Yomanim - DIARI - יומנים
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TESHUVAH - IL RITORNO
Maimonide spiega che la Teshuvah è considerata perfetta solo quando una persona si ritrova esattamente nella stessa situazione del passato, con le stesse passioni e opportunità di sbagliare, ma questa volta sceglie coscientemente di non peccare.
Nel Chassidismo, la Teshuvah (il ritorno) non è vista come un atto di tristezza, ma come un momento di gioia suprema, in cui l'anima ritrova la sua vera casa.
Ecco alcune parabole più celebri e profonde sul potere del ritorno.
Il principe e la lingua perduta (Il Baal Shem Tov)
Questa parabola del fondatore del Chassidismo spiega che il grido del cuore supera ogni preghiera formale.
Un re decise di mandare il suo unico e amatissimo figlio in un paese lontano per studiare e conoscere il mondo. Il principe, lontano da casa, sperperò tutto il denaro, dimenticò i costumi reali e, dopo molti anni, dimenticò persino la propria lingua madre.
Caduto in miseria, decise di tornare a casa. Arrivato alle porte del palazzo, i soldati non lo riconobbero: era vestito di stracci e parlava la lingua dei mendicanti. Nessuno voleva credere che fosse il figlio del re. Disperato, non sapendo più come esprimersi, il principe lanciò un urlo straziante dal profondo del cuore.
Il re, seduto sul trono, riconobbe immediatamente la voce di suo figlio e corse ad abbracciarlo.
Il significato: Il principe è l'anima umana, che scendendo nel mondo materiale si smarrisce e dimentica le sue origini divine. Quando non troviamo più le parole giuste per pregare, il grido sincero del nostro dolore e del nostro desiderio di tornare a Dio viene ascoltato all'istante.
Il tesoro sotto il ponte (Rabbi Nachman di Breslov)
Una delle storie più famose sull'idea che il ritorno non è un viaggio verso l'esterno, ma una riscoperta di se stessi.
Un povero ebreo di Cracovia, di nome Isaac, sognò per tre volte che a Praga, sotto il ponte che conduce al palazzo reale, era sepolto un grande tesoro. Spinto dal sogno, intraprese il lungo viaggio.
Arrivato al ponte di Praga, lo trovò sorvegliato giorno e notte dalle guardie. Il capo delle guardie, vedendolo girare lì intorno per giorni, gli chiese cosa cercasse. Isaac, ingenuamente, raccontò il sogno. La guardia scoppiò a ridere e disse: «Povero sciocco! Se avessi dovuto credere ai sogni, sarei dovuto andare a Cracovia, a casa di un ebreo chiamato Isaac, e scavare dietro la sua stufa per trovare un tesoro!».
Isaac ringraziò la guardia, tornò immediatamente a Cracovia, scavò dietro la propria stufa e trovò il tesoro che lo rese ricco per sempre.
Il significato: La Teshuvah è esattamente questo viaggio. Spesso cerchiamo la spiritualità e la vicinanza a Dio in luoghi lontani o negli altri. Il vero tesoro spirituale è sempre stato dentro di noi, nella nostra casa e nella nostra anima; il viaggio serve solo a farcelo capire.
Le lacrime nel calice (Rabbi Levi Yitzhak di Berditchev)
Questo racconto mostra come la Teshuvah possa trasformare persino i peccati in meriti.
Durante la notte di Yom Kippur, un uomo noto in tutta la città per la sua vita dissoluta ed empia entrò in sinagoga. Si mise nell'angolo più buio, si coprì il volto con il mantello di preghiera (Tallit) e iniziò a piangere ininterrottamente per ore, ripensando a ogni singola azione malvagia commessa nella vita.
Il rabbino Levi Yitzhak, noto per la sua capacità di vedere la santità in ogni ebreo, si interruppe durante la liturgia solenne, guardò verso l'uomo e disse alla comunità: «In questo momento, in Cielo, gli angeli stanno raccogliendo le lacrime di quest'uomo. Ogni sua lacrima sta prendendo un peccato e lo sta trasformando in una scintilla di luce pura. La sua Teshuvah è così potente che ha aperto le porte del perdono per tutta la nostra comunità».
