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CONSIDERAZIONI SULLA PAURA

di Sylvie Pierre

Traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari

 

     Paura dei virus, paura della regressione sociale, paura dei conflitti e dell'insicurezza, paura del terrorismo, paura del riscaldamento globale, paura dello straniero... come cittadini ci troviamo in questo XXI secolo di fronte a nuove minacce. Considerando che avremmo potuto crederla sconfitta per effetto della modernità, la paura è sempre presente nella nostra società, in cui le ideologie e i discorsi allarmistici sollevano timori di un collasso planetario globale e creano disillusione. L'uso della paura sembra essere anche al centro dell'attività politica: essa può essere provocata, manipolata, strumentalizzata. Pertanto è necessario saper riconoscere i diversi processi che ci danno i motivi per essere spaventati. Perché se le logiche usate da tutti i mercanti di paura possono sfociare in un infantile desiderio di protezione, esse devono tuttavia suscitare in noi una lucidità attiva e la fiducia nell'essere umano.

Continuità e rotture

     L'antichissimo vocabolo paura (1200) deriva dal latino pavor che significa terrore, sgomento, paura. Nel corso dei secoli il termine è cambiato, ha perso di intensità e si è banalizzato. Attualmente, il termine copre una gamma di emozioni che vanno dalla paura e dallapprensione ai terrori più profondi (la paura della morte). La paura è quindi l'abitudine che si ha, in un gruppo umano, di temere una minaccia (reale o immaginaria).

     I Greci avevano divinizzato Deimos (il Timore) e Phobos (la Paura), cercando di riconciliarli in tempo di guerra1. Nel Medioevo, il cavaliere senza paura, supremo omaggio, era considerato un eroe. Questo archetipo del cavaliere senza paura, anche se non sempre irreprensibile, viene costantemente riproposto in contrasto con una massa reputata priva di coraggio. Molti romanzi sottolineano l'incompatibilità tra due universi opposti: quello del coraggio individuale dei nobili e quello della paura collettiva dei poveri. Tommaso Moro, che sfida la società del suo tempo, affidandosi però a una immaginaria Utopia, afferma che “la povertà del popolo è la difesa della monarchia. L'indigenza e la miseria tolgono ogni coraggio, abbrutiscono le anime, le predispongono ad accettare la sofferenza e la schiavitù e le opprimono fino al punto di togliere loro ogni energia per scrollarsi di dosso il giogo2”. Così le ragioni ideologiche del lungo silenzio sul ruolo e l'importanza della paura nella storia umana possono essere spiegate dal desiderio di esaltare il coraggio - individuale - degli eroi che governavano la società.

     Fu durante il Rinascimento che si fece più chiaro il legame tra paura e lucidità, una lucidità legata al progresso degli strumenti mentali. C'è quindi una relazione tra consapevolezza dei pericoli e livello di cultura, come lascia intendere Montaigne in un passaggio dei suoi saggi3. Possiamo constatarlo ancora oggi se guardiamo al profilo dei seguaci delle teorie del complotto.

 

     Come ci ricorda Jean Delumeau4, la paura è naturale ed è una componente principale dell'esperienza umana, nonostante gli sforzi fatti per andare oltre. Ci accompagna per tutta la nostra esistenza. Nello stesso senso, scrive Sartre: “Tutti gli uomini hanno paura. Tutti. Chi non ha paura non è normale, perché questo non ha niente a che vedere con il coraggio (Sartre, 1945)5. In Occidente, l'ancoraggio storico della paura permette di comprenderne meglio le sfaccettature e la sua evoluzione. Nel Medioevo e all'inizio dellera moderna, ad esempio, l'uomo era esposto alla morte in ogni momento (carestie, guerre, epidemie...). Nel XIV secolo, la peste fece un clamoroso ritorno contemporaneamente a un calo della produzione agricola, e a un deterioramento delle condizioni climatiche...  Una certa somiglianza con questo XXI secolo, in cui ci troviamo di fronte a un virus senza precedenti e al riscaldamento climatico globale, le cui conseguenze sono reali (inondazioni, siccità, cicloni, etc.).

