C

iò che caratterizza il profeta è una vocazione particolare, soprannaturale e imperativa, che lo rende atto, mediante una forma di rapporto diretto con la divinità, a penetrarne le intenzioni e i disegni e che lo obbliga a renderli noti. Il profeta è essenzialmente un mistico.

Così definita, la missione profetica rappresenta l’esaltazione di una personalità “invasa” dallo spirito religioso.

I profeti per eccellenza sono i grandi fondatori o riformatori delle religioni; essi hanno un temperamento fortemente mistico, unito alla foga e alla capacità di agire.

Le persone soggette a queste manifestazioni erano “profeti” nel vero senso etimologico del termine, cioè “parlatori in luogo” di Dio, di cui essi si presentavano come interpreti o strumenti vocali, e il loro carattere morale, sia nell’antico profetismo sia nel nuovo, si riassumeva nei due capisaldi: fede e culto spirituale dell’unico dio Jahweh; pratica della giustizia individuale e sociale in virtù della religione di Jahweh.

 

Del primo caposaldo rendono testimonianza moltissimi episodi dell’antico profetismo: ne è una prova, ad esempio, quasi tutta l’attività di Elia.

Così anche del secondo caposaldo, sempre nel profetismo antico, esistono prove eloquenti: ad esempio, il profeta Nathan rinfaccia al re David il suo adulterio con Bethsabea e la sua ingiustizia nei confronti di Uria; mentre il profeta Elia redarguisce il re Acab per il suo misfatto ai danni di Naboth.

Spesso, poi, i due capisaldi si compenetrano: ad esempio, il profeta Achia predice a Geroboamo che succederà a Salomone nella maggior parte dei suoi dominii, in punizione dell’idolatria di Salomone, ma anche del suo fiscalismo oppressivo che gli aveva alienato gli animi di moltissimi sudditi.

 

In mezzo a quella società, essenzialmente teocratica, si faceva avanti il profeta, affermando che veniva da parte di Jahweh e per “parlare in luogo di lui”; da qui anche la sua autorità presso i suoi ascoltatori, i quali, come membri di una società teocratica, non potevano negare credito – almeno in teoria – al “parlatore in luogo di”.

Nulla perciò – sempre in teoria – sfuggiva alla sua autorità spirituale.

Davanti a lui, i re e i sacerdoti di Jahweh non valevano più del pastore che adorava Jahweh pascolando il suo gregge; la reggia e il tempio di Gerusalemme potevano riecheggiare delle invettive di un profeta che rinfacciava abusi e corruzione; il profeta poteva presentarsi improvvisamente in una festività pubblica e proclamare castighi divini, rinfacciando a tutti i comuni delitti o la colpevole negligenza per il decoro del tempio.

Il profeta era, infatti, l’uomo di Dio.

Ciò che diceva era un detto di Dio stesso, era un oracolo di Jahweh, e dunque la parola di Jahweh.

 

I profeti autentici, a differenza degli pseudo-profeti, furono spesso in contrasto con l’opinione pubblica, in forza appunto della loro missione.

Quando la purezza della religione jahvistica era inquinata da culti sincretistici e da pratiche idolatriche, quando il popolo riponeva una fiducia feticistica su oggetti e riti liturgici, il profeta proclamava che tutte queste cose non valevano nulla per se stesse e potevano essere distrutte e abolite da Jahweh, che solo ricercava attraverso di esse lo spirito e la purezza di cuore; quando, a scapito del carattere nazionale-religioso del popolo di Jahweh, si stringevano alleanze con potenti regni idolatrici, e quando agli austeri costumi del puro jahvismo subentrava la corruzione morale dell’individuo e dunque della società, il profeta interveniva, esecrando quelle alleanze, denunciando la corruzione, annunciando gli imminenti castighi divini sugli individui e sulla società.

 

Naturalmente, questa incessante censura dava fastidio e spesso, nonostante la sua indiscussa autorità morale, il profeta veniva ucciso: il parlatore in nome di Dio proseguiva imperturbabile a parlare, minacciando ed esecrando, e il popolo, a un certo punto, fingeva di dimenticare il carattere e la natura di quel parlatore e lo lapidava o lo rendeva oggetto di continue persecuzioni.

Era nota la prospettiva che attendeva il profeta nella sua missione e ciò può spiegare la titubanza o la riluttanza di qualche profeta ad assumere la missione profetica.

Amos mostra stupore per essere stato scelto come profeta, da pastore qual era; Giona manifesta una vera riluttanza alla missione profetica; Geremia si lamenta del peso del suo compito, vorrebbe quasi liberarsene, e chiama Dio il suo “seduttore” (Geremia, XX, 7-9).

Però poi tutti si arrendono, perché la “parola di Jahweh”, che costituiva l’impulso della loro missione, era “nel cuore come un fuoco divoratore, racchiuso dentro le ossa” (Geremia, XX, 9), cui nessuno poteva sottrarsi.

Poiché “… se il Signore Jahweh parla, chi non profetizzerà?” (Amos, III, 8).

 

Quanto vi fu di più nobile nell’ebraismo fu salvato principalmente dai profeti e da essi trasmesso alle epoche successive.

Di questa somma importanza spirituale erano consci i profeti, ma anche il popolo, tra l’uno e l’altro di quei suoi scatti furiosi che finivano con la lapidazione del profeta.

I profeti avevano più volte paragonato la loro missione a quella delle vedette che dall’alto delle torri spiano il nemico, o delle sentinelle notturne che vigilano sulla sicurezza dell’accampamento; così il popolo sapeva per esperienza che, nei momenti decisivi della vita nazionale, compariva inesorabile il profeta, che redarguiva, minacciava, correggeva, esortava.

