world was spherical, they burned his body, but not his soul», così canta il gruppo progressive metal statunitense King's X nel testo Pleiades.

https://www.youtube.com/watch?v=9DQNwdTNh9E

Chi ha paura oggi degli eretici? Molti.

Perché i nuovi eretici possono dare tanto nel campo della politica, della letteratura, dell’arte in genere, della filosofia, della scienza, sono curiosi, non irreggimentati, liberi mentalmente, diffidano delle classificazioni, sono “intempestivi”, oppure, chissà, troppo tempestivi.

Scrive l’immunologo, oncologo, etnofarmacologo Maurizio Grandi di Torino, Responsabile del Centro interuniversitario di ricerca per lo sviluppo sostenibile, citando il filosofo Arthur Schopenhauer: «Tutte le verità passano attraverso tre stadi. Prima vengono ridicolizzate, poi vengono violentemente contestate e infine vengono accettate dandole come evidenti».

E ancora: gli eretici di oggi lavorano «per tutelare e promuovere la libertà umana, in tutte le sue espressioni, per esplorare i territori di confine, per mischiare le carte, richiamando l’esperienza del passato ma aprendo nuovi orizzonti per il futuro, per incuriosire, per cogliere nessi per argomenti apparentemente distanti

Come avviene nelle fiabe più belle, guardando con la scoperta della fisica oltre l’orizzonte conosciuto, è più semplice credere nell’impossibile che nell’improbabile…

… E Arte e Scienza mettono in comune la Creatività, che ha spinto Bernini a sapere dell’ellisse di Keplero, Galileo a sapere di musica, Bergson a conoscere le idee di Einstein, i futuristi a indurre la forza del movimento, per uscire da una dimensione geometrica euclidea…

… Con le intuizioni che fecero vedere a Pasteur i microbi prima di averli scoperti, a Marconi le onde prima di avere fatto il telegrafo senza fili, ai coniugi Curie l’energia nucleare…

E in ogni scoperta il mondo, come in un granello di sabbia. E la curiosità di porsi domande, di indagare, con inquietudine e impegno. Con stupore e, poi, quasi con riconoscenza, e con lo stimolo a proseguire».

Gli eretici, insomma, sono ostinatamente “irregolari”, nel “tempo della malafede”. 

Alighieri Dante, Inferno, Canto X

Bruno Giordano, Cabala del Cavallo Pegaso ad un vescovo

Bruno Giordano, De minimo

Bruno Giordano, La cena de le ceneri

Bruno Giordano, Sigillus

Bruno Giordano, Spaccio de la bestia trionfante

Chesterton Gilbert Keith, La Nonna del Drago ed altre serissime storie

Ciotti Luigi, Siate Eretici

Grandi Maurizio, Corso di Alta Formazione in Antropologia della Salute nei Sistemi complessi

Grandi Maurizio, Templari - La ricerca di Saliceto

King’s X – Pleiades, https://www.youtube.com/watch?v=9DQNwdTNh9E  

Luca, Vangelo di

Pascal Blaise, Pensieri

Schlier Heinrich, αρεσις, in Gerhard Kittel (a cura di), Grande Lessico del Nuovo Testamento