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Categoria: Fondazione Robert Schuman
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IL GIORNO DELL'EUROPA È ARRIVATO?

 

di Antoine CIBIRSKI, diplomatico europeo, specialista del mondo slavo e scrittore. Traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari. Fonte: FONDAZIONE ROBERT SCHUMANN, 21 marzo 2022, Bruxelles.

 

«Ma la spada di San Vladimir non fa paura …Tutto passerà. Le sofferenze, i tormenti, il sangue, la fame e la pestilenza. La spada sparirà, ma le stelle resteranno anche quando le ombre dei nostri corpi e delle nostre opere non saranno più sulla terra. Non c’è uomo che non lo sappia. Perché dunque non vogliamo rivolgere il nostro sguardo alle stelle? Perché?».

Michail Afanas'evič Bulgakov - La Guardia Bianca - pubblicato sulla rivista Rossija nel 1924.

 

 

“ Il giorno dell’Europa è arrivato!” affermava un ministro lussemburghese nel 1991 all'inizio delle guerre jugoslave. Il contesto sembrava favorevole: una crisi inizialmente periferica, un relativo disinteresse da parte della Russia, il via libera degli Stati Uniti che spingevano anche l'Unione dell'Europa occidentale (UEO), la maggior parte delle cui attività sono state riprese dalla Politica di sicurezza e di difesa europea (PESD) , quindi dalla Politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC), ad intervenire. Il "perno" americano all'epoca non era ancora l'Asia, ma piuttosto la gestione della decomposizione del mondo sovietico, senza molto interesse per i Balcani occidentali. Per reazione, alcuni europei "frenavano" e temevano una sfavorevole ripartizione dei compiti: missioni di difesa collettiva "nobili" riservate alla Nato e missioni di pace, considerate "subordinate", all'Europa. Preveggenza strategica! Quattro anni dopo, conoscevamo i bombardamenti di civili, l'assedio di Sarajevo, i cessate il fuoco non rispettati, le mediazioni fallite, Srebreniça. Sperimentavamo le umiliazioni inflitte a una forza delle Nazioni Unite (UNPROFOR) con un mandato timoroso e regole di ingaggio eccessivamente restrittive. Gli inglesi e i francesi erano in questa situazione sul campo, ma non i tedeschi.

La pace di Dayton, che la sola Francia chiama "Dayton-Parigi" (una concessione formale di Bill Clinton a Jacques Chirac), era in gran parte una Pax americana. In campo americano, Richard Holbrooke aveva tirato le fila e deciso tutto, mettendo in un angolo senza tante cerimonie i leader europei tra cui Carl Bildt, Jaques Blot e Pauline Neville-Jones. L'Europa – come le Nazioni Unite o l'OSCE – non ne usciva bene; solo la NATO era stata più o meno e tardivamente all'altezza del compito, con efficaci campagne di supporto aereo, poi robuste forze di interposizione e di pacificatori (IFOR di 55.000 soldati). L'Europa era umiliata, disunita e disarmata. Rimase inefficace e poco presente anche durante la guerra del Kosovo del 1998-1999, segnata dagli attacchi aerei della NATO e, ancora, dalle forze di pacificazione dell'Alleanza Atlantica (KFOR di 50.000 soldati).

