ZOHAR - PARASHAH SH'LACH

Dio oltre Dio - Un'esplorazione cabalistica del divino Nulla

 

Nel XIII secolo, gli ebrei scoprirono il Nulla. Più precisamente, il Nulla divino, Ayin, il nulla al di là e precedente persino a YHVH.

Da dove proveniva quest'idea, che la parte più essenziale di Dio sia caratterizzata dall'assenza?

 

Di Nathan Wolski

Traduzione dall’inglese a cura di Barbara de Munari

(Fonte:x.com)

https://www.eticaedizioni.it/joomla/yomanim-diari/925-dio-oltre-dio-un-esplorazione-cabalistica-del-divino-nulla-di-nathan-wolski

 

  • Il post di @b_munari promuove la sua traduzione italiana del saggio"Dio oltre Dio" di Nathan Wolski, un testo cabalistico focalizzato sulla Parashah Sh'lach dello Zohar.
  • L'opera esplora il concetto di Ayin, il Nulla divino come essenza suprema di Dio oltre YHVH, con ascensione mistica attraverso le sefirot e pratiche di annientamento del sé.
  • L'immagine allegata mostra una cascata in un giardino lussureggiante, che evoca simbolicamente il flusso spirituale e l'ascesa verso il divino nascosto.

Ayin (אַיִן, "nulla" o "niente") e le Sefirot sono concetti centrali della Cabala ebraica, specialmente nello Zohar e nelle tradizioni successive (come quella lurianica e chassidica). Nel contesto del saggio “Dio oltre Dio” di Nathan Wolski, che esplora la Parashah Sh'lach nello Zohar, Ayin rappresenta il "divino Nulla" oltre il nome manifesto di Dio (YHVH), l'essenza nascosta e infinita.

 

Ayin: il Nulla Divino.

Ayin non è un "vuoto" negativo o un'assenza, ma la realtà ultima oltre ogni definizione, limitazione o manifestazione.

È strettamente legato a Ein Sof (אֵין סוֹף, "senza fine" o Infinito), l'aspetto di Dio prima di ogni auto-manifestazione.

  • Ein Sof è Dio nella sua trascendenza assoluta, senza forma, nome o attributi comprensibili. Lo Zohar lo riduce talvolta ad Ayin perché trascende talmente la comprensione umana da apparire come "non-esistente" dal nostro punto di vista.
  • La Creazione avviene come Yesh me-Ayin ("qualcosa dal Nulla"): dal punto di vista umano, il mondo emerge dal nulla; dal punto di vista divino, tutto il creato è Ayin (dipendente e illusoriamente separato) rispetto all'unica vera esistenza di Dio (Ayin me-Yesh).

 

  • Ayin simboleggia l'annichilimento del sé (bittul) nella mistica: dissolvendo l'ego e il senso di separatezza si sperimenta l'unione con il divino. Nel Chassidismo (es. Dov Ber di Mezeritch o Schneur Zalman di Liadi) diventa un'esperienza contemplativa di panteismo: tutto è in Dio, e Dio è oltre ogni cosa.

 

Le tre lettere di Ayin (אין) indicano talvolta le prime tre Sefirot intellettuali (Keter, Chokhmah, Binah), che precedono ogni emozione o azione.

 

 

Le Sefirot: le Emanazioni Divine.

Le Sefirot (סְפִירוֹת, sing. Sefirah) sono le dieci emanazioni o attributi attraverso cui Ein Sof (l'Infinito) si manifesta e crea/sostiene i mondi. Non sono "dei" separati, ma canali o "vesti" della luce divina (Ohr Ein Sof), come acqua che prende forma in vasi diversi senza cambiare essenza.

 

Sono disposte nell'Albero della Vita (Etz Chaim), con tre colonne (destra: espansione/misericordia; sinistra: restrizione/giudizio; centro: equilibrio).

 

Elenco classico (dall'alto verso il basso):

 

Keter (Corona) — Volontà superconscia, la più vicina a Ein Sof/Ayin. Spesso associata al "nulla" (Ayin) come transizione dal trascendente al manifesto.

Chokhmah (Saggezza) — Idea flash, potenziale intuitivo ("punto" che contiene tutto).

Binah (Comprensione) — Sviluppo analitico e strutturazione dell'idea.

Chesed (Gentilezza/Amore) — Espansione, generosità.

Gevurah (Forza/Giudizio) — Restrizione, disciplina.

Tiferet (Bellezza/Compassione) — Armonia, centro equilibrante (spesso associata a Jacob o al "Figlio").

Netzach (Vittoria/Eternità) — Persistenza, conquista.

Hod (Splendore) — Riconoscimento, gratitudine.

Yesod (Fondamento) — Connessione, canale verso il basso (associato al giusto/Tzadik).

Malkhut (Regno) — Manifestazione fisica, Shekhinah (presenza divina immanente).

Da'at (Conoscenza) è talvolta inclusa come undicesima o come ponte tra le intellettuali e le emotive.

 

Le Sefirot si dividono in:

  • Intellettuali (prime tre/quattro): mente divina.
  • Emotive (le sette successive): cuore e azione.

Relazione con Ayin/Ein Sof

Le Sefirot emanano da Ein Sof tramite un processo di contrazione (Tzimtzum — idea lurianica: Dio "si ritira" per creare spazio). Sono luci investite in "vasi" che limitano l'infinito per renderlo accessibile.

Senza Ein Sof non esisterebbero; sono espressioni della sua volontà, non separate da essa.

 

Pratica Mistica e Ascesa nella Cabala (e nel testo di Wolski), l'ascesa mistica attraversa le Sefirot per ritornare verso Ayin: dall'annientamento del sé (bittul) in Malkhut/Yesod si sale verso Keter/Ayin, sperimentando il "Dio oltre Dio".

Questo implica meditazione, studio della Torah, preghiera e unione delle forze opposte (misericordia e giudizio).Queste idee sono profonde e paradossali: Ayin è suprema esistenza proprio perché è "nulla" di definito. Le Sefirot permettono di parlare di Dio senza ridurlo a un concetto umano.

 

Dettagli sulla traduzione italiana di "Dio oltre Dio".

La traduzione italiana è curata da Barbara de Munari (@b_munari su X) e pubblicata da Etica Edizioni nella collana Yomanim - Diari. Il titolo completo è:
"Dio oltre Dio - Un'esplorazione cabalistica del divino Nulla" (Zohar - Parashah Sh'lach).

  • Autore originale: Nathan Wolski, docente di studi ebraici presso l’Australian Centre for Jewish Civilisation della Monash University (Australia). È un noto studioso e traduttore dello Zohar: ha tradotto il Volume 10 dell’edizione Pritzker e, insieme a Joel Hecker, il Volume 12.

 

  • Originale inglese: Il testo deriva da un saggio di Wolski incentrato sull’interpretazione cabalistica della Parashah Sh'lach (Numeri 13-15) nello Zohar (principalmente 3:158b e paralleli come 2:64b).
  • In inglese è noto con titoli come “God Beyond God” o “The Nothingness Beyond God”. Wolski esplora il concetto di Ayin (Nulla divino) come essenza suprema oltre YHVH, collegandolo alla Sefirah di Keter e alla mistica dell’annientamento del sé.

