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Gustav Klimt, «Ritratto di Gertrude Loew», 1902 (che fu trafugato dai nazisti)
Il "Ritratto di Gertrud Loew" (noto anche come Bildnis Gertrud Loew o Gertha Felsőványi), dipinto da Gustav Klimt nel 1902, è un capolavoro rimasto al centro di una complessa e celebre vicenda di restituzione di opere d'arte trafugate dal regime nazista. [1, 2]
Il dipinto, caratterizzato da un'eterea veste diafana ottenuta attraverso la sovrapposizione di bianchi traslucidi, immortala la diciannovenne Gertrud Loew. [3, 4]
La storia e il trafugamento
• La commissione: L'opera fu ordinata a Klimt dal dottor Anton Loew, un rinomato medico viennese titolare di una clinica privata in cui fu curato lo stesso artista. Gertrud era sua figlia. [4, 5]
• La fuga e la perdita: Nel 1938, a causa delle sue origini ebraiche e in seguito all'Anschluss (l'annessione dell'Austria alla Germania nazista), Gertrud fu costretta a fuggire negli Stati Uniti. Il quadro rimase a Vienna; secondo le ricostruzioni, una persona incaricata di custodirlo lo cedette alla Gestapo. [6, 7, 8, 9]
• Il passaggio a Ucicky: Nel 1942 il ritratto finì nella collezione di Gustav Ucicky, regista di film di propaganda nazista e figlio illegittimo dello stesso Gustav Klimt. [9, 10]
La contesa e la restituzione
Alla morte di Ucicky, la sua collezione passò alla vedova, Ursula Ucicky, che nel 2013 istituì la Klimt Foundation di Vienna. [10]
• La battaglia legale: Andrea Felsovanyi, nipote ed erede di Gertrud Loew, ha avviato una battaglia legale per riottenerlo.
• La decisione: Sebbene la legge austriaca non obbligasse la Fondazione privata alla resa, lo statuto interno della Klimt Foundation prevedeva l'obbligo di risolvere i casi di arte trafugata secondo i principi di giustizia internazionali. Un comitato di esperti stabilì che l'opera rientrava a pieno titolo tra i beni confiscati ingiustamente. [2, 6, 11]
L'epilogo e la vendita all'asta
Nel 2014 è stato raggiunto un accordo amichevole di restituzione tra la Klimt Foundation e gli eredi della famiglia Loew-Felsőványi. In base all'accordo, le due parti hanno deciso di vendere congiuntamente l'opera e spartirne i proventi. [2, 12]
Il dipinto è stato infine battuto all'asta da Sotheby's a Londra nel giugno del 2015, dove è stato venduto per oltre 24 milioni di sterline. [4, 8]
[2] https://www.timesofisrael.com
[5] https://www.ilgiornaledellarte.com
[7] https://www.ilgiornaledellarte.com
[10] https://www.bbc.com
[12] https://news.masterworksfineart.com
Nella Vienna di inizio Novecento, la famiglia Loew rappresentava la quintessenza dell'alta borghesia colta ed ebraica, protagonista assoluta della straordinaria stagione
culturale e scientifica nota come Fin de Siècle viennese. [1, 2]
Il cuore pulsante del loro prestigio e della loro fortuna fu il celebre Sanatorio Löw, all'epoca la più grande e rinomata clinica privata della capitale austriaca. [3, 4, 5, 6]
Il Sanatorio Löw: crocevia dell'élite viennese
Fondato inizialmente nel 1859 dal patriarca Heinrich Löw, l'istituto fu radicalmente ampliato e trasformato dal figlio, il dottor Anton Loew (1847–1907). Medico visionario, Anton trasferì la clinica nel distretto di Alsergrund (in Mariannengasse) e la rese un modello di avanguardia scientifica: [3, 6, 7, 8, 9]
• Eccellenza medica: Fu la prima clinica privata di Vienna dotata di sale operatorie antisettiche e sterilizzate secondo i più moderni standard igienici dell'epoca. Nel 1906 venne anche inaugurato un reparto di ostetricia eccezionalmente innovativo. [3, 10, 11]
• Pazienti illustri: Il sanatorio divenne il luogo di cura prediletto dall'aristocrazia asburgica e dall'élite intellettuale della città. Tra le sue stanze passarono il filosofo Ludwig Wittgenstein, il pittore Ferdinand Hodler e lo stesso Gustav Klimt. Fu proprio qui che il leggendario compositore Gustav Mahler trascorse i suoi ultimi giorni di vita, spegnendosi nel maggio del 1911. [4, 5, 6, 7, 12]
Mecenatismo e il legame con la Secessione
Oltre ai meriti medici, il dottor Anton Loew fu un appassionato collezionista d'arte e uno dei primi fondamentali finanziatori della Secessione Viennese.