E fu così che quando, con il tramonto del profetismo, quelle voci si udirono sempre più raramente e poi tacquero, il popolo rimase smarrito, e ripensò a loro con desiderio accorato, e ne venerò sempre più la memoria e i sepolcri.

 

Il profeta Isaia parla molto del futuro, però questa non è l’essenza del suo ruolo. L’essenza del ruolo in senso biblico è che il profeta è qualcuno che “parla nel nome di Dio” e il rapporto tra Dio e il suo popolo è basato su un’alleanza: “Il patto”. 

Il profeta è qualcuno che richiama il popolo di Dio a rispettare i termini dell’alleanza, stabilita da Dio.

Lo sfondo del libro di Isaia è il libro del Deuteronomio, che è la base della letteratura profetica poiché è il libro del patto dell’alleanza.

Le parole pronunciate da Isaia sono chiare e richiamano il popolo a rispettare questa Alleanza: “ Venite quindi e discutiamo assieme, dice l’Eterno, anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana”.

[“Discutiamo”, in termini ebraico-giuridici, significa “presentiamo la nostra causa” (Isaia 34:8)];

Poiché è il giorno della vendetta dell’Eterno, l’anno della retribuzione per la causa di Sion”;

(Isaia 41:11): “Ecco, tutti quelli che si sono infuriati contro di te saranno svergognati e confusi; quelli che combattono contro di te saranno ridotti a nulla e periranno”.

 

Isaia non è un libro facile da leggere, perché tanti sono i nomi: nomi di paesi, di regni, di popoli e spesso si fa fatica a capire il contesto storico.

Isaia comincia a descrivere la sua vocazione con il dire (Isaia 6:1): “Nell’anno della morte del re Uzziah, io vidi il Signore assiso sopra un trono alto ed elevato, e i lembi del suo manto riempivano il tempio”.

Per noi questa frase non ha significato, perché non sappiamo chi fosse il re Uzziah, e non sappiamo quando sia vissuto, ma è comunque molto importante (Isaia 7:14): “Perciò il Signore stesso vi darà un segno. Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio e gli porrà nome Immanu’el”.

Anche se questa è una profezia messianica, in realtà Isaia ha dato questa profezia al re Acar, quindi questa profezia è iniziata allora, in quel momento, e questo ci fa comprendere che la profezia di Dio è radicata nella storia e consiste principalmente nel rispettare il patto di alleanza.

Poi, affinché il momento della sua manifestazione tra gli uomini non si perdesse nel tempo mitico o fosse proiettato in un lontano futuro, Dio lo rivelò al profeta Daniele. Fu durante il suo soggiorno alla corte di Babilonia, nel 538 a.e.v., che gli fu predetto quando il Messia si sarebbe presentato, l’opera che avrebbe compiuto e il momento della sua morte.

Il testo sacro recita così:

Sappilo dunque e intendi. Dal momento in cui è uscito l’ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme fino all’apparizione del Messia, vi sono sette e sessantadue settimane di anni. Egli stabilirà un saldo patto con molti, durante una settimana di anni; e in mezzo alla settimana (sessantadue settimane di anni) il Messia sarà soppresso, nessuno sarà per lui. Egli (il Messia) farà cessare la trasgressione, metterà fine al peccato, espierà l’iniquità, stabilirà una giustizia eterna, suggellerà visione e profezia e ungerà un luogo santissimo” (Daniele 9:25, 27, pp. 26, 24 ss.).

La profezia è inoltre apprendimento, rivelato da Dio, della sapienza divina della Torah e della sua parte nascosta, la Qabbalah e il profeta è tale sia per elevazione intellettuale e spirituale sia per visioni di angeli e di manifestazioni divine o di Dio stesso, nella Shekhinah.
In questo senso, rispetto alla conoscenza ordinaria, la profezia introduce una “frattura”: la missione del profeta è diretta anzitutto al popolo, sotto forma di predicazione e di impegno di guida politica da parte del profeta.

Da questo punto di vista, inoltre, sembra non valere l’equazione tra profezia e predestinazione; il quadro provvidenziale, simbolo della prescienza divina, lascia spazio alla libertà dell’uomo, come mostra la profezia di Giona, nella quale la condotta umana (degli abitanti di Ninive, cui viene profetizzata la distruzione della città) “cambia” il corso degli eventi profetizzati – per quanto si tratti di un cambiamento comunque conosciuto da Dio dall’eternità.

Mentre, sul piano filosofico, la profezia incrocia argomenti quali la compatibilità tra prescienza divina e futuri contingenti, tra predestinazione e libero arbitrio, e la responsabilità morale dei propri atti.

Concludiamo con le parole di Isaia (Isaia 9, 1-6):

 

Il popolo che camminava nelle tenebre

vide una grande luce.

Su coloro che abitavano una terra tenebrosa

una grande luce rifulse …

 

 