L'Europa doveva dunque cercare di riprendersi, di imparare la lezione dai fallimenti jugoslavi per raggiungere, tra il 1999 e il 2008, un momento davvero fertile e innovativo, un'età dell'oro di fermenti, non solo a livello intellettuale ma anche a livello di forze, di missioni e di strutture. Questo periodo è segnato da testi innovativi, lo spirito di Saint-Malo (dichiarazione franco-britannica del dicembre 1998, il vero punto di partenza della politica europea di sicurezza e difesa PESD), che invocava mezzi militari "autonomi e credibili" dell'Unione europea culminò nel Consiglio europeo di Helsinki: nel dicembre 1999 si decise di creare una forza d'azione rapida (FRRE) di 50.000-60.000 uomini che poteva essere schierata in 60 giorni per un periodo minimo di un anno, supportata da 400 aerei da combattimento e 100 navi. A questa FRRE si sarebbero potute aggiungere “forze multinazionali a vocazione prevalentemente europea” create a metà degli anni '90: European Corps, Euromarfor, Euroforce. Durante questo periodo, l'Europa era militarmente mondiale, con 23 operazioni e missioni europee in tutto il mondo (tra cui Aceh in Indonesia). Dal 2003 aveva una prima strategia di sicurezza europea, un corpo dottrinale coerente e visionario avviato da Javier Solana, in cui le nozioni di autonomia e sovranità europee apparivano già implicite.

Ma questo slancio si esaurì quasi simultaneamente. Lo spirito ricadde, le forze europee non furono mai impiegate nei conflitti, confermando così l'adagio "use it or lose it", valido anche per i Groupements tactiques (GTUE) creati nel 2006 con un livello di ambizione però molto più ridotto e limitato a 2.500 uomini. Le illusioni perdute si ripetevano regolarmente, durante le crisi in cui l'Europa non era mai in prima linea, se non a posteriori, per fare opera umanitaria, pagare, ricostruire e, se necessario, formare. Questo è stato il caso dell'Afghanistan e dell'Iraq. Abbiamo registrato una leggera ripresa nel 2008 (invasione della Georgia e mediazione del presidente Nicolas Sarkozy sotto la presidenza francese del Consiglio dell'Unione) e nel 2014 (prima invasione dell'Ucraina, creazione del format Normandia). Ma queste manifestazioni si limitarono a un piano diplomatico, mai valido in fase di prevenzione e ancor meno a livello militare.

Quanto alla questione delle relazioni strategiche con una Russia già ribelle e minacciosa, essa rimase sotto il monopolio esclusivo del dialogo russo-americano. I regolari tentativi francesi di rianimare un approccio europeo volto al rinvigorimento degli accordi, in rovina, sul controllo degli armamenti doveva scontrarsi con le risposte dilatorie e paradossali di partner timorosi. I quali si rammaricavano del duopolio USA-Russia in materia, rifiutandosi tuttavia di dare un contributo collettivo anche all'interno della NATO. Questo è stato il caso dell'OSCE nel 2008, con un'ambiziosa riunione ministeriale a Corfù che produsse testi minimi ad Astana solo nel 2010: la sua dichiarazione ministeriale è rimasta famosa per una formulazione spesso ripresa da allora da Sergei Lavrov, che stabiliva un principio di "sicurezza indivisibile ", utile per la propaganda contro l'allargamento della NATO e tuttavia smentito dalle azioni russe degli ultimi due decenni. L'Europa è stata quindi confinata a compiti di “soft power”, a un multilateralismo più o meno efficace e a tentativi di “dare l'esempio”, con scarsi effetti di follow-up sugli altri.

Tuttavia, la crisi economica e sanitaria le ha dato, a differenza delle crisi politico-militari, regolari occasioni di realizzarsi: nel 2008, dopo la crisi finanziaria, e molto più recentemente per la gestione della pandemia di Covid-19. Come spesso accade, l'Europa avanza solo stimolata dalla gravità della crisi. Dopo alcuni ritardi nella partenza, l'Unione europea ha fornito una risposta monetaria, finanziaria e di bilancio commisurata alla crisi sanitaria. Ha adottato un concetto di “autonomia strategica aperta” volto a ridurre le dipendenze in diversi settori (difesa, spazio, digitale, salute, energia, materiali rari) senza autarchia o protezionismo. Ha mostrato solidarietà con gli Stati più fragili. Ha compiuto nuovi passi nella sua integrazione economica togliendo un importante debito comune sui mercati.

La “messa in comune dei debiti” sembrava allora meno inaccessibile della “messa in comune delle testate nucleari”.