     Ma, per secoli, i nostri antenati hanno visto la paura come una punizione degli Dei. La religione, inoltre, non mancò di avanzare profezie incerte proponendo rimedi per affrontarla. La pedagogia cristiana si basava sull'accettazione passiva della paura.

     Inoltre, la paura era mostrata con le innumerevoli evocazioni dell'inferno che perseguitavano l'immaginazione di pittori, predicatori, teologi e autori vari. La colpevolizzazione e la pastorale della paura sono state molto importanti nella storia occidentale per rafforzare nelle menti la paura di un giudizio finale con immagini di agonia. È proprio perché temeva la caduta nelle fiamme eterne che Lutero si era rifugiato nella dottrina della giustificazione della fede. I temi dell'insicurezza e dell'angoscia hanno come corollario inevitabile quello della morte. Tuttavia, l'ossessione per tutto questo è stata onnipresente nelle religioni e la volontà pedagogica della Chiesa poggiava sul peccato e sull'inferno. La Leggenda aurea, i misteri praticati davanti alle folle e l'arte religiosa in tutte le sue forme resero popolari la flagellazione e l'agonia di Gesù, la morte di San Sebastiano trafitto dalle frecce e di San Lorenzo bruciato su una graticola6... Da allora si sostituì un timore teologico a una paura naturale.

 

     Jean Delumeau distingue tra paure spontanee permanenti (paura del mare, delle stelle, dei presagi, dei fantasmi, etc.) e cicliche, ricorrenti periodicamente con pestilenze, carenze alimentari...  sentite da ampie fasce della popolazione, dalle paure riflesse, cioè scaturite da un interrogativo sulla disgrazia condotto dai capi spirituali della collettività, dunque prima tutto dagli uomini di Chiesa. Essi fecero un inventario dei mali individuandone gli agenti: i turchi, gli ebrei, gli eretici, le donne (in particolare le streghe) che divennero capri espiatori. Questa massiccia intrusione della teologia nella vita quotidiana della civiltà occidentale caratterizza la storia fino al momento in cui l'uomo si emanciperà e si libererà gradualmente dalla paura. Perché la paura è presente in ogni civiltà che sia scarsamente attrezzata per rispondere ai molteplici attacchi di un ambiente minaccioso. Ricordiamo che il mare è rimasto a lungo il pericolo numero uno, il luogo di paura per eccellenza. “C'è un tema più banale, ha osservato G. Bachelard, di quello della collera dell'oceano?7”. Aprendosi in lontananza, un tempo il mare conduceva verso paesi insoliti dove tutto era possibile e dove lo strano era la regola, uno strano spesso spaventoso. Dietro le esagerazioni a volte sbalorditive, si intuisce la paura dell'altro, cioè di tutto ciò che appartiene a un universo diverso dal nostro, anche se per alcuni avventurieri e esploratori, questi paesi lontani erano un'attrazione certa. A parte queste poche eccezioni, il ritrarsi davanti allo straniero in tutte le sue forme rimane l'atteggiamento più comune della massa dei popoli d'Europa nel Medioevo e nel Rinascimento.

     Che dire della paura del mare oggi, quando di fronte abbiamo immagini quotidiane di migranti, tra cui donne e bambini, che intraprendono la strada dell'esilio a rischio della propria vita. Se la maggior parte degli esseri umani può navigare in sicurezza su barche attrezzate, altri corrono i peggiori pericoli su barche improvvisate affrontando tempeste, diluvi, naufragi, annegamenti... Le terrificanti storie dei sopravvissuti sono degne de La Tempesta di Shakespeare.

Dai terrori ancestrali alla paura contemporanea

     Nell'era della postmodernità iperindividualistica, il mondo è caratterizzato da nuove paure.

     Da un lato, è necessario decostruire i meccanismi e i processi di costruzione di uno stato di fobia generalizzata, una forma moderna di paura hobbesiana, nel tempo dell'attuale dominio dell'ordine di mercato.