Il processo del secolo a Parigi serve alla verità e alla memoria. L’attentato al Bataclan del 13 novembre 2015 ha prodotto la necessità di costruire un racconto condiviso come argine al terrorismo. Fondamentale è il ruolo «civile» dei testimoni nel procedimento giudiziario. L’8 settembre scorso si è aperto in Francia, con la prima udienza, il 'processo del secolo' per gli attentati terroristici avvenuti poco più di sei anni fa, nella notte del 13 novembre 2015, al Bataclan, allo Stadio di Francia e in alcuni caffè di Parigi che costarono la vita a 130 persone e le ferite di altre 350 vittime, cittadini di 26 diverse nazionalità. A rendere unico il processo non solo i numeri: il milione di pagine che conta tutta l’istruttoria o le ben 1.800 parti civili, il peso e il valore di un evento di questo tipo risiede piuttosto nella lunga scia di testimonianze, nelle deposizioni delle vittime, come è stato per la Shoah. Il ministro francese della Giustizia, Eric Dupond-Moretti, ha detto: «Il mondo intero ci guarda». Ma nel senso di voler imprimere nel processo un modello di virtù e una lezione per tutti; in analogia con quanto occorso in almeno altri due processi del XX secolo al cui centro sono state poste le testimonianze delle vittime. Il primo è quello che si aprì sempre in Francia nel 1998 a Bordeaux contro Maurice Papon, accusato di crimini contro l’umanità nel suo ruolo di funzionario del governo filonazista del maresciallo Philippe Pétain. Il secondo, reso ancor più celebre dai reportage di Hanna Arendt poi confluiti ne 'La banalità del male', è stato il processo svoltosi a Gerusalemme 70 anni fa ad Adolf Eichmann, contro l’ex SS-Obersturmbannführer accusato dell’omicidio di milioni di Ebrei. Il punto critico di queste operazioni, su cui dovremmo riflettere e discutere maggiormente, risiede nel paradosso di voler costruire una memoria collettiva e un discorso pubblico comune verso fatti di sangue, come genocidi e terrorismi, che non possono che produrre memorie confliggenti.

 

Dopo gli attentati: veglia e torpore

di Rav Haïm Fabrizio Cipriani

 

     L’effetto dello shock che ha seguìto i fatti di Parigi va progressivamente riducendosi, man mano che il tempo passa e la gente ritorna alla cosiddetta normalità.      Ma è proprio adesso, a mente fredda e cuore calmo, che bisogna sapersi interrogare. Sul passato, sul presente, sul futuro.

     Mi pare, infatti, evidente che quanto accaduto in Francia non sia un episodio isolato, ma appena la punta di un iceberg di qualcosa di molto più profondo e grave. Allo stesso tempo, abbiamo potuto osservare enormi movimenti di folla mentre la tempestiva azione del governo francese nell’affrontare la situazione di grave crisi sembra aver rassicurato molte persone.

     Ma è giustificato sentirsi rassicurati da questo? Il nostro istinto di sopravvivenza ci spinge in questa direzione, perché sarebbe difficile, altrimenti, vivere con la consapevolezza di un grande pericolo, mentre ogni essere umano ha bisogno di sentirsi fiducioso per costruire il proprio futuro. Ma l'Ebraismo si è sempre fondato proprio su una buona dose di sfiducia nei confronti degli istinti e delle inclinazioni naturaliLa Torah ci mette in guardia contro tutto questo dicendo:E voi non vi distrarrete seguendo il vostro cuore e seguendo i vostri occhi, dietro i quali vi prostituireste (Numeri 15:39). Ciò che si richiede all'Ebreo, quindi, è di essere sempre vigile e rigoroso riguardo a se stesso e alla sua capacità di negazione e di illusione.

 

     Purtroppo, sovente, gli Ebrei hanno avuto una visione alterata di quella che è la realtà. La Torah ci mostra, infatti, questo popolo liberato dalla schiavitù che passava la maggior parte del suo tempo a lamentarsi e a rimpiangere l’Egitto, il cibo abbondante e la vita tranquilla che vi trascorreva. Si trattava probabilmente di una idealizzazione del passato, che generava una visione ottimistica di un futuro in cui gli Ebrei, tornati in Egitto, avrebbero potuto essere accolti diversamente, in considerazione del fatto che la loro partenza aveva privato questo Paese di un elemento così importante. Come avrebbe potuto l'Egitto, senza gli Ebrei d'Egitto, essere l'Egitto? D’altra parte, il Faraone non aveva forse inseguito i figli di Israele per convincerli a tornare tanto erano importanti?

     Il popolo ebraico nel deserto continua, quindi, a essere attratto dalla calamita egiziana verso la quale desidera tornare, soltanto perché, a causa della durezza del suo lungo peregrinare, ha bisogno di idealizzare l’Egitto che in passato lo aveva accolto, nutrito, apprezzato. Dimenticava che a volte le cose cambiano irrimediabilmente. Questo è ciò che significa la Torah quando, dopo la morte di Giuseppe, dice: "Ma ecco che sorse in Egitto un nuovo Faraone che non conosceva Giuseppe" (Esodo 1:6).

     A volte i tempi e le condizioni sociali cambiano e un luogo che prima favoriva una vita ebraica diventa minaccioso e irto di pericoli. È lecito chiedersi se oggi qualcosa di simile non stia succedendo in Europa, in generale, e in Francia, in particolare.

     Una prima grande domanda che dobbiamo porci è: ma perché sempre gli Ebrei? Siamo ben consapevoli del fatto che tutta l’Europa subisca gli effetti di una crisi che non è esclusivamente economica, ma anche e, soprattutto, identitaria, una crisi che pare rimettere in questione la sua natura e le sue basi democratiche. Tuttavia, gli Ebrei restano sempre, a volte soli a volte in compagnia, nel mirino degli artigiani dell’odio. La risposta classica è: a causa dell’antisemitismo, che si nutre dei conflitti religiosi e intercomunitari, e a causa del conflitto israelo-palestinese. Questa risposta contiene, però, una profonda imprecisione, che sembrerebbe di natura puramente linguistica, ma che ha radici ben più profonde. Quando usiamo la parola "antisemitismo", commettiamo un errore fondamentale. Questo fenomeno che ci segue fin dall'antichità e non ci lascia andare, non è antisemitismo, ma antigiudaismo, che è tutt'altra cosa.    

