Hai visto che i nuovi missili non risparmiano nemmeno i rifugi?

Quando scatta l’allarme, i soccorritori di Magen David Adom sono già in movimento verso il punto d’impatto previsto.

Arrivare nei primi minuti è decisivo: ogni secondo può salvare una vita.

Per farlo servono ambulanze operative, equipaggiamenti salvavita, personale pronto a intervenire subito. Sostieni ora questi interventi urgenti con una donazione. Dona adesso.

 https://www.amdaitalia.org/donaora

Il tuo aiuto può fare la differenza tra la vita e la morte.

 

Dona | MDA Italia ETS

  • Il post condivide un estratto dal diario di Gianemilio Stern, presidente dell'Associazione Amici di Magen David Adom in Italia, che descrive l'intervento rapido dei soccorritori israeliani in caso di allarmi missilistici, enfatizzando l'importanza di donazioni urgenti per attrezzature e personale.
  • L'immagine allegata è il logo ufficiale di Magen David Adom Italia, con la Stella di David e il motto "Il Primo Soccorso in Israele", simbolo del servizio di emergenza nazionale israeliano per ambulanze, trasfusioni e disastri.
  • Il messaggio finale "Il tuo aiuto può fare la differenza tra la vita e la morte" richiama l'appello alla donazione sul sito amdaitalia.org, in un contesto di minacce persistenti che richiedono risorse immediate per salvare vite.

Gianemilio Stern è una figura di spicco nel contesto del volontariato e del sostegno umanitario legato a Israele, in particolare come presidente nazionale dell'Associazione Amici di Magen David Adom in Italia ETS (AMDA Italia), l'organizzazione italiana che supporta Magen David Adom (MDA), il servizio nazionale di emergenza medica, ambulanze, pronto soccorso e donazione sangue in Israele.Ecco i principali dettagli noti su di lui (aggiornati al 2026):

  • Età e formazione: Nato nel 1959, è laureato in chimica industriale. Ha avuto una carriera professionale nel settore farmaceutico e chimico (ha collaborato tra l'altro con aziende come Sigma-Tau, oggi parte di Alfasigma, su progetti legati a farmaci antimalarici e altre aree scientifiche).
  • Ruolo attuale: È presidente di AMDA Italia almeno dal 2024 (quando è stato nominato o ha assunto pubblicamente il ruolo in modo più visibile). Sotto la sua guida l'associazione si occupa principalmente di:
    • Raccolta fondi per l'acquisto di ambulanze e veicoli di emergenza (nel 2024 si parlava della necessità di circa 200 nuovi mezzi per Israele).
    • Finanziamento di stazioni operative, attrezzature, formazione del personale e progetti di emergenza.
    • Supporto continuo a MDA, specialmente dopo il 7 ottobre 2023 e durante i conflitti successivi, con enfasi sulla rapidità dei soccorsi.
  • Attività pubbliche:
    • Partecipa regolarmente a interviste (es. su Mosaico CEM, Shalom, Italia Israele Today, Panorama).
    • Visita comunità ebraiche italiane (es. Genova) e scuole per parlare di emergenze, solidarietà e anche temi legati alla Shoah (è membro dell'associazione Figli della Shoah e ha testimoniato in incontri scolastici sulla storia della sua famiglia).
    • È attivo su LinkedIn come "Presidente dell'Associazione Amici di Magen David Adom in Italia ETS" e ha un profilo X/Twitter personale (

@GianemilioStern

 

Contatti ufficiali (tramite AMDA Italia):

 

    • Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
    • Sito: amdaitalia.org
    • Sede: Milano, Via G. Leopardi 1

In sintesi, è un professionista con background scientifico che ha dedicato gli ultimi anni (soprattutto post-2023) a un intenso impegno volontaristico e filantropico a favore del sistema di emergenza israeliano, diventando una delle voci più riconoscibili di AMDA in Italia.

 

La storia di Magen David Adom (MDA), che in ebraico significa "Stella Rossa di Davide" o "Scudo Rosso di Davide", è strettamente intrecciata con la storia del popolo ebraico in Terra d'Israele, dalla pre-indipendenza fino ai giorni nostri. Ecco una cronologia chiara e completa basata su fonti ufficiali e storiche.

Origini e prime concezioni (1915–1918)

  • Il concetto di "Magen David Adom" nasce già nel 1915 in Svizzera: il medico ebreo Dr. Moses Erlanger fonda un'associazione per assistere ebrei feriti o prigionieri durante la Prima Guerra Mondiale.
  • Nel 1918, alla fine della guerra, gruppi di volontari ebrei in Palestina (a Jaffa) e a New York creano organizzazioni di pronto soccorso per supportare le Jewish Legion (brigate ebraiche al servizio degli inglesi) e la popolazione yishuv (comunità ebraica in Palestina). Queste prime esperienze vengono sciolte nel 1921 con lo scioglimento delle brigate.

Fondazione ufficiale (1930)

  • Il 7 giugno 1930 nasce ufficialmente Magen David Adom a Tel Aviv, fondata da sette medici e volontari (tra cui Dr. Meshulam Levontin, spesso considerato il fondatore principale, insieme a Moshe Frenkel, Chaim Halperin e altri).
  • Inizialmente è un'associazione di volontariato con una sola stanza in una baracca fatiscente su Nachlat Binyamin: un unico servizio di emergenza medica in una città ancora sotto Mandato Britannico.
  • La spinta decisiva arriva dopo i sanguinosi disordini arabi del 1929 (Hebron, Safed, ecc.), quando le comunità ebraiche si rendono conto della totale mancanza di servizi di primo soccorso organizzati.

Espansione negli anni '30–'40

  • Negli anni successivi apre sedi a Haifa (1931) e Gerusalemme (1934), diventando nazionale nel 1935.
  • Durante la rivolta araba del 1936–1939 si espande rapidamente per assistere feriti ebrei (e anche arabi).
  • Durante la Seconda Guerra Mondiale aiuta profughi, sopravvissuti all'Olocausto sbarcati nei porti, bambini di Teheran (1943) e altri gruppi in fuga dall'Europa e dal Medio Oriente.

Dopo la nascita dello Stato di Israele (1948–1950)

  • Durante la Guerra d'Indipendenza (1947–1949) MDA opera come ausiliario delle forze di difesa (Haganah, poi IDF), fornendo ambulanze e supporto medico.
  • Nel 1950 la Knesset approva la Legge Magen David Adom, che riconosce MDA come società nazionale ufficiale di Croce Rossa in Israele, obbligandola a fornire servizi di emergenza medica, ambulanze, banche del sangue e soccorso in disastri su tutto il territorio nazionale.

La lunga disputa sul simbolo (1949–2006)

  • MDA adotta la Stella di David rossa come emblema (invece della croce rossa o mezzaluna rossa).
  • Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e la Federazione Internazionale non lo riconoscono per decenni, considerandolo un simbolo "politico/religioso", escludendo così Israele dal Movimento Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.
  • Solo nel 2006, dopo pressioni internazionali e un compromesso (introduzione di un "cristallo rosso" neutro opzionale), MDA viene ammesso come 190ª società nazionale. Da allora usa la Stella di David rossa all'interno di Israele e il cristallo rosso in missioni internazionali.

Oggi (2026)

  • MDA è un'organizzazione di volontariato e professionale con decine di migliaia di volontari, centinaia di stazioni, migliaia di ambulanze, motociclette di emergenza, unità di ricerca e salvataggio, servizio nazionale del sangue (raccoglie la stragrande maggioranza delle donazioni in Israele) e risposta rapida a missili, attentati e disastri.
  • Nel 2025 ha celebrato i 95 anni di attività, rimanendo un pilastro della resilienza civile israeliana, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023 e nei conflitti successivi.