Lo “stato di guerra permanente” è mondiale ma questa guerra mondiale non è paragonabile alla Prima o alla Seconda guerra mondiale. La paura prende la forma dellinsicurezza interiore, del declassamento, della povertà estrema, in una parola, della lacerazione del tessuto sociale, a rischio di un ripiegamento su se stessi (famiglia, setta, comunità). È su questo terreno che i movimenti estremisti distillano razzismo, antisemitismo e xenofobia brandendo discorsi fondati sui concetti di “panico morale” o di “grande sostituzione”, dunque imponendo una forma di dittatura che si pone sopra la legge repubblicana.

     D'altra parte, il lontano, la novità e l'alterità fanno paura. Ma temiamo altrettanto il prossimo, cioè il vicino. Nei grandi complessi residenziali delle periferie, a volte anche nelle zone residenziali, le persone si ignorano da una porta allaltra  dello stesso piano o quartiere. Nell'universo di oggi, il sentimento dominante tra i vicini è l'indifferenza; ma c'è anche la diffidenza, quindi la paura degli altri. I comportamenti cattivi attribuiti allo "straniero", ad esempio, divengono poi stereotipi.

     L'uomo di una volta, soprattutto nel mondo rurale, viveva circondato da un ambiente ostile in cui incombeva in ogni momento la minaccia di incantesimi malvagi. Oggi resta la paura dei disordini ecologici, che sono divenuti la prima preoccupazione dei cittadini occidentali di fronte alle malattie infettive, al terrorismo o alla proliferazione nucleare. I discorsi apocalittici dei collassologi inondano molti movimenti ecologisti e annunciano che il collasso non è una minaccia lontana per il futuro dellumanità ma un processo irreversibile. Tutti questi movimenti coinvolgono modi di conoscere basati sull'intuizione piuttosto che sulla razionalità e troviamo credenze di vario genere anche nella questione climatica, che pure è molto reale. Si osservano poi fenomeni di adattamento collettivo ai rischi per indebolire la consapevolezza del pericolo, o al contrario una sensazione di panico sconsiderato per mancanza di lucidità e sangue freddo. Il nostro approccio massonico ci aiuta ad adottare un atteggiamento critico nei confronti di qualsiasi forma di ideologia.

     Dopo secoli in cui regnarono ignoranza e religione, ci siamo trovati di fronte a un problema già sollevato da filosofi come Condorcet (1743-1794). Quando la Repubblica si è costruita nel nostro Paese attorno ad un ideale ambizioso e ad una missione di emancipazione, i pensatori (uomini e donne) illuministi (Condorcet, Olympe de Gouges, etc.) hanno progettato una società che si organizzasse per sviluppare le conoscenze e le tecniche8. Il loro progetto era il miglioramento intellettuale dell'individuo attraverso lo sviluppo del suo pensiero critico. Il progetto della laicità era in embrione. Si dovette attendere un secolo prima che accadesse, il compito era molto difficile e numerosi erano gli ostacoli. Così nel XIX secolo, il secolo della fondazione della scuola pubblica, la lotta contro "le tenebre dell'ignoranza" costituisce l'essenza della missione della Scuola, che formava i giovani a divenire cittadini liberi e illuminati.

     Con la filosofia dell'Illuminismo si celebrava la marcia trionfante dello spirito umano e della libertà di coscienza. Certo, la natura delle paure è mutata. Durante la Rivoluzione francese, fu necessario superare l'ignoranza e il discorso si accontentò di articolare ragione/conoscenza/libertà/miglioramento morale e intellettuale. Liberati da essa, gli individui si sarebbero distaccati dunque dalle forze soprannaturali che li avevano schiavizzati e che li avevano guidati per troppo tempo. Per forze soprannaturali, i pensatori dell'Illuminismo intendevano l'emancipazione dalle religioni e da dogmi di ogni tipo.

     Forse abbiamo ancora bisogno della religione per affrontare il mondo moderno, come afferma Raymond Aron riprendendo l'analisi di Auguste Comte:

     «L'uomo ha bisogno di religione perché ha bisogno di amare qualcosa di là da se stesso. Le società hanno bisogno della religione perché hanno bisogno del potere spirituale, che consacra e modera il potere temporale e ricorda agli uomini che la gerarchia delle capacità non è nulla a fronte della gerarchia dei meriti9».