     Gli Ebrei sono ben lontani dall’essere tutti “semiti”, così come molti semiti non sono affatto Ebrei. Gli Ebrei, cioè, sono presi di mira non tanto in quanto individui o membri di una classe sociale o di un gruppo biologico, ma proprio in quanto portatori e custodi di una cultura, l’ebraismo, che non è semplicemente una religione, né una politica di stato, ma piuttosto un modo di rivolgere il proprio sguardo verso il mondo e verso l’essere umano. Precisamente questo sguardo non è mai stato perdonato all’Ebraismo e agli Ebrei che ne sono i portatori. Come abbiamo appena visto, è in opposizione a noi stessi e ad alcune nostre inclinazioni, ciò che chiamiamo "il cuore" (posso solo raccomandare il lavoro di Monique Lise Cohen su questo argomento: "Gli ebrei hanno un cuore?" Pubblicato da Ed.Vent Terral).

 

     A partire da ciò, l'Ebraismo come cultura (e non solo come religione) si iscrive come forma di opposizione attiva alle diverse forme di idolatria, vale a dire le abitudini, le inclinazioni, il compiacimento che sono al "cuore" delle società umane. È questo aspetto del giudaismo che le società non hanno mai tollerato, poiché alimenta il pensiero libero e critico. L'Ebraismo è essenzialmente iconoclasta, distrugge gli idoli ideologici, non teme di mostrarne i pericoli, e nega l'onnipotenza dell'uomo, delle sue istituzioni, dei suoi princìpi e delle sue ideologie elevate al rango di Legge. Ecco perché, quando l'Ebraismo parla di idolatria, tratta di questo atteggiamento di resistenza alle norme e alle convenzioni della maggioranza, che va ben oltre un concetto strettamente religioso.

     Un ebraismo inteso in primis come pratica culturale (e non soltanto come religione da professare) finisce inevitabilmente per decostruire le diverse forme di idolatria, cioè le abitudini, le tradizioni e alcuni dei valori dominanti nelle società dei gentili. È, dunque, questo aspetto che le società non hanno mai tollerato perché foriero di un pensiero critico e libertario.

     L’ebraismo è per sua natura iconoclasta: distrugge gli idoli ideologici, non teme di mostrarne i pericoli e nega l’onnipotenza dell’uomo, delle sue istituzioni e di tutti i sistemi di pensiero che possiamo definire “totalizzanti”. 

 

     Contrastare l’idolatria significa proprio favorire un atteggiamento di resistenza alle norme e alle convenzioni della maggioranza, pratica che si spinge ben di là dell’ambito strettamente religioso.

 

        I Saggi hanno spiegato che la parola Sinai è simile alla parola Sin’à, odio (TB Shabbat 89a)sottolineando che questa caratteristica di resistenza e di autonomia dello spirito, che proviene dalla nostra tradizione, avrebbe necessariamente generato una reazione di odio presso gli altri, poiché l’Ebraismo è nella sua essenza spirito di protesta, di disobbedienza e di dissenso e, dunque, atto di resistenza. È per questo che l'imbianchino austriaco che tentò di sterminare gli Ebrei disse che la coscienza era un'invenzione ebraica. Perché l'Ebraismo ha sempre lottato per non permettere che le coscienze si addormentassero con slogan, parole compiacenti, vuote promesse e tutte le diverse strategie che le società e le istituzioni usano per dominare meglio gli spiriti.

     Come Ebrei, la prima risposta che dovremmo dare è quella che realizza questa essenza del giudaismo e la afferma nonostante tutto. È fondamentale che, oltre ad andare oltre la concezione esclusivamente religiosa della vita ebraica, si re-impari la sua forza iconoclasta e dissacrante, perché è questa che vogliono distruggere quando attaccano gli Ebrei, dal momento che l'Ebraismo è in sostanza protesta, disobbedienza, capacità di dissenso e quindi atto di resistenza, e questo si ritrova nella storia biblica fondativa così come nella vita ebraica.

     Il patriarca Abramo lascia il suo paese natale per sottrarsi al modello culturale mesopotamico che vuole che il destino di un uomo sia deciso dagli astri ed è immaginato dai Maestri come un uomo che frantuma letteralmente gli idoli del padre.

     Mosè uccide volontariamente un egiziano per porre l’accento sul fallimento di quel modello sociale che legittima l’ineguaglianza tra gli uomini.

     Prima di uscire dall’Egitto, gli Ebrei devono prendere e custodire per tre giorni un agnello, animale considerato sacro dagli egiziani, per poi sacrificarlo, allo scopo di uccidere simbolicamente l’idolatria in cui si bagnava tutto l'Egitto, compresi gli stessi Ebrei. Idolatria che significa soprattutto elevare a legge divina un modello sociale o politico che permetterebbe di schiacciare, dominare, umiliare l'altro negando la sua legittimità di essere.

     A livello di vita ebraica troviamo la stessa posizione critica. Investire tempo nello studio significa mantenere uno stato di ricerca nonostante una vita moderna sempre più consumata dalla ricerca del divertimento e dell'agio. Mangiare Kosher significa lottare contro una cultura edonistica in cui tutti i piaceri sono consentiti. Pregare significa soprattutto ribellarsi alla tendenza dell'uomo a vedere se stesso onnipotente, o a vedere gli altri uomini in questo modo. Non usare soldi per lo Shabbat è un modo per ribellarsi a tutti i costi alla società consumistica, dove gli esseri umani sono definiti solo dal loro potere d'acquisto.

     L'Ebraismo ha sempre funzionato come forza di resistenza contro ogni omologazione del pensiero e della pratica, e come rifiuto di tutte le idee ricevute.