Perché questa "messa in comune delle testate" fu tentato. Nel 1995 il primo ministro francese, Alain Juppé, progettò “non una deterrenza condivisa, ma una deterrenza concertata con i nostri principali partner europei”. Il suo discorso non suscitò reazioni ufficiali, in particolare in Germania, paese destinatario per eccellenza. Dopo la Brexit, la Francia è l'unica potenza nucleare dell'Unione europea. Ma è sicuro che questo nucleare non-detto rimarrà tale ancora per qualche anno, nonostante l'accresciuta attualità della deterrenza. Ora, ovviamente, non sarebbe il momento di rimettere in discussione inconsapevolmente la validità della garanzia nucleare degli Stati Uniti.

L'AVVIO DELL'UNIONE EUROPEA

Negli ultimi cinque anni, il ritmo si è accelerato, così come gli avvertimenti, accompagnati da campanelli d'allarme finali, “wake up calls”. Il discorso alla Sorbona di Emmanuel Macron nel 2017, che metteva in evidenza "sovranità europea e autonomia strategica", inizia a trovare campi di applicazione. La presidenza Trump, i suoi dubbi sulla NATO e le sue amicizie con la Russia instillano dubbi anche tra gli atlantisti più ardenti. Eppure, una volta eletto Joe Biden, molti di quei dubbi cadono e molti in Europa preferiscono vivere con la confortevole illusione di una garanzia americana assoluta ed eterna. Né le condizioni del ritiro americano dall'Afghanistan, né l'AUKUS [AUKUS è un patto di sicurezza trilaterale tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, annunciato il 15 settembre 2021, N.d.T.] dovevano davvero svegliare gli europei che si condannavano a scomparire dal panorama strategico, nonostante gli sforzi francesi.

In questo contesto, la guerra russa contro l'Ucraina ha almeno il “merito” di innescare un vero e proprio sussulto in Europa. Un sussulto intellettuale per cominciare. La minaccia russa è stata spesso dimenticata, relegata, sottovalutata, almeno in Europa occidentale. Il nemico è la Cina, un “rivale sistemico”. La Russia non può che essere, nel peggiore dei casi, una potenza regionale marginalmente dirompente, con un PIL inferiore al Benelux! Gli avvertimenti, molteplici per due decenni, sono stati interpretati solo singolarmente, volta per volta, senza che fosse chiaro il filo conduttore comune.

Questi Europei hanno dimenticato le condizioni in cui il padrone del Cremlino è stato insediato al potere, "sbattendo i Ceceni nel cesso" nel 1999. Non ricordavano più le sue reazioni indignate nel 2004, durante le "rivoluzioni colorate" percepite esclusivamente come complotti alimentati dall'Occidente. Non hanno ascoltato il suo discorso a Monaco nel 2007. Nel 2008 sono stati sollevati dal fatto che la presidenza francese del Consiglio dell'Unione fosse riuscita a convincere Vladimir Putin a non "andare fino a Tbilisi per impiccare Saakashvili". Hanno dimenticato che c'era già stata una prima guerra in Ucraina nel 2014 che aveva portato all'annessione della Crimea e a un conflitto congelato nel Donbass. Con, in risposta, sanzioni deboli e prive di efficacia. Non hanno capito che la Siria poteva essere un banco di prova per l'esercito russo, come la Spagna lo era stata per le forze naziste, né che le forze di Wagner in Libia, nella Repubblica Centrafricana e in Mali potevano divenire una sorta di legioni Condor. Non hanno percepito la nuova tattica russa di soffocare le libertà e riprendere il controllo, in Bielorussia, come nel Caucaso meridionale e in Asia centrale (Kazakistan a gennaio). Hanno minimizzato la marcia costante, deliberata e spietata verso l'autocrazia con i leader dell'opposizione uccisi, avvelenati o imprigionati, una Memoria calpestata con la chiusura del Memoriale. Ogni colpo di avvertimento, annotato e cancellato nei conti delle perdite, era seguito dall’assopimento e dal ritorno alle proprie attività.

