In Russia l'intero panorama dei media è distrutto.

 

Intervista con Katerina Abramova, responsabile della comunicazione presso Meduza.

Meduza è un media in lingua russa con sede a Riga (Lettonia). 

Ha ricevuto il Premio di giornalismo franco-tedesco nella categoria “Premio speciale” nel luglio 2022.

Fondazione Robert Schuman, Intervista dall’Europa n°118, 12 settembre 2022.

Intervista realizzata da Stefanie Buzmaniuk.


[A cura di Barbara de Munari].

 

 

Quale ruolo giocano i media nell'informare la popolazione russa sulla guerra in Ucraina?

Nessun problema può essere risolto finché i cittadini non sono consapevoli dell'esistenza di questo problema. Se i media e i giornalisti indipendenti smettessero di dire la verità su ciò che sta accadendo in Ucraina, alcune persone sarebbero soddisfatte della propaganda di stato, altre non saprebbero nulla. Il governo russo pensava che la guerra non sarebbe durata più di sei mesi. Ma è ben lungi dall'essere breve e vittoriosa come Mosca aveva sperato, quindi la gente inizia a farsi domande. Alcuni analisti affermano che durante l'autunno alcune conseguenze si faranno sentire per i cittadini russi. Ad esempio, quando preparano i figli all'inizio dell'anno scolastico, devono pagare di più a causa dell'inflazione e delle conseguenze delle sanzioni. Per i media, è molto importante dare alle persone la possibilità di sapere ciò che veramente accade.

Perché hai scelto la Lettonia come luogo di esilio di Meduza?

Abbiamo lanciato Meduza in esilio otto anni fa, perché già allora era chiaro che il giornalismo indipendente non era il benvenuto in Russia. Per tutti questi anni, ci siamo preparati allo scenario peggiore. All'inizio non ci sentivamo in esilio: eravamo ancora liberi di andare e venire e alcuni reporter e giornalisti, che non volevano trasferirsi, vivevano ancora in Russia. Era come se avessimo semplicemente scelto di fondare un'azienda in un paese europeo per motivi come la sostenibilità, ad esempio. Anche la vicinanza ha contato molto nella scelta del luogo. Inoltre, è stato conveniente lavorare a Riga perché è una città di lingua russa: il 40% dei cittadini parla o almeno capisce il russo. Se uno dei nostri giornalisti non parla inglese, per lui è più facile adattarsi alla vita qui. È un posto molto carino in cui vivere, piuttosto che in una grande metropoli.

Otto anni fa, ritenevi che la libertà di espressione in Russia fosse limitata?

È stata limitata dopo che Putin è divenuto presidente. Dapprima il potere ha iniziato a emettere leggi contro i canali televisivi, poi contro altri media indipendenti. Il settore è stato limitato lentamente, passo dopo passo. Ciò è divenuto ancora più evidente dopo l'annessione della Crimea e dopo l'inizio della guerra nell'Ucraina orientale.

 

Ora che sei a Riga, puoi scrivere liberamente? La censura russa ti impedisce di fare il tuo lavoro?

Otto anni fa credevamo che le leggi repressive russe non avrebbero influenzato i media europei. Ma, ovviamente, tutto è cambiato. L'anno scorso siamo stati designati come "agenti stranieri" e abbiamo perso tutti i nostri contratti pubblicitari in Russia perché le società avevano paura di essere associate a qualcosa di politico e indesiderabile. Dopo l'inizio dell'invasione dell'Ucraina, Mosca ha imposto la censura sull’argomento guerra. Non siamo autorizzati a fare reportage in Russia. La nuova legge riguarda tutti. Molti media internazionali, ad esempio BBC e Deutsche Welle, hanno trasferito i loro team fuori dalla Russia. La questione non è più dove sei registrato. La cosa più spiacevole è essere etichettati come “organizzazione indesiderabile”. Questo può avvenire per qualsiasi fondazione, qualsiasi media, internazionale o russo. Per i media russi, questo significa che qualsiasi giornalista indipendente, qualsiasi esperto che faccia un commento, non necessariamente sulla guerra o su un tema politico, ad esempio chi scrive di architettura, sia considerato membro di un'organizzazione indesiderabile. E ciò può essere

classificato come un reato penale. Non è ancora successo, ma sappiamo che potrebbe succedere. Questo va a toccare tutto il nostro lavoro e, più in generale, la nostra struttura. Certo, siamo russi, abbiamo passaporti russi, i nostri genitori, famiglie e amici sono all'interno del paese. Ciò ci colpisce molto da vicino. 


Anche questo fa parte della guerra ibrida condotta dalla Russia?

Questo fa certamente parte della guerra condotta contro i media indipendenti. Oggi, in Russia, l'intero panorama dei media è distrutto. Ci sono giornalisti che continuano a fare il loro lavoro e a resistere, ma se parliamo del mercato dei media in generale, esso è distrutto.

Potresti dirci qualcosa di più sull'attuale panorama dei media russi?

Il 4 marzo il Parlamento russo ha approvato una legge che prevede una pena detentiva fino a quindici anni per la diffusione d’informazioni "false" sull'esercito. Da allora, il Ministero della Difesa è l'unica fonte considerata affidabile per quanto riguarda la guerra in Ucraina. Per i media indipendenti, era la fine. Da quel momento in poi le organizzazioni hanno preso varie decisioni: alcune hanno deciso di andare in esilio e continuare il loro lavoro; altre hanno deciso di fare lo stesso, ma hanno smesso di pubblicare per un po', perché non solo hanno dovuto trasferire il proprio personale, ma anche ricostruire la propria struttura, trovare denaro e mezzi di diffusione. Ad esempio, Novaya Gazeta ha cessato di pubblicare a marzo e la sua licenza è stata revocata... la scorsa settimana. Il team ha lanciato un nuovo media, Novay Gazeta Europe. Per i canali televisivi è ancora più complicato, perché le trasmissioni richiedono molte apparecchiature e sono quindi molto costose. Alcuni giornalisti hanno deciso di non scrivere o di non scrivere più sulla guerra in sé, ma sul suo impatto sociale o su altri argomenti correlati, per continuare il loro lavoro all'interno del Paese. Ognuna di queste decisioni è difficile e non esiste una risposta ideale poiché le circostanze di ciascuna organizzazione sono diverse. Trovo incoraggiante che molti giornalisti e reporter continuino a svolgere il proprio lavoro, a volte nell’anonimato. 

 
Ci sono ancora voci dissenzienti in Russia?

Sì, ci sono giornalisti che hanno deciso di restare nel Paese e fare il loro lavoro.

Funziona?

È difficile e il rischio di essere arrestato è molto alto. Abbiamo anche esempi simili con politici indipendenti.

Quali sono le tecniche utilizzate da Meduza per dire la verità in Russia sulla guerra in Ucraina?

Prima di tutto, abbiamo reporter in Ucraina e lavoriamo con giornalisti indipendenti anonimi in Russia. Ci sono ancora giornalisti ucraini disposti a collaborare, ma ci sono anche russi che vogliono sostenerci e lavorare con noi. Siamo ancora molto legati alla Russia e siamo fortunati che i mezzi di comunicazione online siano così diffusi ai nostri giorni. Inoltre, prestiamo molta attenzione al giornalismo d’inchiesta, al controllo dei dati e alle inchieste basate sui dati. La guerra in Ucraina è un caso unico, perché è particolarmente digitale: tutto è disponibile sui social network, ci sono molte informazioni, foto scattate dallo spazio, etc.. Ovviamente è difficile distinguere tra ciò che è falso e ciò che non lo è. Ma abbiamo accesso a una grande quantità di dati. Ad esempio, la ricostruzione del massacro di Bucha, minuto dopo minuto, passo dopo passo, è un'esperienza che noi giornalisti non avevamo mai fatto prima.


La guerra va avanti da più di sei mesi: pensi che la popolazione russa sia divenuta più ricettiva alle informazioni al di fuori della propaganda russa?

Alcuni esperti dicono che i russi guardano meno la televisione. Ma non sono sicura che sia uno dei motivi per cui la gente non crede alla propaganda. Penso che sia principalmente a causa dell'estate e perché la gente è stanca delle notizie legate alla guerra. Come giornalisti, lo percepiamo. Lo vediamo anche nel nostro pubblico. Le persone che vogliono conoscere la verità in Russia, che hanno accesso alle informazioni, sono esauste. Allo stesso tempo, rispetto alle prime settimane e mesi di guerra, la gente non crede più che tutto sia vittorioso.
Molte persone hanno contatti con profughi, alcune riviste pubblicano testimonianze di soldati. Ascoltano le loro storie, ma, anche dopo, alcuni di loro pensano ancora che sia propaganda. Gran parte della popolazione pensa ancora che la Russia stia cercando di salvare gli Ucraini. Ci sono anche persone che non credono per nulla nei media. Era lo stesso durante la pandemia di Covid: non è che non credono ai media indipendenti e credono alla propaganda, o non credono alla propaganda e si fidano dei media indipendenti. Semplicemente non si fidano più di nessun tipo di media e di informazione.

Qual è la tua impressione sulla copertura mediatica europea della guerra in Ucraina?

Ci sono molti sondaggi di qualità. Molti giornali hanno squadre eccellenti che lavorano sull'argomento e fanno reportage sul campo. Tutto ciò che vediamo, è molto professionale. È molto più complicato con la copertura della situazione interna russa. All'inizio della guerra, con la copertura mediatica sulle sanzioni economiche, molte voci dicevano che con insistenza e un po' di pressione i Russi avrebbero capito che qualcosa non andava, che avrebbero fatto una rivoluzione per fermare la guerra. Ma non funziona così. La situazione interna della Russia è molto più complessa.

In che modo i cittadini russi sono colpiti dalle sanzioni e come ne parlano i media russi?

Tutti i media russi parlano molto delle sanzioni. I media indipendenti si concentrano principalmente sulla situazione economica in Russia. Ma, a dire il vero, le conseguenze non sono ancora molto visibili. I prezzi sono sempre più alti e alcuni prodotti sono scomparsi. È sgradevole, ma non brutale e le persone sopravvivranno. Le vere conseguenze si faranno sentire in seguito.

Come si possono tutelare il giornalismo e la libertà di espressione in tempi di guerra e di conflitto?

È una buona domanda. Non so come si possa tutelare la libertà di espressione in Russia. È un po' tardi e, per il momento, non si tratta di proteggerla, ma di "giocare a nascondino". Se parliamo di soluzioni diverse, essendo tutto così digitalizzato e avendo chiunque accesso a Internet, ci deve essere una soluzione digitale in modo che le persone in Russia che vogliono ricevere informazioni dispongano di strumenti più sofisticati per questo scopo. Si tratta anche di supporto internazionale, di ciò che stanno facendo i cittadini dei diversi paesi europei. C'è molto sostegno per le persone che lasciano il Paese, per coloro che cercano di continuare il loro lavoro in esilio. E penso che sia anche saggio utilizzare le informazioni provenienti dai media russi, a condizione, beninteso, che si tratti di fonti affidabili.


La solidarietà europea era molto visibile all'inizio della guerra, ma con le sfide legate alla situazione economica e all'approvvigionamento energetico, il sostegno potrebbe indebolirsi. In che modo pensi che il giornalismo possa aiutare a mantenere la solidarietà?

Questa non è la vocazione del giornalismo. Il problema è complesso. La gente è stanca della guerra. C'è meno entusiasmo nel sostenere l'Ucraina. Le persone vogliono essere informate su altri argomenti. I giornalisti dovranno trovare un modo per mantenere le persone interessate alla guerra, perché è assolutamente chiaro che durerà a lungo.

Hai l'impressione che la propaganda russa stia prendendo piede anche nelle società europee?

Dipende molto da paese a paese. Per illustrare come opera la propaganda russa attraverso l'industria dei media, posso prendere l'esempio della Lettonia, dove c'è una popolazione di lingua russa. Dopo l'indipendenza del paese, l'attenzione si è spostata sulla creazione di contenuti in lettone, il che è del tutto comprensibile. Ma i cittadini di lingua russa si sono sentiti abbandonati e hanno iniziato a guardare a ciò che stava accadendo in Russia. Non perché avessero un interesse particolare per il Paese, ma perché volevano avere anche contenuti in russo da leggere. A poco a poco si sono persi nella televisione russa, poi nella propaganda russa, e ora ci vuole molto tempo per recuperarli. Come giornalisti, dobbiamo impegnarci a produrre un contenuto di qualità per tutti, a trovare le parole, il linguaggio e le forme appropriate, a preparare i cittadini a fronteggiare la propaganda russa.

Che cosa riserva il futuro per il panorama dei media russi?

Nulla cambierà per molto tempo. Saremo sempre in esilio e i prossimi anni non saranno molto piacevoli. E poi, con un po' di fortuna, avremo l'opportunità di ricostruire tutto da capo. Sarà un viaggio lunghissimo per l'intero paese. La cosa più importante, e anche la più pericolosa, è non perdere il contatto con ciò che sta accadendo all'interno della Russia. Perché rischiamo di scrivere di qualcosa che non conosciamo o non capiamo più. Per noi è molto importante rimanere in contatto: i mezzi di comunicazione digitali e il fatto che il mondo sia molto più connesso ci aiuteranno in questa missione.


 

ELEZIONI PARLAMENTARI DEL 25 SETTEMBRE 2022 IN ITALIA

31/08/2022 – Analisi

Lettera speciale della FONDAZIONE ROBERT SCHUMAN di

Corinne Deloy

Autore dell'European Elections Monitor (EEM) per la Fondazione Robert Schuman e project manager presso l'Institute for Political Studies (Sciences Po).

 

 

Il 21 luglio 2022 il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sciolto il parlamento e ha indetto le elezioni parlamentari anticipate in Italia per il 25 settembre. Questa decisione ha fatto seguito al rifiuto di alcuni partiti della coalizione di appoggiare il presidente del Consiglio Mario Draghi.

La crisi politica

Ufficialmente i parlamentari si sono scontrati per il voto su un decreto legge da 23 miliardi di euro pensato per aiutare gli italiani a far fronte all'impennata dei prezzi dell'energia e che ha conferito poteri speciali al sindaco di Roma per la realizzazione di un impianto di incenerimento dei rifiuti nel Lazio.
Il testo ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, ma il Movimento 5 Stelle (M5s), contrario a questo provvedimento, che considerava una “provocatoria”, se ne è servito per innescare una crisi di governo decidendo di non partecipare al voto di fiducia.
Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea (BCE) (2011-2019), dal febbraio 2021 guida un governo di unità nazionale che riunisce partiti di destra (Lega (Lega), Forza Italia (FI)) e la sinistra (Partito Democratico (PD), Liberi e Pari), oltre al M5S. Non ha partecipato solo Fratelli d'Italia (FdI).
Il governo è unito sulla necessità di gestire i 209 miliardi di euro (di cui 69 miliardi di euro in sovvenzioni e 122 miliardi di euro in prestiti) assegnati all'Italia dall'Unione Europea nell'ambito dell'emergenza sanitaria e destinati alla ripresa del Paese tramite il Piano NextGenerationEU .

Le elezioni parlamentari erano originariamente previste per febbraio 2023.

Il M5S, emerso come il partito più forte alle elezioni parlamentari del 4 marzo 2018, è ora molto indebolito. In origine contava 227 deputati e 111 senatori; cinque anni dopo, ne ha rispettivamente solo 105 e 62. Il partito ha scelto di innescare una crisi politica e di utilizzare Mario Draghi come capro espiatorio nel tentativo di riposizionarsi come forza di opposizione e di riconquistare gli elettori alle prossime elezioni. Giuseppe Conte non si è certo dispiaciuto di vendicarsi del suo successore a Palazzo Chigi, residenza del Presidente del Consiglio italiano. Il M5S sperava di guadagnare potere dopo questa mossa; mentre Lega e Forza Italia pensavano che seguendo l'esempio avrebbero potuto approfittare della nuova legge elettorale per affermarsi con Fratelli d'Italia (FdI).

Giuseppe Conte ha così fatto un regalo inaspettato a Lega e Forza Italia, che hanno saputo far cadere il governo senza doversene assumere la responsabilità. Perché è importante notare che Mario Draghi è molto popolare tra la popolazione. I sondaggi mostrano che gli italiani non approvano il crollo del governo. Ritengono la Lega e il M5S responsabili dell'evento. Quest'ultimo ha giustificato la sua presa di posizione contro il governo di Mario Draghi, affermando che le sue priorità (introduzione di un salario minimo e incentivi fiscali per la ristrutturazione energetica della casa) non erano state prese in considerazione, ma per gli analisti politici la posizione del partito era principalmente un tentativo di opporsi Mario Draghi per riconquistare il suo elettorato.

Il 14 luglio il presidente del Consiglio ha quindi presentato le proprie dimissioni al presidente Mattarella, che le ha rifiutate e ne ha proposto la comunicazione ad entrambe le camere del parlamento il 20 luglio. Il capo del governo ha detto che rimarrebbe in carica se potesse ottenere il sostegno dei principali partiti politici ea condizione che i partiti della coalizione si allineassero e si accordassero su un patto di governo messo a repentaglio la settimana precedente dalla defezione del M5S. "L'unica soluzione se vogliamo ancora stare insieme è ricostruire questo patto con coraggio, altruismo e credibilità ", ha sottolineato Mario Draghi. "Il merito dei risultati che abbiamo raggiunto va a voi. Sono il premio per la vostra disponibilità a dimenticare le vostre differenze e a lavorare per il bene del Paese. Ciononostante, il governo uscente ha ottenuto solo 95 voti, contro 38, ma la maggioranza si è astenuta, compresi esponenti di 5S, Lega e Forza Italia. "Il patto di fiducia che ha sostenuto l'azione del governo è stato infranto. Il Patto di Unità Nazionale (il nome dell'alleanza suggellata da Mario Draghi nel febbraio 2021 per far uscire l'Italia dalla crisi economica e sanitaria che stava attraversando) non esiste più", ha lamentato il Presidente del Consiglio.
L'offensiva contro Mario Draghi era iniziata a più riprese settimane prima, quando il M5S e la Lega, dichiarandosi a favore di una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina, si erano espressi contro l'invio di armi a Kiev.

Una breve campagna elettorale

Il sistema elettorale misto (sia proporzionale sia maggioritario) favorisce grandi coalizioni elettorali, in particolare quella che unisce i partiti di destra. L'istituto di opinione Cattaneo ha stimato al 70% il numero dei collegi elettorali in cui la destra ha un vantaggio.
Lo scenario di un "campo di Mario Draghi" di fronte a chi ha fatto cadere il presidente del Consiglio sembra aver fatto il suo tempo. "Per la sinistra, questa è l'unica strategia possibile se vogliono vincere le elezioni, mentre le dichiarazioni delle intenzioni di voto mostrano che sono quasi 13 punti dietro la destra, e cioè se si includono i partiti di centro", ha detto Nando Pagnoncelli, direttore dell'istituto Ipsos in Italia, aggiungendo "Cosa faranno i tradizionali elettori di destra che avevano un'immagine molto positiva di Mario Draghi? Questa è la vera domanda". Infine, l'implosione del M5S dovrebbe cambiare il gioco e segnare la fine del sistema tripartito che ha dominato l'Italia negli ultimi dieci anni.

Le forze di destra, guidate da Fratelli d'Italia, e di testa di Giorgia Meloni, che potrebbe diventare la prima donna presidente del Consiglio, secondo i sondaggi in netto vantaggio. Considerata come la figura dell'opposizione, la questione è quindi meno chi vincerà le elezioni del 25 settembre che l'entità della vittoria delle forze di destra. Otterranno la maggioranza assoluta? Quale sarà l'equilibrio tra i diversi partiti che compongono la destra?
A sinistra, Enrico Letta guida un partito diviso tra la sua ala socialdemocratica e un polo di sinistra più radicale. "La mia voce è quella dell'unico partito che non ha il nome del suo leader nel suo simbolo. Rivendico questa scelta perché un partito è una comunità, non un leader ", ha detto. La frase è corretta, ma il leader democratico soffre comunque di non aver potuto estendere la sua leadership formando un'ampia coalizione con alcuni partiti di centro. Inoltre, il mancato accordo tra Pd e M5S ha ulteriormente indebolito la schiera di sinistra.

Secondo l'ultimo sondaggio pubblicato il 20 agosto, Fratelli d'Italia dovrebbe avanzare alle elezioni parlamentari con il 25% dei voti. La Lega dovrebbe vincere il 12,5% e Forza Italia il 7,5%. In totale, le forze di destra dovrebbero raccogliere il 47,5% dei voti.

Il Partito Democratico dovrebbe arrivare secondo con il 20,5% dei voti ma la coalizione di sinistra (che comprende Europa+ (EU+) di Emma Bonino, Impegno civico (IC) di Luigi Di Maio e Alleanza Verde e Sinistra (AVS) , si prevede che vincerà solo il 25,5%.
Il M5S dovrebbe ottenere il 12,5% dei voti.
Infine, la coalizione centrista formata da Azione e Italia Viva dovrebbe ottenere il 7,5% dei voti.

Enrico Letta non è riuscito a formare il sindacato più ampio

"La caduta del governo Mario Draghi è un suicidio collettivo. Il Paese è a un bivio: o vinciamo o prevarrà l'estrema destra di Giorgia Meloni", ripete Enrico Letta. Per vincere, il leader del Partito Democratico ha lavorato duramente per costruire un'ampia alleanza che riunisse democratici e progressisti. La rottura con il M5S di Giuseppe Conte, considerato dal leader democratico il primo responsabile della caduta del governo di Mario Draghi, sembra definitiva e irreversibile.
"La legge elettorale, che è la peggiore della storia, ci impone di essere uniti. È mio dovere fare tutto, perché so qual è la destra di Giorgia Meloni e Matteo Salvini e che se dovessero vincere" ha detto Enrico Letta, aggiungendo il rifiuto dei partiti centristi di allearsi con il Pd "sarebbe un regalo per Giorgia Meloni ".
Il Pd non è però riuscito a stabilire l'accordo elettorale sperato, che avrebbe ha riunito personalità che vanno dalla sinistra radicale alla destra berlusconiana, che si era schierata con Mario Draghi, oltre a centristi e disertori del M5S.L'implosione di quest'ultimo e la mancata unione con i partiti "piccoli" stanno sicuramente indebolendo il forze a sinistra.
Enrico Letta, già presidente del Consiglio (2013-2014), può contare sul sostegno di Impegno Civico (CI), partito ideato da Luigi Di Maio, già dirigente del M5S (2017-2020) e ministro degli Esteri uscente e Cooperazione Internazionale, che ha alleato con il Centro Democratico (CD) in Insieme per il Futuro (IF) per le elezioni.
Luigi Di Maio ha lasciato il suo partito il 21 giugno per mancanza di sostegno all'Ucraina. "Basta ambiguità. Di fronte alla barbarie di Vladimir Putin, non possiamo esitare", ha dichiarato. L'hanno seguito 60 rappresentanti eletti. Sperava di attirare gli elettori che avevano optato per il M5S nelle elezioni del marzo 2018 e che, secondo i sondaggi, si sarebbero opposti alla caduta del governo di Mario Draghi.

"Il Pd dovrà smentire i sondaggi d'opinione, che già lo mostrano come il grande perdente in queste elezioni. Si presenta all'elettorato come l'unica forza fedele a Mario Draghi, di cui sta riprendendo il programma riformista, ma dovrà fare i conti con la tradizionale dispersione delle forze di sinistra. L'assenza di un leader forte e carismatico potrebbe, in questo contesto, rivelarsi un vantaggio", ha affermato Massimiliano Panarari, politologo all'Università Mercatorum di Roma.
Se il Pd riesce a sviluppare e diffondere un messaggio chiaro ed efficace su temi chiave come l'occupazione e l'ambiente, e se non si limita a denunciare il pericolo di una vittoria per le forze di destra, allora la sinistra può sperare di attrarre elettori del M5S, che, a quattro settimane dalle elezioni, sembra perdere terreno.
Il Partito Democratico e i suoi alleati si presentano come un polo aperto alla società civile e a tutti coloro che credono nella Costituzione e in una vera transizione ecologica con un programma basato su tre assi: lavoro e giustizia sociale, diritti civili e sviluppo sostenibile. Promette di lavorare sulla riduzione delle disuguaglianze sociali (bonus per la riqualificazione energetica delle case, crescita del PIL del 6,6%), di combattere la corruzione e l'impoverimento della popolazione e di ridurre le tasse.
La coalizione del Partito Democratico non è la favorita, ma i partiti di sinistra possono contare sulle loro roccaforti nelle città più grandi (Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze e Napoli) e parte dell'ex zona rossa d'Italia, Emilia Romagna e Toscana. "O noi o Fratelli d'Italia", dice Enrico Letta, che ha un solo avversario, la coalizione guidata da Giorgia Meloni, e il suo obiettivo è fare del Pd la sera del 25 settembre il primo partito in Italia.

Vantaggio per le forze di destra

Fratelli d'Italia è l'unico partito italiano ad aver rifiutato di partecipare al governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi e, inoltre, ad aver scelto il campo di opposizione durante gli ultimi tre governi. Ora è in testa ai sondaggi d'opinione per le elezioni del 25 settembre, alle spalle del partito di Enrico Letta. La sua leader, Giorgia Meloni, afferma di essere la leader dell'opposizione. Ha comunque bisogno del sostegno dei suoi alleati, Lega e Forza Italia. I tre partiti si contendono il nome del prossimo presidente del Consiglio in caso di vittoria. "Il partito che otterrà più voti deciderà chi prenderà le redini del Paese per i prossimi cinque anni", ha detto Matteo Salvini a Canale 5. Giorgia Meloni, che punta a diventare la prima leader donna italiana, ha sottolineato che nessuna alleanza potrebbe essere conclusa senza un accordo su chi guiderà il governo. "Se non possiamo essere d'accordo sul nome del candidato di destra alla presidenza del Consiglio, correre insieme non ha senso", ha detto.

"Sono diversi giorni che leggo articoli sulla stampa internazionale sulle prossime elezioni che daranno all'Italia un nuovo governo, in cui vengo descritta come un pericolo per la democrazia, per la stabilità italiana, europea e internazionale ", ha detto Giorgia Meloni, che confuta totalmente questo tipo di affermazione: "La destra italiana da decenni consegna il fascismo alla storia, condannando senza ambiguità la privazione della democrazia e le famigerate leggi antiebraiche ", ha detto, rivolgendosi a Enrico Letta: "Non accetteremo lezioni da chi si presenta come difensore dell'atlantismo e che si allea con la sinistra radicale nostalgica dell'URSS" .
I Fratelli d'Italia, il cui nome è formato dalle prime parole dell'inno italiano, è un partito nazionalista, conservatore, euroscettico che difende posizioni molto ferme sull'immigrazione. È il successore del Movimento Sociale (MSI), partito neofascista fondato nel 1946, e dell'Alleanza Nazionale (AN) di estrema destra di Gianfranco Fini (che guidava anche il Movimento Sociale). I Fratelli d'Italia non hanno partecipato a nessun governo dalla sua creazione nel 2012. "Il partito potrebbe quindi attirare elettori che si dichiarano diffidenti nei confronti della politica”, spiega Marc Lazar, storico e sociologo di Sciences Po. Il partito è conservatore, difende la famiglia tradizionale, costituita attorno a un uomo e una donna; ha posizioni ferme sull'immigrazione - Giorgia Meloni promette di fermare l'arrivo dei migranti dalla Libia nell'isola di Lampedusa - e la minaccia di una "islamizzazione dell'Italia " - vuole promuovere "le radici storiche e culturali dell'Europa e la sua identità ". "Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono Sono italiana, sono cristiana e non puoi mai togliere nessuno di questi elementi della mia identità ” ama ripetere Giorgia Meloni nei suoi incontri. Ha adottato come slogan Dio, Famiglia, Patria.

Fratelli d'Italia sta cercando di fare appello sia agli elettori di estrema destra che ai sostenitori di una destra più moderata. "Fratelli d'Italia vuole costruire un futuro basato sul lavoro, sulla famiglia e sulla nostra identità. Valori che dobbiamo difendere dagli attacchi della sinistra", dice Giorgia Meloni. Vuole quindi porre fine al reddito di cittadinanza.  "Crediamo che uno Stato equo non debba mettere sullo stesso piano chi può lavorare e chi non può. Serve uno strumento a tutela di chi non può lavorare: gli over 60, i disabili, le famiglie senza reddito che hanno minori da crescere. Per gli altri, invece, serve la formazione e gli strumenti necessari per favorire l'occupazione ", ha affermato.

Fratelli d'Italia sono spesso indicati come un partito euroscettico, ma nessuno crede che un governo guidato da Giorgia Meloni rinuncerebbe al pacchetto di stimolo dell'Unione Europea per l'Italia da 209 miliardi di euro. Il partito populista chiede una revisione dei trattati dell'UE, la creazione di una confederazione di Stati sovrani al posto dell'UE e la preminenza del diritto nazionale sul diritto dell'UE. Il partito, il cui slogan è Meno Europa ma un'Europa migliore , non sostiene il ritiro dell'Italia dall'eurozona ma chiede una riforma radicale della Bce!

Il programma della coalizione di destra, denominato For Italy , si basa su 15 punti come l'istituzione di un sistema presidenziale per l'Italia ("il presidenzialismo è il sistema necessario in uno Stato come il nostro, che è politicamente fragile e quindi instabile", ha dichiarato Giorgia Meloni), una presa di posizione più ferma sull'immigrazione, grandi tagli alle tasse e l'istituzione di una flat tax (un'aliquota unica per IVA, e affari). Tuttavia, i tre partiti di destra non sono d'accordo sul tasso, con Lega a favore di un tasso del 15% e Forza Italia del 23%. La coalizione di destra prevede anche di sostituire il reddito di cittadinanza con "misure più efficaci" . Da marzo 2019 i residenti italiani possono, a determinate condizioni, richiedere il reddito di cittadinanza  per un importo compreso tra 480 e 9.360 euro l'anno, destinati a combattere la povertà e favorire l'inserimento nel mercato del lavoro. Questo reddito può essere fornito per 18 mesi consecutivi. 

Da segnalare, infine, che mentre Lega e Forza Italia hanno più volte manifestato la loro simpatia nei confronti della Russia di Vladimir Putin, Giorgia Meloni è sempre stata chiara sul suo sostegno all'Alleanza Atlantica. Ha condannato fermamente l'invasione dell'Ucraina da parte di Vladimir Putin. "L'Italia è parte integrante dell'Europa, dell'Alleanza Atlantica e dell'Occidente. Il Paese rispetterà i propri impegni nei confronti della Nato e sosterrà l'Ucraina di fronte all'invasione russa ", si legge nel programma della coalizione di destra.

Nonostante la competizione tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini per la carica di Presidente del Consiglio, e nonostante la marcata opposizione ideologica tra Forza Italia e i suoi due alleati intorno alla sovranità e, infine, il disaccordo tra Fratelli d'Italia e i suoi partner sulla questione della la guerra in Ucraina, la coalizione di destra ha il vantaggio sull'opposizione di sinistra. " Siamo pronti. Questa nazione ha un disperato bisogno di recuperare il rispetto di sé, il proprio orgoglio e la propria libertà ", ripete Giorgia Meloni.

I partiti di centro hanno una possibilità?

Carlo Calenda, leader di Azione (Az), e Matteo Renzi, leader di Italia Viva (IV), hanno scelto di rifiutarsi di allearsi con Enrico Letta e hanno stabilito un terzo polo, posizionato al centro dello schieramento politico. I due rimproverano al leader del Partito Democratico di non aver saputo scegliere tra socialdemocrazia e sinistra radicale (rappresentata, ad esempio, da Europa Verde e dall'Alleanza dei Verdi e della Sinistra (AVS), che unisce ambientalisti e partiti di ala sinistra, definiti populisti da Matteo Renzi, già presidente del Consiglio (2014-2016).

Carlo Calenda e Matteo Renzi sono fiduciosi di poter trovare un posto nel panorama politico italiano e puntano a raccogliere tra il 15% e il 20% dei voti il
​​25 settembre. "Convinceremo gli italiani che, di fronte a un tale grado di degrado, l'unico modo per salvare il Paese è applicare il metodo Draghi" , ha affermato Matteo Renzi. "Andare avanti con l'agenda Mario Draghi, con il metodo Mario Draghi e, se possibile, con Mario Draghi presidente del Consiglio "è il fulcro del programma centrista, il cui slogan è Continuità ". Penso che se riusciremo a garantire un buon risultato nel sistema proporzionale, la strada verso il parlamento sarà aperta a riportare Mario Draghi come Presidente del Consiglio. Se vince la destra, non è la Costituzione ad essere in pericolo, ma le casse dello Stato. La flat tax sarebbe una follia ", ha detto il leader di Italia Viva.

Riformista, liberale e europeista, la sera del 25 settembre il polo centrista si vede come kingmaker. "Lasciando il Pd e andando da solo alle prossime elezioni, Carlo Calenda spera di addentare l'elettorato di destra attirando gli elettori moderati di Lega e Forza Italia, che non vogliono restare alleati con i nazionalisti di Fratelli d'Italia. Una scommessa che, se vincente, potrebbe cambiare il gioco", ha detto Luca Tomini, professore di scienze politiche alla Libera Università di Bruxelles, aggiungendo "Se gli elettori si spostano al centro, la coalizione di destra si indebolisce ; viceversa, se non funziona, la destra vincerà con i due terzi dei seggi in parlamento .
"Non credo ci sia il rischio di un governo fascista se vince Giorgia Meloni. Tuttavia, credo che ci sia il rischio che l'Italia sia totalmente isolata dai maggiori paesi europei e la mancanza di esperienza amministrativa e internazionale di Fratelli d'Italia sarà una minaccia. Con un governo guidato da Giorgia Meloni non avremo fascismo ma caos", avverte Carlo Calenda.

Il Movimento Cinque Stelle scomparirà?

L'M5S si presenta come un'alternativa alle forze a destra e al centro. Il suo programma si basa sulla giustizia sociale e sulla riduzione delle disuguaglianze sociali. Il partito vuole aumentare il salario minimo (a 9 euro l'ora), combattere la corruzione e accelerare la transizione ecologica. Vuole anche ridurre l'orario di lavoro e sostiene una settimana di 36 ore, rispetto alle attuali 40 ore, senza alcuna perdita di stipendio. Si propone di concedere la cittadinanza italiana a chi è arrivato nel Paese prima dei 12 anni o a chi è nato da genitori stranieri che hanno completato un corso completo di studi in Italia.

Il suo leader, Giuseppe Conte, già presidente del Consiglio (2018-2021), denuncia "false alleanze e matrimoni di convenienza" . "Preferiamo l'impegno e, quindi, siamo dall'altra parte di questo roteare e trattare, che è la parte giusta", ha detto. Tuttavia, il M5S sta perdendo terreno nei sondaggi ed è stato duramente condizionato dalle partenze. Negli ultimi giorni, due personalità di spicco hanno lasciato il partito: Davide Crippa, già presidente del gruppo alla Camera, e Federico d'Inca, ministro uscente per i Rapporti con il Parlamento, entrambi contrari alla decisione del M5S di ritirare il sostegno al presidente del Consiglio Mario Draghi a luglio.

Il sistema politico italiano

Il Parlamento italiano ha due Camere elette per un periodo di 5 anni. Il sistema elettorale in vigore nel Paese si chiama Rosatellum. Dal 2020 la Camera dei Deputati conta 400 membri e il Senato 200. In entrambe le Camere i parlamentari sono eletti secondo un sistema misto: tre ottavi dei membri (ovvero 147 deputati e 74 senatori) sono eletti a maggioranza; cinque ottavi (245 deputati e 122 senatori) per rappresentanza proporzionale. Gli italiani residenti all'estero eleggono 8 deputati e 4 senatori secondo uno specifico sistema proporzionale (che prevede il voto di preferenza).

I partiti politici italiani non rappresentati in parlamento devono raccogliere tra le 1.500 e le 4.000 firme di elettori residenti in un collegio (300 in Valle d'Aosta) prima che possano candidarsi alle elezioni parlamentari in quel collegio. I candidati alla carica di deputato devono avere almeno 25 anni e quelli che si candidano alla camera alta devono avere almeno 40 anni. Inoltre, mentre gli italiani dai 18 anni in su possono eleggere i loro deputati, possono eleggere i membri solo coloro che hanno compiuto i 25 anni del Senato.

I posti sono distribuiti secondo il metodo Hare. La soglia per essere eletti con la rappresentanza proporzionale è fissata al 3% in parlamento (10% per una coalizione di partiti).

I principali partiti politici attualmente rappresentati alla Camera dei Deputati sono:
- Il Movimento Cinque Stelle (M5S), partito populista fondato il 4 ottobre 2009 da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio e guidato da Giuseppe Conte, conta 112 membri eletti;
- La Lega (Lega), partito populista di destra radicale fondato nel 1989 da Umberto Bossi e guidato da Matteo Salvini, ha 59 seggi;
- Forza Italia (FI), partito di centrodestra creato dall'ex presidente del Consiglio (1994-1995, 2001-2006 e 2008-2011) Silvio Berlusconi, che lo guida ancora a 86 anni, ha 57 deputati;
- Il Partito Democratico (PD), fondato da Walter Veltroni nell'aprile 2007 dai Democratici di Sinistra (DS) e La Margherita. Guidato da Enrico Letta, conta 52 parlamentari;
- Fratelli d'Italia (FdI), partito populista di estrema destra fondato il 21 dicembre 2012 dalla scissione tra il Partito della Libertà Popolare e l'Alleanza Nazionale (AN). Guidato da Giorgia Mel, conta 18 parlamentari;
- Libero e Pari, 14 posti.

 

L'EUROPA NELLA TEMPESTA PERFETTA

di Jean-Dominique Giuliani Presidente della Fondazione Robert Schuman

e  Pascale Joannin Direttrice generale della Fondazione Robert Schuman

30 maggio 2022

 

Traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari

 

L'Unione europea continua ad affrontare crisi e sorprese strategiche, ognuna più grande e più violenta.

La guerra russa in Ucraina è l'ultima in ordine di tempo. Non ci sono più crisi, c'è solo l'accelerazione di eventi imprevisti e di profondi cambiamenti. Dopo i subprimes, le finanze greche, i profughi siriani, la pandemia di Covid, ecco lo spettro della guerra che ritorna nel continente.

Tutte queste sfide minano la maggior parte delle politiche comunitarie, pur confermando l'importanza della costruzione europea.

Nelle crisi l'Unione europea ha fatto più progressi in pochi mesi che in trent'anni.

Ma paga in contanti per i suoi ritardi e le sue esitazioni.

Deve rivedere molte delle sue politiche e proiettarsi risolutamente in un mondo globale, nuovo e più brutale.

 

L'UNIONE EUROPEA HA GIÀ FATTO MOLTI PROGRESSI

Nella crisi sanitaria, sebbene il primo movimento di Stati sia stato nazionale – chiusura delle frontiere, competizione per gli strumenti antivirus – esso ha subito ceduto il passo a una reazione comune che si è manifestata nell'acquisizione e distribuzione dei vaccini, di cui l'Unione europea è divenuta rapidamente il principale produttore e il principale donatore nel mondo. Gli Stati membri poveri si sono rivolti alla cooperazione europea. Ha funzionato.

Il piano di risanamento che è seguito ha abbattuto una serie di tabù prima insormontabili. NextGenerationEU, finanziata per metà da prestiti congiunti, ha aperto la strada a sovvenzioni dirette degli Stati più colpiti dalla pandemia. Una cosa mai vista prima. Ha dato espressione concreta a una solidarietà europea che pensavamo stesse regredendo in tutti i campi.

Infine, la guerra russa in Ucraina è stata l'occasione per una reazione rapida e massiccia con l'adozione di severe sanzioni contro alcuni attori russi, a volte a scapito degli interessi economici immediati.

L'Unione europea si è dimostrata molto più reattiva di quanto non fosse stata finora. Di fronte all'emergenza si è espresso con forza il “riflesso europeo”, che non era sceso in campo per fronteggiare l'ondata migratoria del 2015. Le istituzioni comuni hanno compreso che il fattore tempo è una condizione per dimostrare la loro efficacia. La rapida adozione di nuove regole, a vocazione internazionale, è stata una sorpresa. Prima consentendo il controllo degli investimenti esteri, poi accettando prestiti congiunti e un ruolo fondamentale della Commissione europea come acquirente prima di vaccini, poi di gas. Il Digital Market Act e i futuri testi che regoleranno le attività digitali nel territorio dei 27 hanno scandito l'ora delle normative europee applicabili a tutti gli attori del settore, qualunque sia la loro nazionalità. In termini di difesa e di diplomazia, gli europei hanno saputo adottare una "bussola strategica", il primo passo verso una vera strategia globale. L'accelerazione – purtroppo ancora troppo lenta – della presa in considerazione, a livello europeo, del necessario riarmo dell'Europa è il più recente degli sviluppi verso una maggiore reattività ed efficacia della cooperazione e delle istituzioni europee.

A questo proposito, potremmo anche rilevare positivamente una svolta nell'azione congiunta degli europei, "ringiovanita" dal suo piano di ripresa, ma anche verso nuovi ambiti di competenza finora sopiti o inesplorati, ad esempio, il sostegno a tecnologie di rottura, la politica spaziale, il calcolo quantistico o la produzione di componenti elettronici (Chip Act).

Alcuni potrebbero considerare questi cambiamenti insufficienti, ma nessuno può contestare che si tratti di grandi rotture con le precedenti pratiche dell'Unione europea e con le sue regole, molte delle quali sono state sospese. Si noteranno anche iniziative individuali o bilaterali di Stati che fanno chiaramente parte di un'analisi europea, come l' "Airbus delle batterie", il Cloud europeo o i piani "Idrogeno",  più o meno concertati, in cui il ruolo della coppia franco-tedesca a volte si rivela decisivo.

Resta il fatto che l'Unione europea sta pagando in contanti per i suoi ritardi, le sue esitazioni e le sue divisioni. Ciò è particolarmente evidente in materia di energia e di difesa.

I ripetuti rifiuti di tutti gli Stati membri di costruire una politica energetica comune hanno generato danni che stanno venendo alla luce. La dipendenza dai suoi fornitori, troppo a lungo considerata un vantaggio per la cooperazione e il progresso dello stato di diritto nell'est o nel sud, costituisce ormai un notevole ostacolo al suo margine di manovra diplomatico.

In termini di difesa, il fatto di considerare la progressiva costruzione di un'autonomia strategica, vale a dire la libertà d'azione, come un attacco alla NATO, ha rallentato la volontà di fermare il disarmo europeo e di costruire insieme un vero pilastro europeo dell'Alleanza. Gli europei si sono trovati al seguito dei loro alleati transatlantici, non disposti a farsi coinvolgere in Europa in un equilibrio di potere con la Russia, ossessionati come sono dalla loro rivalità con la Cina. La guerra in Ucraina ha visto gli Stati Uniti e il Regno Unito in prima linea nella risposta alla guerra di aggressione, sia nell'intelligence e nell'analisi, sia nel sostegno tangibile all'Ucraina sotto attacco.

Questa situazione, inoltre, dimostra a contrario la complementarietà tra la NATO e l'Unione Europea. Quest'ultima ha i mezzi finanziari per assistere l'Ucraina sotto attacco, mentre la prima è potente a livello militare. Le consegne di armi finanziate dall'Unione europea dimostrano sia i limiti della sua azione sia l'evoluzione delle sue regole. Senza precedenti, trasgrediscono le regole comuni affidandosi all'azione degli Stati membri. Uno,la Francia, che detiene la Presidenza semestrale del Consiglio, mantiene l'unico canale di comunicazione occidentale con il dittatore russo, gli altri, con la Polonia e i paesi dell'Europa centrale e orientale, assicurano che l'Unione europea non farà cadere nel vuoto l’appello di un vicino che chiede aiuto.

 

LA REVISIONE, LO SVILUPPO O L'AVVIO DI POLITICHE COMUNI EUROPEE SONO QUINDI UN'OPERA ESSENZIALE PER L'UNIONE NEL PROSSIMO FUTURO

Ovviamente, il Green Deal europeo non resisterebbe a una guerra prolungata, e nemmeno a un conflitto che coinvolgesse maggiormente gli Stati membri. Il rischio è significativo. In tali circostanze, che antepongono l'urgenza alle politiche a lungo termine, vi è motivo di temere deroghe “forzate” e ripetute a disposizioni già contestate da alcuni Stati membri. L'Unione Europea deve adattare le sue politiche prima di essere costretta a un'economia di guerra.

 La “tassonomia”, tanto cara ad alcuni commissari e al Parlamento europeo, ha voluto escludere il nucleare e alla fine ha accettato di inserire il gas nelle energie di “transizione”. Questo zoppo compromesso non avrebbe mai dovuto riguardare l'energia nucleare, che contribuisce all'indipendenza energetica dell'Europa, né dovrebbe includere il gas di cui tutti ora vogliono liberarsi o per il quale intendono urgentemente cambiare fornitore. Le industrie della difesa che sono anche nella lista nera dovrebbero essere espressamente escluse dagli stessi tentativi.

In agricoltura, il destino dei pesticidi, senza uno studio di impatto, rischia di portare a una riduzione della produzione di cereali e ad un aumento della carenza e del prezzo dei generi alimentari di base in un momento in cui Russia e Ucraina, i due principali fornitori dei paesi in via di sviluppo, stanno riducendo drasticamente le loro esportazioni. L'Unione Europea ha una scelta: o perseguire la sua politica sviluppata sotto la pressione eccessiva delle lobby delle ONG militanti e contribuire a carestie e rivoluzioni, in particolare sulle sponde meridionali del Mare Mediterraneo, oppure, come hanno già fatto i ministri dell'agricoltura, riportare in coltura alcune aree, aumentare con urgenza la produzione di prodotti essenziali per evitare le conseguenze sociali e politiche di queste carenze. Rafforzerebbe così il suo ruolo geopolitico con gli Stati bisognosi.

Va da sé che un'effettiva solidarietà europea tra i suoi membri deve tenere conto anche della dimensione energetica. Gli Stati dipendenti devono poter fare affidamento sui loro partner per mettere in comune parte delle loro forniture o per beneficiare di un potere di contrattazione collettiva con nuovi fornitori. Sarà forse questa l'occasione per gettare le basi per una politica comune più realistica in questo settore chiave della sovranità europea?

Lo stesso vale per la difesa. Attualmente, l'Unione europea finanzia la distribuzione di armi all'Ucraina, cosa che questa non è in grado di fare internamente. Accelerare e rafforzare il finanziamento di industrie della difesa in Europa è una priorità richiesta sia dall'obiettivo dell'autonomia strategica sia dalle autorità della NATO. La politica delle sanzioni comuni ha impressionato per la sua portata. Tuttavia non può bastare né ora né in futuro. Dopo la bussola strategica adottata in primavera, il passo successivo è un vasto piano di finanziamento degli investimenti nel settore della difesa. Sarebbe meglio se esso fosse coordinato, gli annunci della Cancelleria tedesca in materia sembrano molto isolati.

 

LA GERMANIA SARÀ AL CENTRO DEI FUTURI PROBLEMI EUROPEI

Non avendo autonomia di difesa, non disponendo di una forza armata efficace, avendo fatto scelte energetiche unilaterali con poca solidarietà con i suoi partner, dipendendo dalle forniture russe, soffrendo per la chiusura dei mercati cinesi che potrebbe derivare dalla pandemia e dalle priorità politiche del partito comunista cinese, e dovendo gestire la riconversione del suo importante settore automobilistico, l'economia tedesca deve affrontare sfide formidabili.

Si evolverà verso un'integrazione europea rafforzata, come afferma, o continuerà con le sue politiche nazionali che non mancheranno di avere un impatto negativo sui suoi partner facendo loro sopportare alcuni dei suoi errori passati? Le risposte sono molto importanti per questo paese e per l'intera Unione europea.

La risposta migliore sarebbe perseguire con determinazione il completamento del mercato interno, dell'Unione bancaria e dell'Unione dei mercati di capitali. La Germania, come l'intera Unione, può trovare in questi progetti una soluzione parziale alle emergenze attuali e soluzioni durature a un'economia strutturalmente dipendente da paesi terzi.

Le soluzioni sono europee. I riflessi dei governi e dei cittadini stanno diventando sempre più europei. Gli Stati membri potrebbero trarne forza per nuove iniziative, che permettano  di cancellare le esitazioni, le lentezze, anche gli errori del passato, per volgersi risolutamente verso il futuro.

La “tempesta perfetta”, cioè violenta, quella che attraversa l'Unione europea è un'opportunità di revisione di alcune certezze, per adeguare le proprie politiche e conquistare un po' di più, attraverso l'efficienza e la reattività, il cuore dei cittadini europei.

 

Questo Rapporto Schuman sullo stato dell'Unione è stato ampiamente nutrito da contributi scritti prima dello scoppio della guerra russa in Ucraina. Ma rimane di grande attualità per le questioni a lungo termine che analizza e le proposte che contiene.

 

 

A RIVEDER LE STELLE

18 luglio 2022

INTERVISTA ESCLUSIVA A PAOLO LEVI

Corrispondente a Parigi per l'agenzia di stampa italiana ANSA

Traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari

 

Sei cresciuto a Roma e vivi a Parigi da diversi anni, sei italiano e decisamente europeista. Come conciliare queste diverse identità?

Le mie tre identità, romana, perché nel mio paese sei prima legato alla tua città, ma anche italiana ed europea, sono assolutamente complementari. Queste sono le stesse radici, la stessa cultura che trovo ovunque. A Parigi tutto mi parla di Roma e a Roma tutto mi parla di Atene; quando vedo la Chiesa della Madeleine penso al Partenone e ai templi che furono poi eretti in Italia. Esistono, certo, differenze tra noi, ma queste differenze sono la nostra ricchezza, poggiano su una base di valori comuni. È lo stesso movimento di civiltà che iniziò con Platone e che è giunto fino a noi, non si possono cantare le lodi di Rabelais senza conoscere Dante, non si possono cantare le lodi di Kant senza conoscere Platone. Ho avuto la possibilità di viaggiare molto in Europa e ho potuto constatare che ciò che ci univa era molto più importante di ciò che ci divideva. Sta a noi trasmettere il messaggio di Simone Veil che, dopo aver vissuto l'orrore dei campi, ha scelto la riconciliazione franco-tedesca e la speranza europea. Con la guerra di Putin, l'ideale dell'Unione Europea - "mai più guerra" - è in pericolo. Non possiamo rimanere indifferenti: spetta a tutti difendere i valori che ci costituiscono. Le 12 stelle dell'Unione Europea devono indicarci la strada.

Cosa metti in questa base di valori comuni?

La Libertà, lUguaglianza, la Fraternità, i valori dell'Illuminismo che si sono irradiati ben oltre i confini europei, le nostre radici giudaico-cristiane. Aggiungerei la laicità, il pluralismo, la parità di genere, la difesa delle minoranze e la democrazia, che è il nostro bene più prezioso. Le nuove generazioni che ci sono nate, che ci sono cresciute, devono sapere che nulla è mai acquisito. È come l'aria che respiriamo: ci rendiamo conto di quanto sia vitale quando inizia a mancarci. Questa base di valori comuni riguarda anche una certa “arte di vivere”. La cultura della condivisione, il gusto del dibattito, lo spirito critico sono parte di una tradizione europea. I caffè, le piazze, le strade a misura d'uomo, il nostro paesaggio così ricco e mutevole in così poco spazio, l'attenzione alla qualità piuttosto che alla quantità, tutto questo ci definisce e forgia la nostra identità. Questa coscienza europea deve risvegliarsi: non riconoscerla è come negare una parte di noi stessi. E dobbiamo garantire che il progetto europeo sia accessibile a quante più persone possibili, attraverso l'istruzione, la scuola, gli scambi, l'Erasmus o il servizio civico europeo. Umberto Eco diceva: "È pazzesco, quando vado a New York, in Giappone, in Cina, mi trattano come europeo, l'unico posto dove non mi riconoscono come tale è l'Europa!". Il problema viene anche da chi usa l'Unione Europea come capro espiatorio. È un meccanismo che può avere un interesse politico a breve termine. Ma, alla lunga, ci stiamo sparando sui piedi, a beneficio delle altre grandi potenze.

L'Unione europea spesso rimane poco percepita o fraintesa. Come promuovere il senso di appartenenza dei cittadini?

A un certo punto abbiamo smesso di essere noi stessi, magari facendo entrare paesi che, come il Regno Unito, non condividevano pienamente il nostro approccio e ci siamo persi lungo la strada.

Dagli anni '70 e '80 e fino al 2014 abbiamo costruito un'Europa liberale ispirata a un modello anglosassone che non corrispondeva del tutto al nostro progetto iniziale, abbiamo compiuto un cammino enorme. Tuttavia, il progetto europeo non può essere solo economico. Accanto a un mercato, abbiamo bisogno di uno spazio politico, di una dimensione spirituale e culturale. Per riaccendere la fiamma europea, dobbiamo riconnetterci con lo spirito originario dei Padri Fondatori. L'Europa è la culla dello Stato sociale, uno Stato in prima linea nella riduzione delle disuguaglianze. Ma lo Stato non può fare tutto, spetta anche alla società civile contribuire a questa costruzione creando legami transnazionali. Con le nuove tecnologie e la democratizzazione dei trasporti, questo sta divenendo sempre più facile. L'Europa è un'orchestra formidabile in cui ogni paese è una specie di strumento: tutti questi strumenti devono accordarsi per suonare la stessa musica. Una cosa mi stringe il cuore: in rue de Verneuil a Parigi, i passanti fotografano sempre la casa di Serge Gainsbourg, ma nessuno si ferma di fronte, al numero 6, davanti alla casa di Robert Schuman. Eppure Schuman fu un genio come Gainsbourg: è stato a suo modo un musicista, ha creato armonia e concordia in Europa, ha dato il "la" con la solidarietà di fatto. 77 anni di pace ininterrotta contro 1000 anni di guerre fratricide.

 

La crisi che stiamo attraversando può davvero rafforzare l'Unione Europea?

La storia ci dice che ogni crisi annuncia un Rinascimento. Nonostante il periodo difficile che stiamo attraversando, rimango ottimista nel senso che la pandemia è stata un acceleratore. È come se fossimo finalmente usciti da una forma di sonnambulismo. Nasce una grande speranza. L'edificio europeo ne esce molto più solido di quanto pensiamo. L'adozione del piano di risanamento, il 21 luglio 2020, è stata un momento storico. Dopo trent'anni di tanto denigrato “ipermercato” in Europa, abbiamo finalmente gettato le basi di quella che sembra essere una nuova forma di fraternità europea. Sembra che stia emergendo un'Europa più politica, sociale e solidale. È caduto un tabù! Una cosa mi stupisce: da giornalista mi sono occupato, in questi anni, di manifestazioni contro l'austerità a Parigi, a Roma, ad Atene. Nessuna era riuscita a cambiare la situazione. Ora l'Europa è riuscita nella sua scommessa, ma nessuno le è grato. In questa fase, però, è un ballon dessai, il piano di ripresa è legato alla pandemia; la vera sfida sarà farne uno strumento strutturale che potrà declinarsi in tutti i settori. Per l'Italia è una specie di test, perché essa ne è il principale beneficiario con 200 miliardi di euro e ha interesse a spendere bene questi soldi. I “frugali” ci tengono gli occhi addosso: se funziona, potremmo pensare di perpetuare questa nuova forma di solidarietà su scala continentale, altrimenti sarà un colpo a vuoto. Ma tutti noi abbiamo interesse a restare uniti, come hanno fatto Francia e Italia durante la pandemia. Dopo aver attraversato una delle crisi diplomatiche più gravi della loro Storia, questi due paesi fondatori dell'Unione Europea hanno agito come se formassero un'unica Repubblica, riuscendo a convincere i loro partner, Germania compresa, che era giunto il momento di porre fine a una Europa eccessivamente austera. Certo, le finanze pubbliche sono importanti ma non possono costituire la pietra angolare del nostro progetto che è, soprattutto, un progetto umanista e di civiltà.

La coppia franco-italiana può essere un'alternativa al motore franco-tedesco?

Non c'è Europa senza coppia franco-tedesca. Essa si è costruita sulla riconciliazione tra Parigi e Berlino e non è un caso che la sede del Parlamento europeo sia a Strasburgo, questa città cerniera tra due paesi che si sono tanto combattuti e che si sono riconciliati. Ma, mentre questo ingranaggio del motore europeo è fondamentale, non è tuttavia sufficiente per affrontare le sfide che questo nuovo millennio ci pone. Seconda e terza economia della zona euro, lItalia e la Francia possono dare un impulso alla costruzione di un'Europa più empatica e più vicina ai cittadini, cercando di trovare un equilibrio con una serietà di bilancio altrettanto necessaria. La firma del Trattato del Quirinale a fine 2021 o il rilancio dello storico gemellaggio tra Roma e Parigi rafforzano questo movimento. Sottoscritta nel 1956, l'unione tra la Città Eterna e la Città della Luce anticipava di un anno i Trattati di Roma firmati il ​​25 marzo 1957 dall'Europa dei Sei nella Sala degli Orazi e dei Curiazi in Campidoglio. L'uscita del Regno Unito, che non ha mai voluto veramente partecipare a questo progetto politico, è una straordinaria occasione per riconnetterci con la nostra essenza profonda.

Paese fondatore, l'Italia è da tempo uno degli Stati membri più filoeuropei. Ma negli ultimi anni i suoi sentimenti europei hanno avuto alti e bassi.

L'Italia ha vissuto un ondeggiamento euroscettico nel 2013 con la crisi economica e questa sfiducia è poi andata in crescendo, con la crisi del debito, poi con la crisi migratoria, dove si è sentita abbandonata e “tradita” dai suoi alleati storici. Lei, così filoeuropea, che tanto aveva contribuito alla costruzione europea con grandi personalità come Alcide De Gasperi o Altiero Spinelli, provò una grande frustrazione, come una forma di delusione amorosa. Ciò si è riflesso alle urne con la vittoria dei populisti, ovvero il Movimento 5 stelle (M5S) e la Lega. Dopo l'adozione del piano di ripresa, gli italiani, riuniti intorno a Mario Draghi, sono in parte ridivenuti gli euro-entusiasti di un tempo. Ma tutto ciò rimane fragile. L'attuale crisi politica, con le dimissioni di Mario Draghi, subito respinte dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ce lo ricorda in modo lampante. In un contesto così delicato per l'Italia e per l'Europa,  l'unità dovrebbe prevalere sui calcoli elettorali e sulla politica dei partiti, che sono un vantaggio per Vladimir Putin. Anche Matteo Salvini, che era il più antieuropeo per convenienza politica, ha drammaticamente rivisto le sue posizioni e sostiene il governo di unità nazionale. C'è da dire che i suoi elettori sono anche le piccole e medie imprese del nord Italia, i cui primi clienti sono Francia e Germania! L'unica che continua a tenere un discorso molto nazionalista è Giorgia Meloni, astro nascente dell'estrema destra, a capo di Fratelli d'Italia e convinta postfascista. Il problema è che i nazionalisti vorrebbero riportarci indietro di 70 anni: ci vendono delle nazioni in “mono” contro un'Europa ormai in “stereo”. Capisco la moda dell'usato e dei vinili: ma non si può trasformare il "vintage" in un modello di società. Piuttosto che dividere, dovremmo approfittare dei prossimi mesi per realizzare due riforme cruciali: la revisione del Patto di stabilità e crescita e la fine del veto in Europa. Non c'è autonomia europea possibile con la regola dell'unanimità, perché così si corre sempre il rischio di avere un cavallo di Troia, come Viktor Orban per esempio. Sono favorevole alle liste transnazionali alle prossime elezioni europee del 2024 per rafforzare la nostra democrazia e partecipare all'avvento di un vero dibattito pubblico europeo.

Nuove minacce incombono sulla zona euro: inflazione, rischio di recessione, aumento dei tassi d’interesse. Che cosa consigli per riformare il Patto?

Le regole attuali, 3% di deficit - che contribuiscono ad alimentare la frustrazione anti-europea - e 60% di debito, sono troppo rigide e ormai obsolete. Sono necessarie regole più flessibili, più orientate al DNA dell'Europa, che ha un urgente bisogno di liberare il suo potenziale, attraverso la crescita e gli investimenti. Questa riforma del Patto di Stabilità e Crescita e la fine dell'unanimità su diverse questioni sono una questione di sopravvivenza; o lo facciamo, oppure ogni Stato membro diverrà in pochi anni un semplice satellite degli Stati Uniti, della Cina o della Russia. È ora o mai più, nel senso che siamo davvero giunti alla fine di un ciclo. In molti ambiti si assiste a un forte ritorno dell'Europa: non c'è motivo per cui essa non debba essere una grande potenza. È il continente più ricco del mondo, un modello per molti paesi. Quando sono uniti, saldi, solidali, gli europei sono più forti. L'Unione Europea è "il più grande progetto politico nella storia dell'umanità", diceva Antonio Megalizzi, il giovane giornalista italiano morto sotto i colpi del terrorismo nel 2018 al mercatino di Natale di Strasburgo. Critichiamo molto l'Europa perché spesso la consideriamo come un qualcosa di realizzato. Ma l'Europa è un work in progress, con i suoi difetti e le sue mancanze. È un progetto in perenne costruzione. Ogni generazione può e deve fare la sua parte perché tutte le battaglie attuali, siano esse climatiche, digitali, industriali, etc., sono più efficaci su scala europea.

Lo status ufficiale di candidato all'Unione Europea è stato appena concesso a Ucraina e Moldova. Cosa ne pensi del progetto di una comunità politica europea che consenta ai paesi impegnati in lunghi negoziati di adesione di essere più strettamente associati?

L'architettura europea è complessa e a volte è un vero rompicapo capire come funziona. Quindi non c'è bisogno di complicarla ulteriormente e non sono molto convinto di questa idea di comunità politica europea. D'altra parte, è importante, ed è un segnale forte, aver concesso lo status di candidato all'Ucraina, anche se sarà importante prendere il tempo necessario per completare i 35 capitoli negoziali. Il destino europeo dell'Ucraina è iniziato prima, a metà marzo, quando il Paese si è staccato dalla rete elettrica russa e si è connesso alla rete europea. Poco dopo l'inizio dell'invasione russa, l'Ucraina e l'Europa si sono date fisicamente la mano, unendosi l'una all'altra.

Ma questo riavvicinamento non rischia alla fine di porre una sfida molto grande per l'Unione Europea?

È ovvio che non potremo avere le stesse ambizioni o raggiungere gli stessi traguardi, che si sia 27, o 33 o 35, o 6 o 12. Questo non ci impedisce di creare una comunità di valori e di destino, con le istituzioni esistenti. Ma se vogliamo sopravvivere, dovremo preparare uno zoccolo duro capace di costruire l'Europa politica, con i paesi fondatori, la Spagna, il Portogallo e la Grecia, o a livello della zona euro. Questi paesi hanno la maturità necessaria, sono pronti a fare il salto. Possono cominciare a pensare a una forma di federalismo e porsi come guide, per indicare la strada, da nuovi pionieri, riprendendo la strada indicata dai Padri Fondatori alla fine della Seconda Guerra mondiale. Gli altri Stati membri sono i benvenuti, a condizione che condividano non solo i vantaggi di questa appartenenza, ma anche i doveri e i valori, in particolare in termini di Stato di diritto e di pluralismo. Sarà inoltre necessario fare in modo che chi sta fuori non blocchi chi vuole andare avanti, perché non c'è alcun motivo per cui chi vuole una maggiore integrazione sia impedito da chi è riluttante. L'Italia è pronta a questo salto federale perché lo ha già fatto in casa propria: gli Italiani sono convinti che se siamo riusciti a mettere insieme un torinese e un palermitano, possiamo mettere insieme anche un ateniese e un parigino, un berlinese e un romano. La mia Europa ideale non è affatto una megastruttura, un mastodonte tecnocratico dove tutto si deciderebbe solo a Bruxelles: è delegare i poteri all'Unione Europea dove, insieme, possiamo essere più efficaci, ma significa anche dare più potere a territori e a regioni. Questo potrebbe contribuire a calmare le frustrazioni. Si dovrà trovare un compromesso tra le diverse culture e le diverse sensibilità.

L'Europa di giugno 2022 è molto diversa da quella di gennaio 2022, ha affermato Emmanuel Macron, a Bruxelles, durante il Consiglio europeo. Sei d'accordo?

In termini di integrazione europea, il vero cambiamento è iniziato molto prima della guerra in Ucraina. Un primo passo è avvenuto nel luglio 2012, durante la crisi economica e finanziaria, quando Mario Draghi, allora Presidente della Banca Centrale Europea (BCE), si disse pronto al whatever it takes “qualunque cosa serva”, vale a dire, per proteggere l'euro dalla speculazione internazionale. Da quel momento in poi, la moneta unica era salva. Una seconda fase di accelerazione si è verificata durante la pandemia di Covid, con il piano di ripresa NextGenerationEU e la nascita di un'Europa della Salute. Nonostante un inizio complicato, il piano di vaccinazione è stato un successo, è stato messo in atto in modo spettacolare e rapido. La terza fase è quella che stiamo vivendo ora con il ritorno della guerra nel cuore del nostro continente, che mostra come la pace non si acquisisca mai in modo duraturo, e con la consapevolezza che dobbiamo essere più uniti che mai. La difesa dei nostri valori diventa più importante di ogni altra cosa. Al momento, si decide il futuro dell'Europa per i prossimi anni: abbiamo la scelta tra superare le nostre divisioni per unirci o rischiare di romperci definitivamente.

Questa guerra segna anche il forte ritorno della NATO e dell'ombrello transatlantico, in particolare nell'Est. Il progetto di difesa europeo non è indebolito da questo?

No. Gli anni di Trump hanno dimostrato che l'America è un partner fondamentale, ma che può cambiare priorità in qualsiasi momento. Ad esempio, l'estate scorsa, quando gli Stati Uniti hanno lasciato l'Afghanistan. Sarebbe quindi miope tornare allo status quo e non creare uno zoccolo duro di difesa europea più solido. Questa è la condizione per essere una vera potenza rispettata nel mondo. Questo può essere complementare alla NATO, ma l'Alleanza atlantica non basta più, l'Europa deve uscire dalletà dellinnocenza e divenire padrona del proprio destino, anche dal punto di vista militare. In questo campo sono in gioco problematiche industriali molto complesse. Si tratta di una sfida da raccogliere.

Questo è un tema che è spuntato come un serpente di mare dopo il fallimento nel 1954 del progetto di Comunità europea di Difesa.

L'esercito europeo non si costruirà di certo dall'oggi al domani: sarà costruito per “solidarietà di fatto”. La crisi ucraina avrà un effetto di acceleratore per la difesa europea. È già necessario razionalizzare il settore, riorganizzarlo, sviluppare le sinergie, evitare le duplicazioni, individuare le aree in cui ogni Paese può essere più efficace. La Francia è in prima linea nel nucleare e negli aerei da caccia, l'Italia potrebbe avere altri asset, ad esempio nel settore navale. Ognuno potrebbe agire là dove è più forte e metterlo al servizio della collettività europea. Ciò consentirebbe di realizzare economie di scala e di essere più efficienti, dunque operativi. Ma ciò richiede la fiducia reciproca. Vengono regolarmente organizzate esercitazioni militari congiunte tra Francia e Italia. La fiducia dovrebbe essere la stessa tra tutti gli Stati membri.

I prossimi mesi si annunciano molto difficili, con la minaccia russa di chiudere il rubinetto del gas e il rischio di una crisi alimentare. Come rispondere?

L'Europa dovrà ancora mostrare solidarietà e unità e creare scorte energetiche comuni, per garantire la sua autonomia strategica a lungo termine. A medio termine, l'unica via d'uscita dalla dipendenza russa sarà l'importazione di gas naturale liquefatto (GNL); l'Italia è così riuscita a ridurre le consegne di gas russo dal 40 al 25%. Tutto questo si sposa perfettamente con il Patto Verde e lo sviluppo delle energie rinnovabili. La Storia ci sta inviando segnali potenti per pensare a un nuovo modello di solidarietà e sostenibilità. La mutualizzazione del debito è lo strumento più sicuro per far fronte a tutte queste turbolenze, compresa la perdita del potere d'acquisto. Poiché condividiamo gli stessi valori, non c'è motivo per non andare avanti insieme, mano nella mano; perché dividersi significa fare il gioco dei nostri rivali internazionali che non condividono i nostri valori. In tempo di guerra, dobbiamo unirci e cercare di superare le divisioni, liberarci per un momento dai nostri rispettivi ego per partecipare insieme alla costruzione di qualcosa di più forte della somma delle nostre individualità. D'ora in poi, è in gioco il nostro destino nazionale ed europeo. Qualsiasi forma di patriottismo richiede una dimensione europea. "Uno per tutti, tutti per uno", il motto dei Tre Moschettieri, non è mai stato così attuale. L'Unione Europea fa la forza. È giunto il momento di riaccendere le stelle!

 

Intervista condotta da Isabelle Marchais

 

La FONDAZIONE ROBERT SCHUMAN, creata nel 1991 e riconosciuta di pubblica utilità, è il principale centro di ricerca francese in Europa. Sviluppa studi sull'Unione Europea e le sue politiche e ne promuove i contenuti in Francia, Europa e all'estero. Provoca, arricchisce e stimola il dibattito europeo attraverso le sue ricerche, le sue pubblicazioni e l'organizzazione di convegni. La Fondazione è presieduta da M. Jean-Dominique GIULIANI.

 

DICHIARAZIONE DEL 9 MAGGIO 1950

[Traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari]

 

 

“La pace nel mondo non può essere salvaguardata senza sforzi creativi commisurati ai pericoli che la minacciano.

Il contributo che un'Europa organizzata e viva può dare alla civiltà è essenziale per il mantenimento di relazioni pacifiche. Difendendo un'Europa unita da più di vent'anni, la Francia ha sempre avuto l'obiettivo essenziale di servire la pace. L'Europa non è stata fatta, abbiamo avuto la guerra.

L'Europa non si farà tutta in una volta, né in una costruzione unica: sarà fatta attraverso realizzazioni concrete, creando anzitutto una solidarietà di fatto.

L'insieme delle nazioni europee esige che venga eliminata la secolare opposizione tra Francia e Germania: l'azione intrapresa deve interessare in primo luogo la Francia e la Germania.

A tal fine, il governo francese propone di intervenire immediatamente su un punto limitato ma decisivo:

Il governo francese propone di porre l'intera produzione franco-tedesca di carbone e acciaio sotto un'Alta Autorità comune, in un'organizzazione aperta alla partecipazione degli altri paesi d'Europa.

La messa in comune della produzione di carbone e acciaio assicurerà immediatamente la creazione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di regioni da tempo dedite alla fabbricazione delle armi da guerra di cui sono state le vittime più costanti.

La solidarietà di produzione che si stabilirà dimostrerà così che qualsiasi guerra tra Francia e Germania diventa non solo impensabile, ma materialmente impossibile. L'istituzione di questa potente unità di produzione, aperta a tutti i paesi che vorranno parteciparvi, fornendo a tutti i paesi che riunisce gli elementi fondamentali della produzione industriale alle stesse condizioni, getterà le vere basi della loro unificazione.

Questa produzione sarà offerta al mondo intero, senza distinzioni né esclusioni, per contribuire all'innalzamento del tenore di vita e al progresso delle opere di pace. L'Europa potrà, con maggiori risorse, continuare a svolgere uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo del continente africano.

In tal modo si realizzerà semplicemente e rapidamente la fusione d’interessi essenziale per instaurare una comunità economica, introducendo il fermento di una comunione più ampia e profonda tra paesi a lungo contrastati da sanguinose divisioni.

Mettendo in comune la produzione di base e listituzione di una nuova Alta Autorità, le cui decisioni legheranno la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, questa proposta getterà le prime basi concrete per una Federazione europea indispensabile per il mantenimento della pace.

Per raggiungere la realizzazione degli obiettivi così definiti, il governo francese è pronto ad aprire negoziati sulle seguenti basi.

Il compito assegnato all'Alta Autorità comune sarà quello di assicurare, il più rapidamente possibile: l'ammodernamento della produzione e il miglioramento della sua qualità; la fornitura a condizioni identiche di carbone e acciaio sul mercato francese e su quello tedesco, nonché su quello dei paesi membri; lo sviluppo delle esportazioni congiunte verso altri paesi; la perequazione nel miglioramento delle condizioni di vita della manodopera di queste industrie.

Per raggiungere questi obiettivi dalle condizioni molto diverse in cui si trovano attualmente le produzioni dei paesi membri, in via transitoria dovranno essere attuate alcune disposizioni, tra cui l'applicazione di un piano di produzione e di investimenti, l'istituzione di meccanismi di perequazione dei prezzi, la creazione di un fondo di riconversione per facilitare la razionalizzazione della produzione. La circolazione del carbone e dell'acciaio tra i paesi membri sarà immediatamente liberata da tutti i dazi doganali e non potrà essere influenzata da tariffe di trasporto differenziate. Gradualmente emergeranno le condizioni che assicureranno spontaneamente la distribuzione più razionale della produzione al più alto livello di produttività.

A differenza di un cartello internazionale che tende alla ripartizione e allo sfruttamento dei mercati nazionali attraverso pratiche restrittive e con il mantenimento di alti profitti, l'organizzazione progettata garantirà la fusione dei mercati e l'espansione della produzione.

I princìpi e gli impegni essenziali sopra definiti saranno oggetto di un trattato firmato tra gli Stati. Le trattative essenziali per precisare le misure attuative proseguiranno con l'assistenza di un arbitro nominato di comune accordo: quest'ultimo avrà il compito di vigilare sulla conformità degli accordi ai princìpi e, in caso di opposizione irriducibile, fisserà la soluzione che sarà adottata. L'Alta Autorità comune preposta al funzionamento dell'intero sistema sarà composta di personalità indipendenti nominate di comune accordo dai Governi; un Presidente sarà scelto di comune accordo dagli altri paesi membri. Disposizioni appropriate assicureranno i mezzi necessari per impugnare le decisioni dell'Alta Autorità. Un rappresentante delle Nazioni Unite presso questa Autorità sarà responsabile di presentare una relazione pubblica due volte l'anno all'ONU per riferire sul funzionamento del nuovo organismo, in particolare per quanto riguarda la salvaguardia dei suoi scopi pacifici.

L'istituzione dell'Alta Autorità non pregiudica in alcun modo il sistema di proprietà delle società. Nell'esercizio della sua missione, l'Alta Autorità comune terrà conto dei poteri conferiti all'Autorità internazionale della Ruhr e degli obblighi di qualsiasi natura imposti alla Germania, fintanto che essi rimarranno in vigore.