IL PUNTO - LE POINT
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APPUNTI PER UN 27 GENNAIO DIFFICILE
di Fabio Levi
Ahmed al Ahmed, mussulmano, era presente per caso alla strage di 25 persone perpetrata in occasione della festività ebraica di Chanukkah sulla spiaggia di Bondi Beach, in Australia il 14 dicembre scorso: Ahmed ha disarmato, rimanendo ferito, uno dei due attentatori riducendo così il numero delle vittime. Negli stessi momenti Gufen Bitton ha provato a intervenire senza riuscirci e ha subito gravi conseguenze; Boris e Sofia Gutman, coniugi di 69 e 61 anni, come pure Reuven Morrison, ebrei, hanno attaccato a mani nude gli assassini e sono stati subito uccisi.
Una malattia endemica
Colpiscono nell’episodio citato l’istintiva reazione e il coraggio di tante persone comuni disposte a giocarsi la vita per salvare altre vite, e capaci soprattutto di una reazione profondamente umana, senza altri aggettivi, senza connotazioni religiose o ideologiche, contro una violenza così inaudita e disumana da risultare immediatamente riconoscibile. Colpisce d’altra parte che l’ostilità contro gli ebrei sia arrivata a tanto e che non si sia potuto fare altro se non affidarsi al gesto eroico di alcuni coraggiosi, nel tentativo di arginare la punta estrema di un fenomeno assai più vasto e multiforme come l’antisemitismo.
Perché l’antisemitismo è tutt’altro che scomparso ed è giunto di nuovo ad uccidere nel mucchio. C’è e di quel fenomeno sappiamo oramai molte cose: del suo essere una malattia endemica, con la sua sintomatologia specifica e le sue implicazioni degenerative sul corpo sociale: una malattia destinata molto probabilmente a non esaurirsi mai. Siamo anche consapevoli delle sue profonde radici antropologiche e psicosociali, non meno però delle sue variegate connotazioni storiche: subisce infatti mutazioni incessanti nelle condizioni che lo influenzano, nei soggetti coinvolti e nelle sue manifestazioni, come pure nei continui cambiamenti di intensità che ci impongono di analizzarlo con cura ogni volta.
Sappiamo ancora che oggi è un fenomeno in crescita, grave e minaccioso per la società nel suo insieme e tanto più per chi ne è la vittima designata, ma di cui è molto difficile valutare la portata nei vari momenti, anche perché procede non di rado per fiammate, dall’accelerazione spesso imprevedibile. Si è dunque portati nella maggioranza dei casi a oscillare fra la sua sottovalutazione e l’atteggiamento opposto. Senza dimenticare che quando si fa più virulento non regredisce con la stessa rapidità con cui è cresciuto.
Già provare a misurare la portata dell’antisemitismo nei vari momenti, e a studiarne le forme e la penetrazione nella vita sociale – a seconda delle situazioni e dei mass media che lo attizzano e lo diffondono, social inclusi –, può essere dunque di una rilevante utilità. E per questo sono necessari gli strumenti specifici adeguati.
Così pure andrebbero analizzate, più che le cause su cui la discussione fra gli studiosi non è mai cessata, le sollecitazioni dalle quali può trarre alimento un suo sviluppo ulteriore, sapendo però che anche su questa via le difficoltà non mancano certo: nei casi in cui a prevalere è stata l’insicurezza provocata da una situazione generale di crisi, nel corso del tempo “gli” ebrei sono stati spesso indicati come capro espiatorio in modo del tutto indebito e strumentale; si pensi ad esempio a quando, durante la Seconda guerra mondiale, proprio “loro” ne sono stati indicati come i veri responsabili. L’ostilità nei loro confronti è in molti casi la risultante – lo si è visto sovente in passato – delle spinte più diverse, di cui non è così facile individuare la connessione diretta con la condizione specifica dei presunti colpevoli.
Negli ultimi tempi l’attenzione si è rivolta essenzialmente al contesto mediorientale come matrice di una ripresa consistente dell’odio contro gli ebrei. Ma anche qui la realtà è sempre meno lineare di quanto vorremmo. Come ha mostrato con precisione l’Istituto Cattaneo nella sua indagine sull’opinione pubblica a ridosso del 7 ottobre 2023, l’antisemitismo ha subìto una forte impennata già subito prima della reazione israeliana a quella strage, come se l’enormità del pogrom di Hamas avesse inopinatamente autorizzato lo sfogo di un’ostilità diffusa rimasta a lungo latente.
Quell’ostilità ha poi preso uno slancio di inusitata intensità proprio sull’onda del 7 ottobre e dell’attacco sferrato su più fronti all’esistenza stessa dello Stato di Israele, ma ha trovato una voce ulteriore nella reazione estrema alla vendetta oltre ogni limite del governo di Israele su Gaza e la Cisgiordania, divenuta una componente più o meno significativa a seconda dei casi, e difficile da isolare, della vasta protesta, più che giustificata e condotta soprattutto da giovani, contro i crimini di Netanyahu.
Dunque il Medio Oriente è diventato un luogo nevralgico per la comprensione dell’antisemitismo attuale, anche se continua a non essere il solo cui guardare. Un luogo nevralgico di fronte al quale non è facile districarsi, soprattutto per chi non ha una conoscenza specifica, per il carattere duramente polarizzato dello scontro politico in corso.
Proprio per questo l’opera forse cui dedicare una particolare cura – non certo soltanto da parte delle istituzioni culturali – potrebbe essere quella intesa ad aiutare a non cedere chi rischia, nella vita di tutti i giorni, di cadere nel pregiudizio – qui il discorso si fa generale e non riguarda solo l’antisemitismo –, ma è ancora disposto a mettere in discussione il proprio punto di vista. Penso alle molte persone singole che abbiamo intorno, compresi noi stessi. E penso a un tale impegno perché è così che si può fare opera di prevenzione, esercitando la propria responsabilità individuale e contrastando il senso di impotenza che tende a crescere ogni giorno di fronte a un mondo sempre più fuori controllo; ben prima di doversi misurare con le condizioni cui hanno dovuto fare fronte i nostri omologhi australiani, loro come noi persone comuni, ma costrette in una situazione limite.
Una scossa cui vale la pena sottoporsi
Ed è per la stessa ragione che il Centro Primo Levi, insieme al Polo del '900, ha deciso di celebrare con tanta maggior convinzione il 27 gennaio di quest’anno attraverso due iniziative coerenti con quanto espresso sinora: il 26 gennaio la presentazione della nuova edizione Einaudi, a cura di Domenico Scarpa e con la traduzione di Stefania Ricciardi, de La specie umana di Robert Antelme; subito dopo, il 28 gennaio, Da Treblinka, da Auschwitz. Dialogo fra testimoni, una lettura dell’attore Valter Malosti di brani tratti da L’inferno di Treblinka di Vasilij Grossman e dal Rapporto sulla organizzazione igienico sanitaria del campo di concentramento per Ebrei di Monowitz (Auschwitz - Alta Slesia), stilato già nel 1945 da Primo Levi e Leonardo De Benedetti.
Perché questa scelta? Per riproporre – in primo piano e nella loro crudezza – i fatti di ottant’anni fa considerati da angolature diverse. Vedere quei fatti attraverso lo sguardo di Antelme, di Grossman, di Levi e De Benedetti, è quasi come vederli per la prima volta: una scossa alla quale oggi sembra particolarmente utile sottoporsi.
Ma consideriamo più da vicino i contenuti dei due appuntamenti. Della realtà di Auschwitz si vuole offrire la descrizione obiettiva, redatta su richiesta dei sovietici all’atto della liberazione del campo da due uomini di scienza appena liberati dalla prigionia, volta a dimostrare, già a ridosso degli avvenimenti, che l’intento dei nazisti era l’annientamento pianificato e sistematico dei deportati e in prima istanza degli ebrei. Di Treblinka si vuole dare evidenza, ad opera di un grande giornalista di guerra come Grossman giunto sul posto al momento della liberazione, del suo essere un buco nero nel quale centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono stati fatti sparire appena scesi dal treno, senza neppure un momento di attesa. Dalla memoria di Antelme, deportato politico francese non ebreo, risulta infine quanto esteso e articolato al suo interno fosse il sistema concentrazionario strutturato da Hitler e dai suoi alleati in tutta Europa.
Presentare la realtà vera di quegli eventi ha lo scopo di fare chiarezza sul limite estremo cui può giungere la negazione dei diritti umani: a maggior ragione oggi quando cominciano a vedersi distintamente gli esiti delle crisi che vanno manifestandosi, mentre si sta esaurendo in un nuovo disordine planetario il ciclo apertosi con la sconfitta dei fascismi ottant’anni fa. Così pure si vuole mantenere alta l’attenzione sul peso che l’attacco agli ebrei ha in vario modo nei momenti di maggiore sconvolgimento, ieri come oggi: risultato e sintomo insieme – quell’attacco – del precipitare in una generale crisi di valori. Altro scopo, forse più contingente, di quelle iniziative è stabilire con forza un punto fermo contro due opposte tendenze: la prima, sempre più diffusa anche se con gradazioni diverse, conduce ad attenuare o tacitare il valore epocale della Shoah – e quindi a svalutare una data memoriale come il 27 gennaio – confondendo le vittime di allora, perseguitate e sterminate per il solo fatto di essere “di razza ebraica”, con gli ebrei di oggi accusati in quanto tali, tutti senza distinzioni, di essersi trasformati in carnefici.
La seconda tendenza, anch’essa più o meno esplicita e in vari casi chiaramente strumentale, considera la condizione attuale degli ebrei oramai così compromessa, a fronte di una ripresa giudicata ipertrofica dell’antisemitismo, da ritenere inutile, se non impossibile, provare a contrastare il pregiudizio e l’ostilità, contro gli ebrei come contro chiunque, confidando prima di tutto nel potere della parola e della verità.
FABIO LEVI
CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI PRIMO LEVI - TORINO
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L'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert: "raccogliere ciò che è sparso".
Di Corinne PERCHET, traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari
L'Illuminismo evoca un ideale costruito nel tempo, in parte sulla base di ciò che le generazioni successive hanno proiettato su questo movimento dalla dimensione europea. La forza e l'importanza di questa eredità in termini di valori sono tali che Philippe Sollers, in un articolo scritto per Le Nouvel Observateur nel 2006, ha chiesto: "Riaccendere l'Illuminismo"; e che il canale Arte propone una serie di documentari intitolata: "L'Illuminismo nel XXI secolo", un'epoca in cui il progresso, la preminenza della ragione e i diritti umani sembrano minacciati. Il progetto enciclopedico di Diderot e d'Alembert sembra rappresentativo dello spirito dell'Illuminismo. Fa parte dell'effervescenza del secolo, dell'eredità umanista di voler rimettere l'uomo al centro della riflessione, l’uomo che deve cercare la felicità sulla terra, e non in un'ipotetica salvezza.
Inoltre, la promozione e la condivisione della conoscenza erano centrali nell'attivismo dei "filosofi" del secolo, che si riunivano nei salotti e leggevano le loro opere ad alta voce. Vivevano in un'epoca segnata dalla proliferazione, a partire dal XVII secolo, di vari dizionari ed enciclopedie che circolavano in tutta Europa. Il sottotitolo dell'opera (Dictionnaire raisonné des arts, des sciences et des métiers - Dizionario sistematico delle arti, delle scienze e dei mestieri ), il Discorso preliminare di d'Alembert e la voce "Enciclopedia" di Diderot ne rivelano l'organizzazione, il contenuto e lo scopo. Esiste, infatti, una connessione tra le diverse voci e una relazione tra ciascuna parte e il tutto; inoltre, è in atto un sistema di rimandi incrociati tra le voci. Gli enciclopedisti cercavano anche di stabilire un corpus di conoscenze completo, concentrandosi sulla conoscenza dei mestieri e delle tecniche, illustrato da tavole. Si tratta, infine, di rendersi utili agli altri uomini: rendendoli meno ignoranti, i filosofi credono di contribuire alla felicità individuale e collettiva, in una società pacifica.