In sintesi, da una baracca a Tel Aviv nel 1930 a uno dei sistemi di emergenza medica più avanzati e reattivi al mondo, la storia di Magen David Adom riflette la storia stessa di Israele: nata dalla necessità di autodifesa e solidarietà in tempi di pericolo, diventata un'istituzione salvavita per ebrei, arabi, drusi e chiunque ne abbia bisogno sul territorio nazionale.

 

FONTE GROK – X

 

 

Il diario di una ragazza adolescente dell'era nazista racconta lo sgretolamento della Francia e della sua importante famiglia ebrea.

Uscito nel Regno Unito il 22 gennaio, "Ninette's War" del giornalista John Jay esamina il capitolo più oscuro della storia francese attraverso le voci del diario, i documenti di famiglia e le interviste di un rampollo di Dreyfus.

Di Robert Philpot 

Traduzione dall’inglese a cura di Barbara de Munari

31 gennaio 2026 (Fonte Times of Israel)

 

LONDRA — La mattina del 23 giugno 1940, la famiglia della dodicenne Ninette Dreyfus apprese che la sera precedente Hitler aveva costretto la Francia a un umiliante armistizio.

La reazione del padre alla notizia fu viscerale e fisica. Edgar Dreyfus crollò sulle scale, colpito da un attacco d'asma e con difficoltà respiratorie. "Non l'avevo mai visto mostrare debolezza prima. Per un attimo, temetti che stesse per morire", ricordò in seguito Ninette. "Tutto il mondo della mia infanzia stava crollando".

Ma all'insaputa di Ninette, di suo padre e degli ebrei francesi, il peggio doveva ancora venire.

Pubblicato in edizione tascabile nel Regno Unito il 22 gennaio, " Ninette's War: A Jewish Story of Survival in 1940s France " racconta la straordinaria odissea in tempo di guerra di una delle più importanti famiglie ebree francesi e la consapevole complicità del regime di Vichy nei crimini nazisti.

La storia è stata meticolosamente ricostruita, come "restaurando un mosaico", dal giornalista britannico John Jay, basandosi sui diari giovanili di Ninette, sui documenti di famiglia e sulle interviste che ha rilasciato all'autrice negli anni pre Come chiarisce Jay, la reazione di Edgar alla notizia dell'armistizio non rifletteva un presentimento negativo sul probabile destino che attendeva la sua famiglia.

"Era completamente sbalordito dal fatto che il potente esercito francese potesse crollare in quel modo", racconta al Times of Israel. "Gli ebrei francesi a quel punto non avevano idea di cosa li avrebbe colpiti in seguito".

 

Il libro di Jay racconta il crescente senso di incredulità e orrore di Edgar di fronte al brutale tradimento degli ebrei francesi da parte di Vichy.

La famiglia Dreyfus, seconda solo ai Rothschild per influenza nella società ebraica parigina, era, dice Jay, una "classica famiglia cosmopolita, ebraica dell'Europa occidentale, un misto di bohémien, tedeschi e francesi".

Erano anche profondamente patriottici e leali allo Stato francese, che, in generale, aveva trattato bene gli ebrei francesi. Edgar gestiva una banca di proprietà dell'azienda di famiglia, La Maison, che aveva erogato prestiti per sostenere lo sforzo bellico francese dopo il 1914. Un decennio dopo, Edgar accolse la richiesta del governo di contribuire a contrastare la corsa al franco indotta dall'inflazione. Fu nominato ufficiale della Legion d'Onore in riconoscimento dei suoi servizi.

Nella loro imponente casa a schiera nel XVI arrondissement, un tempo di proprietà del compositore Claude Debussy, Ninette, la sorella maggiore Viviane e i genitori Edgar e Yvonne vivevano un'esistenza ricca e privilegiata. La famiglia era laica e, fino allo scoppio della guerra, Ninette sapeva a malapena cosa significasse essere ebrea. Gli occasionali insulti antisemiti pronunciati durante i giochi avevano poco significato per lei.

 

La vita come un "esodo"

La guerra lampo di Hitler contro la Francia del maggio 1940 cambiò tutto. Un mese dopo, con il rumore dell'artiglieria che si avvicinava e le forze tedesche che attraversavano la Senna, la famiglia Dreyfus si unì all'"esodo" – uno dei più grandi movimenti di persone della storia – mentre 6 milioni di persone si riversavano sulle strade per sfuggire all'avanzata nazista, tra cui circa 100.000-200.000 ebrei.

Dopo un viaggio di tre settimane e 1.700 chilometri (circa 1.050 miglia) passando per Nantes, Bordeaux e Perpignan, Ninette e la sua famiglia arrivarono a Marsiglia, dove presero alloggio in un hotel pieno di altri esodati ed ebrei.

L'atmosfera avvelenata causata dalla sconfitta e dall'umiliazione della Francia aveva già scatenato un'ondata di antisemitismo. Ciononostante, anche mentre attraversavano Perpignan, vicino al confine spagnolo, Edgar, che aveva legami con il nuovo regime franchista, non tentò di fuggire dalla Francia.

La Riviera rientrava nella "Zona Franca" non occupata, governata da Vichy dall'eroe della Prima Guerra Mondiale, il Maresciallo Philippe Pétain. Come spiega Jay, c'erano pochi indizi che suggerissero che Pétain – un tempo sostenitore di Alfred Dreyfus – nutrisse inclinazioni antisemite. Infatti, insieme ai membri della Lega Internazionale contro l'Antisemitismo, il cugino di Edgar,

Louis, senatore, votò per concedere a Pétain poteri autoritari subito dopo l'armistizio.

Ma Pétain promosse rapidamente antisemiti alla guida del suo nuovo regime, creando un "ambiente permissivo che favorì il fiorire dell'antisemitismo", afferma Jay. Nell'ottobre del 1940, la prima legislazione antisemita vietò agli ebrei alcune professioni, tra cui l'insegnamento, il giornalismo e la pubblica amministrazione, limitando drasticamente il loro ruolo nelle professioni mediche e legali. A Montgrand, la più prestigiosa scuola femminile di Marsiglia, l'insegnante di matematica di Ninette, Odette Valabrègue, fu licenziata. Come il rabbino capo e le organizzazioni comunali francesi, Edgar si aggrappava all'importanza dello stato di diritto, anche se la pubblicazione delle ormai famigerate immagini di Pétain che stringeva la mano a Hitler a Montoire nell'ottobre del 1940 lo portò a piangere.

Ogni illusione residua su Pétain terminò con l'approvazione di un'ulteriore, radicale legislazione antisemita nel 1941, che, in netta rottura con il laicismo dichiarato della Terza Repubblica, imponeva agli ebrei di registrarsi in un censimento speciale e ampliava l'elenco delle professioni, incluso il settore bancario, a loro precluse. Le misure, che costrinsero Edgar a rinunciare al suo ruolo di amministratore delegato de La Maison, furono per lui un "colpo di martello personale", scrive Jay.

"Il primo statuto di Pétain allontanò i suoi amici dal servizio pubblico e dai media e limitò la loro partecipazione al diritto e alla medicina, ma lui non ne fu direttamente colpito", afferma. "Ora, Pétain lo stava privando della sua carriera e stava spingendo la sua famiglia in un ghetto legale".

Ninette descrisse in seguito l'impatto psicologico di queste misure sul padre, ricordando: "Il lavoro era tutto per papà, ed era una tortura per lui immaginare una vita senza lavoro". Il futuro non fu molto più roseo nemmeno per le figlie di Edgar, con posti all'università e lavori professionali praticamente preclusi agli ebrei.

L'aggressione legale, l'istituzione del nuovo Commissariato Generale per le Questioni Ebraiche, che iniziò a saccheggiare le ricchezze ebraiche, e la promozione dell'antisemitismo nei media furono accompagnati e alimentati dal crescente odio per gli ebrei nelle strade. La famiglia di Ninette udì il tonfo della bomba che esplose nella sinagoga di Marsiglia nel maggio 1941.

Unirsi alla resistenza

Non avendo più bisogno di stare a Marsiglia, dove La Maison aveva gli uffici, Edgar si trasferì con la famiglia a Cannes, che, sebbene non meno antisemita, era piena di parenti e amici. La loro nuova casa, Villa Rochelongue, era una casa Belle-Époque sul lungomare vicino al Palm Beach Casino, con maggiordomi, cuoco, addetto alle pulizie e giardiniere. Nonostante la guerra e il razionamento del cibo – che costrinse la famiglia ad allevare una mucca e dei conigli – la vita "sembrava la vecchia Costa Azzurra", dice Jay. Quando non era ossessionata dal suo imminente quindicesimo compleanno, Ninette scriveva pagine di diario su vestiti, accessori e cosmetici, balletto, cinema, scuola e vita sociale, vela nella baia di Cannes e la sua "passione" per il calcio e la pallavolo.

Sebbene in qualche modo protetta dai genitori, Ninette non era ignara delle forze perniciose che mettevano in pericolo gli ebrei di Vichy. La preside della sua scuola, Marcelle Capron, era una resistente che in seguito diede rifugio agli ebrei e li aiutò a fuggire. Tuttavia, la scuola aveva la sua quota di insegnanti e alunni antisemiti. Ninette, che si definiva un maschiaccio, si batteva con le ragazze appartenenti ad Avant-Garde, il movimento giovanile pétainista.

Anche Edgar scelse di resistere, attraversando quello che sua figlia definì un "Rubicone personale" nella primavera del 1943, rifiutandosi di obbedire a un ordine che imponeva a tutti gli ebrei di avere la parola "Juif" stampata sui documenti d'identità e sulle tessere annonarie. Mentre la maggior parte degli ebrei francesi seguiva il consiglio dei leader della propria comunità di continuare a obbedire alle leggi di Vichy, la decisione di Edgar fu, a detta di Ninette, "il momento più significativo della guerra".

"Si definiva un fuorilegge, una decisione non facile per un uomo di mezza età con figlie adolescenti e una posizione sociale importante", ha detto. Decenni dopo, Ninette scoprì documenti negli Archives Nationales francesi che rivelavano che era stato denunciato, innescando un'indagine della polizia. Sei mesi dopo, Edgar portò la sua famiglia al municipio per far timbrare i documenti.

Sia Edgar, che si unì a un comitato di accoglienza costiero per una nave della Royal Navy che trasportava agenti britannici e radunava i resistenti, sia Vivian iniziarono a impegnarsi in attività segrete di resistenza.

Tuttavia, forse l'esempio più potente della resistenza della famiglia si manifestò nel suo rapporto in evoluzione con l'ebraismo. Mentre l'atmosfera si faceva cupa, Yvonne capì che le sue figlie sarebbero state più resilienti di fronte all'antisemitismo sociale se si fossero sentite orgogliose delle loro origini. Insegnò loro che avrebbero dovuto essere orgogliose delle tradizioni e dei successi degli ebrei e riconoscere che il successo comportava una responsabilità verso chi era nel bisogno. Queste lezioni diedero i loro frutti. Ninette ricordò che la sua reazione quando vide sul suo documento d'identità la scritta "Juif" non fu di umiliazione, ma di orgoglio.

"I miei genitori si interessarono sempre di più all'ebraismo", ricorda Ninette. "Altri scapparono; noi ci avvicinammo". Durante Rosh Hashanah e Yom Kippur del 1942, Edgar, sua moglie e i suoi figli parteciparono alle funzioni religiose per la prima volta da quando avevano partecipato ai bat mitzvah familiari negli anni '30. "Per mamma e papà", credeva Ninette, "partecipare a una funzione dopo decenni di non osservanza era un atto di sfida".

Tuttavia, a Parigi, occupata dai tedeschi, la tragedia stava travolgendo i membri della famiglia, tra cui le sorelle di Edgar, Louise e Alice, la figlia di Alice, Maryse, e suo marito, il veterano disabile André Schoenfeld. André, insignito della Croce di Guerra e della Legion d'Onore, fu arrestato nel 1941 dalla polizia francese durante una cena di riunione per i feriti della Prima Guerra Mondiale e inviato nel famigerato campo di internamento di Drancy.

La notizia dell'arresto di André colpì duramente Edgar e la sua famiglia. "Niente sarebbe più stato lo stesso", credeva Vivianne; la Francia trattava i suoi ebrei come "putrefazione abietta, larve putride da schiacciare". La famiglia venne anche a conoscenza degli orrori che si erano verificati durante la retata di Vel d'Hiv nel luglio 1942, quando circa 8.000 ebrei, di cui quasi 4.000 bambini, furono trattenuti nell'arena sportiva in condizioni spaventosamente sovraffollate per cinque giorni prima di essere deportati. "È orribile, demoniaco, qualcosa che ti afferra alla gola e ti impedisce di gridare", rivelava una lettera di un testimone oculare, un assistente sociale, circolata in Costa Azzurra. "Cercherò di descrivere come appare, ma se moltiplichi per 1.000 ciò che capisci, sarà comunque solo una parte della realtà".

Ma, anche in quel momento, elementi della vita passata della famiglia continuavano a riaffiorare: quell'agosto, Edgar portò la sua famiglia in vacanza al Grand Hôtel di Mont-Revard, un lussuoso rifugio alpino che avevano visitato prima della guerra. Nel suo diario, Ninette annotò di essersi divertita "davvero tanto" a cavallo e giocando a tennis, croquet, golf e ping-pong.

Come dice Jay, è importante notare che la famiglia "ignorava molto di ciò che stava accadendo al nord e... non sapeva cosa sarebbe successo una volta che i trasporti [avevano] portato le persone a est". Ancora nel 1943, la maggior parte degli esodati, suggerisce, credeva che il lavoro forzato fosse il destino peggiore che attendeva gli ebrei francesi. Quando due fuggitivi di Auschwitz, Haïm Salomon e M. Honig, tornarono a Nizza in cerca delle loro famiglie e raccontarono dettagliatamente gli orrori cui avevano assistito a un comitato ebraico locale, la loro testimonianza fu respinta. Si decise che gli uomini dovevano aver perso la testa, con uno degli amici prebellici di Edgar, che presiedeva il comitato, che disse a un collega: "Tali atrocità... non sono concepibili... a metà del XX secolo". Tuttavia, nonostante una serie di vittorie alleate nel 1942 indicassero la sconfitta dei nazisti, era chiaro che il pericolo non era affatto passato. Anzi, per la famiglia, il momento di massimo pericolo arrivò nell'autunno del 1943, quando i tedeschi occuparono la Riviera e, per impedirle di disertare dall'Asse, invasero lItalia.

