TROPPO SACRO PER QUESTO MONDO

Di Oded Israeli è professore presso il Dipartimento Goldstein-Goren di Pensiero Ebraico all'Università Ben Gurion del Negev e titolare della Cattedra Solly Yellin di Pensiero e Storia Ebraica Europea.

Traduzione a cura di Barbara de Munari

Lo Zohar esplora la natura del fanatismo attraverso le figure di Pinchas ed Elia.

La parashah di Pinchas si apre con Dio che benedice l'omonimo personaggio. Cosa fece Pinchas per meritarsi questo favore divino? Conficcò una lancia nel corpo dell'israelita Zimri e della sua amante madianita, trafiggendoli insieme. A questo singolo atto di zelo viene attribuito il merito di aver posto fine alla deriva idolatrica degli Israeliti (precipitata dalle seducenti donne madianite) e di aver fermato la piaga che rappresentava la loro punizione divina. La lode di Dio a Pinchas è inequivocabile: "Ecco, io gli do il mio patto di pace... perché è stato zelante per il suo Dio e ha espiato per gli Israeliti" ( Numeri 25:12-13 ). 

Si potrebbe concludere che la Torah attribuisca un valore positivo, persino superlativo, agli atti di zelo compiuti in nome di Dio. I saggi del Talmud, tuttavia, sono cauti e persino sospettosi nei confronti dello zelo. Non considerano Pinchas un esempio da seguire e non consigliano di imitarne il comportamento ( Sanhedrin 81-82 ). Allo stesso modo, esprimono ambivalenza riguardo al profeta Elia che, in un episodio altrettanto violento, uccise 450 profeti idolatri di Baal ( 1 Re 18 ). 

Il paragone tra Pinchas ed Elia è ben consolidato nella tradizione ebraica. Infatti, un famoso midrash li identifica come la stessa persona ( Yalkut Shimoni, 771 ). Sebbene la Bibbia stessa parli positivamente di Elia (e di Pinchas), i saggi affermano ripetutamente che l'atto di zelo violento del profeta fu la ragione per cui venne "destituito" dal suo incarico di profeta, e il suo protetto Eliseo fu nominato al suo posto (vedi, ad esempio, Mekhilta de'Rabbi Yishmael, Pischa 1:17 ). I saggi sono consapevoli del pericolo insito nello zelo.

Se la Torah loda lo zelo e i saggi del Talmud lo detestano, qual è la posizione dello Zohar? Lo Zohar offre una prospettiva più complessa e sorprendente. Ecco cosa dice a proposito di Elia che conclude la sua carriera (e la sua vita sulla Terra) venendo rapito in Cielo in un turbine:

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Venite e vedete ciò che è scritto: «Ed ecco, un carro di fuoco e cavalli di fuoco…» ( 2 Re 2:11 ) — poiché allora il corpo si separò dallo spirito, ed egli non ascese come gli altri uomini del mondo, ma rimase un angelo santo come gli altri santi in cielo, compiendo missioni nel mondo…

E (Dio) disse: «Che cosa fai qui, Elia?»

Ed egli rispose: «Sono stato molto zelante».

Il Santo Benedetto gli disse: «Fino a quando sarai zelante per me? Hai chiuso una porta affinché la morte non possa più dominare su di te nel mondo, e il mondo non possa più sopportarti tra gli uomini…

Venite e vedete cosa ha prodotto quella cosa di Elia, come è scritto: «Eppure ho lasciato settemila in Israele, tutte le ginocchia che non si sono piegate davanti a Baal e ogni bocca che non l'ha baciato». ( 1 Re 19:18 )


Il Santo Benedetto gli disse: «D'ora in poi, poiché il mondo non può più sopportarti tra gli uomini, ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Meholah, come profeta al tuo posto; egli sarà un altro profeta per gli uomini, e tu ascenderai al tuo posto.

Vieni e guarda: chiunque sia zelante per il Santo Benedetto, l'angelo della morte non potrà dominarlo come sugli altri, e la pace sarà stabilita in lui; e questo è già stato stabilito, come è stato detto riguardo a Pinchas: “Perciò di': Ecco, io gli do il mio patto di pace”» ( 
Numeri 25:12 )

Zohar 1:209a-b

Lo Zohar considera lo zelo un valore sublime, in linea con il racconto biblico delle storie di Pinchas ed Elia? Oppure, in accordo con i saggi talmudici, nutre profonde riserve al riguardo? La risposta è entrambe le cose. Da un lato, in accordo con il Midrash precedente, lo Zohar inquadra la direttiva di ungere Eliseo come la conseguenza della rimozione di Elia dal suo incarico a causa del suo zelo. Dall'altro lato, lo Zohar considera chiaramente lo zelo di Elia come la ragione per cui egli ascende al Cielo ed evita la morte. Grazie al suo zelo, Elia fu rimosso dal suo incarico terreno, ma si meritò anche la vita eterna.