I collaboratori dell'opera
Per "raccogliere le conoscenze sparse sulla faccia della terra" e produrre un'opera ponderata, l'Enciclopedia doveva essere concepita come un'impresa collettiva. Diderot e d'Alembert si avvalsero quindi dell'aiuto di collaboratori esperti, competenti in campi diversi come la botanica, l'architettura, la medicina, l'economia, etc.. Mentre alcuni collaboratori si dimostrarono instancabili poligrafi (Diderot scrisse 5.400 articoli, il cavaliere de Jaucourt 17.000, praticamente un quarto dei testi, e d'Alembert scrisse o revisionò tutti gli articoli di matematica e fisica), stava emergendo una nuova tendenza: quella di utilizzare specialisti per affrontare argomenti di loro competenza. Charles-Georges Le Roi, ad esempio, luogotenente delle cacce reali dal 1760, fu l'esperto di caccia dell'opera e l'autore, in particolare, dell'articolo "L'istinto", che offre una nuova visione dell'animale, ripensando il suo posto e il suo rapporto con l'uomo. Grandi intellettuali dell'epoca, tra cui Voltaire (anche se mantenne una certa distanza dal progetto), Rousseau, d'Holbach, Turgot, Quesnay, Damilaville e altri, contribuirono con la loro competenza e perspicacia, ma molti collaboratori sono rimasti anonimi; ad oggi ne sono stati identificati 200.
In ogni caso, ciò che è notevole è che la loro posizione sociale non fosse un criterio di reclutamento: provenivano sia dall'aristocrazia sia dal Terzo Stato, erano artigiani, soldati e includevano persino ecclesiastici, come l'abate Morellet, che fu imprigionato alla Bastiglia, o l'abate de Prades, la cui tesi di teologia fu censurata e condannata al rogo. Vediamo quindi che, nonostante le loro diverse origini e background, questi uomini furono in grado di unirsi, ognuno contribuendo con il proprio tassello al puzzle, per produrre un'opera collettiva il cui impatto superò notevolmente la somma dei contributi individuali, nonostante difficoltà sia esterne sia interne, poiché gli autori non condividevano necessariamente le stesse idee. Ad esempio, l'articolo di Diderot "L'autorità politica" e "I rappresentanti" di d'Holbach presentano opinioni divergenti. Così, Rousseau pubblicò la sua Lettera sugli occhiali come risposta all'articolo di d'Alembert su "Ginevra", e successivamente si ritirò dal progetto enciclopedico. Tuttavia, i suoi articoli sulla musica – decine – e il suo articolo su "Economia (Politica)" rimangono. Così come il loro desiderio comune di riflettere e impegnarsi per la nascita di un mondo migliore.
L'ipertesto prima del suo tempo
L'opera non si limita a un inventario, una raccolta di articoli ordinati in ordine alfabetico. Offre una coerenza interna, e un sistema di rimandi incrociati, che articolano le conoscenze tra loro e ne arricchiscono il significato.
In primo luogo, il lettore è invitato a navigare in un diagramma ad albero che presenta il sistema della conoscenza umana, così come concepito da Diderot e d'Alembert, in cui ogni elemento di conoscenza può essere inserito e che rivela l'interdipendenza dei diversi tipi di conoscenza. Inoltre, il sistema proposto è organizzato attorno a tre punti d’ingresso, ciascuno corrispondente a una facoltà umana: memoria, ragione e immaginazione. Questo focus sposta l'enfasi dagli oggetti della conoscenza in sé al modo in cui gli esseri umani li concepiscono e possono afferrarli. "È dalle nostre facoltà che abbiamo dedotto la nostra conoscenza; la storia ci è venuta dalla memoria; la filosofia dalla ragione; e la poesia dall'immaginazione", scrisse Diderot nel suo Prospetto . Questa concezione, che porta il pensiero umanista nel presente, riflette l'idea di porre l'umanità al centro di questa ricerca di progresso e verità, una ricerca che dovrebbe condurre alla felicità.
Vi è poi un importantissimo sistema di rimandi (61700) tra gli articoli. Diderot ne individua quattro tipi nella voce "Enciclopedia". I "rimandi di cose", che "intrecciano il ramo con il tronco" (vedi sopra) e consentono "l'accertamento della verità" creando connessioni tra oggetti che altrimenti potrebbero sembrare isolati. I rimandi di parole, che alleggeriscono gli articoli evitando la noiosa e macchinosa ripetizione delle definizioni. Un terzo tipo crea connessioni all'interno di diversi campi, che potrebbero consentire "il perfezionamento delle arti conosciute, [...] l'invenzione di nuove arti, o [...] il restauro di antiche arti perdute". L'ultimo tipo, "satirico o epigrammatico", induce a una rilettura dell'articolo in chiave ironica. Questi rimandi, consentendo nuove associazioni o sollecitando il pensiero critico, assecondano l'ambizione di Diderot, che desidera, attraverso l'Enciclopedia, "cambiare il modo di pensare comune" e anche ampliare l'orizzonte di riflessione del lettore.