La lussuosa residenza di famiglia a Pelikangasse, situata a pochi passi dal sanatorio, ospitava una straordinaria collezione d'arte che rifletteva lo spirito del tempo. Oltre al celebre ritratto della figlia diciannovenne Gertrud, le pareti di casa Loew custodivano capolavori assoluti come la prima "Giuditta" (Judith I) di Klimt e "Il prescelto" di Ferdinand Hodler. [2, 5, 6, 12]
Gertrud Loew: tra ascesa sociale e tragedie personali
Nata nel 1883, Gertrud (detta Gertha) era la figura centrale della nuova generazione Loew. La sua vita personale incarnò perfettamente i fasti e le fragilità dell'epoca: [12, 13]
• Il passaggio di testimone: Alla morte del padre nel 1907, Gertrud ereditò la quota di maggioranza e la gestione amministrativa del sanatorio. [1, 14]
• I matrimoni: Nel 1903 sposò in prime nozze Hans Eisler von Terramare, ma l'unione naufragò precocemente dopo la drammatica e prematura scomparsa dell'unica figlia della coppia, la piccola Gertrude. Nel 1912 si risposò con l'industriale ungherese Elemér Baruch von Felsöványi, con cui ebbe tre figli e da cui rimase vedova nel 1923, quando l'uomo morì improvvisamente di polmonite. [12, 14]
Il tragico epilogo e la cancellazione della memoria
La splendida parabola della famiglia Loew si interruppe bruscamente nel 1938 con l'Anschluss. Nonostante Gertrud avesse abbracciato la fede cattolica, le origini ebraiche della famiglia la resero un bersaglio immediato delle leggi razziali naziste. [1, 7, 15]
• La liquidazione: Il rinomato Sanatorio Löw fu confiscato dalla Gestapo, forzatamente chiuso e liquidato nel 1939.
• L'esilio: Spogliata di ogni bene e spinta dal proprio avvocato ad abbandonare la residenza di famiglia, Gertrud fuggì precipitosamente da Vienna nel 1939. Dopo un tormentato viaggio attraverso il Belgio e la Colombia (dove lavorò temporaneamente come insegnante di francese), riuscì a stabilirsi negli Stati Uniti grazie all'intercessione di Eleanor Roosevelt, che le ottenne un visto d'ingresso. [1, 7, 14, 16]
Gertrud morì in California nel 1964 senza mai più fare ritorno a Vienna, lasciando dietro di sé quel mondo scintillante che Klimt aveva magistralmente impresso sulla tela. [9, 17]
[1] https://www.klimt-database.com
[3] https://www.geschichtewiki.wien.gv.at
[5] https://www.klimt-database.com
[6] https://www.klimt-database.com
[7] https://www.historyshomes.com
[10] https://magazin.wienmuseum.at
[12] https://www.ilgiornaledellarte.com
[14] https://www.klimt-foundation.com
[15] https://www.arte.it
[17] https://www.theguardian.com
La vicenda della restituzione del "Ritratto di Gertrud Loew" (o Gertha Felsőványi) di Gustav Klimt è un caso emblematico di restituzione di opere d'arte razziate dai nazisti, risolto attraverso ricerca storica, principi internazionali e un accordo amichevole.
Contesto storico e provenienza
- 1902: Il dottor Anton Loew (fondatore di un famoso sanatorio viennese, che curò anche Klimt) commissiona il ritratto della figlia Gertrud (Gertha), allora diciannovenne. L'opera rimane di proprietà della famiglia Loew.
medium.com
- 1938-1939:
- Dopo l'Anschluss (annessione dell'Austria alla Germania nazista), Gertha Loew — di origini ebraiche, già vedova e divorziata — fugge in esilio negli Stati Uniti (prima in Inghilterra, poi USA). Lascia i beni, compreso il ritratto, a una persona di fiducia. Questa, a sua volta perseguitata, è costretta a vendere sotto coercizione. Il quadro finisce sul mercato nero o attraverso transazioni forzate dell'epoca nazista.
klgates.com
- Anni '40: Il dipinto viene acquisito da Gustav Ucicky, regista cinematografico di propaganda nazista e figlio illegittimo di Klimt (nato da una relazione con Maria Ucicka). Non è chiaro il dettaglio esatto dell'acquisto, ma ricerche successive lo collocano nel periodo nazista in Austria.
news.artnet.com
- 1961: Alla morte di Ucicky, il quadro passa alla moglie Ursula Ucicky.