Lo Zohar rifiuta il fanatismo normativo, non perché sia ​​intrinsecamente malvagio, ma perché i suoi obiettivi non possono essere realizzati in questo mondo e non sono in accordo con la natura umana. Il fanatismo estremo è qui inteso come un tratto "inumano", ma non necessariamente negativo. Al contrario, è un tratto "sovrumano" appartenente ad altri piani di esistenza, ed è per questo che Elia viene trasferito in Cielo. Agli occhi dello Zohar, il fanatismo è espressione di perfezione religiosa, che di per sé è qualcosa di sublime ed elevato. Tuttavia, non ha posto nel mondo terreno, popolato da esseri umani fragili e imperfetti. Il fanatismo è un biglietto per la vita eterna, per l'unione con Dio, ma è anche un biglietto per l'esilio dalla faccia della terra. È un'espressione religiosa nobile e sublime, ma è anche distruttiva e letale.

Ciò che vale per gli zeloti vale, in una certa misura, anche per i mistici. Esiste un importante parallelismo tra la devozione mistica a Dio e le campagne zelanti per cause divine. La ricerca mistica, come il fanatismo, può condurre a comportamenti in contrasto con le norme sociali. Chi intraprende queste vie può ritrovarsi al di fuori, o forse al di là, dei normali ruoli sociali. Al contrario, chi desidera integrarsi nel mondo, partecipare alla società umana e plasmarla, deve frenare il proprio fervore religioso e il proprio fanatismo, e forse anche le proprie aspirazioni mistiche.

Oded Israeli è professore presso il Dipartimento Goldstein-Goren di Pensiero Ebraico all'Università Ben Gurion del Negev e titolare della Cattedra Solly Yellin di Pensiero e Storia Ebraica Europea.

 

 

 

 

Nomi / caronte con la c minuscola

«Senza sapere come, mi trovai caricato su di un autocarro con una trentina di altri; l’autocarro partì nella notte a tutta velocità; era coperto e non si poteva vedere fuori, ma dalle scosse si capiva che la strada aveva molte curve e cunette. Eravamo senza scorta? ... buttarsi giú? Troppo tardi, troppo tardi, andiamo tutti «giù». D’altronde, ci siamo presto accorti che non siamo senza scorta: è una strana scorta. È un soldato tedesco, irto d’armi: non lo vediamo perché è buio fitto, ma ne sentiamo il contatto duro ogni volta che uno scossone del veicolo ci getta tutti in mucchio a destra o a sinistra. Accende una pila tascabile, e invece di gridare «Guai a voi, anime prave» ci domanda cortesemente ad uno ad uno, in tedesco e in lingua franca, se abbiamo danaro od orologi da cedergli: tanto dopo non ci servono più. Non è un comando, non è regolamento questo: si vede bene che è una piccola iniziativa privata del nostro caronte. La cosa suscita in noi collera e riso e uno strano sollievo».

(Capitolo Il viaggio)

Cose / menaschka
«Lorenzo ci porta ogni sera tre o quattro litri della zuppa dei lavoratori civili italiani. Per risolvere il problema del trasporto, abbiamo dovuto procurarci ciò che qui si chiama una “menaschka”, vale a dire una gamella fuori serie di lamiera zincata, piuttosto un secchio che una gamella. Silberlust, il lattoniere, ce l’ha fabbricata con due pezzi di grondaia, in cambio di tre razioni di pane: è uno splendido recipiente solido e capace, dal caratteristico aspetto di arnese neolitico».

(Capitolo L’ultimo)

Città / Napoli
«Gli raccontai che avevo sognato di essere a casa mia, nella casa dove ero nato, seduto con la mia famiglia, con le gambe sotto il tavolo, e sopra molta, moltissima roba da mangiare. Ed era d’estate, ed era in Italia: a Napoli? ... ma sì, a Napoli, non è il caso di sottilizzare. Ed ecco, a un tratto suonava il campanello, e io mi alzavo pieno di ansia, e andavo ad aprire, e chi si vedeva? Lui, il qui presente Kraus Páli, coi capelli, pulito e grasso, e vestito da uomo libero, e in mano una pagnotta. Da due chili, ancora calda».

(Capitolo Kraus)

Animali / spoglie di insetti

«Quando parla, quando guarda, dà l’impressione di essere vuoto interiormente, nulla più che un involucro, come certe spoglie di insetti che si trovano in riva agli stagni, attaccate con un filo ai sassi, e il vento le scuote».

(Il compagno soprannominato «Null Achtzehn», nel capitolo Ka-Be)

Numeri / Funerea scienza
«Solo molto più tardi, e a poco a poco, alcuni di noi hanno poi imparato qualcosa della funerea scienza dei numeri di Auschwitz, in cui si compendiano le tappe della distruzione dell’ebraismo d’Europa. Ai vecchi del campo, il numero dice tutto: l’epoca di ingresso al campo, il convoglio di cui si faceva parte, e di conseguenza la nazionalità. Ognuno tratterà con rispetto i numeri dal 30 000 all’80 000: non sono più che qualche centinaio, e contrassegnano i pochi superstiti dei ghetti polacchi. Conviene aprire bene gli occhi quando si entra in relazioni commerciali con un 116 000 o 117 000: sono ridotti ormai a una quarantina, ma si tratta dei greci di Salonicco, non bisogna lasciarsi mettere nel sacco. Quanto ai numeri grossi, essi comportano una nota di essenziale comicità, come avviene per i termini «matricola» o «coscritto» nella vita normale: il grosso numero tipico è un individuo panciuto, docile e scemo, a cui puoi far credere che all’infermeria distribuiscono scarpe di cuoio per individui dai piedi delicati, e convincerlo a corrervi e a lasciarti la sua gamella di zuppa «in custodia»; gli puoi vendere un cucchiaio per tre razioni di pane; lo puoi mandare dal più feroce dei Kapos, a chiedergli (è successo a me!) se e vero che il suo è il Kartoffelschalenkommando, il Kommando Pelatura Patate, e se è possibile esservi arruolati».

(Capitolo Sul fondo)

ZOHAR - PARASHAH SH'LACH

Dio oltre Dio - Un'esplorazione cabalistica del divino Nulla

 Di Nathan Wolski, docente di studi ebraici presso l'Australian Centre for Jewish Civilisation della Monash University. È il traduttore del volume 10 dello Zohar Pritzker e, insieme a Joel Hecker, del volume 12.

(Traduzione dall’inglese a cura di Barbara de Munari)

 

Nel XIII secolo, gli ebrei scoprirono il Nulla. Più precisamente, il Nulla divino, Ayin, il nulla al di là e precedente persino a YHVH. Da dove proveniva quest'idea, che la parte più essenziale di Dio sia caratterizzata dall'assenza?

Filosofi ebrei medievali come Maimonide insegnavano che Dio è assolutamente trascendente, ovvero al di là del mondo. Insegnavano anche che Dio è incomparabile, diverso da qualsiasi cosa possiamo conoscere o sperimentare. In altre parole, avevano molto più da dire su ciò che Dio non è che su ciò che Dio è. Questo gettò le basi per l'idea radicale di Dio come Nulla.

Ancora più decisiva fu la "scoperta" di Ayin da parte del cabalista Azriel di Gerona, avvenuta grazie al suo incontro con il pensiero del teologo cristiano del IX secolo Giovanni Scoto Eriugena. Prima di Eriugena, molti cristiani ed ebrei credevano nella creazione ex nihilo, ovvero nell'idea che Dio avesse creato il mondo dal nulla, dando vita alla materia dal vuoto. Ma Eriugena portò quest'idea un passo avanti, interpretando la creazione ex nihilo come l'emergere dell'essere dal nihil di Dio. Ciò aprì la strada all'identificazione di Dio con il Nulla.

Al tempo in cui fu scritto lo Zohar, il Nulla aveva assunto il suo posto come essenza più profonda di Dio e sefirah suprema, Keter. Il Nulla, di conseguenza, assunse un ruolo chiave nella ricerca mistica. Ciò significava che il mistico cercava di ascendere attraverso il regno sefirotico fino alle più alte vette della divinità, per incontrare il Nulla. Significava anche che la pratica dell'annientamento di sé, del rendersi nulla, divenne una modalità di adorazione significativa. 

A questo punto, ci si potrebbe giustamente chiedere: come hanno osato? Ovvero, dove nella letteratura ebraica classica si trova un riferimento a questa audace idea di un Nulla divino al di sopra e al di là di YHVH? Al che lo Zohar risponde: proprio qui, nella Parashah Sh'lach ! 

Nel libro dei Numeri, capitolo 13, Mosè incarica delle spie di lasciare il deserto per esplorare la terra promessa. Dice loro: «Osservate il paese: com'è? E il popolo che lo abita: è forte o debole? È numeroso o scarso? Com'è il paese che abita: è buono o cattivo? E come sono le città in cui abitano: sono insediamenti aperti o in fortezze? Com'è il paese: è fertile o arido? Vi sono alberi o no?» (Numeri 13:17-20).

Nel commentario dello Zohar a questo passo, Rabbi Hiyya si chiede perché Mosè avrebbe chiesto alle spie di valutare la qualità della terra, poiché Dio aveva già promesso che in essa scorrevano latte e miele (Esodo 3:8). Rabbi Shimon spiega che Mosè in realtà sta incaricando le spie di valutare qualcos'altro. Quando Mosè chiede: "Ci sono alberi o no?", ciò che sta realmente chiedendo è: "Ci sono alberi o niente?". (La parola ebraica per "non", ayin, è la stessa parola che indica il Nulla divino). Non si tratta, quindi, di una questione di ecologia. Si tratta di una questione di metafisica.

Egli (Mosè) disse loro (alle spie): Se vedete che il frutto di quella terra è come quello di altre terre del mondo, allora «ha un albero» — e non da un luogo più elevato. Ma se vedete che il frutto di quella terra è superiore e diverso da quello di qualsiasi altra terra del mondo, saprete che questa suprema e unica differenza scaturisce e trae ispirazione dal Santo Antico. In tal modo saprete se «vi sono alberi in essa o no» (hing).
Zohar 3:158b

Secondo l'interpretazione iper-letterale dello Zohar, Mosè stava in realtà chiedendo alle spie di discernere quale aspetto di Dio dominasse sulla terra. L'interpretazione si basa sul non interpretare la parola " ayin" come Nulla. Mosè vuole sapere: sono gli "alberi" a governare la terra, o è il Nulla che regna? Sono le sefirot intermedie, da Hokhmah a Yesod, conosciute collettivamente come l'albero della vita e come YHVH, che si trovano lì? Oppure è l'aspetto più elevato e recondito della divinità, il Nulla, che corrisponde alla sefirah superiore, Keter ? 

Questo, a sua volta, apre la strada a interpretare la parola ayin come "Nulla" in altri punti della Torah.

Il rabbino Abba disse: Qual è il significato del versetto: “YHVH è in mezzo a noi o no?” (Esodo 17:7) Ora, erano forse stolti gli Israeliti, che non lo sapevano? Videro la Shekhinah davanti a loro e nubi di gloria sopra di loro, che li circondavano — eppure dissero: “YHVH è in mezzo a noi o no?”. Persone che videro la radiosa gloria del loro Re al mare — e abbiano appreso: Una serva al mare vide ciò che gli occhi del profeta Ezechiele non videro mai — sarebbero stati così stolti da dire: “YHVH è in mezzo a noi o no?”. Piuttosto, il rabbino Shimon disse quanto segue:

Volevano discernere tra l'Antico — il nascosto di tutti i nascosti, chiamato Nulla — e l'Irascibile. Perciò è scritto: “YHVH è in mezzo a noi o no?”.
Zohar 2:64b

Come per la domanda posta alle spie, il punto cruciale è quale aspetto della divinità sia presente: è YHVH, la parte maschile centrale di Dio identificata con la sefirah di Tiferet (qui chiamata la "Irascibile"), poiché questa configurazione contiene il giudizio? Oppure è Ayin, il Non, il Nulla, l'Antico, l'aspetto più elevato e nascosto di Dio? Ayin, quindi, è un regno misterioso di divinità imperscrutabile di là da YHVH. O, come disse il mistico cristiano del XIV secolo Meister Eckhart, "il Dio di là da Dio".

Concludiamo la nostra esplorazione del Nulla con una breve poesia in yiddish del poeta modernista-cabalista Aaron Zeitlin (1898-1973).

La poesia si intitola "Conoscere il Nulla":

 

Una cosa la chiamo polvere, un'altra... oro.

Ma cos'è polvere? Cos'è oro? Questo non lo so.

Nemmeno un briciolo.

Oh, se solo sapessi, invece di non sapere nulla.

Conoscevo il Nulla,

Dal quale crei polvere e oro,

E io, il qualcosa, che desidera sapere che cosa è il Nulla-Non,

Non so niente, neanche un briciolo! 

 

     (Lider fun khurbn un lider fun gloybn , volume 2, p. 481)

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ZOHAR - PARASHAT CHUKAT-BALAK

 

L'ANIMA DELLANIMA DELLA TORAH

Dobbiamo affrontare la ricerca dei segreti della Torah con una certa dose di umiltà.  Di Oded Israeli. Traduzione dallinglese a cura di Barbara de Munari

 

 

La Parashat Chukat si apre con il comandamento della parah adumah , la giovenca rossa, uno dei precetti più particolari della Torah. Il comandamento stabilisce che per purificare qualcuno che è diventato ritualmente impuro a causa del contatto con i morti, una giovenca rossa deve essere macellata, il suo corpo bruciato, le ceneri disciolte in acqua e la miscela aspersa sulla persona impura. Il comandamento è noto come chok , o statuto, una categoria di comandamenti che gli esseri umani non possono comprendere e che devono essere osservati per pura obbedienza a Dio. 

Nello Zohar, naturalmente, anche le parti comprensibili della Torah sono semplicemente "vestiti" che racchiudono strati di significato nascosto. La spinta a penetrare questi strati nascosti è al centro del progetto zoharico. Regole oscure come quella della Giovenca Rossa non fanno che intensificare la motivazione a scoprire ciò che si cela al di sotto di esse. Ma si scopre che, agli occhi dei cabalisti, questa spinta a svelare gli strati nascosti della Torah è molto più complessa di quanto appaia.

 

 

«Rabbi Shimon disse: Guai a chi dice che la Torah è venuta solo per raccontare storie e parole ordinarie! Perché se così fosse, anche oggi potremmo comporre una Torah con parole ordinarie, e persino più belle di queste... Piuttosto, tutte le parole della Torah sono parole celesti e misteri sublimi.

Venite e vedete: degli angeli celesti è scritto: "Egli fa dei suoi angeli spiriti" ( Salmi 104:4 ). Quando discendono quaggiù, si rivestono di abiti di questo mondo. Se non si fossero rivestiti di abiti adatti a questo mondo, non avrebbero potuto rimanere qui, e il mondo non avrebbe potuto sopportarli. E se questo è così per gli angeli, allora la Torah – che li ha creati, ha creato tutti i mondi e per mezzo della quale essi perdurano – a maggior ragione lo è! Quando discese in questo mondo, se non si fosse rivestita di questi abiti di questo mondo, il mondo non avrebbe potuto sopportarla. Pertanto, queste storie della Torah sono l'abito della Torah.

Chiunque pensi che questo abito è la Torah stessa, e non qualcos'altro, possa il suo spirito morire! Possa non avere parte nel mondo che verrà! Perciò Davide disse: "Apri i miei occhi, perché io possa contemplare le meraviglie della tua Torah" ( Salmi 119:18 ) — ciò che sta sotto la veste della Torah.

Venite e vedete: c'è una veste esteriore visibile a tutti. Gli stolti, vedendo una persona vestita con una bella veste, non prestano attenzione a ciò che sta al di là di essa. Eppure il vero significato della veste sta nel corpo. Il vero significato del corpo sta nell'anima. Così è per la Torah. Ha un corpo — i comandamenti della Torah, chiamati corpi della Torah (gufei Torah) — e questo corpo è rivestito di vesti, vale a dire le storie di questo mondo. Gli stolti del mondo percepiscono solo quella veste, lo strato narrativo della Torah, e non sanno nulla al di là di essa. Non riescono a discernere ciò che sta sotto la veste. Coloro che hanno una comprensione più profonda non si concentrano sulla veste ma sul corpo nascosto al suo interno. I saggi servi del Re supremo, coloro che Si fermarono sul Monte Sinai, contemplando l'anima, che è l'essenza e il fondamento di ogni cosa: la Torah stessa. Nel Mondo a venire, sono destinati a contemplare l'anima dell'anima della Torah."

Zohar III, 152a


 

 

Lo Zohar condanna coloro che considerano le narrazioni della Torah come la sua totalità. Proprio come gli angeli hanno bisogno di indossare abiti terreni per apparire nel mondo, ogni manifestazione di un'entità spirituale, Torah inclusa, richiede un rivestimento. Questo rivestimento media l'entità spirituale interiore, ma al tempo stesso la cela. Il lettore saggio, pertanto, non deve accontentarsi degli abiti della Torah, ma deve sforzarsi di raggiungere ciò che si cela al di sotto di essi.

Lo strato più profondo è il corpo. Nel linguaggio talmudico, i corpi della Torah si riferiscono ai comandamenti, compresi quelli del tipo della Giovenca Rossa. E proprio come un corpo ha un'anima nascosta al suo interno, anche i comandamenti hanno qualcosa di più profondo. L'anima della Torah è il significato interiore essenziale della Torah che la Cabala cerca di svelare. 

Contro gli studiosi di letteratura rapiti dalla veste sacra e contro i giuristi che vedono la Torah principalmente come un codice legale, i "saggi servitori del Re" – cioè i cabalisti – si sforzano di cogliere il cuore della Torah. In queste parole si può udire una sfida diretta a coloro che si escludono dal mistero, dal confronto con la dimensione interiore della Torah. 

Questo invito a ricercare i tesori segreti della Torah è accompagnato da un'ulteriore osservazione che riveste grande importanza per i comandamenti che non hanno una ragione apparente, e per la saggezza cabalistica in generale. Al di là dell'anima della Torah a cui i servi saggi sono esposti, esiste un nucleo ancora più profondo: l'anima dell'anima della Torah. Si tratta di un nucleo così profondo che nemmeno il cabalista più esperto può raggiungerlo. Solo nel Mondo a venire si potrà accedere a questa profondità della Torah. 

Cosa cerca di dirci questo passo? Ha senso ricercare il significato più profondo della Torah o si tratta di un compito al di là delle capacità umane? La posizione dello Zohar in questo caso è complessa. Da un lato, esorta i lettori a perseguire i segreti della Torah e disprezza coloro che si accontentano di un impegno esclusivamente letterario o giuridico. Eppure, questa ricerca ha dei limiti. Persino lo studio della Cabala non dà accesso alla rivelazione suprema. Chi si dedica allo studio della Cabala deve essere consapevole che lo sforzo è limitato e che i segreti più intimi saranno rivelati solo in un altro tempo. Bisogna quindi affrontare la ricerca dei segreti della Torah con una certa umiltà: con cautela, con la consapevolezza della loro parzialità e relatività, e forse anche con un pizzico di esitazione. 

Lo Zohar cerca qui di coltivare una coscienza cabalistica ambiziosa ma umile: una coscienza che non si accontenta dell'abito, né tantomeno dei corpi della Torah, ma che tende all'anima della Torah pur rimanendo consapevole dei suoi limiti. Una coscienza che si erge di fronte al mistero, ma riconosce che tutto ciò che può raggiungere, almeno in questo mondo, è la punta dell'iceberg del segreto supremo. L'anima dell'anima della Torah rimane celata fino al Mondo a venire.

Oded Israeli è professore presso il Dipartimento Goldstein-Goren di Pensiero Ebraico all'Università Ben Gurion del Negev e titolare della Cattedra Solly Yellin di Pensiero e Storia Ebraica Europea.

 

 

 

PARASHA NASO

di Rav Jonathan Saks

Traduzione dallinglese a cura di Barbara de Munari

 

 

Rashi osserva che non era la prima volta che il popolo veniva contato. Il loro numero ("circa seicentomila uomini a piedi, escluse donne e bambini") era già stato comunicato mentre si preparavano a lasciare l'Egitto (Esodo 12:37). Un calcolo più preciso era stato effettuato quando gli uomini adulti avevano dato ciascuno mezzo siclo per la costruzione del Santuario (per un totale di 603.550; Esodo 38:26). Ora si stava procedendo a un terzo conteggio. Perché questi calcoli ripetuti?

La risposta di Rashi è semplice e toccante:

Poiché essi (i figli d'Israele) Gli sono cari, Dio li conta spesso. Li contò quando stavano per lasciare l'Egitto. Li contò dopo il vitello d'oro per stabilire quanti ne fossero rimasti. E ora che stava per far dimorare la Sua Presenza su di loro (con l'inaugurazione del Santuario), li contò di nuovo.