 

     È quindi estremamente importante che oggi gli Ebrei sappiano essere all'altezza di questa tradizione, mantenendo uno spirito critico e una lucidità che li aiutino a comprendere ciò che tutti sappiamo, ma che tutti noi abbiamo difficoltà ad accettare e a verbalizzare, ovvero:

-Passando dall’antico Egitto alla situazione attuale, vediamo che il modello francese di integrazione è del tutto fallito e non è detto che si riesca a elaborarne uno nuovo prima che sia troppo tardi. Anche l’idea di laicità che è stata sostenuta in questi anni non ha avuto successo, probabilmente perché non è né realistica né ragionevole e, in taluni casi, viene applicata in modo inefficace, infatti, nonostante la proibizione dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, non è raro che nelle scuole della Repubblica gli alunni preparino il Natale per un intero mese scolastico. Questo discorso meriterebbe, naturalmente, un maggiore approfondimento, ci basti dire in questa sede che tale modello assimilazionista, in cui qualsiasi diversità è negata e soffocata nel nome di un malinteso senso dell’uguaglianza, quand’anche non venga ridotto a pura retorica, non possa comunque funzionare in un mondo in cui, al contrario, crescenti disuguaglianze sociali fanno sorgere sempre più la domanda di ricerca di identità, soprattutto tra i giovani che crescono lontano dalle proprie radici senza essere veramente integrati nelle società europee. Il modello francese chiede a ogni gruppo di negare la propria specificità e quindi la propria esistenza “particolare”, richiesta che oggi appare obsoleta e, in fondo, anche assurda. Inoltre, questo modello di laicità, basato su una netta separazione tra la sfera pubblica e quella privata, può difficilmente essere applicato a delle culture che, come l’ebraismo, non sono limitate al campo della religione, finendo quindi con il mettere in evidenza una profonda incomprensione di queste stesse culture.

-Anche dopo i fatti citati, non sembra che il governo e i cittadini francesi abbiano valutato la gravità del processo in corso. Per citare lo storico Georges Bensoussan: “si è fatto come il solito in questo Paese, abbiamo rifiutato di vedere e di dare un nome, abbiamo gettato la polvere sotto il tappeto. Non abbiamo fatto altro che rinviare l’esplosione”.

- Inoltre, nelle grandi manifestazioni che hanno seguìto gli attentati c’erano molti meno “Je suis Juif  che “Je suis Charlie, cosa che non è sfuggita alla stampa internazionale. Questo dimostra che, nonostante tutto, il fatto di essere assassinato poiché Ebreo è un fatto, certamente poco simpatico, ma che rientra nelle abitudini ed è quindi tollerabile, mentre non lo è, nel caso in cui vengano uccisi dei giornalisti (e per fortuna).

- La presenza di alcune personalità politiche all'interno della grande marcia parigina ci ricorda anche che le ragioni della politica prevalgono, e prevarranno sempre sulle altre, il che ha comportato nel recente passato un abbandono degli Ebrei con l'obiettivo di mantenere una pace politica e quindi economica con certe culture e certi paesi. Questa realtà difficilmente cambierà, se si considerano gli equilibri politici, sociali e demografici dell'Europa di oggi e di domani. Il fatto stesso che il presidente della Repubblica abbia affermato, subito dopo gli attentati, che i fanatici "non avevano nulla a che fare con la religione musulmana", mostra chiaramente questa priorità.

     Nel momento in cui i militari iniziano ad abbandonare i luoghi della nostra comunità con sguardo preoccupato e raccomandazioni alla prudenza, credo che sia fondamentale che gli Ebrei sappiano usare quest'arma fondamentale dell'identità che indubbiamente ha guadagnato loro molto odio, ma che è la base della cultura ebraica, cioè l'autonomia della mente e del dissenso.

     Ci sembra, infine, fondamentale che gli Ebrei non si facciano sedurre dagli slogan pronunciati con troppa facilità da alcuni membri del governo e dalle promesse rassicuranti che li accompagnano. Occorre considerare seriamente la possibilità che la Francia, come forse anche altri Paesi europei, possano non essere più luoghi sicuri per i cittadini ebrei. Se alcuni personaggi sono in grado di agire e perpetrare atti terroristici, ciò significa che l'intelligence francese (e forse anche di altri paesi) non è in grado di impedirlo, e dobbiamo abituarci all'idea di aumentare la percezione del pericolo.

     È essenziale non dimenticare che a volte la storia cambia e che, poiché gli Ebrei furono prima accolti e poi rigettati dall'Egitto, è possibile che l'Europa non sia più un luogo adatto per gli Ebrei.

     Queste sono verità dure, sgradevoli da sentire, certo, ma verità necessarie, a mio modesto parere. Non contengono risposte, perché offrirne una significherebbe voler essere un guru del pensiero. Ma questi sono i risvegli necessari per gli Ebrei di oggi, che hanno il dovere di interrogarsi non solo nei confronti di se stessi, ma per le generazioni che li seguiranno, e che rischiano di pagare il prezzo delle loro scelte attuali.

     Non sappiamo dove questi interrogativi ci condurranno, ma nello stesso tempo è bene continuare a interrogarci, senza il timore di dispiacere a qualcuno, né agli uomini né a Dio, che ha mantenuto in vita l’essenza del popolo ebraico.

       Questa essenza si fonda e si costruisce sul dissenso, strumento di vita e di crescita, e non sul consenso, questa rassicurante forma di idolatria che porta al torpore della coscienza. Non è una questione di sopravvivenza, ma qualcosa di più profondo.

     Sopravvivere significa vivere in superficie. Il vero problema è come sopravvivere in un contesto in cui sarebbe impossibile per gli Ebrei vivere ed esprimersi pienamente.

     Per poter rendersi conto della differenza tra questi due concetti, credendo di vivere quando si sopravvive, occorre agli Ebrei di oggi un lavoro e una riflessione profondi, per mantenere uno stato di vero risveglio, e non di torpore.

 

 

http://www.etzhaim.eu/dopo-gli-attentati-veglia-e-torpore/

 

http://haim.cipriani.free.fr/articles_et_podcast_045.htm#Article2

 

 

Itzehoe - Ottobre 2021 - L'imputata entra in aula come una diva sbagliata. È vestita interamente di bianco, il volto scavato è nascosto dietro a un paio di occhiali scuri, indossa un basco frivolo. Una mitragliata di flash la immortala davanti a un microfono che non accenderà mai. Irmgard Furchner ha 96 anni e ne ha passati due, tra il 1943 e il 1945, in un campo di concentramento vicino a Danzica a battere meticolosamente a macchina le atrocità che i nazisti infliggevano agli ebrei. L'ex segretaria del lager di Stutthof si aggiusta l'auricolare un paio di volte e poi tace ostinatamente. Furchner era la zelante tuttofare del comandante delle SS Paul Werner Hoppe; contava gli ebrei gasati, bruciati, fucilati o torturati e trasmetteva quei numeri, quegli ordini, al quartier generale delle SS. È la grande accusata a Itzehoe, città nella regione dello Schleswig-Holstein, di uno degli ultimi processi contro i criminali della Shoah. E non mostra il minimo segno di pentimento.

A settembre, quando era scappata da casa per evitare la prima udienza, le sue gambe, appoggiate adesso su una sedia a rotelle, erano sembrate sanissime. I poliziotti l'avevano riacchiappata vicino all'aeroporto. Era fuggita a piedi e aveva dichiarato, indispettita, di non volersi  far "umiliare" da un processo che potrebbe incriminarla per complicità nell'omicidio di 11mila ebrei sterminati a Stutthof. Da allora, l'ex segretaria nazista è sempre apparsa in aula, ma con un braccialetto elettronico attaccato alla caviglia. E sempre con quell'aria da diva offesa. Parafrasando Hannah Arendt su Adolf Eichmann, più che un mostro, una buffona. E le sue apparizioni da viale del tramonto difficilmente possono far dimenticare che, quando aveva diciassette anni, Furchner divenne una delle miriadi di rotelle nell'ingranaggio dello sterminio.

Quest'udienza, però, è diversa. È carica di tensione. Poco prima delle dieci di mattina, a un metro e mezzo dall'ex segretaria nazista, il giudice invita a sedere Josef Salomonovic, nato in Cecoslovacchia ottantatré anni fa, sopravvissuto a otto lager, tra cui Auschwitz. È arrivato da Vienna "per mio fratello e mia madre" ed è il primo testimone, il primo sopravvissuto a parlare al processo. Quando passò da Stutthof, aveva sei anni. Ogni tanto sua moglie gli sussurra qualcosa, "Pepek" lo chiama. E lui sventola in aula una foto del padre, a un certo punto la alza istintivamente in direzione dell'imputata, alla sua sinistra, senza mai guardarla in faccia. Lei non reagisce. Anzi, a un certo punto Furchner si addormenta. Il giudice è costretto a fare una pausa.

Quando l'udienza riprende, Salomonovic racconta dell'assassinio di suo padre. "Era in fila con altri prigionieri quando le SS chiesero se qualcuno avesse bisogno di un medico. I prigionieri polacchi non si mossero. Mio padre fece un passo in avanti, ma un polacco gli sibilò: "È una trappola!". Mio padre gli rispose: "Un ufficiale tedesco non mente". I tedeschi lo presero, lo portarono in una stanza e gli fecero una puntura di benzene dritta nel cuore".
Josef ricorda le umiliazioni del lager. La madre spogliata e rasata: "Quando mi girai a cercarla per farmi allacciare una scarpa mi prese il panico, non la riconoscevo più in mezzo a tutte quelle donne senza capelli". Fu lei a trovarlo, si chinò ad aggiustargli il laccio. Se lo teneva spesso tra le gambe per riscaldarlo. "Ricordo la fame, ma soprattutto il freddo" mormora.

Era la prima volta che incontrava Irmgard Furchner. "È stato orribile, avrei preferito che ci separassero", confessa. Al giudice, Salomonovic ha portato il certificato di morte del padre. Quello "probabilmente timbrato da lei". Salomonovic ha dormito male, ha preso un sonnifero prima di partire, "spero che anche lei abbia dormito male". E sulla sua colpevolezza non ha dubbi: "Era seduta in ufficio, indirettamente lo è". Sulle dichiarazioni ai magistrati della segretaria nazista non è trapelato nulla. "Posso dirle solo questo", dichiara l'avvocato di Salomonovic, Christoph Rueckel, "quando Furchner ha visto che la notizia della sua fuga era su tutti i giornali, ha gongolato". Tanti sopravvissuti, invece, non se la sono sentiti neanche di tornare in Germania, sopraffatti dai ricordi.

Furchner sembra confermare l'impressione che Hannah Arendt ebbe di Eichmann: "Colpiva la sua totale incapacità di vedere le cose dal punto di vista degli altri". E la totale mancanza di ogni senso di colpa.

"Non voglio esser messa alla gogna dell'umanità" aveva dichiarato l'anziana donna pochi giorni fa. Quello in corso ad Itzehoe in Germania non è l'ultimo processo a carico di persone coinvolte con i misfatti del Terzo Reich. Un processo è in corso anche nei confronti di un uomo di cent'anni, che dal 1942 al 1945 era impiegato come guardiano delle SS nel campo di concentramento di Sachsenhausen, non lontano da Berlino. L'accusa è simile a quella nei confronti della Furchner: complicità nelle operazioni di omicidio di massa.

 

 

Il lager di Stutthof in Polonia è stato il primo realizzato al di fuori dei confini tedeschi e  l'ultimo ad essere liberato dalle forze russe nel 1945. Gli storici stimano che in questo lager siano morte 65mila persone. All'inizio del conflitto qui veniva internata soprattutto l'intellighentia polacca. Le deportazioni iniziarono dal 1942, ma  solo due anni dopo, nel 1944, nel lager le SS deportarono donne ebree da Auschwitz e dai campi di lavoro dei Baltici. Le più frequenti cause di morte furono determinate da camere a gas, fucilazioni, impiccagioni, iniezioni letali, maltrattamento e malattie. Molti detenuti furono spinti dagli uomini delle SS contro le recinzioni elettrificate.