Il processo di restituzione (2013-2014)
Nel 2013 Ursula Ucicky fonda la Klimt Foundation (Gustav Klimt | Wien 1900 – Privatstiftung) e dona alla fondazione una collezione di opere, tra cui questo ritratto. La fondazione decide di indagare sistematicamente la provenienza delle opere per aderire ai Washington Principles on Nazi-Confiscated Art (1998), che invitano a una soluzione “giusta e fair” per le opere d’arte saccheggiate dai nazisti.
klgates.com
- Viene commissionato uno studio indipendente di provenienza.
- Emerge chiaramente che il quadro non fu mai restituito a Gertha o ai suoi eredi dopo la guerra.
- Un comitato legale indipendente conclude che, se si applicasse la legge austriaca sulla restituzione, l’opera dovrebbe essere restituita agli eredi.
klimt-database.com
La nipote di Gertha, Andrea Felsőványi, avanza una rivendicazione formale a nome della famiglia (Felsőványi / Felsöványi). Nel 2014 si raggiunge un accordo extragiudiziale tra la Klimt Foundation e gli eredi: il quadro viene “restituito” moralmente e legalmente agli eredi in comproprietà (o con accordo di condivisione dei proventi), insieme ad altri disegni della famiglia. I termini esatti dell’accordo rimangono riservati.
news.artnet.com
Vendita all’asta (2015)
Nel giugno 2015 Sotheby’s a Londra mette all’asta l’opera come proprietà congiunta (Klimt Foundation + eredi Felsőványi).
- Stima pre-asta: 18-25 milioni di sterline (o fino a 28 milioni di dollari secondo alcune fonti).
- Prezzo di vendita: oltre 24 milioni di sterline (circa 38 milioni di dollari all’epoca), superando le aspettative.
klgates.com
È stato descritto come uno dei migliori ritratti di Klimt apparsi all’asta negli ultimi decenni.
Significato più ampio
Questo caso si distingue per essere stato risolto senza un lungo contenzioso giudiziario (a differenza del famoso caso di Adele Bloch-Bauer / “Woman in Gold”). La Klimt Foundation ha scelto una via etica e collaborativa, coerente con gli standard internazionali sulla restituzione delle opere naziste. Dimostra come la ricerca di provenienza e l’adesione volontaria ai principi di Washington possano portare a soluzioni condivise tra fondazioni/private e famiglie delle vittime.
klgates.com
Gertha Loew (morta negli USA) riuscì a ricostruirsi una vita; il ritratto, oltre al valore artistico, simboleggia la resilienza di una giovane donna ebrea viennese e la parziale “riparazione” storica per le spoliazioni naziste.
Diverso in parte è il caso "Woman in Gold" (o "La Donna in Oro"), uno dei più famosi e simbolici della restituzione di opere d'arte razziate dai nazisti. Riguarda il capolavoro di Gustav Klimt Ritratto di Adele Bloch-Bauer I (1907), noto per il suo uso generoso di foglia d'oro.
en.wikipedia.org
Contesto storico
- Adele Bloch-Bauer (1881-1925) era una ricca ereditiera ebrea viennese, moglie di Ferdinand Bloch-Bauer (magnate dello zucchero) e mecenate delle arti. Frequentava un salotto intellettuale e posò per Klimt in due ritratti (1907 e 1912) e altri lavori.
- Il primo ritratto fu commissionato da Ferdinand e completato tra il 1903 e il 1907. Adele morì nel 1925; nel suo testamento espresse il desiderio che, dopo la morte del marito, alcuni quadri (incluso questo) andassero alla Galerie Belvedere di Vienna. Tuttavia, i quadri appartenevano legalmente a Ferdinand, non ad Adele.
christies.com
- 1938 (Anschluss): Dopo l'annessione dell'Austria alla Germania nazista, la famiglia ebrea Bloch-Bauer fu perseguitata. Ferdinand fuggì in Svizzera. I nazisti confiscarono la sua collezione d'arte (inclusi i Klimt), la casa e le proprietà, spesso sotto false accuse di evasione fiscale o attraverso "arianizzazione" forzata. Il ritratto finì alla Galerie Belvedere.
neuegalerie.org
La lotta per la restituzione
- Maria Altmann (1916-2011), nipote di Ferdinand e Adele (fuggita in Inghilterra e poi negli USA), era l'unica erede sopravvissuta diretta. Negli anni '90, grazie alle indagini del giornalista Hubertus Czernin, emerse chiaramente che i quadri erano stati rubati.