Alcuni trovarono circostanze attenuanti, in vaghi impegni verbali trent'anni prima o in sentimenti di umiliazione russi che erano molto pratici e troppo facilmente condivisibili. I partiti politici populisti hanno fatto eco ovunque in Europa, con compiacimento, trasmessi da social network, gruppi di troll e media sovvenzionati da Mosca. Le apprensioni ragionate dell'Est e del Nord Europa furono spesso anche percepite come esagerate o addirittura ossessive dall'Occidente. E poi c'era la NATO e noi stessi contribuivamo alla sicurezza del suo fianco orientale inviando alcune pattuglie aeree (di “enhanced forward presence” e “tailored forward presence”). Il soprassalto intellettuale europeo non era quindi per niente evidente.

Eppure è successo. La violenza e gli errori di Putin hanno dilapidato questi guadagni di propaganda in pochi giorni, cambiato la narrativa e reso, almeno per il momento, l'Europa vincitrice nella guerra dell'informazione.

Quando gli Americani ci hanno avvertito pubblicamente all'inizio di febbraio dell'imminenza di un'invasione russa, senza dubbio abbiamo comunque preferito vedere gli assembramenti alle frontiere come una classica manovra intimidatoria, cui sarebbero seguiti semplicemente attacchi informatici e qualche presa territoriale con azioni ibride, come nel 2014. A nostra (parziale, N.d.T.) discolpa, avevamo ancora in mente le precedenti manipolazioni americane dell'intelligence che avevano preceduto, e giustificato per alcuni europei, la guerra in Iraq. Gli Europei hanno cominciato ad aprire gli occhi con sorpresa e ad ascoltare con stupore, il 21 febbraio, le invocazioni di guerra di Putin nel suo discorso televisivo, che parlava non di un impero sovietico e bolscevico, ma dell'Impero russo, più probabilmente quello di Caterina II (con l'Ucraina, il Caucaso, i paesi baltici, perfino la Finlandia) che non quello di Pietro il Grande. Alla fine gli Europei si sono svegliati il ​​24 febbraio sotto i colpi dei cannoni in Ucraina. Sono stati in grado di rispondere in modo rapido, fermo e unito. È stato adottato un regime di sanzioni senza precedenti, 500 milioni di euro sono stati sbloccati in due giorni per fornire

armi letali alle forze ucraine per difendersi dall'aggressione russa, attraverso un Fondo europeo per la pace, sono stati rilasciati fondi per i rifugiati, l’Ungheria e la Polonia si sono unite, la Germania ha cambiato il suo rapporto con la difesa, annunciando un aumento della sua spesa militare annuale a oltre il 2% del suo PIL e lo svincolo immediato di 100 miliardi di euro per modernizzare il suo esercito. La Danimarca ha annunciato l'organizzazione di un referendum sulla sua adesione alla politica di difesa comune e la Finlandia e la Svezia intendono avvicinarsi alla NATO.

 

IL GIORNO DELL'EUROPA SI AVVICINA?

Al Vertice di Versailles del 10 e 11 marzo, questi progressi sono stati ripresi e le prospettive sono state tracciate. Ora si tratta di registrarli a lungo termine. “L'Ucraina fa parte della nostra famiglia europea” (dichiarazione di Versailles) ma la famiglia europea dovrà ancora superare debolezze, insidie ​​e illusioni. I dibattiti sulle consegne di armi, come le palinodie sui MiG 29, le domande sulle no-fly zone, cioè sulle zone di sicurezza, sono solo all'inizio. La questione degli idrocarburi russi e dell'indipendenza energetica rimane per ora delicata e richiede alla Germania di fare, questa volta, scelte più giudiziose e solidali di quelle fatte abbandonando il nucleare.

A breve termine, il fattore militare prevarrà necessariamente sulle tentazioni e costruzioni diplomatiche.

La ricalibrata "bussola strategica" dell'Unione europea, che dovrebbe essere adottata dal Consiglio Europeo del 24 e 25 marzo, si confronterà infatti con l'evoluzione della situazione militare sul terreno in Ucraina e le contingenze delle alleanze. Questa "bussola strategica" dovrà confrontarsi anche con le reciproche politiche di armamento degli uni e degli altri. Così come la difesa europea non significa acquisti privilegiati di armi francesi e/o europee, il rapporto transatlantico rinvigorito dalla crisi ucraina non dovrebbe significare l'obbligo di acquistare sistemi americani, compreso l'F35. Partner come la Finlandia e la Svezia, in mancanza della NATO a breve termine, potrebbero mettere l’accento sulle clausole di solidarietà europea e sull'articolo 42, paragrafo 7 del TUE, che è letteralmente più vincolante dell'articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico.

L'atteggiamento e l'intimidazione nucleare di Putin potrebbero prendere di mira più in particolare alcuni partner europei, tra i quali gli Stati baltici (il passo di Suwałki tra la Lituania e la Polonia che porta all'exclave di Kaliningrad) e persino membri dell'Alleanza. Il regolare accenno al chimico, al biologico e al nucleare, dal 21 febbraio, nei discorsi di Putin come di Lavrov, il passaggio a una prima fase di allerta nucleare, gli attacchi alle centrali elettriche, danno una certa idea delle intimidazioni a venire. Stiamo già cercando di prevenire questa salita estrema dei toni, con responsabilità, determinazione e sangue freddo (rapporto americano di un lancio di prova di missili balistici intercontinentali; ricordo del carattere nucleare dell'Alleanza atlantica da parte del ministro degli Affari esteri francese).

 

In questo contesto, le ambizioni spesso francesi in merito alla difesa europea e all'autonomia strategica dovranno integrare le esacerbate preoccupazioni dell'Europa centrale e orientale, la situazione americana esistente e le procedure per esercitare le garanzie nucleari nel nostro continente, forse per raggiungere un migliore equilibrio tra “Europa della difesa” e un vero e proprio “pilastro europeo della NATO”, mai tentato. Esiste, agli occhi di alcuni puristi europei e francesi, un assoluto antagonismo tra la PESD e il concetto NATO dell'Iniziativa di sicurezza e di difesa europea (ESDI). Dato l'attaccamento viscerale e rafforzato dagli eventi di molti dei nostri partner della NATO, da un lato, e i significativi progressi dell’Europa nella difesa e delle prospettive americane per riequilibrare le loro priorità, dall'altro, è giunto il momento di conciliare questi due approcci dando sostanza al “pilastro europeo”. Sarebbe assurdo per gli europei potersi esprimere collettivamente nell'Alleanza, come hanno fatto per lungo tempo con successo nell'OSCE, quando questa organizzazione era viva e fertile? Sarebbe anormale che il posto degli europei si riflettesse meglio negli organi e nelle procedure dell'Alleanza, e negli alti comandi della NATO (SACEUR aggiunto a rotazione europea, ancor più che SACT)?

 

In queste condizioni, l'“autonomia strategica” sarebbe senza dubbio molto più facilmente accolta e incoraggiata da tutti i partner europei nel campo della difesa. E gli altri settori, altrettanto imperativi, dell'indipendenza energetica, industriale e tecnologica offriranno ulteriori opportunità agli Europei per raggiungere un'autentica e credibile "autonomia strategica", con tutti i mezzi e l'esperienza rinnovati dell'Unione europea.

Come estensione del Vertice di Versailles, e accompagnando una soluzione alla guerra in Ucraina, “la spada potrebbe scomparire e le stelle rimanere”; un decennio di Europa potrebbe allora prendere forma.

 

 

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