 

Contenuti principali del testo (come presentati nell’edizione italiana)

Il libro parte dalla “scoperta” del Nulla divino nel XIII secolo, influenzato da Maimonide (trascendenza assoluta), Azriel di Gerona e Giovanni Scoto Eriugena (creazione ex nihilo come emergere dal nihil di Dio stesso). Nello Zohar, Ayin diventa l’essenza più profonda di Dio, associata a Keter, e guida l’ascesa mistica attraverso le Sefirot fino al “Dio oltre Dio” (espressione che richiama Meister Eckhart).

Wolski interpreta in modo audace e iper-letterale i versetti della Torah:

  • “Ci sono alberi o no?” (Numeri 13:20) → “Ci sono alberi o Ayin (Nulla)?”
  • “YHVH è in mezzo a noi o no?” (Esodo 17:7) → discernimento tra l’aspetto manifesto (YHVH/Tiferet) e l’Ayin nascosto (Keter/Antico dei Giorni).

Il testo si conclude con una poesia yiddish di Aaron Zeitlin (“Conoscere il Nulla”), che esprime poeticamente il paradosso del desiderio umano di conoscere l’inconoscibile Ayin.

 

Informazioni editoriali.

  • La traduzione è stata resa disponibile sul sito di Etica Edizioni.
  • È un testo breve e denso, di taglio introduttivo ma profondo, ideale per chi vuole approcciare la Cabala zoharica senza dover leggere l’intero commento alla parashah.
  • Può essere consultata su: Etica Edizioni - www.eticaedizioni.it

 

Barbara de Munari ha reso accessibile in italiano un contributo significativo di uno dei principali studiosi contemporanei dello Zohar. La traduzione mantiene il rigore accademico ma conserva la carica mistica e contemplativa del testo originale.

 

Scelte terminologiche nella traduzione italiana di "Dio oltre Dio".

Barbara de Munari ha tradotto dall’inglese un testo denso e denso di riferimenti cabalistici, mantenendo un equilibrio tra fedeltà al rigore accademico di Nathan Wolski (studioso e traduttore dello Zohar Pritzker) e l’accessibilità per il lettore italiano contemporaneo, senza eccessiva tecnicizzazione.

 

Ayin: il cuore della traduzione

  • Scelta principale: "Nulla" (con maiuscola quando indica il divino Ayin).
    Questo è il termine dominante nel libro e nella descrizione editoriale: Ayin viene reso come "Nulla divino" o "divino Nulla".
    Motivo: Ayin (אַיִן) significa letteralmente "nulla/niente" e coincide con la parola per "non" (come nella domanda "ci sono alberi o no?"). La traduzione sfrutta questo doppio senso, proprio come fa lo Zohar con un’interpretazione iper-letterale.
    Alternativa evitata: lasciare "Ayin" senza traduzione o usare "Niente" (troppo colloquiale). "Nulla" conserva il peso filosofico e mistico, evocando anche il nihil di Eriugena e la tradizione occidentale ("Dio oltre Dio" di Eckhart).
  • Nel testo si alterna tra il termine ebraico (per precisione) e la traduzione esplicativa, tipica delle buone traduzioni cabalistiche.

Ein Sof e altri concetti centrali.

  • Ein Sof → spesso lasciato in ebraico o reso come "l’Infinito" o "Senza Fine".
    È strettamente legato ad Ayin: l’aspetto trascendente assoluto che appare come "Nulla" dal punto di vista finito.
  • YHVH → mantenuto nella forma tetragrammaton (non vocalizzato), come standard nelle traduzioni ebraiche e cabalistiche, per rispettare la sacralità e distinguere l’aspetto manifesto dal "Dio oltre Dio".
  • Keter → solitamente "Corona" o lasciato come Keter, identificato con Ayin/Nulla come Sefirah suprema.

Le Sefirot.

Le Sefirot vengono trattate con i nomi ebraici standardizzati nell’italiano cabalistico, spesso accompagnati dalla traduzione:

 

Sefirah (ebraico)

Traduzione comune italiana

Note nella traduzione

Keter

Corona

Legata ad Ayin/Nulla

Chokhmah

Saggezza

Intellettuale

Binah

Comprensione/Intelligenza

Intellettuale

Chesed

Gentilezza/Amore/Misericordia

Espansiva

Gevurah

Forza/Giudizio/severità

Restrittiva

Tiferet

Bellezza/Compassione

Centro armonico (spesso YHVH)

Netzach

Vittoria/Eternità

Persistenza

Hod

Splendore/Gratitudine

Riconoscimento

Yesod

Fondamento

Canale, Tzadik

Malkhut

Regno

Shekhinah, immanenza

Queste scelte seguono la tradizione italiana consolidata (influenzata da Scholem, e traduzioni come quelle di Einaudi o di altre edizioni esoteriche).

Altre scelte rilevanti

  • Bittul (annichilimento del sé) → "annientamento di sé" o "rendersi nulla", che collega direttamente alla pratica mistica di ascendere verso Ayin.
  • Tzimtzum (contrazione divina) → solitamente lasciato in ebraico o "contrazione".
  • Shekhinah → mantenuto o reso come "Presenza divina".
  • Zohar → lasciato come "Zohar" (non tradotto come "Splendore", tranne quando si spiega il titolo).
  • Parashah Sh'lach → mantenuto con traslitterazione e spiegazione.

La traduzione privilegia un linguaggio contemplativo e fluido, evitando eccessivi tecnicismi per rendere il testo leggibile come "diario mistico" (collana Yomanim).

Allo stesso tempo, conserva la precisione filologica di Wolski, che lavora sull’edizione aramaica dello Zohar.Queste scelte rendono il libro un ponte efficace tra la Cabala accademica anglosassone e il pubblico italiano interessato alla spiritualità e alla mistica.

OMAGGIO A EDGAR MORIN alias EDGAR NAHOUM…

(A cura di Barbara de Munari)

 

Con la scomparsa di Edgar Morin all’età di 104 anni, il 29 maggio 2026, ci ritroviamo orfani di una personalità singolare perché plurale. Autore di quasi 130 libri, l’uomo aveva saputo abbattere a modo suo, con calma e sorridendo, i confini tra le discipline, ma anche quelli tra passato e presente, tanto era animato dal desiderio di comprendere senza paraocchi l’insieme dei grandi fenomeni sociali, politici e intimi. Assetato di universalismo e di umanesimo, questo intellettuale aperto agli altri e curioso di tutto era anche un cittadino unico, impegnato.

La storia di Edgar Morin, sociologo, filosofo e "umanista globale", è intimamente legata a quella di una città che ha profondamente influenzato il suo pensiero: Parigi. Capitale del cuore di Edgar Morin, simbolo della resistenza e dell'impegno del pensatore, Parigi è stata testimone di tutti i principali eventi della sua vita intellettuale, politica e sentimentale. Da Montmartre a Saint-Germain-des-Prés, dalla Porte de Versailles al Marais, Edgar Morin ripercorre il filo della sua esistenza attraverso i diversi quartieri della capitale, esplorando al contempo i fondamenti del suo "pensiero complesso".

Edgar Morin (pseudonimo di Edgar Nahoum) nacque a Parigi l’8 luglio 1921 da una famiglia ebrea sefardita originaria di Salonicco (Grecia), con radici livornesi. 

Figlio unico, perse la madre a soli 10 anni: questo evento traumatico segnò profondamente la sua esistenza e la sua riflessione sulla morte, la vita e l’umano. Durante l’occupazione nazista aderì alla Resistenza e al Partito Comunista Francese (da cui fu espulso negli anni ’50 per le sue posizioni critiche e anti-dogmatiche). Studiò storia, diritto e filosofia alla Sorbona.

Criticò l’intolleranza da una posizione di ebreo laico, antifascista e umanista, senza identificarsi rigidamente con una sola identità.

Si definiva un “umanologo” più che un semplice sociologo, sempre impegnato nella riforma del pensiero per affrontare l’incertezza e la complessità del reale. La sua vita è stata un esempio di impegno intellettuale e morale costante: un pensatore che ha saputo unire rigore, autobiografia riflessiva, passione civile e apertura al mistero dell’umano.

La sua carriera si è svolta principalmente al CNRS (Centre national de la recherche scientifique) e all’EHESS (École des hautes études en sciences sociales). È stato un intellettuale transdisciplinare: sociologo, filosofo, antropologo, critico cinematografico (ha contribuito alla nascita del cinéma vérité con il film ‘Chronique d’un été’, 1961), ecologista e pensatore politico. Ha attraversato il Novecento come testimone critico: dalla guerra civile spagnola alla Resistenza, dal comunismo al dissenso, fino alle grandi crisi contemporanee (globalizzazione, ambiente, educazione).

 

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali (lauree honoris causa da decine di università) ed è rimasto attivo fino agli ultimi anni, con pubblicazioni anche nel 2025.

 

Morin è universalmente riconosciuto come il principale teorico del pensiero complesso (pensée complexe). Il suo approccio rifiuta il riduzionismo e la frammentazione disciplinare tipici della scienza classica: la realtà è fatta di interconnessioni, contraddizioni, incertezze e retroazioni. Non si tratta di complicazione, ma di una visione olistica che tiene insieme ordine e disordine, locale e globale, individuo e società.

Morin ha proposto una riforma del pensiero per navigare le “poli-crisi” contemporanee (ambientale, sociale, politica, epistemologica). Il suo umanesimo planetario, laico e aperto, unisce rigore scientifico, etica e poesia della vita. Ha influenzato pedagogia, ecologia, sociologia e politica (lo stesso Macron ha ripreso concetti come il pensiero complesso).

È stato un intellettuale impegnato, ricco e attuale. Critico verso dogmatismi di ogni tipo (compreso quello comunista), difensore della democrazia, della diversità e della responsabilità umana di fronte alle sfide globali.

 

Esiste un collegamento interessante tra gli studi di Edgar Morin e il concetto di noetica, anche se non è diretto o centrale come il suo concetto di pensiero complesso. Il termine “noetica” (dal greco noûs = mente, intelletto) si riferisce generalmente allo studio della mente, della conoscenza, della coscienza e dei processi intellettivi/spirituali. In contesti filosofici classici (Aristotele, neoplatonismo) indica la facoltà intellettiva superiore. In ambiti contemporanei può assumere sfumature più ampie:

  • Studio scientifico della coscienza (noetic sciences, come all’Institute of Noetic Sciences).
  • Conoscenza “interiore”, intuitiva o trasformativa.
  • In alcuni approcci educativi o transdisciplinari, una conoscenza noetica che integra ragione, emozione e dimensione riflessiva profonda.

Morin non usa frequentemente il termine “noetica” in senso stretto, ma sviluppa concetti molto affini, soprattutto nella sua opera maggiore ‘La Méthode’ (in particolare i volumi 3 e 4: La conoscenza della conoscenza e Le idee). Non è un legame esplicito o principale perché Morin è prima di tutto un teorico della complessità, non un “noetico” nel senso new age o parapsicologico), ma le sue opere sul conoscere, sulla noosfera (per Morin la noosfera non è solo un “involucro mentale” del pianeta, ma un ecosistema di idee da comprendere e governare con il pensiero complesso, per favorire un umanesimo planetario responsabile) e sulla riforma del pensiero si collegano profondamente alla noetica, soprattutto se intesa come studio riflessivo e multidimensionale della mente e della conoscenza umana.

 

Il suo pensiero complesso (pensée complexe) non è un “pensiero complicato”, ma un modo di conoscere e organizzare il sapere capace di affrontare la realtà nella sua natura intrinsecamente intrecciata, incerta e multidimensionale. Il pensiero complesso separa e collega allo stesso tempo: analizza ma poi ricompone, distinguendo senza disgiungere. È un metodo in “cammino” più che un sistema chiuso: un’organizzazione del pensiero che rimane aperta all’incertezza e al mistero del reale.

In sintesi, è una risposta alla frammentazione del sapere nel mondo globalizzato e iper-specializzato. Ci invita a pensare meglio per vivere meglio in un universo che è esso stesso un “arcipelago di sistemi” interconnessi.

 

L’origine ebraica di Edgar Morin ha influenzato la sua visione del mondo e le sue teorie, ma in modo indiretto, complesso e non dogmatico, coerente con il suo stesso pensiero della complessità. La famiglia era completamente secolarizzata: non ricevette un’educazione religiosa e definiva se stesso come “ebreo-gentile” o “neo-marrano”. Ripeteva spesso: «Juif, c’est un adjectif pour moi, ce n’est pas une substance» (Ebreo è un aggettivo, non una sostanza). Si definiva prima di tutto francese, mediterraneo, europeo e cittadino del mondo, con un’identità multipla e “interstiziale” (tra culture).

Nel 2006 pubblicò ‘Le monde moderne et la question juive’, in cui analizza la condizione ebraica nella modernità con il suo metodo: senza semplificazioni, tenendo insieme storia, ambivalenze, ruolo civilizzatore degli ebrei “gentilizzati” e pericoli di ogni chiusura identitaria.

L’esperienza dell’antisemitismo lo rese particolarmente sensibile ai meccanismi di capro espiatorio, illusioni collettive e pensiero manicheo — tutti nemici del pensiero complesso.

L’ebraismo di Morin non si tradusse in una teoria “ebraica” o religiosa, ma fornì un terreno esistenziale per sviluppare:

  • Il rifiuto di identità univoche e chiuse
  • La necessità di un umanesimo planetario (“Terra-Patria”)
  • L’attenzione all’ambivalenza umana e alla “cecità della conoscenza”
  • Una visione etica contro ogni forma di persecuzione e di riduzione dell’Altro

 

Si tratta di un’influenza profonda ma non esclusiva: si intreccia con la Resistenza, la rottura con il comunismo, gli studi sociologici e la riflessione epistemologica. Come lui stesso avrebbe detto, è uno degli elementi in dialogo con molti altri nella formazione della sua visione del mondo.

Il suo libro ‘Vidal et les siens’ (1989) – Vidal e i suoi (tradotto in inglese come ‘Vidal and His Family’) è un libro autobiografico-familiare e al tempo stesso un esempio perfetto di storia ologrammatica (il tutto è nelle parti). Morin racconta la saga della sua famiglia sefardita attraverso la figura del padre, Vidal Nahoum (1894-1984), commerciante originario di Salonicco (Grecia), con radici livornesi.