- Nel 1998-2000 Altmann avviò richieste in Austria, ma i costi processuali (proporzionali al valore delle opere, milioni di euro) resero impossibile procedere lì.
en.wikipedia.org
- Con l'avvocato E. Randol Schoenberg (pronipote del compositore Arnold Schönberg), intentò causa negli USA contro l'Austria e la Galerie Belvedere, invocando il Foreign Sovereign Immunities Act (eccezioni per beni rubati in violazione del diritto internazionale).
- 2004: Il caso arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti (Republic of Austria v. Altmann), che stabilì che l'Austria non godeva di immunità e che Altmann poteva citarla in tribunale americano. Decisione storica che aprì la strada a molte altre cause di restituzione.
supreme.justia.com
Nel 2005 le parti accettarono un arbitrato a Vienna. Il 16 gennaio 2006 il panel arbitrale austriaco riconobbe che i quadri erano stati rubati e ordinò la restituzione di cinque Klimt agli eredi (tra cui Adele Bloch-Bauer I e II, più tre paesaggi).
facebook.com
Dopo la restituzione
- Le opere tornarono negli USA nel marzo 2006.
- Giugno 2006: Ronald Lauder (fondatore della Neue Galerie di New York) acquistò Ritratto di Adele Bloch-Bauer I per 135 milioni di dollari in vendita privata (record mondiale all'epoca). Il quadro è esposto permanentemente lì.
en.wikipedia.org
- Gli altri quadri furono venduti all'asta da Christie's per decine di milioni ciascuno; il ricavato totale superò i 300 milioni di dollari, divisi tra gli eredi.
Significato e impatto culturale
- È un caso emblematico di giustizia tardiva: dopo quasi 70 anni dal furto nazista.
- A differenza di molti casi rimasti irrisolti, qui gli eredi vinsero grazie a tenacia, ricerca storica e supporto legale negli USA.
- Nel 2015 è uscito il film Woman in Gold (con Helen Mirren nei panni di Maria Altmann e Ryan Reynolds come Schoenberg), che ha reso la storia famosa in tutto il mondo.
imdb.com
Rispetto al caso del Ritratto di Gertrud Loew (risolto amichevolmente e velocemente dalla Klimt Foundation), questo fu molto più lungo, conflittuale e mediatico, ma entrambi sottolineano l'importanza dei Washington Principles sulla restituzione delle opere naziste.
Maria Altmann morì nel 2011, avendo visto realizzata la restituzione della memoria familiare.
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ETICA EBRAICA
L'etica ebraica nel libro del Levitico (in ebraico Vayikra) trova la sua espressione più potente nel cosiddetto Codice di Santità (capitoli 17-26), che culmina nel capitolo 19. Questo capitolo inizia con l'imperativo divino: «Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo» (Lv 19:2). La santità (kedushah) non è solo rituale o cultuale, ma si manifesta soprattutto nelle relazioni interpersonali, nella giustizia sociale e nel comportamento etico quotidiano. Dio chiama il popolo a imitare la Sua santità attraverso azioni concrete che trasformano la comunità in un riflesso divino.
jtsa.edu
Levitico 19:17-18: il nucleo relazionale
I versetti centrali che Rav Jonathan Sacks commenta nell'articolo "Di Amore e di Odio" sono tra i più influenti di tutta la Torah:
«Non odierai tuo fratello nel tuo cuore; rimprovera apertamente il tuo prossimo, ma non ti caricherai di un peccato a causa sua. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.» (Lv 19:17-18)
Questo passaggio forma un'unità logica:
- Proibizione dell'odio represso ("nel tuo cuore"): L'odio non espresso è pericoloso perché fermenta, porta a risentimento passivo e può sfociare in violenza indiretta o ipocrisia. L'etica ebraica rifiuta l'odio "silenzioso" o interiorizzato, perché corrompe l'anima e la comunità.
thetorah.com
- Obbligo del rimprovero diretto (tochacha): Invece di covare rancore, si deve confrontare apertamente l'altro con rispetto e tempestività. Questo è un atto d'amore, non di aggressione. Serve a prevenire il peccato (sia del colpevole che di chi tace e diventa complice). I Saggi talmudici (ad esempio in Arachin 16b) sottolineano che il rimprovero deve essere fatto con sensibilità, senza umiliare pubblicamente, e solo se ha probabilità di essere accolto. Un rimprovero sbagliato può peggiorare le cose.
- Divieto di vendetta e rancore: La vendetta attiva (nekama) e il rancore passivo (netira) sono entrambi proibiti. L'amore per il prossimo (ahavat rea) è l'antidoto positivo.
- "Ama il tuo prossimo come te stesso": Rabbi Akiva lo definì «una grande regola (klal gadol) della Torah» (Gerusalemme Talmud, Nedarim 9:4). Non si tratta solo di un sentimento, ma di un comportamento attivo: trattare l'altro con la stessa dignità, cura e giustizia che si desidera per sé. Hillel il Vecchio lo riformulò negativamente: «Ciò che è odioso per te, non farlo al tuo prossimo» (Talmud Babilonese, Shabbat 31a), rendendolo un principio pratico universale.
yahadut.org
Questi versetti collegano direttamente l'odio represso alla mancanza di comunicazione: come nel racconto di Giuseppe e i suoi fratelli (Genesi 37-50), il silenzio e i sospetti portano a tragedia, mentre un confronto aperto avrebbe potuto trasformare il conflitto in riconciliazione. Sacks sottolinea proprio questo: l'etica ebraica rende praticabile l'amore comandando il dialogo onesto, trasformando potenzialmente un "nemico" in amico attraverso la parola.Contesto più ampio nel Codice di Santità Il capitolo 19 mescola comandi rituali (es. rispetto per il sabato, divieti alimentari) ed etici senza gerarchia netta: santità significa integrare culto e morale.
Altri esempi rilevanti:
- Giustizia sociale: non opprimere il povero, pagare subito il salario dell'operaio, lasciare spighe per i bisognosi (Lv 19:9-10, 13).
- Onestà nei rapporti: non rubare, non mentire, non giurare il falso, non sfruttare (Lv 19:11-12, 35-36).
- Rispetto per i vulnerabili: non maledire il sordo, non mettere inciampo davanti al cieco (Lv 19:14).
- Amore per lo straniero (ger): «Amerai lo straniero come te stesso, perché voi foste stranieri in terra d'Egitto» (Lv 19:34). La Torah ripete il comando di amare il ger 36 volte (molto più del "prossimo" israelita), radicandolo nell'esperienza storica dell'esodo.
rabbisacks.org
La santità (kedushah) qui ridefinisce l'identità di Israele: non è isolamento ascetico, ma separazione etica dalle pratiche idolatriche delle nazioni circostanti, vivendo una vita che riflette la giustizia e la compassione divine.
Interpretazioni rabbiniche e talmudiche
- Talmud: Il dovere di tochacha (rimprovero) è complesso. Deve essere privato quando possibile, motivato dall'amore e non dall'ira. Se l'altro non accetta, si può ripetere, ma senza insistere all'infinito per evitare umiliazione.
- Maimonide (Mishneh Torah, Hilchot De'ot): L'amore del prossimo include visitare i malati, consolare gli afflitti, seppellire i morti e aiutare economicamente. L'odio represso viola la santità interiore.
- Nachmanide e altri commentatori: Il "come te stesso" implica empatia profonda: riconoscere nell'altro la stessa immagine divina (tzelem Elohim).
- Nel pensiero moderno, Jonathan Sacks vede in questi versetti una risposta alla frammentazione sociale: società sane si costruiscono su confronto onesto e responsabilità reciproca, non su odio represso o indifferenza.
Rilevanza oggi
Nell'etica ebraica contemporanea, Levitico 19 rimane fondamento per:
- Relazioni comunitarie (evitare gossip, lashon hara, che è forma di odio indiretto).
- Dialogo interpersonale e risoluzione dei conflitti.
- Giustizia sociale e inclusione dello "straniero" (immigrati, minoranze).
- Critica all'ipocrisia: l'amore non è astratto, ma esige azione e parola coraggiosa.
Questo insegnamento influenzò profondamente anche il Nuovo Testamento (Gesù cita Lv 19:18 come secondo comandamento più grande, Mt 22:39) e la regola d'oro in molte culture. In sintesi, l'etica del Levitico non separa sacro e profano: essere santi significa costruire una comunità dove l'amore prevale sull'odio attraverso la verità detta con amore, la giustizia e la compassione attiva. È un'etica relazionale che parte dal cuore (evitando odio represso) e si manifesta nelle azioni quotidiane verso il "prossimo" – che include il fratello israelita, ma si estende allo straniero.
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Hai visto che i nuovi missili non risparmiano nemmeno i rifugi?
Quando scatta l’allarme, i soccorritori di Magen David Adom sono già in movimento verso il punto d’impatto previsto.
Arrivare nei primi minuti è decisivo: ogni secondo può salvare una vita.
Per farlo servono ambulanze operative, equipaggiamenti salvavita, personale pronto a intervenire subito. Sostieni ora questi interventi urgenti con una donazione. