L’ALTRA FACCIA DEL SIONISMO

Una riflessione sull'idea di colonialismo per riconsiderare il colonialismo di insediamento nell'ambito del conflitto israelo-palestinese

di Arnon Degani - Rivista Il Mulino, 06/08/2025

 

 

L’ignoranza dei sostenitori di Israele nel respingere ogni confronto tra Israele e altri casi di colonialismo di insediamento (o settler colonialism) è seconda solo a quella della comprensione di questo concetto da parte di chi supporta la Palestina. Una vittima di questo dibattito è la rigorosa ricerca accademica sul conflitto israelo-palestinese. Tragicamente, questo caos concettuale ostacola anche la nostra capacità di immaginare una conclusione a questo conflitto.

«I miei lettori hanno un’idea generale della storia della colonizzazione in altri Paesi. Suggerisco loro di considerare tutti i precedenti con cui hanno familiarità e di vedere se c’è un solo caso di colonizzazione condotta con il consenso della popolazione autoctona. Un tale precedente non esiste».

Questa citazione proviene da una delle prime analisi del sionismo come movimento coloniale di insediamento, scritta nientemeno che da Ze’ev Jabotinsky, l’intellettuale e padre politico della destra sionista. Questo estratto da un suo saggio del 1923, “Sul muro di ferro”, coglieva il problema fondamentale che il sionismo affrontava come movimento politico. Jabotinsky mise da parte le sue convinzioni sioniste, fondate sulla storia e sulle tradizioni religiose, e giunse alla conclusione logica che, per la maggioranza della popolazione araba in Palestina, i sionisti sembravano invasori.

Il termine “settler colonialism” viene troppo spesso visto, a torto, come una forma di colonialismo, suggerendo che Israele dovrebbe seguire la traiettoria delle imprese coloniali del passato: non è così. Un’analisi del colonialismo di insediamento non può determinare chi sia il legittimo proprietario della terra e/o quale sia la migliore soluzione per questo conflitto. Non può neanche negare i legami storici e la presenza ebraica nella Terra di Israele. Tuttavia, quando si parla di colonialismo di insediamento, diventa innegabile affermare che il sionismo sia nato al di fuori della Terra di Israele e che questa sia stata considerata patrimonio ebraico in un momento in cui più del 90% dei suoi residenti non erano ebrei.

Il colonialismo e il colonialismo di insediamento dovrebbero essere considerati come due modelli ideali situati agli opposti dello spettro dell’espansione moderna europea.

Come Lorenzo Veracini ha ben mostrato nei suoi lavori fondamentali, colonialismo e colonialismo di insediamento dovrebbero essere considerati come due modelli ideali situati agli opposti dello spettro dell’espansione moderna europea. L’argomentazione che qui vorrei svolgere è che il sionismo è molto più vicino all’estremità di questo spettro rappresentata dal settler colonialism che a quella rappresentata dal colonialismo tout court.

Il colonialismo coinvolge missionari, soldati, amministratori, uomini d’affari e talvolta anche coloni che estendono la sovranità imperiale in altri Paesi. D’altro canto, i coloni di insediamento possono essere originariamente emissari di un impero, ma poi sviluppano rivendicazioni di sovranità uniche, separate da un centro imperiale. Come spesso viene fatto notare, il sionismo non ha mai avuto una metropoli imperiale e questo effettivamente lo allontana dal modello coloniale e suggerisce che invece che sia compatibile con il colonialismo di insediamento.

Un’altra differenza chiave tra i movimenti coloniali e quelli di settler colonialism sta nelle relazioni che instaurano con i popoli incontrati nei territori dove arrivano. Lo studioso australiano Patrick Wolfe, scomparso qualche anno fa, ha riassunto le differenze tra le relazioni coloniali e quelle di colonizzazione di insediamento in maniera cruda, ma succinta. Mentre il colonialismo si basa sullo sfruttamento e sul controllo delle popolazioni indigene, il colonialismo di insediamento si basa sulla loro “eliminazione”.

I colonizzatori sfruttavano gli indigeni per ottenere risorse naturali e umane e indirizzarle verso la metropoli: un esempio classico è il dominio britannico sull’India, dove il lavoro e la fatica degli indiani arricchivano la Compagnia delle Indie e le casse dello Stato britannico. Lo sfruttamento richiedeva una sottomissione violenta, ma le potenze coloniali non avevano interesse a portare gli indigeni sull’orlo dell’annientamento: se non c’era nessuno da sfruttare, qual era lo scopo di avere un impero coloniale? Al contrario, i colonizzatori di insediamento desideravano sostituire la popolazione indigena e spesso le infliggevano violenze che ne riducevano drasticamente il numero e il controllo dei terreni. La “logica dell’eliminazione degli indigeni” di Wolfe al centro dei progetti colonizzatori spiega gli atti di genocidio e pulizia etnica che si sono verificati in molti casi di colonizzazione di insediamento.

L’eliminazione degli indigeni si manifestava anche in modalità che Wolfe collocava, generalizzando, nella categoria dell’ “assimilazione”: l’assorbimento politico, culturale e persino biologico della popolazione indigena nel corpo politico dei coloni. L’assimilazione indigena è un mezzo efficace per la consolidazione del settler colonialism, poiché attenua la resistenza degli indigeni al progetto colonizzatore. Quando coloni e indigeni si vedono reciprocamente come compatrioti, questi ultimi essenzialmente rinunciano alla loro pretesa di esclusiva indigenità.

 

Sionismi dimenticati

Le eccezionalità del sionismo non modificano il fatto che, quando gli ebrei europei decisero che la soluzione al loro problema andava trovata in un’altra parte del mondo, affrontarono tra gli altri la stessa, fondamentale questione di tutti gli altri progetti coloniali di insediamento: la terra che desideravano non era disabitata. Come tutti gli altri progetti colonizzatori, il sionismo scelse costantemente politiche e adottò visioni volte a contenere il “problema degli indigeni”.

Un’aspirazione alla superiorità demografica ebraica, attraverso l’emigrazione “volontaria” degli arabi palestinesi o con la forza, ha accompagnato il sionismo nel corso degli anni e persiste ancora oggi. Tuttavia, un’analisi del colonialismo di insediamento può spiegare una dimenticata spinta integrativa sionista e una tendenza predominante a immaginare regimi democratici inclusivi. Una soluzione che prevede un solo Stato democratico, se si vuole.

Nel suo libro fondamentale del 2018, “Beyond the Nation-State”, Dimitry Shumsky ha dimostrato che fino alla fine degli anni Venti la corrente principale del sionismo formulò una successione di disposizioni binazionali e federative, come un’autonomia ebraica sotto l’Impero Ottomano, uno Stato binazionale, uno Stato ebraico federato con uno Stato arabo più grande e uno Stato ebraico che facesse parte del Commonwealth britannico. Tutti questi percorsi avrebbero comportato la cancellazione di un’entità indigena distinta e ostile, garantendo l’uguaglianza politica tra arabi ed ebrei.

La ragione per cui i coloni sionisti si orientarono verso visioni integrative o inclusive era correlata al fatto che, rispetto ad altri casi di colonialismo di insediamento, la popolazione indigena che incontrarono era relativamente “forte”. Fino alla Dichiarazione Balfour del 1917, quando i britannici adottarono il sionismo, i sionisti non avrebbero potuto immaginare di sconfiggere militarmente i palestinesi. Dovevano invece sostenere quadri politici che riuscissero potenzialmente a interessare gli arabi palestinesi. Il binazionalismo, sebbene più accettabile della pulizia etnica, può comunque essere attribuito a un impulso, secondo le parole di Wolfe, di “eliminazione degli indigeni” presente in tutte le società coloniali di insediamento. Anche se nel 2023 era difficile da immaginare, l’uguaglianza ebraico - araba faceva parte della logica politica sionista tanto quanto le fantasie sull’omogeneità etnica ebraica.

 

Il progetto israeliano

La nascita di Israele nel 1948, attraverso il distacco formale dall’Impero britannico e lo spostamento di circa 700.000 palestinesi, rappresenta un momento cardine per il colonialismo di insediamento. Una volta che i sionisti hanno creato Israele come uno Stato ebraico quasi monoetnico, il binazionalismo è praticamente scomparso dall’agenda sionista. Tuttavia, la storia sionista ha continuato a riflettere il colonialismo di insediamento assimilativo,ma solo nei confronti dei 156.000 arabi palestinesi che sono rimasti all’interno dei confini dell’Israele nascente e sono diventati i cittadini arabi dello Stato ebraico.

Contrariamente alla propaganda israeliana, gli arabi palestinesi non hanno ottenuto una piena uguaglianza con gli ebrei nel momento stesso in cui hanno ottenuto la cittadinanza. Nel 1948, Israele ha promulgato la legge marziale, il “governo militare”, per la maggior parte degli arabi palestinesi, che ha annullato quasi tutte le protezioni garantite dalla cittadinanza israeliana. Tuttavia, la cittadinanza ha fornito una cornice legale affinché arabi ed ebrei sionisti potessero aspirare all’uguaglianza civica. I cittadini arabi palestinesi riconoscevano lo Stato sionista e conducevano lotte non violente per migliorare la loro situazione. Con il tempo, importanti sionisti si lamentarono che il governo militare era inutile e dannoso per l’auspicata integrazione dei cittadini arabi. Da metà degli anni Cinquanta, i governi israeliani hanno gradualmente alleviato le restrizioni del governo militare e l’hanno poi annullato nel dicembre del 1966. L’integrazione degli arabi palestinesi nella società israeliana li ha costantemente lasciati in uno status subordinato, di popolazione guardata con sospetto. Tuttavia, nel tempo, gli arabi in Israele hanno sviluppato un senso di “israelianità”. Ebbene, questa israelianità è un indicatore del colonialismo di insediamento. L’integrazione degli arabi palestinesi nella società israeliana li ha costantemente lasciati in uno status subordinato, di popolazione guardata con sospetto.

È importante sottolineare che se Israele è effettivamente uno Stato coloniale di insediamento, allora è legittimo o illegittimo tanto quanto alcuni degli Stati da cui provengono i suoi critici più accesi. Mentre gli attivisti anti Israele [in America e in Canada, N.d.R.] possono sostenere politiche di riconciliazione e compensazione con le rispettive comunità indigene, queste alla fine si traducono nell’assimilazione dei popoli indigeni in un mosaico multiculturale sotto lo Stato colonizzatore. Ciò rappresenta il colonialismo di insediamento nella sua forma più elevata, non la sua negazione. Eppure, anche se tali gesti possono sembrare vuoti e cinici, dobbiamo chiederci perché sionisti e palestinesi non siano mai entrati in una fase di riconciliazione.

 

1967: la svolta coloniale

La sorte di Israele avrebbe potuto essere quella di Paesi come gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia, che hanno accolto all’interno della società colonizzatrice la minoranza indigena rimasta. Tuttavia, a seguito della guerra del giugno 1967, Israele ha improvvisamente controllato un territorio più ampio con una popolazione palestinese molto più numerosa. Durante il primo ciclo elettorale post-bellico, gli elettori israeliani hanno dovuto scegliere tra due programmi: la destra ha chiesto l’annessione e la costruzione di insediamenti nei Territori occupati appena acquisiti e ha proposto alla popolazione palestinese un percorso per ottenere la cittadinanza israeliana. Anche il Partito laburista ha sostenuto gli insediamenti, ma non ha spinto per un’annessione formale e ha rigettato una via palestinese alla cittadinanza. L’elettorato israeliano ha assegnato ai laburisti 56 seggi nella Knesset contro i 26 della destra.

Mantenendo il controllo sui Territori, senza concedere la cittadinanza ai loro abitanti e impiantando coloni ebrei-israeliani privilegiati, l’occupazione israeliana ha iniziato a somigliare a casi passati di controllo imperiale sulle dipendenze coloniali: un regime basato sulla supremazia etnica e sullo sfruttamento del lavoro dei subalterni, un regime più coloniale che di insediamento coloniale.

Sia i governi israeliani precedenti sia quelli posteriori al 1967 hanno incoraggiato la “giudaizzazione” (yihud) del territorio attraverso gli insediamenti. La differenza è che – diversamente dagli abitanti dei kibbutz che si stabilirono sulle terre palestinesi negli anni Cinquanta, che erano impegnati, almeno in linea di principio, a porre fine al governo militare e a onorare la promessa della cittadinanza israeliana per gli arabi – i coloni nei Territori occupati non sono mai stati particolarmente preoccupati dallo status politico inferiore dei loro vicini palestinesi. Pertanto, si può dire che i coloni sionisti dopo il 1967 fossero più simili ai pieds-noirs algerini che alle popolazioni europee di Australasia e America. La loro è più una “colonizzazione con insediamento” che un “colonialismo di insediamento”.

Nel 1987, vent’anni dopo l’inizio del controllo di Israele sui Territori, è scoppiata una rivolta popolare anticoloniale sotto forma della prima Intifada e, come altre insurrezioni simili, ha abbassato la redditività del progetto coloniale.