     Dagli anni '70, l'idea ottimistica del progresso ha perso il suo potere di attrazione. Il nostro mondo è dominato dal pessimismo10 e dalla desacralizzazione delle forme di sapere (Stato, scuola, medici...). Anche la vaccinazione, da tempo simbolo di progresso, alimenta le paure e alcuni non esitano metterne in dubbio la legittimità. Ormai l'esperto scientifico o l'ignorante possono comunicare tramite i social network e la loro parola ha lo stesso peso. Le modalità di comunicazione, per la loro immediatezza e la loro orizzontalità, alimentano la confusione, fino al timore di consumare carne o al rifiuto di farsi curare. Il complottismo è un fenomeno sociale importante in Francia: quasi otto francesi su dieci aderiscono ad almeno una delle maggiori teorie del complotto e più di un terzo crede in 4 teorie. Nella scienza, il 9% dei Francesi (e il 18% dei 18-24enni) sono pronti a mettere in discussione la rotondità del Terra11. Alcuni paesi non esitano a praticare la disinformazione per attizzare la paura12.

     Che cosa fare allora, senza trascendenza, per assicurare la libera adesione di tutti all'organizzazione della società e affrontare la realtà senza provare paura individuale o collettiva mentre ci confrontiamo, per esempio, con nuove epidemie o sfide climatiche? Questa domanda conduce al nucleo del senso dato alla responsabilità e al libero arbitrio, che è quello che consente in un certo modo il ​​nostro cammino massonico. Perché non si tratta di trovare rifugio nella religione e nei discorsi morali o addirittura moralisti come la punizione divina. La via sarebbe piuttosto quella di domare le proprie paure e quelle che ci circondano, meditare sul senso della vita e delle sue azioni e infine attraverso una paziente ricerca di serenità e di fraternità cogliere la realtà con chiaroveggenza.

 

Nel suo libro Le principe responsabilité13, il filosofo tedesco Hans Jonas ritiene che la paura possa divenire la base di una nuova etica e preparare il futuro con fiducia. La paura sarebbe allora una sorta di guida all'azione perché stabilisce e stimola la responsabilità individuale e collettiva; essa è un mezzo per prevenire, immaginandola, l'esperienza di un male futuro. La paura avrebbe due pilastri: sarebbe dell'ordine dell'intuizione e dell'ordine della ragione, attraverso la riflessione che essa apre alla possibilità di un pericolo razionalmente prevedibile e alle sue conseguenze. Prendiamo l'esempio del riscaldamento globale. La nuova regolamentazione volta alla trasparenza finanziaria deve incoraggiare le imprese, gli azionisti e i consumatori a privilegiare le aziende più virtuose. Così la paura responsabilizza. È la paura che genera in questi tempi di epidemia virtuosi progetti fraterni destinati a lottare contro la povertà o incoraggia i cittadini a impegnarsi in azioni a favore dei migranti? È la paura che spinge le società occidentali a impegnarsi nel cambiamento e a modificare i loro modi di produzione e di consumo? Una cosa è certa: le crisi costringono gli esseri umani a fare un passo di lato, a cambiare strada o, più radicalmente, a operare una metamorfosi di se stessi, come suggerisce il filosofo Bruno Latour14, per immaginare altri mondi.

     Da quel momento in poi abbiamo a disposizione due strade: l'immaginario del vivere insieme può essere minato, sottintendendo che le passioni che fanno sì che ogni essere umano abbia a cuore la vita nella società, trovino espressione solo nelle comunità separate le une dalle altre rompendo tutti i legami sociali. Questo percorso è quello del ripiegamento su se stessi con rischio di esplosione e frattura.

L'altra via è quella di una visione umanistica basata su leggi razionali, che contribuisca a ridurre sia la paura del diavolo, sia quella di una cultura selvaggia e pericolosa, per sviluppare l'intelligenza del cuore, che ci è così cara. La laicità è questa pedagogia che permette all'essere umano di padroneggiare le proprie passioni attraverso la conoscenza, di prendere le distanze dai tumulti della vita (incitamento all'odio, fake news, attacchi contro i nostri valori umanisti) attraverso la riflessione, mentre siamo impegnati nel mondo per un'umanità migliore e più illuminata.