Ne ricostruisce la vita (tre matrimoni, personalità carismatica e contraddittoria, rapporto tormentato con il figlio Edgar), la diaspora sefardita dopo l’espulsione dalla Spagna (1492), il passaggio dagli Imperi ottomani alle nazioni moderne, l’incontro/scontro tra ebraismo e mondo “gentile”, e la tragedia del Novecento (Shoah, esilio, assimilazione).

Non è solo una biografia. Morin usa la microstoria familiare per illuminare macro-temi: l’identità plurale (“ebreo-gentile” o “neo-marrano”), la fluidità delle culture mediterranee, il passaggio da una solidarietà familiare tradizionale a un individualismo moderno, e soprattutto l’ambivalenza umana. Il padre Vidal incarna il fascino e le contraddizioni dell’essere umano: vitale, seduttore, protettivo ma anche oppressivo, ottimista nonostante le tragedie.

 

Edgar Morin, Hannah Arendt ed Emmanuel Levinas (tutti pensatori ebrei laici o eterodossi, segnati profondamente dal Novecento e dalla Shoah) hanno alcuni punti in comune:

  • Origini ebraiche e universalismo — Tutti e tre hanno un’identità ebraica non religiosa o molto laicizzata. Morin si definiva “ebreo-gentile” o “neo-marrano”; Arendt e Levinas provenivano da famiglie ebraiche assimilate (tedesca la prima, lituana il secondo). L’ebraismo per loro non è una sostanza identitaria chiusa, ma un punto di partenza per un umanesimo universale.
  • Esperienza della catastrofe — La Shoah, l’esilio, il totalitarismo e la Resistenza (o la fuga) segnano profondamente la loro riflessione. Tutti rifiutano il pensiero manicheo e cercano di capire come l’umano possa produrre l’inumano.
  • Critica della modernità — Denunciano i rischi della razionalità strumentale, della tecnica e della burocrazia che riducono l’essere umano.
  • Centralità dell’Altro e della pluralità — Tutti pongono l’incontro con l’Altro al centro dell’umano.

Tutti e tre rappresentano un ebraismo dell’universale: la memoria della persecuzione non si chiude in se stessa, ma diventa responsabilità verso tutta l’umanità (compresa la critica severa di Morin verso certe politiche israeliane, in linea con una tradizione ebraica critica e profetica).

 

Edgar Morin e Albert Camus, due grandi figure dell’umanesimo francese del Novecento, sono spesso accostate per il loro impegno etico e la loro lucidità di fronte all’assurdo e alle crisi del secolo: Morin ammirava profondamente Camus e si riconosceva nella sua tradizione mediterranea, ribelle e umanista.

Si può dire che Morin abbia ha preso la rivolta lucida di Camus contro l’assurdo e l’abbia inserita in un quadro più ampio di riforma del pensiero, capace di affrontare le poli-crisi del XXI secolo.

Entrambi rappresentano il meglio dell’intellettuale francese impegnato: intransigenti contro il male, ma aperti alla contraddizione umana e alla bellezza del mondo.

 

APPUNTI PER UN 27 GENNAIO DIFFICILE

di Fabio Levi

 

Ahmed al Ahmed, mussulmano, era presente per caso alla strage di 25 persone perpetrata in occasione della festività ebraica di Chanukkah sulla spiaggia di Bondi Beach, in Australia il 14 dicembre scorso: Ahmed ha disarmato, rimanendo ferito, uno dei due attentatori riducendo così il numero delle vittime. Negli stessi momenti Gufen Bitton ha provato a intervenire senza riuscirci e ha subito gravi conseguenze; Boris e Sofia Gutman, coniugi di 69 e 61 anni, come pure Reuven Morrison, ebrei, hanno attaccato a mani nude gli assassini e sono stati subito uccisi.

Una malattia endemica 
Colpiscono nell’episodio citato l’istintiva reazione e il coraggio di tante persone comuni disposte a giocarsi la vita per salvare altre vite, e capaci soprattutto di una reazione profondamente umana, senza altri aggettivi, senza connotazioni religiose o ideologiche, contro una violenza così inaudita e disumana da risultare immediatamente riconoscibile. Colpisce d’altra parte che l’ostilità contro gli ebrei sia arrivata a tanto e che non si sia potuto fare altro se non affidarsi al gesto eroico di alcuni coraggiosi, nel tentativo di arginare la punta estrema di un fenomeno assai più vasto e multiforme come l’antisemitismo.
Perché l’antisemitismo è tutt’altro che scomparso ed è giunto di nuovo ad uccidere nel mucchio. C’è e di quel fenomeno sappiamo oramai molte cose: del suo essere una malattia endemica, con la sua sintomatologia specifica e le sue implicazioni degenerative sul corpo sociale: una malattia destinata molto probabilmente a non esaurirsi mai. Siamo anche consapevoli delle sue profonde radici antropologiche e psicosociali, non meno però delle sue variegate connotazioni storiche: subisce infatti mutazioni incessanti nelle condizioni che lo influenzano, nei soggetti coinvolti e nelle sue manifestazioni, come pure nei continui cambiamenti di intensità che ci impongono di analizzarlo con cura ogni volta.
Sappiamo ancora che oggi è un fenomeno in crescita, grave e minaccioso per la società nel suo insieme e tanto più per chi ne è la vittima designata, ma di cui è molto difficile valutare la portata nei vari momenti, anche perché procede non di rado per fiammate, dall’accelerazione spesso imprevedibile. Si è dunque portati nella maggioranza dei casi a oscillare fra la sua sottovalutazione e l’atteggiamento opposto. Senza dimenticare che quando si fa più virulento non regredisce con la stessa rapidità con cui è cresciuto.
Già provare a misurare la portata dell’antisemitismo nei vari momenti, e a studiarne le forme e la penetrazione nella vita sociale – a seconda delle situazioni e dei mass media che lo attizzano e lo diffondono, social inclusi –, può essere dunque di una rilevante utilità. E per questo sono necessari gli strumenti specifici adeguati.
Così pure andrebbero analizzate, più che le cause su cui la discussione fra gli studiosi non è mai cessata, le sollecitazioni dalle quali può trarre alimento un suo sviluppo ulteriore, sapendo però che anche su questa via le difficoltà non mancano certo: nei casi in cui a prevalere è stata l’insicurezza provocata da una situazione generale di crisi, nel corso del tempo “gli” ebrei sono stati spesso indicati come capro espiatorio in modo del tutto indebito e strumentale; si pensi ad esempio a quando, durante la Seconda guerra mondiale, proprio “loro” ne sono stati indicati come i veri responsabili. L’ostilità nei loro confronti è in molti casi la risultante – lo si è visto sovente in passato – delle spinte più diverse, di cui non è così facile individuare la connessione diretta con la condizione specifica dei presunti colpevoli.
Negli ultimi tempi l’attenzione si è rivolta essenzialmente al contesto mediorientale come matrice di una ripresa consistente dell’odio contro gli ebrei. Ma anche qui la realtà è sempre meno lineare di quanto vorremmo. Come ha mostrato con precisione l’Istituto Cattaneo nella sua indagine sull’opinione pubblica a ridosso del 7 ottobre 2023, l’antisemitismo ha subìto una forte impennata già subito prima della reazione israeliana a quella strage, come se l’enormità del pogrom di Hamas avesse inopinatamente autorizzato lo sfogo di un’ostilità diffusa rimasta a lungo latente.
Quell’ostilità ha poi preso uno slancio di inusitata intensità proprio sull’onda del 7 ottobre e dell’attacco sferrato su più fronti all’esistenza stessa dello Stato di Israele, ma ha trovato una voce ulteriore nella reazione estrema alla vendetta oltre ogni limite del governo di Israele su Gaza e la Cisgiordania, divenuta una componente più o meno significativa a seconda dei casi, e difficile da isolare, della vasta protesta, più che giustificata e condotta soprattutto da giovani, contro i crimini di Netanyahu.
Dunque il Medio Oriente è diventato un luogo nevralgico per la comprensione dell’antisemitismo attuale, anche se continua a non essere il solo cui guardare. Un luogo nevralgico di fronte al quale non è facile districarsi, soprattutto per chi non ha una conoscenza specifica, per il carattere duramente polarizzato dello scontro politico in corso.
Proprio per questo l’opera forse cui dedicare una particolare cura – non certo soltanto da parte delle istituzioni culturali – potrebbe essere quella intesa ad aiutare a non cedere chi rischia, nella vita di tutti i giorni, di cadere nel pregiudizio – qui il discorso si fa generale e non riguarda solo l’antisemitismo –, ma è ancora disposto a mettere in discussione il proprio punto di vista. Penso alle molte persone singole che abbiamo intorno, compresi noi stessi. E penso a un tale impegno perché è così che si può fare opera di prevenzione, esercitando la propria responsabilità individuale e contrastando il senso di impotenza che tende a crescere ogni giorno di fronte a un mondo sempre più fuori controllo; ben prima di doversi misurare con le condizioni cui hanno dovuto fare fronte i nostri omologhi australiani, loro come noi persone comuni, ma costrette in una situazione limite. 