Rashi su Bamidbar 1:1

Per Rashi, il censimento era un atto di amore divino. Eppure, questa non è l'impressione che riceviamo altrove. Al contrario, la Torah considera il censimento profondamente pericoloso:

Allora il Signore disse a Mosè: «Quando farai il censimento degli Israeliti, mentre li conterai, ciascuno dovrà pagare un riscatto per la propria vita al Signore, affinché nessuna piaga li colpisca quando li conterai».

Esodo 30:11-12

Secoli dopo, quando re Davide contò il popolo, ci fu un momento di ira divina, durante il quale morirono 70.000 persone. Sembra difficile conciliare l'idea del contare come atto d'amore con il fatto che contare comporti grandi rischi.

La seconda fonte di perplessità è la frase che la Torah usa per descrivere l'atto di contare: naso/se'u et rosh, letteralmente, "alzare la testa". Nell'ebraico classico esistono molti verbi per indicare l'atto di contare: limnot, lifkod, lispor, lachshov. Perché, nei libri dell'Esodo e dei Numeri, la Torah ricorre alla strana perifrasi, "alzare la testa" degli Israeliti?

Per comprendere la rivoluzione che la Bibbia ebraica ha portato nel mondo, dobbiamo prima immaginare le conseguenze per l'umanità della nascita della civiltà. Nelle prime società di cacciatori-raccoglitori, le persone vivevano insieme in piccoli gruppi. Non esistevano ancora città, stati o grandi concentrazioni di popolazione. La Torah attribuisce la costruzione della prima città a Caino.[1] Le città emersero con la nascita dell'agricoltura: nella fertile pianura alluvionale della Mesopotamia tra il Tigri e l'Eufrate e nel delta del Nilo ben irrigato.

Per ben due volte nel libro della Genesi la Torah delinea un ritratto della cultura urbana: in primo luogo, la Torre di Babele, in secondo luogo, l'Egitto in cui Giuseppe viene condotto come schiavo. Entrambi i resoconti sono fortemente critici. A Babele, la vita umana non aveva valore (i Saggi raccontarono che, durante la costruzione della Torre, se una persona cadeva e moriva, nessuno se ne accorgeva. Se cadeva un mattone, piangevano). In Egitto, intere popolazioni – tra cui, in seguito, anche i figli d'Israele – potevano essere impiegate come forza lavoro per costruire piramidi, templi e monumenti, molti dei quali sono ancora visibili oggi.

La nascita dell'agricoltura e la crescita delle città ebbero enormi implicazioni sociali. Per la prima volta, fu possibile accumulare ricchezza in eccesso, che poté essere conservata sotto forma di denaro (inizialmente, metalli preziosi come argento e oro). Allo stesso modo, con l'espansione della popolazione e il perfezionamento della divisione del lavoro, iniziò la stratificazione sociale. La disuguaglianza – profonda, pervasiva e sistemica – divenne una delle caratteristiche universali delle prime società. Al vertice si trovava il re, l'imperatore o il faraone, considerato nientemeno che un dio o un figlio degli dei, che deteneva un'enorme concentrazione di potere. Al di sotto di lui o di lei si trovavano i vari ranghi privilegiati: la corte, i capi militari, gli amministratori e i sacerdoti. La massa del popolo – povero, analfabeta, sacrificabile – era significativa, sia come esercito che come forza lavoro per la costruzione, in quanto massa, per il puro peso numerico. Da qui l'importanza dei censimenti nel mondo antico (e sotto questo aspetto, poco è cambiato da allora a oggi). Le dimensioni significavano forza, militare o economica. I censimenti della popolazione fornivano ai governanti informazioni sulle dimensioni dell'esercito che potevano radunare o sulle entrate che potevano ricavare tramite la tassazione.

La religione di Israele è una protesta costante contro questa visione – militare, politica ed economica – della condizione umana. A distanza di tempo, è difficile apprezzare appieno la straordinaria novità, il potenziale trasformativo, dell'insieme di idee generate da un'unica rivelazione: che la persona umana in quanto tale, uomo o donna, ricco o povero, potente o impotente, è immagine di Dio e quindi di valore inestimabile e inquantificabile. Siamo tutti ugualmente a immagine di Dio, pertanto siamo uguali al cospetto di Dio. Gran parte della Torah, della storia ebraica e dello sviluppo della civiltà occidentale riguarda la lenta traduzione di quest'idea in istituzioni, strutture sociali e codici etici.

Dovrebbe ormai essere chiaro perché effettuare un censimento sia irto di rischi spirituali. La conta di un popolo è il simbolo più potente dell'umanità nella sua massa, di una società in cui l'individuo non è valorizzato in sé e per sé, ma come parte di una totalità il cui potere risiede nei numeri. Questo è precisamente ciò che Israele non è. Il Dio di Israele, che è il Dio di tutta l'umanità, nutre un amore speciale per un popolo la cui forza non ha nulla a che vedere con i numeri, un popolo che non si è mai prefissato di diventare un impero, cui non è mai stato comandato di intraprendere una guerra santa per convertire le popolazioni, che era ed è piccolo sia in termini assoluti sia relativi rispetto agli imperi che lo circondavano, trovandosi com'è al vulnerabile crocevia tra tre continenti.

Entrambe le domande con cui abbiamo iniziato trovano ora risposta. C'è una differenza tra un censimento umano e uno comandato da Dio. Quello di Davide fu un censimento umano. Come secondo re d'Israele, aveva gettato le fondamenta di una nazione. Aveva condotto guerre vittoriose, unito le tribù e stabilito Gerusalemme come sua capitale. Poco dopo la sua morte, Israele raggiunse l'apice come potenza in Medio Oriente. Sotto Salomone, grazie ad alleanze strategiche, divenne un centro di commercio e cultura. Fu costruito il Tempio. All'epoca doveva sembrare che, dopo secoli di peregrinazioni e guerre, Israele fosse diventato una potenza in grado di rivaleggiare con qualsiasi altra. Fu un'illusione di breve durata, crudelmente infranta. Quasi immediatamente dopo il regno di Salomone, il regno si divise in due e da quel momento il suo destino terreno fu segnato. Iniziò una storia di sconfitte, esili e distruzioni, che non ha paralleli negli annali di nessun'altra nazione. La Bibbia ebraica non sbaglia nell'individuare l'inizio di questo declino nel momento in cui Davide agì come qualsiasi altro re e ordinò un censimento del popolo.

Un censimento divino è qualcosa di completamente diverso. Non ha nulla a che vedere con la forza dei numeri. Ha a che fare, invece, con il trasmettere a ogni membro della nazione che egli o ella conta; che ogni persona, famiglia, nucleo familiare è considerato prezioso da Dio; che le distinzioni tra grandi e piccoli, governanti e governati, leader e guidati, sono irrilevanti; che ognuno di noi è immagine di Dio e oggetto del Suo amore. Un censimento divino è, come dice Rashi, un gesto di affetto. Per questo non può essere descritto dai soliti verbi di contare: limnot , lifkod , lispor , lachshov. Solo l'espressione naso / se'u et rosh , "sollevare la testa", rende giustizia a questo tipo di enumerazione, in cui a coloro a cui è affidato il compito viene comandato di "sollevare la testa" di coloro che contano, facendo sì che ogni individuo si erge fiero nella consapevolezza di essere amato, apprezzato, considerato speciale da Dio, e non semplicemente un numero, una cifra, tra migliaia e milioni.

C'è un meraviglioso versetto nel Salmo 147 che recitiamo ogni mattina nelle nostre preghiere: "Egli conta il numero delle stelle e le chiama tutte per nome". Un nome è un segno di unicità. I nomi collettivi raggruppano le cose; i nomi propri le distinguono come individui. Diamo un nome solo a ciò che apprezziamo (uno degli atti di disumanizzazione più agghiaccianti nei campi di sterminio della Germania nazista era che coloro che vi entravano non venivano mai chiamati per nome. Al loro posto, era impresso sulla loro pelle un numero).

Dio dà un nome persino alle stelle, a maggior ragione agli esseri umani, sui quali ha impresso la Sua immagine. Dio conta per farci capire che ognuno di noi conta, per ciò che siamo come individui, non come massa. Egli "ci solleva il capo" nel modo più profondo conosciuto dall'umanità, assicurando a ciascuno di noi il Suo amore speciale, duraturo e incommensurabile.

Questa è la natura del censimento nel libro dei Numeri. Mentre gli Israeliti si preparavano a diventare una società con il Santuario – dimora visibile della Presenza Divina – al suo centro, era necessario ricordare loro che sarebbero diventati i pionieri di un nuovo e rivoluzionario ordine sociale, la cui definizione più famosa fu data dal profeta Zaccaria mentre gli Israeliti si preparavano a ricostruire il Tempio in rovina:

«Non per potenza né per forza, ma per il mio spirito», dice il Signore.

Zaccaria 4:6

[1] Vedi Gen. 4:17