A livello collettivo, lo Stato ha una missione che consiste nell'affermare e restituire alla Ragione tutto il suo valore di fattore di emancipazione. Lignoranza è un pericolo sempre presente nel XXI secolo, una specie di erba cattiva. Solo la conoscenza, il pensiero critico e la volontà di apprendere la complessità del mondo in cui viviamo possono sradicarla e permettere a ognuno di elevarsi e di agire.

 

Concludo con una riflessione personale. Sarebbe falso affermare che la paura, le nostre paure, non esistono. Dobbiamo quindi interrogarci sulle relazioni che possiamo intrattenere con loro. In effetti, la paura può essere dipinta sotto i tratti di un nemico. Un nemico familiare che dovrebbe essere sconfitto all'ombra della nostra più segreta intimità. Tuttavia, la paura non è - in senso stretto - il nostro avversario. In origine, risponde a una funzione utile: prevenire e agire in caso di pericolo, cioè preservare la vita. In questo, essa è protettiva, benevola. Non si tratta più allora di sconfiggerla, ma di comprendere l'origine delle sue manifestazioni. La nostra paura ha molto da insegnarci su noi stessi, soprattutto perché le sue parole sono generalmente messe a tacere, attutite e aspettano solo di schiudersi per dissipare a volte interamente le nostre paure. Una paura ben compresa può essere fonte di serenità psicologica e di creatività15. Compresa, la paura riprende dimensioni accettabili, non scompare del tutto, ma diviene una fonte di progresso: il progresso personale, perché proveniente da una voce unica dentro di noi, quindi giusta. Capire in profondità le nostre paure richiede uno sforzo, è quindi un atto creativo con il quale espandiamo tutta la nostra persona verso nuove direzioni. In loggia, l'apprendista impara a vincere le proprie paure affrontando le diverse prove, tra cui il gabinetto di riflessione, e sottomettendosi alla regola del silenzio. Può quindi iniziare un lungo cammino che lo libererà dalla paura e lo aprirà alla gioia.

 

 

 

 

Note

1 DELUMEAU (Jean), La peur en Occident, Ed. Fayard, 1978, p. 24.

2 MORE (Thomas), L'utopie, Ed. Stouvenel, 1945, p. 75.

3 MONTAIGNE, Essais, II chap. XI, p. 54.

4 D ELUMEAU (Jean), op. cit, p. 21.

5 SARTRE(Jean-Paul), Le sursis, 1945, p. 56.

6 MALE (Émile), L'art religieux de la fin du Moyen Age en France, Paris, 1931, p. 154 et suiv.

7 BACHELARD (Gaston), L’eau et  les rêves, 1947, p. 230-231 

8 CONDORCET, L'organisation générale de l'instruction publique, 1792.

9 L EBOYER (Olivia), Raymond Aron, lecteur d'Auguste Comte, Revue européenne des sciences sociales n° 2 (54-

2), 2016.

10 Voir l'enquête réalisée par l'institut américain Pew Research Center dans quatorze pays, 2020.

11 Enquête complotisme 2019 : Les grands enseignements.

12 CHARON (Paul) et JEANGÈNE VILMER (Jean-Baptiste), Les Opérations d'influence chinoises. Un moment 

machiavélien, rapport de l'institut de recherche stratégique de l'École militaire (IRSEM), Paris, ministère des

Armées, septembre 2021. Selon le rapport, 20 millions de citoyens chinois agiraient à temps partiel, à la demande, pour inonder les réseaux sociaux et créer l'illusion de mouvements spontanés. 

13 JONAS (Hans), Le principe responsabilité, Flammarion, Paris, 1979. 

14 LATOUR (Bruno), Où suis-je ? Leçons du confinement à l'usage des terrestres, La Découverte, 2021,192 p. 

15 DEVEREUX (Georges), De l'angoisse à la méthode dans les sciences du comportement, Flammarion, Paris, 1967, (édition originale en anglais), 2012.


 



 

 

 

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