 

 

 

 

 

 

STRUMENTI

(MIQQETS – מקץ )

 

Yossef/Giuseppe è uomo di sogni.

All’inizio del suo complesso percorso di vita egli concentra la propria attenzione sull’espressione dei propri sogni, dove simbolicamente tutta la famiglia si inchina e si sottomette davanti a lui.

Questo comportamento egocentrico e privo di empatia causerà l’odio dei fratelli che tenteranno di liberarsene.

Più tardi però, dopo l’esperienza della violenza subìta da parte dei fratelli, poi della persecuzione ingiusta e della prigione, Yossef inizierà ad ascoltare e interpretare i sogni altrui, prima dei propri compagni di prigionia, poi del faraone.

Questa capacità, che salverà l’Egitto ma anche il suo clan, gli aprirà le porte di una vita nuova, dove egli si realizzerà ma soprattutto saprà elaborare il suo passato di sofferenza e riconciliarsi con la sua famiglia.

La maturità è anche una dimensione in cui, come Yossef, usciamo da noi stessi e sviluppiamo ascolto ed empatia per la vita interiore degli altri, accettando di essere anche strumento attraverso cui essi accedono alla loro verità interiore.

Proprio come lo Shammash, il “servitore”, la candela supplementare di Hanuccà il cui ruolo è di servire ad accendere le luci principali della festa.

In questa ultima sera di Hanuccà, un augurio per tutte e tutti noi di saper essere anche strumenti.

Strumenti di ricerca, di scoperta, strumenti di luce e di amore attraverso cui coloro che incrociano i nostri cammini possano avvicinarsi al loro centro e portare a loro volta luce nel mondo.

 

A questo link la trasmissione televisiva della Radiotelevisione Svizzera Italiana dedicata:

https://www.rsi.ch/la1/programmi/cultura/segni-dei-tempi/Haim-Cipriani-un-rabbino-e-il-suo-violino-14804988.html?fbclid=IwAR2P7uxf3z5AM2CGejwVYikfDPaMxWMarGSsWmUgu4UHmCn235inxHGRtLg

 

ATTIVITÀ ONLINE DI ETZ HAIM, il movimento per un ebraismo senza mura, APERTO A TUTTI: 

 

Mercoledì 8 dicembre ore 21 (online) – Studio del Midrash.

 

Domenica 19 dicembre ore 21 (online) – Studio di Talmud: Trattato Moed Qatan, la piccola festa.

 

Venerdì 24 dicembre ore 16 (online) – Qabbalat Shabbat, ufficiatura di Shabbat.

 

Domenica 26 dicembre ore 21 (online) – Lezione di ebraico.

 

 

Haïm Fabrizio Cipriani

 

 

http://www.ilfalcone.com/audio/LA%20MIN%20MONTATO%2002.mp3

Bach, concerto in la min 1041 - Adagio. Eseguito con il Cannone, violino appartenuto a N. Paganini, da F. H. Cipriani e l’Ensemble Il Falcone.

 

 

 

Un ringraziamento particolare ad Alain de Keghel, che ci ha segnalato questo libro, autobiografia di Patrick Kessel, il più giovane Gran Maestro nella storia del Grande Oriente di Francia.

I ricordi di un uomo che è stato membro dei gabinetti ministeriali sotto la presidenza socialista; finisce in prigione in Messico; sfugge all'attentato di rue des Rosiers a Parigi; conduce una delegazione di diverse centinaia di massoni ad Auschwitz insieme a suo padre, un sopravvissuto di questo campo di sterminio;  a Santiago del Cile apre segretamente la prima loggia della resistenza massonica sotto Pinochet; segue le orme del giovane Chang arrestato dalla dittatura maoista; copre la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo; viaggia attraverso l'Iran alla ricerca degli ultimi massoni braccati dalla Repubblica Islamica…

 

Il testo seguente, per la maggior parte, ripete la Prefazione di Marianne toujours! di Gérard Delfau, senatore onorario, direttore della collezione Débats laïques, Edition L'Harmattan:

Con Marianne toujours! Patrick Kessel, giornalista ed ex Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, ci propone un'opera la cui profondità e ricchezza non si può riassumere in poche righe. Come definire la sua opera? A prima vista si tratta di ricordi, il racconto di una vita di stupefacente pienezza e di una grande unicità di pensiero, anzi di ideale: 50 anni di impegno laico e repubblicano, ci dice lui stesso, nel sottotitolo. E, infatti, i capitoli dedicati alla sua azione a favore della libertà di coscienza, in Francia, si alternano agli incessanti viaggi che compie dalla Cina a Santiago del Cile, passando per Praga, Gerusalemme, Gaza, Mosca, Cotonou, Buenos Aires, tra l'altro, al fine di promuovere gli ideali della Massoneria e incontrare gli attivisti, a volte perseguitati, a volte tollerati, raramente riconosciuti, dai governi di questi paesi. "Tribolazioni", dice lui simpaticamente nel testo per alludere, senza volerlo spiegare, a quante di queste missioni implicassero rischi... Ma racconta anche di 50 anni di impegno a favore di una sinistra, di cui condivide le speranze e, più spesso, delusioni. Per le sue funzioni, è generalmente vicino ai leader politici, consigliandoli o ammonendoli, senza mai voler essere lui stesso in una posizione elettiva, nonostante diverse proposte che gli sono state fatte. Così si dispiega davanti ai nostri occhi una lunga storia. Da "l'avventura di sinistra" della sua giovinezza, poi "mitterandiana", seguita da quella che ho chiamato "la delusione Jospin[1] ", ci conduce, dopo l'intermezzo di Sarkozy, all'attuale cancellazione del PS e del "socialismo dal volto umano", a cui dedica alcune sue analisi. Ma che non si equivochi; non si tratta di un manifesto o della presa di posizione di un leader di partito, ma solo la testimonianza di un militante che non vuole arrendersi nonostante le avversità del momento. Lungo il percorso, la sua storia ci fa rivisitare episodi poco o mal conosciuti, come la candidatura di Jean-Pierre Chevènement, alle elezioni presidenziali del 2002, per la quale si impegna e si oppone alla sua componente di destra, in particolare quando rifiuta l' appello al voto per Jacques Chirac, al secondo turno, per eliminare Jean-Marie Le Pen. E leggeremo, ovviamente con interesse, la sua descrizione, a piccoli tratti, di un personaggio straordinario, François Mitterrand, che ha accompagnato fin dagli anni '80. Vi si vedrà un misto di ammirazione, e anche di fascino, ma anche prese di distanza, disaccordi e rimpianti per il debole coinvolgimento del Presidente della Repubblica a favore della laicità, in particolare durante il doloroso abbandono della legge Savary, durante i primi sette anni. Vedremo invece apparire nomi illustri come quello di Manuel Valls, allora Primo Ministro, il cui intervento potente e commovente all'Assemblea Nazionale all'indomani del barbaro attacco a Charlie Hebdo rimane nel ricordo. Questa cronaca di mezzo secolo di storia della sinistra sarà d'ora in poi indispensabile per chiunque voglia rivivere un periodo ingiustamente considerato dall'opinione pubblica.

Peraltro, l'essenziale non è questo. Il suo approccio è di un altro ordine: ciò che conta davvero per lui è il suo impegno massonico. Entrato giovanissimo nel Grande Oriente, seguendo l'esempio del padre, dedica la sua vita a questa causa. Vuole far conoscere questa organizzazione, la sua storia interna, il significato di iniziazione nella pratica delle logge, e il ruolo discreto, ma importante, che questa istituzione svolge all'interno della Repubblica dalla fine del XIX secolo e nel proseguimento del secolo dei Lumi. Possiamo anche dire che il suo accesso alla carica di Gran Maestro, nel 1994-1995, il suo tentativo di rinnovare il funzionamento della struttura, soprattutto propugnando la possibile adesione delle donne, con la levata di scudi che ha suscitato, siano al centro del libro. Lo si percepisce ferito e, tuttavia, ancora determinato a sostenere gli sforzi di coloro che, secondo lo spirito di Fred Zeller, pittore di talento, militante politico e notevole Gran Maestro, fanno vivere, a tutti i livelli, il Grande Oriente di Francia. Gli dedica molte belle pagine in cui evoca scene divertenti e personaggi noti e sconosciuti incontrati durante i suoi viaggi in giro per il mondo che danno un'immagine inaspettata dei massoni.

La sua storia sarà utile a tutti quelli che accolgono le giovani leve nelle logge, e che hanno il compito di tramandare l'eredità. E stimolerà la riflessione collettiva in questo momento di confusione e di dubbio. Questo per quanto riguarda la dimensione di memoria, o cronaca di un massone militante. Ma questo richiamo alle qualità autobiografiche della storia è ben lungi dall'esaurirne la ricchezza.

Infatti, ciò che più mi colpisce è l'appassionata difesa del principio di Laicità-Separazione, sancito dalla legge del 1905 e consustanziale alla Repubblica. L'autore denuncia le derive attuali, che coniugano gli accomodamenti di una presunta laicità aperta con tesi decolonialiste e razziste, provenienti da oltre Atlantico. In nome della parità di diritti per le donne e della libertà di coscienza, rifiuta la tentazione comunitaria, sullo sfondo dell'identità etnica e/o religiosa, con i rischi che essa comporta per la pace civile. E prende una posizione ferma contro l'islamismo politico. Questo ci è valso un resoconto dettagliato, dall’affaire del velo di Creil del 1989, segnato dagli errori di una parte della sinistra, agli attentati terroristici del 2015, compreso il sostegno alla Commissione Stasi e il voto della legge che vieta di indossare segni visibili a scuola, nel 2004. Con questa affermazione, che riassume la sua filosofia e getta luce sul titolo del libro: Ma gli islamici probabilmente non sanno che l’acacia, simbolo dei maestri muratori, rifiorisce sempre.

Non si limita, inoltre, alla lotta per le idee. Vuole essere un attore a tutti gli effetti. A tal fine ha fondato, con altre personalità, alla fine del 1990, il Comité Laïcité République, che oggi occupa un posto eminente nel dibattito pubblico. E ha creato, nel 1992, la loggia République, che rimane in prima linea in questa battaglia nell’obbedienza. Abbiamo condiviso insieme questi impegni.

Infine, al termine di un lungo viaggio e per congedarsi, evoca il ricordo del canto de la Marsigliese, uscito dalle bocche dei suoi Fratelli cileni, durante una rappresentazione clandestina a Concepción, poco dopo la morte di Salvador Allende, e fa queste osservazioni in forma di conclusione: “Da quel giorno l'ideale di una Repubblica universalista, laica e sociale ha occupato il posto centrale nel mio Pantheon. Un ideale comune alla Massoneria e alla Repubblica. Una coscienza che è una lotta continua. Era e rimane mio, nel mio impegno filosofico, politico e massonico. Il filo conduttore di una vita”.  Che è anche il nostro.

 



[1] Cfr. Gérard Delfau, Martine Charrier, Je crois à la politique, Éditions L’Harmattan, 2020.