Il significato: Nella visione chassidica, quando il pentimento nasce da un amore profondo e dal dolore sincero, ha la forza mistica di invertire il passato: l'energia precedentemente usata per il male viene redenta e trasformata in energia per il bene.
La scommessa sul sarto di Berditchev
Durante il pomeriggio di Yom Kippur, nel momento di massima solennità, Rabbi Levi Yitzhak si interruppe, guardò verso il cielo e disse a voce alta davanti a tutta la sinagoga:
«Signore del mondo! Voglio raccontarti cosa ha fatto oggi un sarto della mia città, e pretendo che Tu lo ascolti!».
Il rabbino raccontò che quel sarto, poco prima del tramonto, aveva preso il suo libro dei conti e si era rivolto a Dio dicendo: «Signore, oggi è il giorno del bilancio. Ho cercato di contare i miei peccati di quest'anno: ho trattenuto qualche pezzetto di stoffa avanzato dai clienti, a volte ho lavorato di fretta, e qualche volta ho saltato la preghiera pomeridiana per finire un vestito. Ma ora guardiamo il Tuo libro dei conti: Tu mi hai tolto dei parenti, hai fatto ammalare i miei figli, e hai privato molte persone del pane mandando la carestia. Se facciamo un calcolo onesto, Tu devi a me molto più di quanto io debba a Te!».
Il sarto aveva poi concluso: «Facciamo così, Dio: cancelliamo i debiti a vicenda. Io perdono Te per le mie sofferenze, e Tu perdoni me per i miei peccati».
A quel punto, Rabbi Levi Yitzhak batté il pugno sul leggio e gridò verso il Cielo con foga e commozione: «Sarto sciocco! Perché hai concluso un affare così povero? Perché hai accettato un semplice scambio alla pari? Avresti potuto pretendere da Dio che mandasse immediatamente il Messia e la redenzione per il mondo intero! Avrebbe dovuto accettare pur di saldare il debito con te!».
Subito dopo, il rabbino riprese la liturgia, certo che l'audacia di quel sarto avesse commosso il tribunale celeste e strappato il perdono per l'intera comunità.
(Rabbi Levi Yitzhak di Berditchev (1740–1809) è passato alla storia come il "Difensore del popolo d'Israele" (Sanegoran shel Yisrael). Aveva l'abitudine di rivolgersi direttamente a Dio, a volte persino sfidandoLo o argomentando con Lui, pur di trovare una giustificazione ai peccati del popolo e assicurarne il perdono).
Il carrettiere e le ruote del carro
Una mattina, mentre si recava in sinagoga per le preghiere mattutine, Rabbi Levi Yitzhak vide un carrettiere ebreo nel cortile. L'uomo indossava il Tallit (il mantello di preghiera frangiato) e i Tefillin (i filatteri di pelle sulle braccia e sulla fronte).
Mentre recitava le preghiere con grande fervore, il carrettiere teneva in mano un secchio di grasso nero e un pennello, e si era chinato a ungere i perni delle ruote del suo carro per prepararli al viaggio.
I discepoli del rabbino, che camminavano con lui, rimasero scioccati e scandalizzati da quella scena. Consideravano un enorme insulto alla santità della preghiera il fatto che quell'uomo svolgesse un lavoro così umile, sporco e mondano mentre indossava gli oggetti più sacri dell'ebraismo.
Rabbi Levi Yitzhak, invece, si fermò a guardarlo. I suoi occhi si riempirono di lacrime di commozione. Guardò verso il cielo, sollevò le mani e gridò con gioia: «Padrone del mondo, guarda che popolo meraviglioso hai! Guarda la santità di questo carrettiere: persino mentre unge le ruote del suo carro, il suo cuore e la sua bocca sono rivolti a Te, e non smette un solo istante di pregarti!».
(Questo è forse l'aneddoto più famoso in assoluto su Rabbi Levi Yitzhak di Berditchev. Mostra la sua straordinaria capacità di vedere il bene, la purezza e la devozione a Dio anche nei gesti apparentemente più rozzi o bizzarri delle persone semplici).
Il significato dell'aneddoto
Mentre gli altri vedevano un uomo che profanava la preghiera con il lavoro materiale, il rabbino vedeva un uomo che elevava il lavoro materiale, trasformandolo in un atto di santità. Questo racconto racchiude l'essenza del Chassidismo: non serve isolarsi dal mondo per servire Dio; lo si può e lo si deve servire in ogni singola azione quotidiana.
Il rifiuto di dire la verità
Nella città di Berditchev viveva un uomo d'affari ebreo diventato molto ricco, ma che aveva completamente abbandonato la fede e la morale. Era noto per tre cose: non rispettava alcuna regola della Torah, trattava con crudeltà i suoi dipendenti e, soprattutto, era un peccatore ostinato, orgoglioso del suo stile di vita e sprezzante verso i rabbini.
Un giorno, questo ricco mercante commise una grave frode commerciale che mandò in rovina diverse famiglie povere della comunità. La voce si sparse rapidamente e i leader della città, furiosi, decisero di portarlo davanti al tribunale rabbinico guidato da Rabbi Levi Yitzhak.
Il ricco si presentò in sinagoga con un atteggiamento arrogante e di totale sfida. Entrato nello studio del rabbino, si impose a gambe larghe, guardò Levi Yitzhak dall'alto in basso e disse: «Inutile che mi parli di Dio, di inferno o di punizioni. Io non credo a nulla di tutto ciò e non mi pento di nulla di quello che ho fatto. Ho vinto io».
La reazione di Rabbi Levi Yitzhak
I discepoli presenti si aspettavano che il rabbino scagliasse una terribile maledizione o un rimprovero di fuoco contro quell'uomo così insolente.
Invece, Rabbi Levi Yitzhak si alzò lentamente dalla sua sedia. Non c'era rabbia sul suo volto, ma una profonda, immensa tristezza. Si avvicinò al ricco mercante, lo guardò dritto negli occhi e, con le lacrime che cominciavano a rigargli le guance, gli prese le mani tra le sue.
Con una voce piena di dolcezza e commozione, il rabbino disse: «O mio caro fratello... quanto deve soffrire la tua anima purissima. Per aver dovuto costruire una corazza così dura, per aver dovuto compiere così tante azioni brutte solo per convincere te stesso di non valere nulla... quanto dolore devi avere dentro per nascondere la scintilla divina che Dio ti ha donato».
Poi, il rabbino lo abbracciò strettamente, continuando a piangere sulla sua spalla, come se il dolore per i peccati di quell'uomo fosse il proprio.
Il crollo della corazza
Il ricco mercante rimase pietrificato. Era preparato a ricevere insulti, minacce, scomuniche o urla; a tutto questo avrebbe risposto con altra rabbia e orgoglio. Ma non era assolutamente preparato a ricevere un amore così puro e incondizionato, né a vedere un santo che piangeva per la salvezza della sua anima.
L'amore del rabbino sciolse istantaneamente la sua durezza. L'uomo scoppiò in un pianto dirotto, cadde in ginocchio e confessò non solo la frode di quel giorno, ma anni di cattiverie e rimorsi accumulati.
In quel preciso momento iniziò la sua Teshuvah (il ritorno). Negli anni successivi, restituì ogni centesimo tolto ai poveri e divenne uno dei membri più generosi e retti della comunità di Berditchev. Il rabbino non lo aveva convertito con la paura del castigo, ma mostrandogli la bellezza della sua stessa anima.
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Shana Tova
Dieci idee per Rosh Hashanah e Yom Kippur
Con l'avvicinarsi di Rosh Hashanah, Yom Kippur e dell'inizio dell'anno ebraico, ecco dieci brevi spunti che potrebbero aiutarvi a concentrarvi sulla preghiera e a vivere un'esperienza significativa e trasformativa durante questi dieci giorni di penitenza .
Primo punto: la vita è breve. Per quanto sia aumentata l'aspettativa di vita, non riusciremo, in una sola esistenza, a realizzare tutto ciò che desideriamo. Questa vita è tutto ciò che abbiamo. Quindi la domanda è: come possiamo sfruttarla al meglio?
Numero due. La vita stessa, ogni respiro che facciamo, è un dono di Dio. La vita non è qualcosa che possiamo dare per scontata. Se lo facciamo, non riusciremo a celebrarla. Sì, crediamo nella vita dopo la morte, ma è nella vita prima della morte che troviamo la vera grandezza umana.
Punto numero tre. Siamo liberi. L'ebraismo è la religione dell'essere umano libero che risponde liberamente al Dio della libertà. Non siamo schiavi del peccato. Il semplice fatto che possiamo fare teshuvah, che possiamo agire diversamente domani rispetto a ieri, ci dice che siamo liberi.
Punto numero quattro. La vita ha un significato. Non siamo semplici accidenti della materia, generati da un universo venuto all'esistenza senza motivo e che un giorno, senza motivo, cesserà di esistere. Siamo qui perché c'è qualcosa che dobbiamo fare: essere collaboratori di Dio nell'opera della creazione, avvicinando il mondo che esiste al mondo che dovrebbe essere.
Punto numero cinque. La vita non è facile. L'ebraismo non vede il mondo con occhi idealisti. Il mondo in cui viviamo non è come dovrebbe essere. Per questo, nonostante ogni tentazione, l'ebraismo non è mai riuscito ad affermare che l'era messianica sia giunta, pur attendendola quotidianamente.
Numero sei. La vita può essere difficile, ma può comunque essere dolce. Gli ebrei non hanno mai avuto bisogno di ricchezza per essere ricchi, né di potere per essere forti. Essere ebrei significa vivere per le cose semplici: amore, famiglia, comunità. La vita è dolce quando è toccata dal Divino.
Numero sette. La nostra vita è la più grande opera d'arte che creeremo mai. Nel giorno di Yamim Noraim , ci allontaniamo dalla nostra vita come un artista che si allontana dalla sua tela, per vedere cosa deve essere cambiato affinché il dipinto sia completo.
Numero otto. Siamo ciò che siamo grazie a coloro che ci hanno preceduto. Ognuno di noi è una lettera nel libro della vita di Dio. Non partiamo dal nulla. Abbiamo ereditato una ricchezza, non materiale ma spirituale. Siamo eredi della grandezza dei nostri antenati.
Numero nove. Siamo eredi di un altro tipo di grandezza: quella della Torah e dello stile di vita ebraico. L'ebraismo ci chiede grandi cose e, così facendo, ci rende grandi. Camminiamo a testa alta, all'altezza degli ideali per cui viviamo, e anche se possiamo fallire più e più volte, gli Yamim Noraim ci permettono di ricominciare.
E numero dieci. Il suono di una preghiera sincera, insieme al suono penetrante dello shofar, ci ricorda che la vita non è altro che un semplice respiro, eppure il respiro non è altro che lo spirito di Dio dentro di noi. Siamo polvere della terra, ma dentro di noi c'è il respiro di Dio.
Quindi, se riuscite a ricordare anche solo una di queste idee, o anche solo una, spero che vi aiuti a vivere un'esperienza ancora più significativa durante Rosh Hashanah e Yom Kippur.
Possiamo noi, e tutto il popolo d'Israele , essere iscritti nel Libro della Vita di Dio per un anno di benedizioni, appagamento e pace. Shana tova u'metukah a tutti voi.