La riabilitazione delle conoscenze tecniche
L'Enciclopedia offre 11 volumi di tavole (la più grande raccolta mai assemblata all'epoca), molte delle quali riguardano arti e mestieri meccanici. Lo spirito riformista del secolo si estese, infatti, anche a quest'area; il desiderio di alcuni di sviluppare il commercio e la manifattura andava di pari passo con il desiderio di far uscire le tecniche di fabbricazione dal segreto delle officine. Questa dimensione tecnica e pratica che accompagna il sapere è essenziale per il filosofo Yves Michaud, e per lui è ciò che rende l'opera un evento significativo. Per lui, questa dimensione tecnica, che enfatizza il saper fare e le applicazioni del sapere, è in definitiva più importante della compilazione del sapere, cosa che altri avevano intrapreso fin dal Medioevo, ben prima degli enciclopedisti. Ecco cosa dice: "In effetti, l'Enciclopedia afferma e diffonde la convinzione che la teoria è pratica, che se si pensa correttamente, si deve agire correttamente e, viceversa, che non c'è azione senza una sana visione". Legato all'idea di diffondere una conoscenza che costruisca una comprensione libera da ideologie dominanti e manipolazioni di ogni tipo, quest’orientamento contribuisce pienamente alla dimensione umanistica e politica del progetto. Lo sviluppo della conoscenza deve essere aperto al confronto e alla discussione, e non deve ridursi al piano puramente intellettuale. Il contributo degli inventori all'umanità è elogiato da Diderot nel suo Prospetto. Coloro che lavorano con la mente e coloro che lavorano con le mani hanno qualcosa da imparare gli uni dagli altri; l'Enciclopedia garantirà questa possibilità: "Offriremo al lettore studioso ciò che avrebbe imparato da un artista guardandolo lavorare per soddisfare la sua curiosità; e all'artista, ciò che potrebbe desiderare di imparare dal filosofo per progredire verso la perfezione." (Diderot, Prospetto)
L'enfasi posta sulla riabilitazione delle arti e dei mestieri meccanici sembra anche indicativa di un cambiamento di mentalità. Diderot desiderava mettere in luce e valorizzare questo ramo sottovalutato dell'attività umana, ignorando i pregiudizi che sostenevano la superiorità delle arti liberali su quelle meccaniche e che negavano l'intelligenza degli artigiani, il cui ruolo era quello di servire coloro che, per nascita, non erano destinati a lavorare con le mani per guadagnarsi da vivere. Diderot scrisse persino nel suo Prospetto: "Ci siamo presi la briga di visitare le loro officine, di interrogarli, di scrivere sotto la loro dettatura, di sviluppare il loro pensiero e di estrarne i termini specifici della loro professione". Anche se le tavole sono state criticate per aver mostrato gli operai in modo idealizzato, non riflettendo le loro reali condizioni di lavoro e di vita, o sotto lo sguardo di nobili riccamente vestiti, in officina come nella mostra, l'importante è ancora la presenza congiunta nell'opera di aristocratici e operai, dopo che i filosofi li avevano ammessi, facendoli uscire dalla loro invisibilità, sottolineandone la necessità sociale.
L'Enciclopedia non è, tuttavia, un'opera rivoluzionaria. Pur attaccando le disuguaglianze, l'arbitrarietà e l'inefficienza dell'Ancien Régime, non mette in discussione il principio monarchico, di cui chiede una revisione essenziale, né promuove la democrazia. Come scrive Alain Pons: "[…] se vuole che il popolo sia felice, non cerca di dargli potere".
In conclusione, possiamo tracciare un parallelo tra l'approccio degli Enciclopedisti e il nostro approccio massonico; provenendo da contesti diversi, lavoriamo individualmente per un'impresa collettiva, "continuando al di fuori dell'opera iniziata nel Tempio", "diffondendo le verità che abbiamo acquisito". Raccogliere ciò che è sparso a livello umano, intellettuale e sociale contribuisce a costruire una società più giusta e tollerante, in cui nessuno dovrebbe sentirsi ignorato, disprezzato o oppresso. Per raggiungere quest’obiettivo, dobbiamo indubbiamente far rivivere e aggiornare l'ideale illuminista cui aderiamo. In altre parole, si tratta di andare oltre il binario di totale accettazione e totale rifiuto, sostenuto da coloro che accusano i filosofi illuministi di ingenuità, di propugnare un occidentalismo escludente o addirittura di essere alla radice del totalitarismo. La sfida, quindi, è trovare una terza via: restare fedeli ai princìpi forti dell'Illuminismo (preminenza della ragione, affermazione delle libertà, ricerca della felicità) e al tempo stesso integrare le grandi sfide del nostro secolo: il rifiuto dell'universalismo, del globalismo, dell'ecologia, del transumanesimo, dell'intelligenza artificiale…
In una lettera a Sophie Volland del 26 settembre 1762, Diderot scrisse a proposito dell'Enciclopedia: "Quest'opera produrrà sicuramente una rivoluzione nelle menti con il tempo, e spero che i tiranni, gli oppressori, i fanatici e gli intolleranti non ne trarranno vantaggio. Avremo servito l'umanità."
"Sta diventando essenziale per l'umanità formulare un nuovo modo di pensare se vuole sopravvivere e raggiungere un piano superiore."
Albert Einstein (1879-1955)
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La saga vivente degli ebrei dell'Amazzonia
Grazie a proficui scambi tra il Museo Ebraico di San Paolo in Brasile e il Museo d'Arte e Storia Ebraica di Parigi, un aspetto poco noto della storia ebraica, sia brasiliana sia globale, viene portato alla luce su entrambe le sponde dei fiumi e degli oceani: la presenza di una comunità ebraica sefardita in Amazzonia.
Di Antoine Kauffer
Pubblicato il 26 settembre 2025
Traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari
Febbraio 2025, Brasile sudorientale. Cieli azzurri, caldo soffocante, inquinamento. Alla vigilia del sacrosanto Carnevale, la megalopoli di San Paolo è in fermento. Innanzitutto, il suo centro storico, dove, discretamente incastonato tra l'elegante tratto di via Avanhandava e il viadotto Martinho Prado, dal dicembre 2021 si trova il Museo Ebraico della città. Una sinagoga in stile bizantino, progettata dall'architetto Samuel Roder nel 1928, durante l'arrivo degli immigrati ebrei europei nel paese tropicale. Dopo ampi lavori di ristrutturazione, l'edificio è stato convertito in museo. Sul frontone, in ebraico, si trova l'iscrizione: "Qui sorge il tempio di tutti i popoli". E, sulla barriera di vetro che incornicia l'edificio, l'intrigante titolo di questa mostra, inaugurata nel novembre 2024: "Judeus na Amazônia".
Ebrei in Amazzonia, beh! Lo scrittore Eduardo Halfon descrisse la foresta dell'Altipiano in Guatemala e i suoi campi di sopravvivenza per bambini ebrei a metà degli anni '80 nel suo libro "Tarantula", ma che dire di una comunità ebraica in Amazzonia? La ricca mostra al Museo Ebraico di San Paolo ci fornisce le informazioni di cui abbiamo bisogno. Si collega anche al pubblico francese attraverso la stagione interculturale Brasile-Francia 2025 e una giornata di scambio dedicata al Museo d'Arte e Storia Ebraica di Parigi il 14 settembre.
Una mostra poliedrica a San Paolo
Come spesso accade, esplora l'esilio, il viaggio e lo sfollamento su più scale tematiche. L'Amazzonia brasiliana viene trasportata a San Paolo e poi trasferita a Parigi. Tutto questo, due secoli dopo l'insediamento degli ebrei sefarditi marocchini nelle remote zone nord-occidentali del Brasile.
La storia, raccontata in dettaglio nella mostra che si è conclusa in Brasile lo scorso giugno, inizia nel 1810. Le sue radici affondano in un intreccio di ragioni economiche e politiche, credenze mitologiche e culturali. All'alba del XIX secolo, in seguito al trasferimento della famiglia reale portoghese in Brasile (1808), grazie a vari accordi economici – in particolare tra Portogallo e Inghilterra – divenne redditizio commerciare su questa sponda dell'Atlantico. La Costituzione del neonato Impero del Brasile, nel 1824, offrì inoltre libertà e diritti religiosi ai sudditi non cattolici del Vecchio Continente... e a quelli provenienti da altre parti.
Questa apertura geopolitica coincise con un'ondata di repressione contro la comunità ebraica riunita nelle mellah in Marocco. Riportò anche alla mente un antico mito, riportato nei Libri dei Re: le navi di Re Salomone che tornavano ogni tre anni da Tarsis, una città situata in una terra lontana, cariche di beni preziosi. In particolare, legni pregiati, che avrebbero permesso la costruzione del Tempio di Gerusalemme.
E se questa "terra lontana" non fosse altro che l'Amazzonia? Immagini di un Eldorado verde, una Canaan amazzonica, una sorta di Eretz amazzonico (titolo dell'opera di riferimento sull'argomento scritta da Samuel Benchimol e pubblicata in Brasile nel 1998) si delineavano già nella mente delle persone.
L'avventura era così suggellata: un gruppo di famiglie ebree marocchine emigrò in Amazzonia. Prima ai margini della foresta e nelle città rivierasche, poi, con l'apertura del Rio delle Amazzoni alla navigazione internazionale e il boom della gomma, nei nuovi centri urbani – la sinagoga Shaar Hashamaim, fondata lì nel 1824, è anche la più antica ancora in funzione nel paese.
Intorno al 1910, con il declino dell'economia della gomma, le comunità ebraiche che avevano lavorato principalmente come venditori ambulanti sul Rio delle Amazzoni si concentrarono e si trasferirono a Belém e Manaus, oppure si stabilirono nel sud-est, principalmente a Rio de Janeiro e San Paolo. "A quel tempo, circa 900 famiglie ebree vivevano a Belém, ovvero circa 4.500 persone", sottolinea Ilana Feldman, una delle quattro co-curatrici della mostra, la cui storia familiare è direttamente legata a questa vicenda.
Continua: "È importante capire che questi ebrei marocchini hanno vissuto fin dal loro arrivo in un ambiente eterogeneo, accanto a popolazioni indigene, siriano-libanesi, arabi e migranti provenienti da altri paesi". La mescolanza era in atto. "Oggi, circa 400 famiglie ebree vivono in Amazzonia; sono distribuite principalmente tra Belém e Manaus, con comunità a Macapá, Santarém, Breves, Parintins, Óbidos e Gurupá", spiega.
Nel seminterrato dell'edificio, la mostra presenta quasi 300 oggetti, come una magnifica ceramica realizzata nel 1980 sull'isola di Marajo, con una Stella di David come motivo centrale. Il tutto è completato da archivi fotografici, lettere, testimonianze e note esplicative. Una ricchezza di fonti eterogenee riflette la varietà di background dei curatori: oltre a Ilana Feldman, specialista in immagini e cinema, ci sono lo storico Aldrin Moura de Figueiredo, la curatrice del patrimonio Mariana Lorenzi e l'antropologo Renato Athias.
Un viaggio attraverso tredici temi che spaziano dall'attività economica alla partecipazione delle donne, passando per la vita religiosa adattata alle condizioni locali degli ebrei amazzonici. E l'impegno spesso trascurato degli artisti ebrei nei confronti delle popolazioni indigene dell'Amazzonia. Come il sensibile lavoro della fotografa Claudia Andujar, nota in Francia attraverso la Fondation Cartier, che le ha dedicato una retrospettiva nel 2020. Qui, accanto ai suoi ritratti del popolo Yanomami, c'è questa sua dichiarazione: "Ho un legame molto forte con gli Yanomami. L'ho fatto per la mia storia di vita, perché proprio come gli indigeni [che hanno perso i propri cari a causa del contatto con i non indigeni], anch'io ho perso i miei cari ebrei [durante l'Olocausto]".
Una giornata di studio interculturale a Parigi
Da un continente all'altro. "In effetti, un progetto con il Museo Ebraico di San Paolo è in cantiere da due anni e mezzo. La stagione interculturale Brasile-Francia del 2025, il suo curatore brasiliano Emilio Kalil e il direttore dell'istituzione culturale di San Paolo, Felipe Arruda, ci hanno offerto questa opportunità", afferma Sophie Andrieu, responsabile della programmazione del Musée d'Art et d'Histoire du Judaïsme di Parigi.
Per l'occasione, l'ampio programma (proiezioni di film, testimonianze, conferenze, etc.) amplia il tema della mostra, svelando una ricca produzione artistica e un campo di studi a sé stante. Ilana Feldman, ad esempio, ci introduce alla vita della scrittrice Sultana Levy Rosenblatt (non tradotta in francese): nata a Belém nel 1910, questa intellettuale pubblicò, tra le altre opere, il romanzo Barracão nel 1959 nel contesto del modernismo amazzonico. Un altro esempio è quello dell'artista visiva Hannah Brandt, attualmente protagonista di una mostra monografica al Museo Ebraico di San Paolo. L'anteprima del documentario Um Shabat na Outra Margem do Rio (Uno Shabbat sull'altra riva del fiume), in vista del suo lancio ufficiale il mese prossimo a San Paolo, permette al regista Diego Lajst di chiarire la sua prospettiva: "Il tema centrale ne comprende molti altri. Volevo concentrarmi sulla permanenza delle tradizioni ebraiche sefardite nel contesto amazzonico". A questo proposito, il viaggio di una giovane donna del Brasile sudorientale sulle orme dei suoi antenati ebrei amazzonici permette al regista di mostrare filmati d'archivio di queste regatões, imbarcazioni che trasportavano merci fluviali tra le città rivierasche. È anche un'opportunità per dare voce a ricercatori specializzati e membri di queste comunità e per incarnare i trasferimenti e gli adattamenti culturali tra le pratiche dell'ebraismo in Marocco e in Amazzonia, ad esempio nei loro legami con la gastronomia. Oltre alle storie uniche che racconta, il documentario offre uno scorcio sui paesaggi amazzonici e sulla meteorologia unica della regione. Le sfide dell'accessibilità e dell'archiviazione (manutenzione, conservazione) a tali latitudini sono evidenti.
In definitiva, svelando la storia multiforme degli ebrei amazzonici, vengono messi in luce i legami diasporici, misti e intrecciati tra fiumi, oceani e continenti. Ci auguriamo che queste molteplici iniziative rendano visibile una storia poco conosciuta, arricchiscano la storiografia sull'argomento e ricompongano storie personali frammentate.
FONTE TENOUA
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Israele
Quali sono i luoghi comuni antisemiti sugli ebrei e su Israele?
Fonte HeyAlma, traduzione dall’inglese a cura di Barbara de Munari
Quando si parla di Israele e antisemitismo – quando è antisemita criticare Israele? Qual è il confine tra antisionismo e antisemitismo? Protestare rende gli ebrei meno sicuri? – è difficile trovare risposte definitive, perché nessuno è d'accordo. Nemmeno tutti gli ebrei.
Ci sono reazioni forti, spesso emotive, a frasi come "dal fiume al mare", termini come "genocidio" e movimenti di boicottaggio come il BDS , tutti elementi che hanno acquisito maggiore visibilità dall'inizio della guerra tra Israele e Hamas nell'ottobre 2023.
Quindi affrontiamo la grande domanda...
L'antisionismo è antisemita?
Questa è una delle domande più complicate e cariche di emotività nella vita ebraica odierna.
Una definizione ampiamente utilizzata di antisemitismo proviene dall'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), secondo cui "negare al popolo ebraico il diritto all'autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l'esistenza di uno Stato di Israele sia un'iniziativa razzista", potrebbe essere antisemita. Questa definizione è stata adottata o approvata da decine di governi e istituzioni, tra cui il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
Molte persone, compresi molti ebrei, concordano con questa idea. Sostengono che, come altri gruppi etnici e religiosi, gli ebrei abbiano diritto all'autodeterminazione. Individuarli come un'eccezione è considerato antisemita. Altri ritengono che l'antisionismo implichi spesso la negazione del legame religioso e storico del popolo ebraico con la terra di Israele, e che negare la storia e l'identità di un popolo possa anche essere una forma di intolleranza.
Per molti ebrei, il sionismo non è solo una questione politica: è una questione di sicurezza, sopravvivenza e appartenenza. È anche per questo che questa conversazione può sembrare così personale e carica di tensione.
Altri, tra cui alcuni ebrei, rifiutano l'idea che l'antisionismo sia intrinsecamente antisemita. Sostengono che la creazione di Israele come stato ebraico abbia portato allo sfollamento dei palestinesi e che non sia antisemita opporsi a un sistema che privilegia un gruppo rispetto ad altri. Da questa prospettiva, sostenere la parità di diritti per tutti coloro che vivono in Israele – o criticare l'idea di uno stato costruito attorno all'identità ebraica – è una posizione etica, non bigotta.
In un recente sondaggio , circa il 13% degli ebrei americani ha affermato che la frase "Israele non ha il diritto di esistere" non è antisemita. E alcuni ebrei che si definiscono antisionisti sostengono che, sebbene Israele possa avere il diritto di esistere, non dovrebbe farlo in quanto Stato che privilegia gli ebrei rispetto agli altri, e che anche i palestinesi hanno diritto all'autodeterminazione.
Esistono risposte definitive all'antisemitismo e al dibattito su Israele?
La maggior parte delle persone, compresi molti ebrei, concorda sul fatto che sia assolutamente possibile criticare il governo israeliano o le sue politiche senza essere antisemiti. Allo stesso tempo, ci sono modi molto concreti in cui il discorso su Israele può virare verso l'antisemitismo.
Come riconoscere quando il discorso su Israele vira verso l'antisemitismo?
Le critiche a Israele possono sfociare nell'antisemitismo se:
- Utilizza classici tropi antisemiti (ad esempio, gli ebrei controllano i media, sono avidi o fanno parte di una cospirazione segreta).
- Incolpa i singoli ebrei o tutte le istituzioni ebraiche per le azioni del governo israeliano.
- Presuppone che tutti gli ebrei e le istituzioni ebraiche siano sionisti, condensando così un complesso mix di identità religiose, culturali e politiche in un'unica etichetta e rendendo gli ebrei bersagli di ostilità legate a Israele.
- Individua gli ebrei come coloro che non hanno uno Stato o l'autodeterminazione perché sono ebrei.
- Accuse secondo cui le politiche di Israele sono discriminatorie perché gli ebrei non possono fare a meno di discriminare gli altri.
- Inviti alla violenza contro gli ebrei come vendetta per le azioni del governo israeliano
Come accennato in precedenza, la definizione dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) è un quadro di riferimento cui spesso ci si riferisce quando si cerca di tracciare una linea di demarcazione tra critica a Israele e antisemitismo. Afferma che "le critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite". Ma avverte anche che qualcuno potrebbe commettere antisemitismo applicando "doppi standard" a Israele, ad esempio "richiedendogli un comportamento non previsto o richiesto da qualsiasi altra nazione democratica".
Anche questo aspetto è diventato sempre più controverso, con molti a sinistra che sostengono che questi esempi possano essere usati per mettere a tacere le critiche legittime o violare la libertà di parola.
È complicato.
In generale, se vedi qualcosa di preoccupante da un amico o da una persona cara, ti consigliamo di contattarlo, idealmente di persona o al telefono, e di cercare di avere una conversazione più articolata. Ascolta il loro punto di vista e condividilo con lui. A volte, evitare o mettere da parte parole d'ordine come sionismo/antisionismo, genocidio, apartheid o insulti come "ebreo che odia se stesso" può essere d'aiuto: queste parole possono rapidamente far scattare l'ira o far deragliare la conversazione, spingendola a discutere di semantica anziché del vero cuore della questione.
Potresti non avere ancora chiarezza alla fine della conversazione, o potresti dover accettare di non essere d'accordo. Forse capirai che il loro intento non era antisemita, ma avrebbero potuto esprimersi meglio. Forse emergerà la loro vera natura. E forse scoprirai di avere in realtà molti più punti su cui concordare di quanto pensassi.
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- Scritto da Barbara de Munari
- Categoria: IL PUNTO - LE POINT
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Riprendiamo da LIBERO di oggi, 09/08/2025, a pag. 1/5 con il titolo "Il mondo di fronte a un bivio. E l’Europa è dalla parte sbagliata" l'editoriale di Mario Sechi.
Trump e Netanyahu: il loro disegno per un nuovo Medio Oriente è una svolta storica per il mondo. Per la prima volta non si tratta con i terroristi e si accantona a tempo indeterminato la prospettiva dei due popoli in due Stati. L'Europa, come sempre, sta dalla parte sbagliata della svolta, continuando a sostenere la "causa palestinese".
https://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=16&sez=120&id=99812
Nella primavera del 1940 Winston Churchill affrontò un drammatico vertice del suo governo mentre le forze inglesi erano in ritirata da Dunkirk e la Francia stava per cadere sotto le armi dei tedeschi. Il 28 maggio, il primo ministro riunì i 25 membri dell’esecutivo, il suo piano era quello di disinnescare le manovre di Lord Halifax, il ministro degli Esteri, che puntava a negoziare la pace con Adolf Hitler grazie alla mediazione di Benito Mussolini assicurata dall’ambasciatore italiano Giuseppe Bastianini.
Nelle riunioni precedenti dell’esecutivo Halifax aveva tentato di convincere Churchill a impegnarsi - con una dichiarazione ufficiale - per aprire i negoziati con la Germania, ma il primo ministro inglese vinse l’appuntamento con la storia con un discorso memorabile che molti in parte conoscono per la superba interpretazione di Gary Oldman nel film «L’ora più buia».
Ieri come oggi, la guerra presenta il conto agli uomini e alle donne sorretti da forti principi, rivela i caratteri deboli e le loro ambigue manovre, racconta le virtù e i vizi di un’epoca, la nostra. Quando il governo di Israele decide di occupare tutta Gaza, «finire il lavoro» contro Hamas, presenta di fronte al mondo l’urgenza di eliminare la minaccia esistenziale che il popolo degli ebrei conosce più di chiunque altro sulla terra.
L’intensa discussione all’interno dell’esecutivo israeliano dimostra, ancora una volta, la forza della democrazia, la stessa opinione contraria del capo dell’esercito è prova di solidità delle istituzioni, la politica è una dura lezione quotidiana di sopravvivenza della libertà. Israele non è Hamas, il suo esercito è il più ammirato e studiato del mondo, anche da coloro che in queste ore si muovono come ombre.
La guerra di Israele su 7 fronti (Gaza, Libano, Cisgiordania, Siria, Yemen, Iran e Iraq) va avanti da 673 giorni: abbiamo visto l’orrore della strage degli ebrei del 7 ottobre 2023, la formidabile reazione con la campagna contro Hamas e l’eliminazione della mente diabolica del massacro, Yahya Sinwar; la distruzione di Hezbollah e la fine di Nasrallah e di tutti i suoi capi; l’attacco all’Iran e l’annientamento del programma nucleare dell’uomo con il mitra in mano, l’ayatollah Ali Khamenei; la caduta del regime e la fuga del macellaio di Damasco, Bashar al-Assad. Mai come oggi il Medio Oriente ha la possibilità di svoltare, per la prima volta la Lega Araba ha chiesto all’unanimità a Hamas di liberare gli ostaggi e disarmare le milizie, ma le belve del 7 ottobre hanno ancora i loro artigli conficcati su Gaza, razziano gli aiuti alimentari, pubblicano i video degli ostaggi ebrei in condizioni disumane, sono assassini che cercano il bagno di sangue. Non hanno mai voluto i due Stati e i palestinesi - che li hanno seguiti nel culto della morte, fino a ballare nelle strade di Gaza nel giorno della strage degli ebrei del 7 ottobre - in questo scenario non lo avranno perché non ci sono più le condizioni politiche. Per la prima volta, il governo israeliano ha un piano che non prevede il compromesso con i terroristi, non ci sarà alcun negoziato con Hamas, è aperta solo la possibilità della resa.
Alcuni analisti fanno notare che si tratta di uno shock per l’élite militare israeliana, abituata di fatto a sostituirsi ai governi nella pianificazione degli obiettivi politici da conseguire.