Una scossa cui vale la pena sottoporsi
Ed è per la stessa ragione che il Centro Primo Levi, insieme al Polo del '900, ha deciso di celebrare con tanta maggior convinzione il 27 gennaio di quest’anno attraverso due iniziative coerenti con quanto espresso sinora: il 26 gennaio la presentazione della nuova edizione Einaudi, a cura di Domenico Scarpa e con la traduzione di Stefania Ricciardi, de La specie umana di Robert Antelme; subito dopo, il 28 gennaio, Da Treblinka, da Auschwitz. Dialogo fra testimoni, una lettura dell’attore Valter Malosti di brani tratti da L’inferno di Treblinka di Vasilij Grossman e dal Rapporto sulla organizzazione igienico sanitaria del campo di concentramento per Ebrei di Monowitz (Auschwitz - Alta Slesia), stilato già nel 1945 da Primo Levi e Leonardo De Benedetti.
Perché questa scelta? Per riproporre – in primo piano e nella loro crudezza – i fatti di ottant’anni fa considerati da angolature diverse. Vedere quei fatti attraverso lo sguardo di Antelme, di Grossman, di Levi e De Benedetti, è quasi come vederli per la prima volta: una scossa alla quale oggi sembra particolarmente utile sottoporsi.
Ma consideriamo più da vicino i contenuti dei due appuntamenti. Della realtà di Auschwitz si vuole offrire la descrizione obiettiva, redatta su richiesta dei sovietici all’atto della liberazione del campo da due uomini di scienza appena liberati dalla prigionia, volta a dimostrare, già a ridosso degli avvenimenti, che l’intento dei nazisti era l’annientamento pianificato e sistematico dei deportati e in prima istanza degli ebrei. Di Treblinka si vuole dare evidenza, ad opera di un grande giornalista di guerra come Grossman giunto sul posto al momento della liberazione, del suo essere un buco nero nel quale centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono stati fatti sparire appena scesi dal treno, senza neppure un momento di attesa. Dalla memoria di Antelme, deportato politico francese non ebreo, risulta infine quanto esteso e articolato al suo interno fosse il sistema concentrazionario strutturato da Hitler e dai suoi alleati in tutta Europa.
Presentare la realtà vera di quegli eventi ha lo scopo di fare chiarezza sul limite estremo cui può giungere la negazione dei diritti umani: a maggior ragione oggi quando cominciano a vedersi distintamente gli esiti delle crisi che vanno manifestandosi, mentre si sta esaurendo in un nuovo disordine planetario il ciclo apertosi con la sconfitta dei fascismi ottant’anni fa. Così pure si vuole mantenere alta l’attenzione sul peso che l’attacco agli ebrei ha in vario modo nei momenti di maggiore sconvolgimento, ieri come oggi: risultato e sintomo insieme – quell’attacco – del precipitare in una generale crisi di valori. Altro scopo, forse più contingente, di quelle iniziative è stabilire con forza un punto fermo contro due opposte tendenze: la prima, sempre più diffusa anche se con gradazioni diverse, conduce ad attenuare o tacitare il valore epocale della Shoah – e quindi a svalutare una data memoriale come il 27 gennaio – confondendo le vittime di allora, perseguitate e sterminate per il solo fatto di essere “di razza ebraica”, con gli ebrei di oggi accusati in quanto tali, tutti senza distinzioni, di essersi trasformati in carnefici.
La seconda tendenza, anch’essa più o meno esplicita e in vari casi chiaramente strumentale, considera la condizione attuale degli ebrei oramai così compromessa, a fronte di una ripresa giudicata ipertrofica dell’antisemitismo, da ritenere inutile, se non impossibile, provare a contrastare il pregiudizio e l’ostilità, contro gli ebrei come contro chiunque, confidando prima di tutto nel potere della parola e della verità. 

 

FABIO LEVI

CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI PRIMO LEVI - TORINO

LAMIDAH

(a cura di Barbara de Munari)

 

L'Amidah si riferisce principalmente a due aspetti collegati: la preghiera ebraica tradizionale e il concetto storico di resistenza spirituale.

1.     Il concetto di "Amidah" come resistenza (Yehuda Bauer)

Lo storico israeliano Yehuda Bauer ha introdotto il termine Amidah (עמידה, che significa letteralmente "stare in piedi" o "resistere") per descrivere una forma ampia di resistenza ebraica non armata durante la Shoah. Non si tratta solo di combattimenti, ma di qualsiasi atto che affermasse la dignità, l'identità e la vita ebraica contro il tentativo nazista di annientarle.

 

Include:

  • Osservanze religiose clandestine (preghiere, Shabbat, feste).
  • Attività culturali e educative segrete (scuole, teatri, conferenze, biblioteche underground).
  • Aiuto reciproco, contrabbando di cibo, cura dei malati.
  • Semplicemente sopravvivere e mantenere la propria umanità.

Bauer e altri storici (come Nechama Tec) vedono nell'Amidah una "resistenza spirituale" o Kiddush Ha-Hayyim (santificazione della vita), opposta al Kiddush Ha-Shem (martirio). Esempi documentati includono ghetti come Varsavia, Łódź, Theresienstadt e Vilna, e anche alcuni campi.

 

 

2.     La preghiera Amidah (Tefillah) durante la Shoah

L'Amidah è la preghiera centrale della liturgia ebraica, recitata in piedi e in silenzio (da qui il nome "stare in piedi"). È composta da 19 benedizioni (o 18 nei giorni festivi) e si recita tre volte al giorno.Durante l'Olocausto, molti ebrei continuarono a recitarla clandestinamente, nonostante i divieti, i rischi mortali e le condizioni estreme. Questo atto era sia devozione religiosa sia forma di resistenza: affermava l'identità ebraica e la fede di fronte alla deumanizzazione.

 

 

Esempi documentati:

  • Nei ghetti e in alcuni campi, si organizzavano servizi religiosi segreti, a volte all'alba o di notte.
  • Si nascondevano libri di preghiera, tallit, tefillin e si recitavano preghiere come lo Shema, il Kaddish (per i morti) o l'Amidah.
  • Sopravvissuti come Elie Wiesel raccontano di prigionieri che si alzavano presto per pregare e indossare i tefillin quando possibile.
  • Dopo la liberazione (es. a Dachau), i sopravvissuti celebrarono immediatamente servizi con preghiere tradizionali.

 

 

Queste pratiche erano estremamente pericolose: i nazisti punivano severamente le osservanze religiose, vedendole come sfida al loro potere.

 

Contesto storico più ampio

La resistenza spirituale (inclusa la preghiera) contrastava direttamente l'obiettivo nazista di cancellare non solo i corpi, ma anche l'anima e la cultura ebraica. Nel ghetto di Theresienstadt, ad esempio, fiorirono attività culturali e religiose nonostante fosse usato come propaganda. Nel ghetto di Varsavia, l'Oyneg Shabes documentava la vita ebraica come atto di resistenza.

 

In sintesi, l'Amidah durante l'Olocausto simboleggia la resilienza ebraica: stare in piedi (fisicamente e metaforicamente) di fronte all'orrore, preservando fede, dignità e umanità. È un tema centrale negli studi sulla Shoah per bilanciare le narrazioni di sola vittima con quelle di agency e resistenza.

 

Kiddush Ha-Hayyim (o Kiddush Ha-Chayim, קידוש החיים in ebraico) significa letteralmente "santificazione della vita" (o "santificazione della vita").

 

Significato e contesto

È un concetto ebraico moderno, nato soprattutto in riferimento alla Shoah (Olocausto), che indica la resistenza ebraica attraverso la preservazione della vita, dell'identità e della dignità umana, piuttosto che attraverso il martirio.

  • Kiddush Ha-Shem (קידוש השם) = "Santificazione del Nome" di Dio, tradizionale, spesso legato al martirio (morire piuttosto che rinnegare la fede, come nelle persecuzioni passate).
  • Kiddush Ha-Hayyim = "Santificazione della Vita", nuova enfasi: in questo caso estremo, resistere vivendo, mantenendo la propria umanità, cultura e osservanze ebraiche nonostante tutto.

 

 

Origine

Il termine è attribuito al rabbino Isaac Nissenbaum (nel ghetto di Varsavia). Egli disse: «In passato i nemici chiedevano la nostra anima e l'ebreo offriva il corpo per santificare il Nome di Dio. Oggi il nemico chiede il nostro corpo: perciò è nostro dovere difenderlo e proteggerlo». In pratica, con i nazisti che volevano l'annientamento fisico totale degli ebrei (non conversione o espulsione), sopravvivere diventava di per sé un atto di resistenza e santificazione.

 

 

Cosa includeva nella pratica (durante l'Olocausto)

  • Osservanze religiose clandestine (preghiere, Shabbat, feste come Shavuot).
  • Aiuto reciproco, contrabbando di cibo, cura dei malati e dei deboli.
  • Attività culturali ed educative segrete (scuole, giornali, teatri underground).
  • Semplicemente voler vivere e mantenere la propria identità ebraica (ciò che Yehuda Bauer chiama Amidah — "stare in piedi"/resistenza spirituale).

È quindi l'opposto della resa passiva: è un'affermazione attiva della vita di fronte alla macchina della morte.

 

Questo concetto è fondamentale negli studi sulla Shoah perché bilancia le narrazioni di pura vittima con quelle di agency (capacità di agire) e resilienza ebraica.

 

Yehuda Bauer (6 aprile 1926 – 18 ottobre 2024) è stato uno dei più importanti storici israeliani della Shoah (Olocausto) e dell’antisemitismo del Novecento. Professore emerito di Storia e Studi sull’Olocausto all’Avraham Harman Institute of Contemporary Jewry dell’Università Ebraica di Gerusalemme, è stato a lungo consulente accademico di Yad Vashem e figura centrale negli studi sulla Shoah a livello internazionale.

 

 

Biografia essenziale

  • Nascita e fuga: Nato a Praga (Cecoslovacchia) da famiglia ebraica sionista. Il 15 marzo 1939, il giorno stesso dell’annessione nazista, la famiglia fuggì verso la Palestina mandataria (attraverso Polonia e Romania). Aveva 13 anni e fu così risparmiato dall’Olocausto.

 

  • Giovinezza in Israele: Crebbe a Haifa, si innamorò della storia. Entrò nel Palmach (unità d’élite della Haganah) e combatté nella Guerra d’Indipendenza israeliana del 1948-49.
  • Formazione: Studiò alla Cardiff University (Galles) grazie a una borsa di studio, poi dottorato all’Università Ebraica di Gerusalemme. Visse per decenni nel kibbutz Shoval.
  • Carriera accademica: Insegnò all’Università Ebraica, fu visiting professor in varie università americane (Brandeis, Yale, ecc.). Dal 1995 al 2000 diresse l’International Institute for Holocaust Research di Yad Vashem, continuando come consulente fino alla morte. È stato tra i fondatori della rivista Holocaust and Genocide Studies.

 

È morto a Gerusalemme il 18 ottobre 2024 all’età di 98 anni, lucido e attivo fino alla fine.

wienerholocaustlibrary.org

encyclopedia.ushmm.org

www.yadvashem.org

encyclopedia.com

en.wikipedia.org

tandfonline.com

holocausteducation.org.uk

sfi.usc.edu

 

Bauer è noto per aver ampliato e bilanciato la narrazione dell’Olocausto, spostando l’attenzione dalla sola vittimizzazione verso l’agency (capacità di agire) ebraica.

  • Amidah (“stare in piedi” / resistenza spirituale)
  • Concetto da lui reso celebre per descrivere tutte le forme di resistenza non solo armata, ma soprattutto quotidiana e spirituale: osservanze religiose clandestine, aiuto reciproco, contrabbando di cibo, attività culturali ed educative segrete, mantenimento della dignità umana. È una delle sue eredità più durature (come nel contesto di Kiddush Ha-Hayyim).

 

  • Kiddush Ha-Hayyim (Santificazione della Vita) Ha contribuito a diffondere e contestualizzare questo concetto come risposta ebraica specifica alla Shoah: in un’epoca in cui i nazisti volevano distruggere i corpi e non solo le anime, sopravvivere e preservare l’identità diventava un atto di resistenza sacro.
  • Unicità e comparazione della Shoah: Bauer sosteneva che l’Olocausto fosse unprecedented (senza precedenti) per il suo carattere ideologico totale e globale (sterminio di un intero popolo per il solo fatto di esistere, ovunque si trovasse), ma allo stesso tempo lo inseriva nel contesto più ampio dei genocidi. Ha scritto molto sul confronto con altri genocidi senza relativizzarlo.

 

  • Ruolo delle potenze alleate e del mondo ebraico: ha analizzato criticamente il comportamento delle organizzazioni ebraiche americane (es. American Jewish Joint Distribution Committee), le possibilità di salvataggio, le trattative con i nazisti (“Jews for Sale?”) e i limiti della resistenza.

Opere principali (selezione)

  • Rethinking the Holocaust (2001) – forse il suo libro più influente.
  • A History of the Holocaust (1982, riveduto).
  • Jews for Sale? Nazi-Jewish Negotiations, 1933-1945 (1994).
  • The Death of the Shtetl (2009).
  • The Jews: A Contrary People (2014).
  • The World and the Jews (2021) – tra le ultime.

 

 

Ha pubblicato oltre 40 libri e centinaia di articoli, in più lingue (parlava correntemente ceco, slovacco, tedesco, ebraico, yiddish, inglese, francese, polacco e anche un po’ di gallese).

 

Eredità

Bauer è considerato uno dei “padri fondatori” degli studi accademici sulla Shoah. Ha formato generazioni di storici, ha influenzato l’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) e ha sempre sottolineato l’importanza di studiare la Shoah non solo come tragedia, ma come evento che impone responsabilità morali universali contro il genocidio e l’indifferenza. Era noto per lo stile diretto, l’umorismo, l’onestà intellettuale e la capacità di parlare a un pubblico ampio senza semplificare.

 

 

L'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert: "raccogliere ciò che è sparso".

 

Di Corinne PERCHET, traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari

 

L'Illuminismo evoca un ideale costruito nel tempo, in parte sulla base di ciò che le generazioni successive hanno proiettato su questo movimento dalla dimensione europea. La forza e l'importanza di questa eredità in termini di valori sono tali che Philippe Sollers, in un articolo scritto per Le Nouvel Observateur nel 2006, ha chiesto: "Riaccendere l'Illuminismo"; e che il canale Arte propone una serie di documentari intitolata: "L'Illuminismo nel XXI secolo", un'epoca in cui il progresso, la preminenza della ragione e i diritti umani sembrano minacciati. Il progetto enciclopedico di Diderot e d'Alembert sembra rappresentativo dello spirito dell'Illuminismo. Fa parte dell'effervescenza del secolo, dell'eredità umanista di voler rimettere l'uomo al centro della riflessione,  l’uomo che deve cercare la felicità sulla terra, e non in un'ipotetica salvezza.

Inoltre, la promozione e la condivisione della conoscenza erano centrali nell'attivismo dei "filosofi" del secolo, che si riunivano nei salotti e leggevano le loro opere ad alta voce. Vivevano in un'epoca segnata dalla proliferazione, a partire dal XVII secolo, di vari dizionari ed enciclopedie che circolavano in tutta Europa. Il sottotitolo dell'opera (Dictionnaire raisonné des arts, des sciences et des métiers - Dizionario sistematico delle arti, delle scienze e dei mestieri ), il Discorso preliminare di d'Alembert e la voce "Enciclopedia" di Diderot ne rivelano l'organizzazione, il contenuto e lo scopo. Esiste, infatti, una connessione tra le diverse voci e una relazione tra ciascuna parte e il tutto; inoltre, è in atto un sistema di rimandi incrociati tra le voci. Gli enciclopedisti cercavano anche di stabilire un corpus di conoscenze completo, concentrandosi sulla conoscenza dei mestieri e delle tecniche, illustrato da tavole. Si tratta, infine, di rendersi utili agli altri uomini: rendendoli meno ignoranti, i filosofi credono di contribuire alla felicità individuale e collettiva, in una società pacifica.

 

I collaboratori dell'opera

Per "raccogliere le conoscenze sparse sulla faccia della terra" e produrre un'opera ponderata, l'Enciclopedia doveva essere concepita come un'impresa collettiva. Diderot e d'Alembert si avvalsero quindi dell'aiuto di collaboratori esperti, competenti in campi diversi come la botanica, l'architettura, la medicina, l'economia, etc.. Mentre alcuni collaboratori si dimostrarono instancabili poligrafi (Diderot scrisse 5.400 articoli, il cavaliere de Jaucourt 17.000, praticamente un quarto dei testi, e d'Alembert scrisse o revisionò tutti gli articoli di matematica e fisica), stava emergendo una nuova tendenza: quella di utilizzare specialisti per affrontare argomenti di loro competenza. Charles-Georges Le Roi, ad esempio, luogotenente delle cacce reali dal 1760, fu l'esperto di caccia dell'opera e l'autore, in particolare, dell'articolo "L'istinto", che offre una nuova visione dell'animale, ripensando il suo posto e il suo rapporto con l'uomo. Grandi intellettuali dell'epoca, tra cui Voltaire (anche se mantenne una certa distanza dal progetto), Rousseau, d'Holbach, Turgot, Quesnay, Damilaville e altri, contribuirono con la loro competenza e perspicacia, ma molti collaboratori sono rimasti anonimi; ad oggi ne sono stati identificati 200.

In ogni caso, ciò che è notevole è che la loro posizione sociale non fosse un criterio di reclutamento: provenivano sia dall'aristocrazia sia dal Terzo Stato, erano artigiani, soldati e includevano persino ecclesiastici, come l'abate Morellet, che fu imprigionato alla Bastiglia, o l'abate de Prades, la cui tesi di teologia fu censurata e condannata al rogo. Vediamo quindi che, nonostante le loro diverse origini e background, questi uomini furono in grado di unirsi, ognuno contribuendo con il proprio tassello al puzzle, per produrre un'opera collettiva il cui impatto superò notevolmente la somma dei contributi individuali, nonostante difficoltà sia esterne sia interne, poiché gli autori non condividevano necessariamente le stesse idee. Ad esempio, l'articolo di Diderot "L'autorità politica" e "I rappresentanti" di d'Holbach presentano opinioni divergenti. Così, Rousseau pubblicò la sua Lettera sugli occhiali come risposta all'articolo di d'Alembert su "Ginevra", e successivamente si ritirò dal progetto enciclopedico. Tuttavia, i suoi articoli sulla musica – decine – e il suo articolo su "Economia (Politica)" rimangono. Così come il loro desiderio comune di riflettere e impegnarsi per la nascita di un mondo migliore.

 

L'ipertesto prima del suo tempo

L'opera non si limita a un inventario, una raccolta di articoli ordinati in ordine alfabetico. Offre una coerenza interna, e un sistema di rimandi incrociati, che articolano le conoscenze tra loro e ne arricchiscono il significato.

In primo luogo, il lettore è invitato a navigare in un diagramma ad albero che presenta il sistema della conoscenza umana, così come concepito da Diderot e d'Alembert, in cui ogni elemento di conoscenza può essere inserito e che rivela l'interdipendenza dei diversi tipi di conoscenza. Inoltre, il sistema proposto è organizzato attorno a tre punti d’ingresso, ciascuno corrispondente a una facoltà umana: memoria, ragione e immaginazione. Questo focus sposta l'enfasi dagli oggetti della conoscenza in sé al modo in cui gli esseri umani li concepiscono e possono afferrarli. "È dalle nostre facoltà che abbiamo dedotto la nostra conoscenza; la storia ci è venuta dalla memoria; la filosofia dalla ragione; e la poesia dall'immaginazione", scrisse Diderot nel suo Prospetto . Questa concezione, che porta il pensiero umanista nel presente, riflette l'idea di porre l'umanità al centro di questa ricerca di progresso e verità, una ricerca che dovrebbe condurre alla felicità.

Vi è poi un importantissimo sistema di rimandi (61700) tra gli articoli. Diderot ne individua quattro tipi nella voce "Enciclopedia". I "rimandi di cose", che "intrecciano il ramo con il tronco" (vedi sopra) e consentono "l'accertamento della verità" creando connessioni tra oggetti che altrimenti potrebbero sembrare isolati. I rimandi di parole, che alleggeriscono gli articoli evitando la noiosa e macchinosa ripetizione delle definizioni. Un terzo tipo crea connessioni all'interno di diversi campi, che potrebbero consentire "il perfezionamento delle arti conosciute, [...] l'invenzione di nuove arti, o [...] il restauro di antiche arti perdute". L'ultimo tipo, "satirico o epigrammatico", induce a una rilettura dell'articolo in chiave ironica. Questi rimandi, consentendo nuove associazioni o sollecitando il pensiero critico, assecondano l'ambizione di Diderot, che desidera, attraverso l'Enciclopedia, "cambiare il modo di pensare comune" e anche ampliare l'orizzonte di riflessione del lettore.

 

La riabilitazione delle conoscenze tecniche

     L'Enciclopedia offre 11 volumi di tavole (la più grande raccolta mai assemblata all'epoca), molte delle quali riguardano arti e mestieri meccanici. Lo spirito riformista del secolo si estese, infatti, anche a quest'area; il desiderio di alcuni di sviluppare il commercio e la manifattura andava di pari passo con il desiderio di far uscire le tecniche di fabbricazione dal segreto delle officine. Questa dimensione tecnica e pratica che accompagna il sapere è essenziale per il filosofo Yves Michaud, e per lui è ciò che rende l'opera un evento significativo. Per lui, questa dimensione tecnica, che enfatizza il saper fare e le applicazioni del sapere, è in definitiva più importante della compilazione del sapere, cosa che altri avevano intrapreso fin dal Medioevo, ben prima degli enciclopedisti. Ecco cosa dice: "In effetti, l'Enciclopedia afferma e diffonde la convinzione che la teoria è pratica, che se si pensa correttamente, si deve agire correttamente e, viceversa, che non c'è azione senza una sana visione". Legato all'idea di diffondere una conoscenza che costruisca una comprensione libera da ideologie dominanti e manipolazioni di ogni tipo, quest’orientamento contribuisce pienamente alla dimensione umanistica e politica del progetto. Lo sviluppo della conoscenza deve essere aperto al confronto e alla discussione, e non deve ridursi al piano puramente intellettuale. Il contributo degli inventori all'umanità è elogiato da Diderot nel suo Prospetto. Coloro che lavorano con la mente e coloro che lavorano con le mani hanno qualcosa da imparare gli uni dagli altri; l'Enciclopedia garantirà questa possibilità: "Offriremo al lettore studioso ciò che avrebbe imparato da un artista guardandolo lavorare per soddisfare la sua curiosità; e all'artista, ciò che potrebbe desiderare di imparare dal filosofo per progredire verso la perfezione." (Diderot, Prospetto)

L'enfasi posta sulla riabilitazione delle arti e dei mestieri meccanici sembra anche indicativa di un cambiamento di mentalità. Diderot desiderava mettere in luce e valorizzare questo ramo sottovalutato dell'attività umana, ignorando i pregiudizi che sostenevano la superiorità delle arti liberali su quelle meccaniche e che negavano l'intelligenza degli artigiani, il cui ruolo era quello di servire coloro che, per nascita, non erano destinati a lavorare con le mani per guadagnarsi da vivere. Diderot scrisse persino nel suo Prospetto: "Ci siamo presi la briga di visitare le loro officine, di interrogarli, di scrivere sotto la loro dettatura, di sviluppare il loro pensiero e di estrarne i termini specifici della loro professione". Anche se le tavole sono state criticate per aver mostrato gli operai in modo idealizzato, non riflettendo le loro reali condizioni di lavoro e di vita, o sotto lo sguardo di nobili riccamente vestiti, in officina come nella mostra, l'importante è ancora la presenza congiunta nell'opera di aristocratici e operai, dopo che i filosofi li avevano ammessi, facendoli uscire dalla loro invisibilità, sottolineandone la necessità sociale.

L'Enciclopedia non è, tuttavia, un'opera rivoluzionaria. Pur attaccando le disuguaglianze, l'arbitrarietà e l'inefficienza dell'Ancien Régime, non mette in discussione il principio monarchico, di cui chiede una revisione essenziale, né promuove la democrazia. Come scrive Alain Pons: "[…] se vuole che il popolo sia felice, non cerca di dargli potere".

In conclusione, possiamo tracciare un parallelo tra l'approccio degli Enciclopedisti e il nostro approccio massonico; provenendo da contesti diversi, lavoriamo individualmente per un'impresa collettiva, "continuando al di fuori dell'opera iniziata nel Tempio", "diffondendo le verità che abbiamo acquisito". Raccogliere ciò che è sparso a livello umano, intellettuale e sociale contribuisce a costruire una società più giusta e tollerante, in cui nessuno dovrebbe sentirsi ignorato, disprezzato o oppresso. Per raggiungere quest’obiettivo, dobbiamo indubbiamente far rivivere e aggiornare l'ideale illuminista cui aderiamo. In altre parole, si tratta di andare oltre il binario di totale accettazione e totale rifiuto, sostenuto da coloro che accusano i filosofi illuministi di ingenuità, di propugnare un occidentalismo escludente o addirittura di essere alla radice del totalitarismo. La sfida, quindi, è trovare una terza via: restare fedeli ai princìpi forti dell'Illuminismo (preminenza della ragione, affermazione delle libertà, ricerca della felicità) e al tempo stesso integrare le grandi sfide del nostro secolo: il rifiuto dell'universalismo, del globalismo, dell'ecologia, del transumanesimo, dell'intelligenza artificiale…

In una lettera a Sophie Volland del 26 settembre 1762, Diderot scrisse a proposito dell'Enciclopedia: "Quest'opera produrrà sicuramente una rivoluzione nelle menti con il tempo, e spero che i tiranni, gli oppressori, i fanatici e gli intolleranti non ne trarranno vantaggio. Avremo servito l'umanità."

 

"Sta diventando essenziale per l'umanità formulare un nuovo modo di pensare se vuole sopravvivere e raggiungere un piano superiore."
Albert Einstein (1879-1955)