Rav Jonathan Sacks
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La giustizia sociale dell'ebraismo
Rabbi Sacks - Parashat Re'eh
(Traduzione a cura di Barbara de Munari)
Se si desidera comprendere la visione sociale dell'ebraismo, è utile esaminare la sua legislazione contro la povertà:
Se tra i vostri parenti, in una qualsiasi delle vostre città nel paese che il Signore, il vostro Dio, vi dà, vi è un povero, non indurite il vostro cuore e non chiudete la mano al vostro fratello bisognoso. Aprite generosamente la mano e prestategli liberamente quanto gli serve, in tutto ciò che gli manca. Siate vigilanti: non sussurri nel vostro cuore un pensiero perverso: "Il settimo anno, l'anno della remissione, è vicino", rendendovi avari verso il vostro fratello bisognoso e non dandogli nulla. Egli griderà al Signore per voi e voi sarete ritenuti colpevoli. Dategli generosamente e non siate indifferenti, perché per merito di questo il Signore, il vostro Dio, vi benedirà in ogni vostra opera e in ogni sforzo delle vostre mani. Non mancheranno mai i poveri nel paese. Perciò io vi comando: aprite la mano.
Deuteronomio 15:7-11
Apparentemente il passo riguarda la cancellazione dei debiti nel settimo anno (Shmittah , l'anno della "liberazione"). La Tradizione Orale, tuttavia, lo ha esteso alle leggi della tzedakah – termine solitamente tradotto come "carità", ma che significa anche "giustizia distributiva, equità". I rabbini interpretarono la frase "prestagli liberamente quanto basta per soddisfare tutti i suoi bisogni " come riferita ai requisiti di base per la sopravvivenza: cibo, vestiario, alloggio e così via. "In tutto ciò che gli manca " fu inteso come riferito a una persona che prima era ricca ma ora è caduta in povertà. Anche lui deve essere aiutato a recuperare la sua dignità.
Si narra che Hillel il Vecchio aiutò un pover'uomo proveniente da una famiglia ricca. Gli comprò un cavallo e assunse un servo che corresse davanti a lui. Quando, in un'occasione, non riuscì a trovare un servo disposto a correre davanti all'uomo, Hillel stesso corse davanti a lui.
Ketubot 67b
La forza di questo passo risiede nel fatto che Hillel stesso era notoriamente povero, eppure donò denaro e tempo per aiutare un uomo ricco che aveva perso tutto a ritrovare la sua autostima. Questo duplice aspetto è evidente in tutte le leggi della tzedakah. Da un lato, le leggi si rivolgono alla cruda realtà della povertà. Nessuno deve essere privato dei beni di prima necessità. Dall'altro, affrontano con sorprendente sensibilità la psicologia della povertà. Essa umilia, imbarazza, fa vergognare. La tzedakah, stabilivano i rabbini, deve essere data in modo da minimizzare questi sentimenti:
Quando il rabbino Yannai vide un certo uomo dare una moneta a un povero davanti a tutti, disse: Sarebbe stato meglio non dargliela piuttosto che dargliela e metterlo in imbarazzo.
Hagigah 5a
In un celebre passo, Maimonide descrive gli otto livelli della carità:
Esistono otto gradi di carità, uno più elevato dell'altro.
Il grado più elevato, insuperabile, è quello di chi aiuta un povero offrendogli un dono o un prestito, accogliendolo in società o aiutandolo a trovare lavoro – in una parola, mettendolo in condizione di non aver bisogno dell'aiuto altrui. A proposito di tale aiuto si dice: "Lo sosterrai, sia esso straniero o residente, e abiterà con te" (Levitico 25:35 ), il che significa: sostienilo in modo tale da impedirgli di cadere in miseria.
Un gradino sotto questo è colui che fa l'elemosina ai bisognosi in modo tale che chi dona non sappia a chi dona e chi riceve non sappia da chi riceve. Questo è un esempio di buona azione compiuta per il bene in sé. Un esempio era la Sala del Segreto nel Tempio, dove i giusti depositavano clandestinamente le loro offerte e dove i poveri di famiglie nobili potevano recarsi e servirsi segretamente. Vicino a questo c'è il depositare denaro in una cassetta per le elemosine...
Un gradino più in basso si ha quando chi dona sa a chi dona, ma il povero non sa da chi riceve. Così i grandi saggi andavano e lasciavano segretamente del denaro sulla soglia di casa dei poveri…
Un gradino più in basso si presenta nel caso in cui il povero sa da chi sta prendendo, ma chi dona non sa a chi sta dando. Così i grandi saggi legavano monete nelle loro sciarpe, che poi gettavano sulle spalle, in modo che i poveri potessero servirsi da soli senza provare vergogna.
Ancora più in basso, c'è chi fa un regalo al povero prima ancora che lo chieda.
Ancor peggiore è colui che dona solo dopo che il povero glielo ha chiesto.
Ancora più in basso si colloca chi dà meno di quanto sia dovuto, ma lo fa con un'espressione amichevole.
Il livello più basso è quello di chi dona senza empatia.
Matteo Ani'im 10:7-14
Questa etica, finemente calibrata, è permeata da profonde intuizioni psicologiche. Ciò che conta non è solo quanto si dona, ma anche come lo si fa. L'anonimato nel dare aiuto è essenziale per la dignità. I poveri non devono essere messi in imbarazzo. Ai ricchi non deve essere permesso di sentirsi superiori. Doniamo non per vantarci della nostra generosità, né tantomeno per sottolineare la dipendenza altrui, ma perché apparteniamo a un patto di solidarietà umana e perché questo è ciò che Dio vuole da noi, onorando la fiducia con cui ci ha temporaneamente prestato la ricchezza.
Particolarmente degna di nota è l'insistenza di Maimonide sul fatto che dare a qualcuno un lavoro, o i mezzi per avviare un'attività, sia la più alta forma di carità in assoluto. Ciò che rende umiliante la povertà è la dipendenza stessa: la sensazione di essere in debito con gli altri. Una delle espressioni più acute di questo concetto si trova nella preghiera dopo i pasti, quando diciamo: "Ti preghiamo, o Dio nostro Signore, di non farci aver bisogno dei doni degli uomini né dei loro prestiti, ma solo del tuo aiuto... affinché non siamo mai e poi mai confusi né umiliati".
Il più grande atto di tzedakah è quello che permette all'individuo di diventare autosufficiente. La forma più elevata di carità è quella che consente all'individuo di fare a meno della carità. Dal punto di vista di chi dona, questa è una delle forme di donazione meno impegnative dal punto di vista finanziario. Potrebbe non costargli nulla. Ma dal punto di vista di chi riceve, è la più dignitosa, perché elimina la vergogna di ricevere. Gli aiuti umanitari sono essenziali nel breve termine, ma nel lungo periodo la creazione di posti di lavoro e le politiche economiche che promuovono la piena occupazione sono più importanti.
Un dettaglio della legge ebraica è particolarmente degno di nota: persino chi dipende dalla tzedakah (elemosina continua) deve a sua volta donare tzedakah. A prima vista, la regola sembra assurda. Perché dare a X abbastanza denaro perché possa darlo a Y? Dare direttamente a Y sarebbe più logico ed efficiente. Ciò che i rabbini avevano compreso, tuttavia, è che il dare è una parte essenziale della dignità umana. L'insistenza rabbinica sul fatto che la comunità debba fornire ai poveri denaro sufficiente affinché possano donare a loro volta rappresenta una profonda intuizione sulla condizione umana.
La comunità ebraica ha annoverato tra i suoi membri molti economisti illustri, da David Ricardo (che Keynes definì la mente più brillante che si sia mai dedicata all'economia), a John von Neumann (un fisico che, nel tempo libero, inventò la teoria dei giochi), fino a Paul Samuelson, Milton Friedman e Alan Greenspan. Essi si sono aggiudicati ben il 38% dei premi Nobel in questo campo. Come mai? Forse perché gli ebrei sanno da tempo che l'economia è uno dei fattori determinanti di una società; che i sistemi economici non sono inscritti nella struttura dell'universo, ma sono costruiti dagli esseri umani e possono essere modificati dagli esseri umani; e quindi che la povertà non è un dato di fatto, ma può essere alleviata, minimizzata e ridotta. L'economia non è una disciplina religiosa. È un'arte e una scienza laica. Eppure, alla base della passione ebraica per l'economia c'è un imperativo religioso:
Non mancheranno mai i poveri in questo paese. Perciò vi comando: aprite generosamente la mano ai vostri parenti, ai vostri poveri e bisognosi, che condividono la vostra terra.
Deuteronomio 15:11
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PARASHA SHOFTIM - ZOHAR
Troppo virtuoso per la giustizia. Una prospettiva cabalistica su come l'estremismo moralista possa incrinare l'armonia divina.
Di Rabbi Ebn Leader
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Si potrebbe concludere che la Torah attribuisca un valore positivo, persino superlativo, agli atti di zelo compiuti in nome di Dio. I saggi del Talmud, tuttavia, sono cauti e persino sospettosi nei confronti dello zelo. Non considerano Pinchas un esempio da seguire e non consigliano di imitarne il comportamento ( Sanhedrin 81-82 ). Allo stesso modo, esprimono ambivalenza riguardo al profeta Elia che, in un episodio altrettanto violento, uccise 450 profeti idolatri di Baal ( 1 Re 18 ).
Il paragone tra Pinchas ed Elia è ben consolidato nella tradizione ebraica. Infatti, un famoso midrash li identifica come la stessa persona ( Yalkut Shimoni, 771 ). Sebbene la Bibbia stessa parli positivamente di Elia (e di Pinchas), i saggi affermano ripetutamente che l'atto di zelo violento del profeta fu la ragione per cui venne "destituito" dal suo incarico di profeta, e il suo protetto Eliseo fu nominato al suo posto (vedi, ad esempio, Mekhilta de'Rabbi Yishmael, Pischa 1:17 ). I saggi sono consapevoli del pericolo insito nello zelo.
Se la Torah loda lo zelo e i saggi del Talmud lo detestano, qual è la posizione dello Zohar? Lo Zohar offre una prospettiva più complessa e sorprendente. Ecco cosa dice a proposito di Elia che conclude la sua carriera (e la sua vita sulla Terra) venendo rapito in Cielo in un turbine:
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Il Santo Benedetto gli disse: «D'ora in poi, poiché il mondo non può più sopportarti tra gli uomini, ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Meholah, come profeta al tuo posto; egli sarà un altro profeta per gli uomini, e tu ascenderai al tuo posto.
Vieni e guarda: chiunque sia zelante per il Santo Benedetto, l'angelo della morte non potrà dominarlo come sugli altri, e la pace sarà stabilita in lui; e questo è già stato stabilito, come è stato detto riguardo a Pinchas: “Perciò di': Ecco, io gli do il mio patto di pace”» ( Numeri 25:12 )
Zohar 1:209a-b
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Ciò che vale per gli zeloti vale, in una certa misura, anche per i mistici. Esiste un importante parallelismo tra la devozione mistica a Dio e le campagne zelanti per cause divine. La ricerca mistica, come il fanatismo, può condurre a comportamenti in contrasto con le norme sociali. Chi intraprende queste vie può ritrovarsi al di fuori, o forse al di là, dei normali ruoli sociali. Al contrario, chi desidera integrarsi nel mondo, partecipare alla società umana e plasmarla, deve frenare il proprio fervore religioso e il proprio fanatismo, e forse anche le proprie aspirazioni mistiche.
Oded Israeli è professore presso il Dipartimento Goldstein-Goren di Pensiero Ebraico all'Università Ben Gurion del Negev e titolare della Cattedra Solly Yellin di Pensiero e Storia Ebraica Europea.
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