Una generazione di generali israeliani è cresciuta e ha ingrossato le file dei centri studi di Washington con l’idea di giungere a un negoziato. Anche l’ultimo numero di Foreign Affairs presenta questo paradigma («Israel Is Fighting a War It Cannot Win», Israele sta combattendo una guerra che non può vincere, articolo firmato dall’ex comandante della Marina e capo dello Shin Bet, Amy Ayalon), dell’impossibilità di acquisire la vittoria totale su Hamas. Nessuno di questi raffinati strateghi avrebbe vinto la Seconda guerra mondiale, sarebbero stati dalla parte di Lord Halifax ieri, come sono oggi dalla parte del premier britannico Keir Starmer e del presidente francese Emmanuel Macron. Ultimo arrivato in questa galleria di tragiche figure in fuga dalla realtà è Friedrich Merz: stritolato da un’alleanza impossibile con i socialdemocratici, spaventato da un’economia in caduta libera, il cancelliere tedesco ieri ha annunciato lo stop della Germania agli aiuti militari a Israele.
La decisione è pura propaganda politica, ridicola sul piano militare (la Germania vende a Israele principalmente sottomarini, non mi risulta che nella guerra di Gaza ci sia uno scontro con i sommergibili di Hamas) ma il dato politico, quello sì è notevole e rattrista: la Germania, con tutta quella storia che ha sulle spalle, chiude gli occhi, si tuffa nell’abisso e aiuta i carnefici degli ebrei.
Netanyahu ha chiuso quella storia di «stop and go»- che conduce a una guerra che è una triplice negazione: non definita, non finita, infinita- l’altro ieri quando ha detto «non voglio perpetuare Hamas, voglio sconfiggerlo». Tutte le operazioni militari degli ultimi vent’anni hanno sempre incontrato questo limite: hanno perpetuato Hamas, lo hanno reso sempre più forte, armato e tentacolare, facendolo diventare il braccio armato dell’Iran insieme a Hezbollah in Libano, hanno convinto gli islamisti che Israele e gli ebrei potevano «essere buttati a mare».
Il piano del governo israeliano- sostenuto dagli Stati Uniti - ha una visione completamente opposta alla narrazione delle anime belle europee e di un’astratta “comunità internazionale” che fa molto rumore, si indigna (solo per i palestinesi, i morti ebrei non esistono) ma sparisce nel momento dell’azione. Quattro sono i punti del piano: 1. La soluzione dei due Stati non c’è e non ci sarà per lungo tempo, la popolazione residente potrà scegliere se andare via o integrarsi in un percorso di pace e sviluppo economico collegato con la regione; 2. Hamas sarà eliminato sul piano militare e politico, non potrà mai dominare di nuovo Gaza City e la Striscia, quanto all’Autorità Palestinese, Abu Mazen ha dimostrato tutta la sua inconsistenza, non ha alcun futuro; 3. Le milizie saranno disarmate, si tratta di un percorso parallelo a quello del Libano, guardare quanto deciso dal governo di Beirut pochi giorni fa sul disarmo di Hezbollah, concordato con gli Stati Uniti; 4. Israele non vuole occupare Gaza e restarvi, vuole eliminare il nemico e ritirarsi (com’era già avvenuto nel 2005). La Striscia non sarà territorio sovrano e sarà posta sotto il controllo di Stati arabi alleati di Israele e degli Stati Uniti.
Questo percorso è condiviso dall’amministrazione Trump che gioca sulla scacchiera mondiale, muovendo i pezzi in Medio Oriente e in Ucraina. La Casa Bianca è impegnata sui due fronti per contrastare la Cina e la Russia nella corsa energetica e tecnologica, settori chiave dove l’Europa- che non ha materie prime e ha bloccato il suo sviluppo tecnologico con una montagna di regole dettate dall’ideologia green - fa la parte del cliente, cioè della preda, come già abbiamo visto nel negoziato sui dazi.
Decenni di sonnambulismo pesano e il conto è arrivato. Trump sta tentando di mettere insieme il puzzle dei due conflitti per costruire un nuovo ordine dove gli Stati Uniti sono la prima potenza tra Oriente e Occidente.
Il prossimo colloquio tra Trump e Putin sull’Ucraina (snodo di gasdotti fondamentali per l’Unione europea) avrà sullo sfondo questa battaglia: Mosca ha le sue forniture di gas interdette all’Europa, ma a loro volta gli Stati Uniti vogliono vendere gas e petrolio al Vecchio Continente (fa parte dell’accordo sui dazi) e dunque un ritorno alla vecchia “politica del tubo” appare impossibile. I russi sono anche il principale alleato di un Iran decadente (ma sempre pericoloso), mentre la Cina in queste settimane ha mostrato il suo vero lato debole: dipende dall’export americano per mantenere ordine e stabilità in uno Stato di un miliardo di persone che invecchiano rapidamente, mentre il Partito comunista cinese ha fatto salire una coltre di mistero sul presente e il futuro di Xi Jinping. Ai russi resta l’alleanza con la Cina (che gli Stati Uniti vogliono indebolire), in parte l’India di Modi (che ha appena avuto un primo avviso con le sanzioni americane), mentre in Medio Oriente i sauditi e le altre petro-monarchie del Golfo sono allineati a Washington. Il corridoio energetico che va dal gas del Qatar e sfocia nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez è il primo pilastro della strategia americana. I palestinesi sono il grande ostacolo a questo passaggio geopolitico, sono una distrazione letale, una fonte di disordine globale, impediscono la nascita di un nuovo ordine, stabile e sicuro, ecco perché la Casa Bianca appoggia Israele, vedono il premier Netanyahu come un possibile vincitore della partita interna e sono pronti a fare concessioni a Gerusalemme sul futuro di Gaza.
Dettaglio da seguire con attenzione, per sapere, per capire: pochi giorni fa gli azionisti di Leviathan, uno dei più grandi giacimenti di gas naturale del Mediterraneo, a 130 chilometri dalla costa di Haifa, hanno siglato un accordo per esportare 35 miliardi di dollari di gas verso l’Egitto. L’azionista principale di Leviathan è la società israeliana NewMed Energy (45.3%), insieme agli americani di Chevron (39.66%) e Ratio Oil Corp. (15%), sempre israeliana. Unite i puntini e vedrete il futuro, non quello delle frasi sgangherate dei presunti statisti europei che ignorano quel che accade sotto il loro naso.
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