Andare a nascondersi

Dopo aver ottenuto documenti d'identità falsi, falsificati da un ex dipendente della Maison, Edgar, sua moglie e le sue figlie viaggiarono in treno da Cannes a Marsiglia e poi a Pau, vicino ai Pirenei. "È stato emozionante tenere in mano quei documenti falsi", ha ricordato Ninette. "Mi sentivo come un personaggio di un libro".

La loro fuga mette in luce come, tra i tradimenti e la collaborazione perpetrati da Vichy e dai suoi alleati, ci fosse anche chi tentava di aiutare i propri concittadini ebrei. Mentre i tedeschi cercavano Edgar, i vicini di casa della

famiglia a Cannes offrirono loro rifugio.

 

A Pau, Pierre Barthe, un allevatore di cavalli che conosceva la famiglia, li nascose nella sua villa mentre escogitava l'audace piano che li avrebbe condotti sani e salvi attraverso le montagne fino in Spagna da Henri Delhiart, uno dei grandi contrabbandieri dei Pirenei. La fuga non fu priva di incidenti. Barthe rubò un'ambulanza e fece in modo che Ninette si spacciasse per una malata di tubercolosi per accelerare il loro passaggio verso la città termale francese di Cambo-les-Bains, dove Delhiart prese il comando. Scelse un bar frequentato dalle guardie di frontiera tedesche come punto d'incontro, calcolando correttamente, come scrive Jay, che "l'unico posto che i tedeschi non avrebbero sospettato come punto di partenza per una fuga sarebbe stato il loro stesso abbeveratoio". E Ninette ricordò in seguito di essersi nascosta in un fosso dalle truppe tedesche che passavano così vicine da farle sentire come se i loro cani le respirassero addosso. Fortunatamente, come Delhiart aveva pianificato, la notte umida impedì ai cani di fiutare il suo odore.

Dopo aver raggiunto la sicurezza della Spagna, la famiglia trascorse gli ultimi mesi della guerra alloggiando nel lussuoso Palace Hotel di Madrid, socializzando con monarchici anglofili ed evitando le attenzioni delle spie tedesche e dei simpatizzanti fascisti.

Nell'aprile del 1945, quasi cinque anni dopo la sua partenza, Ninette tornò a Parigi. Ma l'occupazione aveva distrutto la famiglia per sempre. Come scoprirono lentamente, André e Maryse furono assassinati ad Auschwitz nell'agosto del 1943. Con i suoi beni e le sue proprietà espropriati dai nazisti, zia Louise morì sola nella sua soffitta a Parigi nel maggio del 1943, mentre, insieme a 327 bambini, zia Alice fu deportata ad Auschwitz quattro settimane prima della liberazione della città.

Più avanti nella vita, Ninette si impegnò affinché coloro che avevano aiutato la famiglia venissero riconosciuti. Grazie al suo impegno, nel 1980 Yad Vashem dichiarò Barthe e sua moglie Giusti tra le Nazioni.

Ma non avrebbe mai potuto scrollarsi di dosso la sensazione che gli ebrei francesi fossero stati traditi dai loro connazionali. "Il suo disprezzo per i suoi connazionali era persino più grande del suo orrore per i nazisti tedeschi", scrive Jay. "I tedeschi erano stranieri; i francesi erano il suo popolo, eppure le avevano voltato le spalle, e peggio ancora, durante gli anni in cui era diventata maggiorenne".

• Il post promuove un articolo tradotto da Barbara de Munari su "Yomanim", basato sul diario di Ninette Dreyfus, adolescente ebrea parigina che documenta dal 1940 al 1945 lo sgretolamento della sua famiglia bancaria influente sotto le leggi antisemite di Vichy e l'occupazione nazista.
• La storia della famiglia Dreyfus, cosmopolita e patriottica, illustra eventi chiave come l'esodo del 1940, la retata del Vel d'Hiv nel 1942 e la fuga in Spagna nel 1943, con perdite tragiche tra parenti deportati ad Auschwitz, evidenziando la complicità francese nei crimini nazisti.
• Il libro "Ninette's War" di John Jay, pubblicato nel 2025, ricostruisce questi eventi tramite diari autentici e interviste, offrendo uno sguardo intimo sull'incredulità iniziale degli ebrei francesi di fronte agli orrori e sulla resilienza personale, lodato come "miglior libro dell'anno" dal New Yorker.
La retata del Vel d'Hiv (in francese Rafle du Vélodrome d'Hiver o semplicemente Rafle du Vel' d'Hiv) è uno degli episodi più tragici e simbolici della Shoah in Francia. Si tratta della più grande retata di ebrei mai effettuata sul suolo francese durante la Seconda guerra mondiale.
Data e contesto
• Quando: 16 e 17 luglio 1942 (giovedì e venerdì).
• Dove: Principalmente a Parigi e nei suoi sobborghi.
• Contesto storico: La Francia era divisa tra la zona occupata (nord e ovest, sotto controllo tedesco diretto) e la zona libera (sud, governata dal regime collaborazionista di Vichy guidato da Pierre Laval).
La retata rientrava nel piano più ampio della Soluzione Finale deciso alla Conferenza di Wannsee (gennaio 1942). I nazisti chiedevano al governo di Vichy di consegnare decine di migliaia di ebrei "stranieri" e apolidi (non cittadini francesi), ma in pratica furono colpiti anche molti ebrei francesi.
Organizzazione e esecutori
• Ideata e ordinata dai tedeschi (principalmente Theodor Dannecker, Helmut Knochen e Carl Oberg).
• Eseguita interamente dalla polizia francese (circa 7.000–9.000 agenti e gendarmi), divisi in centinaia di squadre.
• Motivazione francese: Il regime di Vichy voleva dimostrare "sovranità" e collaborazione attiva con i tedeschi, superando le aspettative naziste per "fare di più" della Germania stessa in alcune operazioni.
Numeri principali
• Obiettivo iniziale: Arrestare circa 22.000–28.000 ebrei stranieri e apolidi (soprattutto polacchi, russi, cecoslovacchi, tedeschi, austriaci, ecc.).
• Arrestati effettivi: 13.152 persone (secondo i registri ufficiali della Prefettura di Polizia di Parigi):
• 4.115 bambini (sotto i 16 anni, molti nati in Francia e quindi cittadini francesi)
• 5.919 donne
• 3.118 uomini
• Circa 8.000–9.000 delle persone arrestate furono portate al Vélodrome d'Hiver (un grande velodromo coperto nel 15º arrondissement di Parigi, vicino alla Senna e alla Torre Eiffel).
Condizioni al Vel d'Hiv
Le condizioni furono disumane:
• Migliaia di persone stipate in un unico spazio chiuso per 5 giorni (dal 16 al 20 luglio circa).
• Nessun cibo né acqua sufficienti (solo una fontanella per migliaia di persone).
• Servizi igienici quasi inesistenti → diarrea, disidratazione, sporcizia estrema.
• Caldo soffocante (tetto chiuso, luglio molto caldo).
• Alcuni tentativi di suicidio, spari di guardia su chi cercava di fuggire.
• Medici della Croce Rossa e alcuni medici ebrei riuscirono a salvare un piccolo numero di bambini fingendo diagnosi di malattie infettive.
Destino successivo
• Dopo il Vel d'Hiv, la maggior parte fu trasferita nei campi di transito francesi: Drancy (principale), Pithiviers, Beaune-la-Rolande.
• Da lì, deportati in convogli verso Auschwitz-Birkenau (quasi tutti tra luglio e settembre 1942).
• Sopravvissuti: Meno di 100 tra gli arrestati del Vel d'Hiv (nessuno tra i bambini deportati).
Significato storico
• Simbolo della collaborazione attiva del regime di Vichy e della polizia francese nella Shoah (non solo "obbedienza passiva").
• La Francia ha impiegato decenni per riconoscerlo ufficialmente: Jacques Chirac, nel 1995, fu il primo presidente a parlare di "responsabilità della Francia" in un discorso solenne.
• Oggi esiste un giardino commemorativo al posto del velodromo (demolito nel 1959) e ogni 16 luglio si tiene una cerimonia ufficiale.
Fu un momento in cui molte famiglie ebree francesi, che fino ad allora si sentivano relativamente "protette" rispetto agli ebrei stranieri, capirono che nessuno era al sicuro.
La Conferenza di Wannsee (in tedesco Wannseekonferenz) è uno degli eventi più noti e simbolici della Shoah, anche se non fu il momento in cui venne "decisa" la Soluzione Finale (decisione presa da Hitler e dai vertici SS già nel 1941), ma piuttosto il momento in cui venne coordinata e burocratizzata su scala europea.
Data e luogo
• 20 gennaio 1942 (durata: circa 90 minuti).
• Villa Marlier (oggi Haus der Wannsee-Konferenz, memoriale), sul lago Großer Wannsee, sobborgo sud-occidentale di Berlino.
Convocazione e scopo ufficialeReinhard Heydrich (capo del Reichssicherheitshauptamt – RSHA, l'ufficio centrale per la sicurezza del Reich) convocò la riunione su incarico di Hermann Göring (lettera del 31 luglio 1941).
Lo scopo dichiarato era:
• Informare i principali ministeri e autorità civili del Reich sull'esistenza del piano di "Soluzione Finale della questione ebraica" (Endlösung der Judenfrage).
• Garantire la collaborazione totale di tutti gli apparati statali (ministeri degli Interni, Esteri, Giustizia, Economia, Ferrovie, ecc.).
• Centralizzare il coordinamento sotto le SS (Heydrich e Himmler).
• Definire con precisione chi era considerato "ebreo" secondo le leggi di Norimberga (con varianti per i Mischlinge – persone di sangue misto).
I 15 partecipanti (i più importanti)
• Reinhard Heydrich (SS-Obergruppenführer, presidente della conferenza).
• Adolf Eichmann (SS-Obersturmbannführer, redattore del protocollo, esperto logistico delle deportazioni).
• Wilhelm Stuckart (Segretario di Stato al Ministero dell'Interno, coautore delle leggi razziali).
• Roland Freisler (poi presidente del Tribunale del Popolo).
• Josef Bühler (rappresentante del Governatorato Generale – Polonia occupata).
• Martin Luther (Ministero degli Esteri).
• Erich Neumann (piano quadriennale).
• Georg Leibbrandt e Alfred Meyer (Ministero per i Territori Orientali Occupati).
• Altri rappresentanti di SS, cancelleria del partito, economia e giustizia.
Cosa fu discusso (dal Protocollo di Wannsee)
Il documento ufficiale (redatto da Eichmann, 30 copie, una sola sopravvissuta) usa un linguaggio volutamente eufemistico e burocratico, ma il contenuto è chiarissimo:
• Stima di 11 milioni di ebrei in tutta Europa (inclusi paesi neutrali o non ancora occupati come Regno Unito, Turchia, Svizzera, Spagna, Portogallo, Svezia).
• Deportazione di massa verso Est (soprattutto Polonia occupata).
• Utilizzo per lavori forzati (strade, costruzioni) → chi sopravviveva al lavoro estenuante sarebbe stato "trattato di conseguenza" (eufemismo per assassinio).
• Discussione su come trattare i Mischlinge (mezzi ebrei) e i matrimoni misti (proposte di sterilizzazione o deportazione selettiva).
• Nessuna opposizione: tutti accettarono e chiesero solo di velocizzare o chiarire dettagli pratici (trasporti, definizioni legali, ecc.).
Importanza storica
• Non fu l'inizio dello sterminio (già in corso: Einsatzgruppen in URSS dal giugno 1941, gas a Chełmno da dicembre 1941), ma il passaggio a uno sterminio sistematico, industriale e continentale.
• Trasformò l'omicidio di massa da operazione "sporca" delle SS e polizia in un progetto burocratico di Stato che coinvolgeva ferrovie, ministeri, industrie.
• Permise l'accelerazione delle deportazioni nel 1942–1944 (Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau raggiunsero il picco proprio in quel periodo).
Il Protocollo di Wannsee oggi
• È uno dei documenti nazisti più chiari e importanti sopravvissuti.
• Fu trovato nel 1947 tra le carte di Martin Luther (Ministero Esteri).
• Oggi è conservato e studiato come prova schiacciante della pianificazione consapevole del genocidio.

 

In sintesi: Wannsee non "decise" la Shoah, ma la rese amministrativamente possibile su scala europea, con la freddezza e l'efficienza tipica della burocrazia nazista. È il simbolo di come un crimine mostruoso possa essere discusso in termini di orari di treni, definizioni legali e percentuali di "sangue ebraico".

 

 

 

TRAVESTIMENTO

Mikketz • 5786

Di Rav Jonathan Sacks, traduzione dall’inglese a cura di Barbara de Munari

 

Giuseppe è ora il sovrano d'Egitto. La carestia da lui predetta si è avverata. Si estende oltre l'Egitto, fino alla terra di Canaan. Alla ricerca di cibo, i fratelli di Giuseppe si mettono in viaggio verso l'Egitto. Arrivano al palazzo dell'uomo incaricato della distribuzione del grano:

 

Giuseppe era governatore del paese [Egitto]; era lui che distribuiva il cibo a tutto il popolo. Quando i fratelli di Giuseppe arrivarono, si inchinarono davanti a lui con la faccia a terra. Giuseppe riconobbe i suoi fratelli non appena li vide, ma si comportò come un estraneo e parlò loro duramente... Giuseppe riconobbe i suoi fratelli, ma loro non riconobbero lui.

Genesi 42:6-8

Dobbiamo a Robert Alter l'idea di una "scena tipo", un dramma rappresentato più volte con varianti; e queste sono particolarmente evidenti nel libro di Bereishit. Non esiste una regola universale su come decifrare il significato di una scena tipo. Un esempio è l'incontro tra un ragazzo e una ragazza al pozzo, un incontro che si ripete tre volte: tra il servo di Abramo e Rebecca, tra Giacobbe e Rachele, e tra Mosè e le figlie di Ietro. Qui, l'ambientazione probabilmente non è significativa (i pozzi erano il luogo in cui gli sconosciuti si incontravano a quei tempi, come il distributore d'acqua in un ufficio). Ciò cui dobbiamo prestare attenzione in questi tre episodi, sono le loro varianti: l'attivismo di Rebecca, la dimostrazione di forza di Giacobbe, la passione di Mosè per la giustizia. Il modo in cui le persone si comportano nei confronti degli sconosciuti al pozzo è, in altre parole, una prova del loro carattere. In alcuni casi, tuttavia, una scena tipo sembra indicare un tema ricorrente. Per comprendere la posta in gioco nell'incontro tra Giuseppe e i suoi fratelli, dobbiamo metterlo in relazione con altri tre episodi, tutti ambientati a Bereishit.

Il primo si svolge nella tenda di Isacco. Il patriarca è vecchio e cieco. Dice al figlio maggiore di andare nei campi, catturare un animale e preparare un pasto in modo da poterlo benedire. Sorprendentemente, Isacco sente qualcuno entrare. "Chi sei?" chiede. "Sono Esaù, il tuo figlio maggiore", risponde la voce. Isacco non è convinto. "Avvicinati e lascia che io ti tocchi, figlio mio. Sei davvero Esaù o no?" Allunga la mano e sente la ruvidità delle pelli che gli ricoprono le braccia. Ancora incerto, chiede di nuovo: "Ma sei davvero mio figlio Esaù?". L'altro risponde: "Lo sono". Allora Isacco lo benedice: "Ah, l'odore di mio figlio è come l'odore di un campo benedetto da Dio". Ma non è Esaù. È Giacobbe travestito.

Scena seconda: Giacobbe è fuggito a casa di suo zio Labano. Arrivato, incontra Rachele e se ne innamora, e si offre di lavorare per suo padre per sette anni per sposarla. Il tempo passa velocemente: gli anni "gli sembravano pochi giorni, perché la amava". Il giorno delle nozze si avvicina. Labano prepara un banchetto. La sposa entra nella sua tenda. A tarda notte, Giacobbe la segue. Ora finalmente ha sposato la sua amata Rachele. Quando arriva il mattino, scopre di essere stato vittima di un inganno. Non si tratta di Rachele. È Lia travestita.

Scena terza: Giuda ha sposato una ragazza cananea ed è ora padre di tre figli. Il primo ha sposato una ragazza del posto, Tamar, ma è morto misteriosamente giovane, lasciando la moglie vedova senza figli. Seguendo una versione pre-mosaica della legge del levirato, Giuda diede in sposo il suo secondo figlio a Tamar, affinché lei potesse avere un figlio "per mantenere vivo il nome di suo fratello". Il secondo marito di Tamar era riluttante ad avere un figlio che, di fatto, sarebbe appartenuto al suo defunto fratello, così "disperse la sua discendenza" e per questo morì anche lui giovane. Giuda è quindi riluttante a dare a Tamar il suo terzo figlio, così lei rimane un'agunah, "incatenata", legata a qualcuno che le è impedito di sposare e impossibilitata a sposare un altro.

Passano gli anni. La moglie di Giuda muore. Tornando a casa dalla tosatura delle pecore, vede una prostituta velata sul ciglio della strada. Le chiede di dormire con lui, promettendogli, in cambio, un capretto del gregge. Lei gli chiede come pegno "il suo sigillo, il suo cordone e il suo bastone". Il giorno dopo manda un amico a consegnare il capretto, ma la donna è scomparsa. La gente del posto nega di averla mai vista. Tre mesi dopo, Giuda viene a sapere che sua nuora Tamar è rimasta incinta. È furioso. Legata al figlio più giovane, non le era permesso avere rapporti con nessun altro. Doveva essere colpevole di adulterio. "Portatela fuori perché sia ​​bruciata", dice. Viene condotta per essere uccisa, ma chiede un favore. Dice a uno del popolo di portare a Giuda il sigillo, il cordone e il bastone. "Il padre di mio figlio", dice, "è l'uomo cui appartengono queste cose". Giuda capisce subito. Tamar, non potendo di sposarsi ma vincolata dall'onore di avere un figlio per perpetuare la memoria del suo primo marito, ha ingannato il suocero, costringendolo a compiere il dovere che avrebbe dovuto permettere al figlio più giovane. "Lei è più giusta di me", ammette Giuda. Pensava di aver dormito con una prostituta. Ma era Tamar travestita.

È questo il contesto in cui va interpretato l'incontro tra Giuseppe e i suoi fratelli. L'uomo davanti al quale i fratelli s’inchinano non assomiglia per nulla a un pastore ebreo. Parla egiziano. Indossa gli abiti di un sovrano egiziano. Indossa l'anello con il sigillo del Faraone e la catena d'oro dell'autorità. Pensano di essere al cospetto di un principe egiziano, ma in realtà è Giuseppe – il loro fratello – travestito.

Quattro scene, quattro travestimenti, quattro fallimenti nel vedere dietro la maschera. Che cosa hanno in comune? Qualcosa di davvero sorprendente. È solo non essendo riconosciuti che Giacobbe, Lia, Tamar e Giuseppe possono essere riconosciuti, nel senso di essere ascoltati, presi sul serio, ascoltati. Isacco ama Esaù, non Giacobbe. Ama Rachele, non Lia. Giuda pensa al figlio più giovane, non alla difficile situazione di Tamar. Giuseppe è odiato dai suoi fratelli. Solo quando appaiono come qualcosa o qualcun altro possono ottenere ciò che cercano: per Giacobbe, la benedizione del padre; per Lia, un marito; per Tamar, un figlio; per Giuseppe, l'attenzione non ostile dei suoi fratelli. La difficile situazione di questi quattro individui è riassunta in un'unica frase toccante: "Giuseppe riconobbe i suoi fratelli, ma loro non riconobbero lui".

I travestimenti funzionano? A breve termine, sì; ma a lungo termine, non necessariamente. Giacobbe soffre molto per aver accettato la benedizione di Esaù. Lia, sebbene sposi Giacobbe, non conquista mai il suo amore. Tamar ebbe un figlio (in realtà, due gemelli), ma Giuda "non ebbe più intimità con lei". Giuseppe – beh, i suoi fratelli non lo odiavano più, ma lo temevano. Anche dopo le sue rassicurazioni di non serbare loro rancore, continuarono a pensare che si sarebbe vendicato dopo la morte del padre. Ciò che otteniamo sotto mentite spoglie non è mai l'amore che cercavamo.

Ma accade qualcos'altro. Giacobbe, Lia, Tamar e Giuseppe scoprono che, anche se non riusciranno mai a conquistare l'affetto di coloro da cui lo cercano, Dio è con loro; e questo, in definitiva, è sufficiente. Un travestimento è un atto di nascondimento – dagli altri, e forse da se stessi. Da Dio, tuttavia, non possiamo, né abbiamo bisogno di, nasconderci. Egli ascolta il nostro grido. Risponde alle nostre preghiere inespresse. Ascolta chi non è ascoltato e porta loro conforto.

Dopo i quattro episodi, non c'è una guarigione delle relazioni, ma un ricucire l'identità. Questo è ciò che li rende non narrazioni laiche, ma cronache profondamente religiose di crescita e maturazione psicologica. Ciò che ci dicono è semplice e profondo: coloro che si trovano al cospetto di Dio non hanno bisogno di travestimenti per raggiungere l'autostima quando si trovano al cospetto dell'umanità.

 

 

 

 

 

Sapresti dirmi il mio nome?

Lo Zohar non solo conferma che saremo riconoscibili gli uni dagli altri nell'aldilà, ma offre anche una spiegazione dei suoi meccanismi.

 

Di J.H. Chajes, professore all’Università di Haifa.Traduzione dall’inglese a cura di Barbara de Munari

 

Di J.H. Chajes, professore all’Università di Haifa.Traduzione dall’inglese a cura di Barbara de Munari

 

All'indomani della morte del giovane figlio Conor, Eric Clapton scrisse " Tears in Heaven ", una delle meditazioni sulla perdita più toccanti e strazianti del canone moderno. Scritta in un solco teso tra fede e dolore, la canzone dà voce a un desiderio umano primordiale di attenuare la definitività della morte, chiedendoci se saremo riconosciuti dai nostri cari quando li rivedremo in cielo. La consolazione immaginata non è semplicemente la sopravvivenza oltre la morte, ma la speranza di poter ancora conoscere – ed essere conosciuti – in Olam Haba , il mondo che sta arrivando.


Una preoccupazione sorprendentemente simile anima un passaggio denso e inaspettato nel commento dello Zohar alla Parashat Shemot . Anche lì la questione non è se l'anima sopravviva alla morte, ma se l'identità personale persista in una forma riconoscibile. La risposta dello Zohar non è né sentimentale né vaga. Piuttosto, immagina un processo dinamico e reciproco in cui anima e corpo si formano a vicenda, legati da una logica di incisione e impressione.

 

 

 

 "Un uomo della casa di Levi andò e prese una figlia di Levi ( Esodo 2:1 )"


Rabbi Yose aprì: "Il mio amore è sceso nel suo giardino, nelle aiuole di aromi..." ( Cantico dei Cantici 6:2 ). Il mio amore è sceso nel suo giardino - l'Assemblea di Israele, perché Lei è un'aiuola di aromi, che comprende tutti gli aspetti delle spezie e delle fragranze del mondo. Nell'ora in cui il Santo benedetto discende in questo giardino, tutte le anime dei giusti che sono incoronate lì emettono fragranza, come è detto: la fragranza dei tuoi oli, più fini di tutte le spezie ( Cantico dei Cantici 4:10 ) - anime dei giusti. Perché Rabbi Yitshak disse: "Tutte quelle anime dei giusti che sono state in questo mondo e tutte quelle anime destinate a scendere in questo mondo esistono tutte in questo giardino. Nel giardino terreno conservano tutte l'immagine e la forma che hanno assunto in questo mondo".

Questo segreto è stato trasmesso ai saggi. Lo spirito che discende sugli esseri umani, derivando dal lato femminile, è sempre inciso come un sigillo. La forma di un corpo umano in questo mondo sporge, mentre lo spirito è inciso al suo interno. Quando lo spirito viene strappato dal corpo, quello spirito si protende nel giardino terreno nella forma e nell'immagine reali del suo corpo in questo mondo, perché ha sempre funzionato come un sigillo.

(Zohar II:11a, traduzione di Daniel C. Matt )

Il punto di partenza esegetico è un versetto apparentemente semplice dell'Esodo: "Un uomo della casa di Levi andò e prese una figlia di Levi". Mentre la narrazione biblica si riferisce qui ad Amram e Yocheved, i genitori di Mosè, Aronne e Miriam, lo Zohar legge il versetto in senso cosmico: nel seguito del brano citato sopra, l'uomo è identificato con l'angelo Gabriele; la casa di Levi con l'Assemblea di Israele (nello Zohar, questo spesso significa la Shekhinah ); e la figlia di Levi con l'anima. 

Con questa riformulazione dei termini, lo Zohar identifica Gabriele come il messaggero del Santo benedetto inviato nel giardino, qui immaginato come un deposito di anime dopo la morte e in attesa di nascita. L'anima indicata da "una figlia di Levi" è una di quelle anime – sebbene particolarmente speciale – che lo Zohar identifica con Mosè, da cui la Shekhinah non si è mai allontanata. La nascita viene quindi reimmaginata come un dramma di discesa: mentre il corpo emerge in questo mondo, Gabriele scorta la sua anima fuori dal giardino per accompagnarne l'incarnazione.

Al centro di questo insegnamento si trova una sorprendente teoria della forma. Ispirandosi alla pratica medievale di sigillare i documenti con un'impronta unica per garantirne l'autenticità, lo Zohar immagina lo spirito come una matrice incisa e impressa nella materia, lasciandone un rilievo esteriore. Il corpo non è un contenitore arbitrario per l'anima, ma la conseguenza visibile di un'incisione interiore. Il nostro aspetto – la nostra presenza corporea nel mondo – è in realtà un'impronta spirituale fatta carne.

Fondamentalmente, la morte non dissolve questa relazione tra spirito e forma. Semplicemente ne inverte la direzione. Ora è il corpo fisico a imprimere la sua forma sull'anima. Una volta liberata dal corpo, l'anima porta ancora con sé la forma corporea che un tempo aveva abitato. L'identità persiste non nonostante l'incarnazione, ma perché l'incarnazione lascia una traccia duratura.

Vale la pena sottolineare che lo Zohar non ha inventato l'idea che personalità riconoscibili persistano nel Mondo a Venire. La letteratura rabbinica presuppone già la continuità dell'identità personale oltre la morte. Il Talmud ( Berakhot 17a ) immagina i giusti "seduti con le loro corone in testa e crogiolandosi nello splendore della Shekhinah". Fonti midrashiche e talmudiche parlano casualmente di riunione, riconoscimento e persino studio della Torah tra i defunti. 

Ciò che lo Zohar aggiunge non è il fatto che particolari identità sopravvivano dopo la morte, ma una spiegazione dei suoi meccanismi. Lo Zohar immagina una sorta di reciprocità morfologica: l'anima incide il corpo; il corpo, a sua volta, incide l'anima. Il sé è il prodotto di questo scambio continuo. Per lo Zohar, non siamo mai semplicemente "nei" nostri corpi; piuttosto, i nostri corpi sono già interpretazioni delle nostre anime, proprio come le nostre anime diventano in seguito interpretazioni dei nostri corpi.

Lo Zohar sottolinea questo punto attraverso la descrizione del giardino come un luogo saturo di fragranza. Riprendendo i versetti del Cantico dei Cantici che fanno riferimento a fragranze e spezie, il giardino è immaginato come profumato dalle anime dei giusti. La fragranza è una metafora appropriata: invisibile ma inconfondibile, immateriale ma inseparabile dalla presenza corporea. Come il profumo, l'anima è invisibile ma comunque riconoscibile. Indugia, riempie lo spazio e rimane identificabile anche dopo che la sua fonte si è ritirata.

Le implicazioni etiche di questo sono chiare. Se corpo e anima si plasmano reciprocamente, allora ciò che facciamo con i nostri corpi ha importanza anche al di là di questa vita. Il desiderio, santificato o degradato, lascia il segno. La discussione dello Zohar su Amram e Yocheved lo rende esplicito: poiché la loro unione era orientata verso la Shekhinah, la Shekhinah stessa si unì a loro e non si ritirò mai dal figlio che avevano generato. La santità è l'allineamento della vita corporea con la presenza divina.

Letta in questa luce, la domanda di Clapton riceve una risposta zoharica silenziosamente speranzosa. Il riconoscimento dopo la morte è immaginabile non perché l'identità fluttui libera dall'incarnazione, ma  perché l'incarnazione non è mai meramente fisica. Le forme che assumiamo, le vite che viviamo e i desideri che coltiviamo, tutti si imprimono in ciò che siamo. Invece di segnare il momento della nostra disfatta, la morte riporta le nostre anime in primo piano, portando con sé le impronte di una vita, pronte a riconoscere ed essere riconosciute da coloro che abbiamo conosciuto e amato.

JH (Yossi) Chajes è professore di pensiero ebraico presso la cattedra Wolfson dell'Università di Haifa e autore, più di recente, di  The Kabbalistic Tree .

  • This X post by translator Barbara de Munari promotes her Italian rendition of J.H. Chajes' article "Sapresti dirmi il mio nome?" from "A Year of Zohar," linking Eric Clapton's grief-stricken song "Tears in Heaven" to Zoharic teachings on afterlife identity.
  • The article draws on Zohar II:11a to explain soul-body reciprocity, where the soul imprints the body's form like a seal during life, ensuring recognizable persistence in Olam Haba and addressing universal fears of posthumous anonymity.
  • Accompanied by the book's mystical cover featuring the Tree of Life, the post appears as an early promotional share on its publication date, inviting readers to explore ethical implications of how earthly actions shape eternal self-recognition.

https://x.com/i/grok/share/7Czb4TkMWMf7DRYYK82h1Byxo

 

 

 

 

 

 

Chanukkah con il senno di poi

19 dicembre 2019

Di Rav Joanathan Sacks,

traduzione dall’inglese a cura di Barbara de Munari

 

La storia stessa ha una storia. Le nostre prospettive cambiano nel tempo e alcuni momenti possono apparire significativi solo a posteriori. Non sempre comprendiamo il vero significato di un evento fino a molti decenni dopo, o a volte addirittura secoli dopo. Un classico esempio di questo è la storia di Chanukkah.

In un certo senso, la storia di Chanukkah è molto semplice. Fin dai tempi di Alessandro Magno di Macedonia, Israele era sotto il dominio dell'Impero alessandrino dei Greci. Ciò significava che nel III secolo a.C. era sotto il controllo dei Tolomei, che risiedevano in Egitto e ad Alessandria. Poi, durante il II secolo a.C., Israele passò sotto il dominio dei Seleucidi, che risiedevano in Siria.

Il condottiero seleucide Antioco IV, che modestamente si faceva chiamare Epifane, ovvero "Dio manifestato", decise di imporre il ritmo dell'ellenizzazione agli ebrei della terra d'Israele. Tra le altre cose, proibì la pratica pubblica dell'ebraismo, eresse una statua di Zeus nel Tempio e offrì maiali in sacrificio davanti ad essa, in una profanazione dei valori ebraici che gli ebrei dell'epoca chiamavano l'Abominio della Desolazione.

Un anziano sacerdote di nome Mattityahu, i suoi figli e i loro sostenitori, passati alla storia come Maccabei, si ribellarono. Nei tre anni successivi ottennero una vittoria epocale sui Seleucidi, riconquistando Gerusalemme e riportandola sotto la sovranità ebraica. Purificarono il Tempio e lo riconsacrarono, accendendo la grande Menorah, il candelabro che si trovava nel Tempio, per una celebrazione durata otto giorni.

Questa è la storia di Chanukkah così come è stata narrata nel primo e nel secondo libro dei Maccabei. Ma non è così che la storia è stata raccontata nella tradizione ebraica, poiché è stato stabilito che i due libri dei Maccabei, e altri con lo stesso titolo, dovessero essere chiamati Sefarim Chitzoni'im, opere apocrife, e tenuti fuori dalla Bibbia. La storia di Chanukkah che viene invece raccontata è molto diversa, con un messaggio potente.

Il Talmud ci racconta che nel primo secolo, negli ultimi giorni del Secondo Tempio, un rabbino di nome Yehoshua Ben Gamla istituì una rete di scuole in tutto Israele. Il risultato fu che, dall’età di sei anni, ogni bambino del Paese riceveva un'istruzione universale finanziata con fondi pubblici. Questo fu il primo sistema educativo del suo genere al mondo, e anche una chiara indicazione dell'impegno ormai familiare degli ebrei per l'istruzione e per garantire che i nostri figli siano alfabetizzati nella loro tradizione. Secondo il Talmud, la memoria di Rabbi Yehoshua ben Gamla è benedetta, perché senza il suo intervento la Torah sarebbe stata dimenticata in Israele. Senza di lui, non ci sarebbe stata sopravvivenza dell'ebraismo e, in definitiva, nessun ebreo.

Ciò che Rabbi Yehoshua Ben Gamla e gli altri Saggi capirono, e ciò che non fu compreso al tempo di Chanukkah, fu che la vera battaglia contro i Greci non era militare, ma culturale. A quel tempo, i Greci erano i più grandi al mondo in molti campi. Erano senza pari nei loro progressi nell'arte, nell'architettura, nella letteratura, nel teatro, nella filosofia. Ancora oggi, i loro successi non sono mai stati superati. Ma gli ebrei credevano comunque, e sicuramente la storia lo ha confermato, che nell'Ebraismo, nell'antico Israele e ancora nella sua eredità fino a oggi, ci sia qualcosa di speciale. Qualcosa per cui vale la pena lottare. L'Ebraismo, con la sua enfasi sulla santificazione della vita e la convinzione che ogni essere umano sia stato creato a immagine di Dio, custodiva verità eterne che non potevamo abbandonare. Questa era la distinzione unica tra la cultura dei Greci e il mondo della Torah e dell'Ebraismo. Di conseguenza, gli ebrei hanno sempre saputo che la vera battaglia non si combatte necessariamente sul campo di battaglia fisico con armi fisiche, ma piuttosto nei cuori e nelle menti delle generazioni future.

Così l'Ebraismo e il popolo ebraico divennero una fede e una nazione che non si concentrava più sui suoi eroi militari, ma su quelli spirituali. Divenne una civiltà radicata nei testi, nei maestri e nelle case di studio. Diventammo il popolo i cui eroi erano insegnanti, le cui cittadelle erano scuole e la cui passione era l'apprendimento e la vita della mente. Il risultato finale fu che l'Ebraismo sopravvisse e prosperò nel corso dei secoli, mentre l'Antica Grecia, la Grecia di Atene, la Grecia di Alessandro Magno, declinava. Infatti, fu solo poco tempo dopo gli eventi della storia di Chanukkah che la Grecia iniziò il suo declino e Roma sorse per prenderne il posto.

Questo è il messaggio di Chanukkah e, ​​per articolare la nostra storia, ci concentriamo in modo piuttosto bello e simbolico su un solo piccolo dettaglio della catena originale di eventi: quell'unica ampolla di olio puro e incontaminato fu trovata dai Maccabei tra le macerie e le impurità del Tempio, appena sufficiente per accendere la Menorah finché non si fosse potuto reperire altro olio.

Uno degli aspetti più interessanti di questo passaggio di prospettiva dal modo originale di raccontare la storia a quello attuale si riflette nel nome stesso della festa. Chanukkah, dalla parola chanuch, significa ridedicazione. Questo è ciò che i Maccabei fecero al Tempio. Lo ridedicarono, come descritto nei libri dei Maccabei. Eppure, col tempo, Chanukkah si è associata alla parola chinuch , che significa educazione. Ciò che abbiamo ridedicato non è stato un edificio fisico – il Tempio – ma incarnazioni viventi dell'Ebraismo, ovvero i nostri figli, i nostri studenti, le persone a cui insegniamo e tramandiamo la nostra eredità e i nostri valori.

Da festa di una vittoria militare, Chanukkah è diventata la festa di una vittoria spirituale e di civiltà.

Credo che questa storia della nostra storia abbia un messaggio per tutti noi. Ci insegna questa verità fondamentale, tanto rilevante per le nostre vite oggi quanto lo è stata in passato: per difendere fisicamente un paese serve un esercito, ma per difendere una civiltà serve l'istruzione, servono educatori e servono scuole. Sono queste le cose che hanno mantenuto vivo lo spirito ebraico e la Menorah dei valori ebraici accesa per secoli in una luce eterna. Spesso ciò che al momento sembra essere la notizia principale, la vittoria militare, è, a posteriori, secondaria rispetto alla vittoria culturale di trasmettere i propri valori alla generazione successiva.

Se lo faremo, faremo in modo che i nostri figli, e i loro, illuminino il mondo.

Chanukah Sameach!