Il processo di Oslo, che è seguito alla prima Intifada, è stato un tentativo israeliano di riportare il sionismo su una traiettoria più vicina al colonialismo di insediamento e di abbandonare la relazione coloniale con i palestinesi. Infatti, una delle motivazioni esplicite della sinistra sionista per andare avanti con il processo di Oslo dimostrava la presenza di una logica di eliminazione degli indigeni: non attraverso la pulizia etnica, non attraverso l’assimilazione, ma ridefinendo i confini in modo tale da collocare i palestinesi al di fuori del controllo e della responsabilità israeliani. Il fallimento degli accordi di Oslo nel 2000 ha significato la ripresa della dominazione coloniale, questa volta con livelli maggiormente severi di oppressione israeliana e una resistenza militante più brutale.

Nel 2005, Israele ha smantellato le colonie nella Striscia di Gaza ma ne ha mantenuto il controllo sostanziale, mentre in Cisgiordania è riuscito a soffocare la resistenza palestinese con l’aiuto dell’Autorità palestinese. Per due decenni, Israele è riuscito con successo a mantenere i palestinesi in una matrice coloniale contenendo la resistenza a livelli gestibili. Ma nulla dura per sempre.

 

Il colonialismo di insediamento e la guerra del 7 ottobre

La strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre nelle città e nei villaggi israeliani attorno alla Striscia di Gaza ha reso manifesto il loro obiettivo finale: allontanare gli israeliani da tutta la Palestina. Un’interpretazione più sfumata suggerisce che l’attacco fosse volto a contrastare un accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, che avrebbe stretto ancora di più i palestinesi nella morsa coloniale. L’attacco potrebbe spingere gli israeliani a scegliere una strada diversa da quella coloniale: tuttavia adesso un tipo di visione settler-coloniale, quella sul genere accordi di Oslo, si scontra con un altro genere di visione settler-coloniale, che vorrebbe una pulizia etnica palestinese dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania. Le dichiarazioni quotidiane dei leader israeliani e l’entità delle morti e delle distruzioni puntano in quella direzione.

Eppure, le strutture coloniali di insediamento del sionismo danno anche adito a un moderato ottimismo. I cittadini arabi palestinesi di Israele hanno mostrato solidarietà nei confronti dello Stato israeliano e dei suoi cittadini ebrei. Contrariamente all’accusa razzista della destra, che li assimila a una quinta colonna, i cittadini palestinesi non si sono identificati con i combattenti di Hamas. Nei mesi successivi, mentre studenti indignati nelle università Ivy League urlavano “from the river to the sea”, i palestinesi arabi in Israele sono rimasti fedeli a una soluzione a due Stati, hanno condannato Hamas e hanno stretto i denti di fronte alle angoscianti immagini che provenivano dalla Striscia di Gaza. Ebrei e una parte del popolo palestinese hanno dimostrato di poter superare la storia che ha causato questa brutale guerra. Certamente ebrei e palestinesi possono vivere pacificamente l’uno accanto all’altro in due Stati.

 

 

Questo intervento prosegue la discussione avviata dall'articolo di Anna Momigliano il 23 ottobre scorso. La traduzione dall'inglese è di Francesco Locane.

 

 

 

Già nel risorgimento i prodromi dell’attuale sudditanza teorica, prima ancora che pratica, della geopolitica e della politica estera italiane verso l’imperialismo delle grandi potenze occidentali, con il conseguente aggravarsi, oltre al rango ancillare dell’Italia nello scenario internazionale, degli squilibri territoriali fra nord e sud del paese.

Siamo lieti di proporre il video della Conferenza del dott. Massimo Morigi, “Lo Stato delle Cose della Geopolitica Italiana nei Conflitti Mazzini/Garibaldi”, tenuta il 10 marzo 2023 nell’ Aula Magna “Giordano Gamberini” della Schola Piscatorum della Casa Matha di Ravenna – Ordo Domus Mathae –, su Mazzini, Garibaldi e sulle loro confliggenti concezioni geopolitiche, un profondissimo ed insanabile contrasto che già preannunciava il fallimentare stato delle cose, culturale prima ancora che politico, della odierna de facto condizione di colonia eterodiretta dell’Italia :

https://www.youtube.com/watch?v=KwA00IOPCsM  

Una relazione equilibrata sulle figure di Mazzini e Garibaldi e i loro contrasti,che dà una interpretazione intellettualmente onesta sul Risorgimento partendo dalla geopolitica contemporanea e dimostrando che la storia non si “storicizza” ma si può solo contestualizzare,  ed è veramente, per chi vuole,  “Magistra vitae”.

 

Futuro oscuro per il CLIPSAS - Pubblicato da Géplu in Varie

 

 

Dopo la disastrosa Assemblea Generale del maggio 2024 a Durazzo in Albania che ha visto l’elezione a presidente del CLIPSAS del criticato candidato Louis Daly*, in condizioni così discutibili che è in corso una richiesta di annullamento del voto tramite il tribunale, abbiamo appreso questo sabato 1 giugno che la Gran Loggia Femminile di Francia ha appena votato per lasciare il CLIPSAS il 31 dicembre 2024 (con 360 voti a favore e 9 contrari!).

 

Ed è un segreto di Pulcinella dire che la Gran Loggia Mista di Francia farà la stessa proposta nel suo Convento alla fine di giugno, poiché diventa difficile per queste Obbedienze che tengono tanto alla loro reputazione quanto alla loro credibilità restare membri di questa associazione che a questo punto manca di serietà, per non esprimersi in altri termini più esatti e precisi, ma che potrebbero portarmi in contenzioso.

 

Questi abbandoni saranno un disastro per l’istituzione, la GLFF e la GLMF da sole rappresentano oltre il 30% degli effettivi del CLIPSAS. Ed è probabile che ne provocheranno altri. Ricordiamo che già nel 2019 il GODF e il GOB, principali membri fondatori, e alcune altre importanti Obbedienze che rappresentavano allora più del 50% dei membri dell'associazione avevano lasciato il CLIPSAS denunciando una tendenza che, secondo loro, dava troppo importanza ad un numero crescente di “micro-obbedienze” poco rappresentative (ma con diritti di voto proporzionalmente maggiori rispetto alle grandi obbedienze**) e troppo spesso “poco attente al buon governo”…

 

Che cosa resterà di questa “associazione internazionale della massoneria liberale” fondata nel 1961?

 

Probabilmente non molto.

 

* Vedi i nostri articoli, del 18 febbraio: “Dal 16 al 19 maggio, Assemblea Generale del CLIPSAS, e del 3 maggio: “CLIPSAS, una quarta candidatura alla Presidenza”.

 

** Ogni Obbedienza membro ha diritto di di 1 voto se ha meno di 500 affiliati, 3 voti per un numero compreso tra 500 e 1.499 affiliati, 5 voti per un numero compreso tra 1.500 e 5.999 affiliati e 7 voti se ha più di 6.000 affiliati. Così la GLFF con i suoi 12.630 membri (o il GODF con i suoi oltre 50.000 membri, quando era ancora membro) potrebbe essere legalmente messa in minoranza da 8 micro-obbedienze di 100 persone o meno. I contributi, invece, sono costituiti da una parte fissa di 125 euro e da una parte variabile di 0,50 euro per membro (limitato a 7.000 membri). La GLFF, come altre Obbedienze con più di 7.000 membri (quante ne restano?), ha quindi versato un contributo al CLIPSAS di 3.625 euro, e un'Obbedienza di 100 membri 175 euro...

[Traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari]

 

https://www.hiram.be/avenir-sombre-pour-le-clipsas/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Addio Francoforte fiera senz’anima

 

Conformista, affogata nel politicamente corretto, chiusa al mondo.

Il bilancio amaro della Buchmesse secondo uno dei protagonisti.

 

 

 

 

Rieccoci alla Buchmesse, con l’Europa nuda davanti alle sue contraddizioni, la sua debolezza, la sua irrilevanza nel mondo. Dopo la già movimentata edizione del 2023, oggi a Francoforte noi scrittori siamo ancora più investiti dal vento freddo della storia e più soli di fronte a noi stessi, al ritorno delle frontiere e di un post-fascismo suprematista, per non dire a un collasso dell’economia e al rischio di un conflitto mondiale.

 

Per uno scrittore, non è più decente far finta di nulla. Specie per il figlio di un Paese come l’Italia, che è ospite d’onore di una fiera che è un riassunto del mondo. Mi si dirà che gli scrittori non dovrebbero impicciarsi di politica. Ma la politica è fatta anche di parole, e fino a prova contraria le parole sono il mestiere di chi scrive. Ebbene, mi accorgo che esiste già di fatto un’egemonia della destra sul piano verbale, un’egemonia tale che i partiti di governo sono costretti a inseguirla penosamente. Il che significa che, per vincere, la destra non ha nemmeno bisogno di trionfare sul piano politico. Victor Klemperer, nella sua analisi della lingua del Terzo Reich, ci spiega che le tempeste della storia sono annunciate sempre da una mutazione delle parole. E Karl Kraus, nella Notte di Valpurga, vede l’irruzione del totalitarismo già nella sostituzione delle parole complesse con le sigle e gli acronimi violenti del potere.

 

Sono tendenzialmente di sinistra. Ma non vengo alla fiera di Francoforte per accusare lo schieramento opposto. Penso che sia tempo perso. Ovunque la destra fa il suo mestiere di destra. Vorrei invece dire che cosa non va nella mia parte politica e cosa non abbiamo fatto, noi scrittori d’Europa, noi anime belle della letteratura, per evitare che questa deriva politica avvenisse. Ogni giorno mi chiedo quale arsenale di parole abbiamo fornito alla democrazia perché essa potess e esercitare una decente autodifesa. Poi constato che – salvo eccezioni – gli esempi di reale resistenza sono pochi.

 

È un fatto: quasi ovunque i partiti cosiddetti moderati e di governo mancano di narrazione. La democrazia è diventata il regno dello sbadiglio. Essa rischia di estinguersi da sé per assenza di emotività e impulso narrativo. I partiti di centro sembrano rifugiarsi nella gestione del potere, stile amministrazione di condominio, o in una maldestra imitazione dei proclami etno-nazionalisti. Quanto alla sinistra, la sento insuperabile nel de-costruire o partorire raffinate analisi, ma incapace di indicare una direzione maestra. Gli esponenti-tipo della sinistra sono saccenti, irritano il popolo facendo discendere su di esso le loro verità rivelate. Negli ultimi mesi, oltre che in Italia, ho viaggiato in Francia, Germania, Spagna, Belgio e altrove, per proporre al pubblico un racconto capace di rileggere la nostra alleanza federale come patria comune, e questo non con astratte filosofie, ma entrando nel mondo oscuro delle percezioni sensoriali fino a ricorrere al mito, come nel mio libro Canto per Europa. È stata una grande esperienza. Ovunque andassi, scoprivo quanto fosse facile arrivare alla gente con quel tipo di discorso, e quanto di conseguenza fosse grave il vuoto narrativo in cui la gente stessa era stata abbandonata.

 

Lì ho capito che il fenomeno Afd era anche il prodotto di quel vuoto e non semplicemente un ritorno dei “morti viventi”.

 

Discendeva dalla latitanza di un mondo democratico incapace di ascoltare le paure e le rabbie delle periferie (a partire dell’ex Ddr). Raccoglieva non solo pulsioni razziste, ma anche il voto di moderati stanchi dell’ultra-liberismo bellicista. E poiché le inquietudini dei cittadini, specie quella – comprensibile – di un pericolo islamista, anziché essere gestite, venivano rimosse come politicamente scorrette, esse finivano per essere usate dalla destra. E qui viene l’osservazione forse più interessante. Da scrittore, ho avvertito un impressionante trasloco a destra di parole-chiave. In Germania, dire Volk (popolo), Tradition (tradizione), Heimat (patria), o Identität (identità), puzza di nazismo. E così quelle parole, anziché essere “bonificate”, sono state consegnate al nemico, che ora se ne serve in esclusiva, col risultato di far apparire la democrazia nemica del popolo, della tradizione, eccetera. Persino Bruderschaft (fratellanza) è bocciata. Ma come si può fare a meno della fratellanza? Fraternité in Francia non è di sinistra? È in questo sciagurato abbandono che si inserisce la destra, appropriandosi del termine, come la destra di Giorgia Meloni che, guarda un po’, si chiama Fratelli d’Italia. L’appartenenza ai partiti democratici è spesso così scialba, opportunistica (e perciò priva di fratellanza), da spingere nell’oblio anche i termini-base della libertà. In Italia, cose come pace, lavoratori o rivoluzione. In Germania, Gleichheit(uguaglianza), Freiheit (libertà), Widerstand (resistenza), soziale Rechte (diritti sociali). Risultato? L’Afd li eredita, facendosene paladina; e a quel punto è libera di fare, nel suo programma, persino il restyling del termine nazionalsocialismo, ribattezzato socialismo patriottico. Che poi vuol dire la stessa cosa.

 

Le parole perdute non tornano più a casa, o, se tornano, sono passivamente riassorbite nella loro accezione di destra dalle nostre democrazie. A quel punto la deriva a destra può investire persino i nomi delle nazioni: Italia, Deutschland (Germania) o España (Spagna). Ma non è solo questione di parole. Alla destra sono stati consegnati anche pezzi dell’apparato simbolico progressista: in Germania è il caso di Erasmo da Rotterdam, a cui la Afd ha intitolato una sua fondazione, dopo che quella originale era stata lasciata esaurirsi. Come dire che il grande europeista ora è riletto come emblema del suprematismo germanico. Perché non si è impedito lo scippo? Dov’erano gli scrittori? Forse dormivano. E quando si sono accorti dello scippo, hanno alzato alte grida, ma con assoluto ritardo. È importante trovare le parole adatte a contrastare questa emorragia lessicale foriera di pericolose derive liberticide e capace di spingere l’Europa verso un nuovo feudalesimo. Bisogna fare in fretta, perché il rischio è di ridurci a un’accozzaglia di popoli uniti non da un sogno, ma soltanto dalla miserabile paura degli immigrati. Tutto questo con la prospettiva di ritrovarci con al vertice un monarca pronto a dare mano libera ai diversi paesi, in cambio di poteri illimitati per se stesso. In pratica, una riedizione dei Balcani. Se questo avverrà, non sparirà solo l’Europa, ma moriranno anche le nazioni che credevano di vivere una nuova primavera.

 

Cari fratelli tedeschi, nel mio Paese non fioriscono solo i limoni. È fiorito anche il primo governo post-fascista d’Europa, andato al potere senza bisogno di sangue e olio di ricino come accaduto nel 1922 quando vi abbiamo indicato, con Mussolini, la strada dell’inferno.

 

Questo, grazie a un’opinione pubblica in gran parte non fascista ma facilmente fascistizzabile, per la quale certi funerei rituali a braccio teso sono solo folclore. E così, il mio governo offre alle destre europee il modello di una penetrazione dolce nel ventre molle della democrazia. Senza rinnegare nulla delle sue radici, esso procede indisturbato con micidiali decreti contro la libertà, senza che questo sia avvertito dal resto d’Europa.

 

Siamo stanchi di analisti. Il momento richiede visionari – scrittori appunto – capaci di cogliere i segni del nostro possibile futuro. Cose come la foto che coglie l’intesa, piena di occhi dolci, tra la mia presidente del consiglio e il tycoon Elon Musk. Che c’entra, ti chiedi, la donna-simbolo della nazione con l’uomo che rappresenta al meglio il grande capitale apolide? Uno che nel cervello ha un algoritmo al posto dell’imperativo morale di Kant? Uno che non vede l’ora di mangiarsi in un boccone la nostra alleanza federale con tutti i fastidiosi ostacoli che essa mette al liberalismo sfrenato? Poi capisci. Musk dice a Meloni: honey, tu acceleri il ritorno delle nazioni e azzoppi l’Europa, e io ti metto a disposizione il mio apparato mediatico. Qualcosa, cioè, capace di addormentare la gente meglio della propaganda di Goebbels.

 

Post-fascismo e neo-liberismo, due modelli autoritari, che hanno bisogno uno dell’altro. È verso questo abbraccio fatale che stiamo andando?

 

Giornalista e scrittore italiano (n. Trieste 1947). Inviato speciale del "Piccolo" di Trieste, quindi editorialista di "La Repubblica", ha seguito gli eventi politici che a partire dagli anni Ottanta hanno prodotto profonde trasformazioni nell’area balcanica, pubblicando a seguito di questa esperienza il reportage Maschere per un massacro (1996), e successivamente ha documentato gli eventi bellici verificatisi in Afghanistan dal 2001. Appassionato viaggiatore di viaggi lenti e consapevoli, effettuati a piedi o con mezzi di fortuna, indagatore delle terre di confine e dei luoghi dimenticati, ha percorso itinerari sconosciuti al turismo di massa, soprattutto nell'Est europeo, nel profondo Nordest italiano, lungo il fiume Po. Di questo girovagare animato da ideali minimi e chiari, e degli incontri che ne sono derivati con un mondo di personaggi autentici e di territori strani e meravigliosi, ha dato conto con uno stile asciutto e fotografico, che non si compiace mai di sé stesso ma tende a restituire con immediatezza e semplicità il vissuto, in numerosi libri, tra cui occorre citare almeno: Danubio. Storie di una nuova Europa (1990); La leggenda dei monti naviganti (2007); Tre uomini in bicicletta (con F. Altan, 2008); L'Italia in seconda classe (2009); Trans Europa Express (2012); Morimondo (2013); Come cavalli che dormono in piedi (2014); entrambi nel 2015, La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna (da leggere soltanto ad alta voce) e Il CiclopeAppia (2016); La regina del silenzio (2017); Il filo infinito (2019); Il veliero sul tetto. Appunti per una clausura (2020); Canto per Europa (2021); Una voce dal Profondo (2023); Verranno di notte (2024). Nel 2024 lo scrittore è stato insignito del Campiello alla carriera.

 

 

DOPO IL CLIPSAS IN ALBANIA: IL DIRITTO DI INTERROGARSI SU COINCIDENZE INQUIETANTI

 

Il sito ben informato 405.fm ha pubblicato il 23 maggio un articolo molto approfondito e non possiamo che accomandarne la lettura perché è ricco di insegnamenti, che ci consentono di mettere in discussione le derive osservate a Durazzo, tanto sono lontane anni luce dagli alti valori massonici invocati nell’Appello di Strasburgo del 22 gennaio 1961, atto fondatore del CLIPSAS.

Ciò che questo articolo non rivela è il volto nascosto di un vero e proprio cartello che ha ormai preso il sopravvento sull'intera catena d’unione, ora interamente controllata da un gruppo molto ristretto e agguerrito di attori i quali, che grande coincidenza, hanno gli stessi ampi legami in America Latina e più in particolare a Barranquilla (Colombia).

In tali condizioni, come non interrogarsi, ci viene detto con una certa pertinenza, in merito agli stessi attori che si sono fatti strada nella più grande opacità e ormai presiedono cumulativamente i destini del CLIPSAS, della FASCREAA, della COMAM e del CIMAS? Si tratta di derive che suscitano indignazione, speculazioni, disapprovazione e generano discredito.

Dove sono finiti gli alti valori etici dell’Illuminismo?

Per ironia della sorte, il CLIPSAS, o ciò che ne resterà tra un anno, si è assegnato questa domanda come oggetto di studio. Dobbiamo ammettere che è dotato di un vero senso dell'umorismo...

In un momento in cui alcuni deplorano il vacillamento delle Luci dell'Illuminismo, non avremmo il diritto di interrogarci semplicemente sulla loro sopravvivenza?

 

APRÈS LE CLIPSAS EN ALBANIE : LE DROIT À S’INTERROGER SUR DES COÏNCIDENCES TROUBLANTES

 

Le site bien informé 405.fm a publié un article fort bien documenté le 23 mai et on ne saurait trop en recommander la lecture tant il est riche d’enseignements, même si ceux-ci autorisent à s’interroger sur des dérives constatées à Durres tant elles sont à des années-lumière des hautes valeurs maçonniques invoquées lors de l’Appel de Strasbourg du 22 janvier 1961 , acte fondateur du CLIPSAS.

 

Ce que ne révèle pas cet article, c’est la face cachée d’un véritable cartel qui s’est désormais emparé de toute la chaine d’union désormais entièrement contrôlée par un groupe très restreint et aguerri d’acteurs qui tous, comme par le plus grand des hasards, ont les mêmes attaches cumulatives en Amérique latine et plus particulièrement à Barranquilla (Colombie). Dans de telles conditions, comment,  nous dit-on avec une certaine pertinence, ne pas s’interroger sur les mêmes acteurs menant grand train dans la plus grande opacité et désormais présidant cumulativement aux destinées du CLIPSAS, de la FASCREAA, de la COMAM et du CIMAS ? Des dérives qui suscitent indignation, spéculations, réprobation et engendrent le discrédit. Où sont donc passées les hautes valeurs éthiques des Lumières ? Assez ironiquement le CLIPSAS, ou ce qui en restera dans un an, s’est assigné cette question comme sujet d’études. Il  faut lui concéder un vrai sens de l’humour…Au moment où certains déplorent que les Lumières vacillent,  ne serions-nous pas en droit de nous interroger tout simplement sur leur survivance ?

[Di Redazione, traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari]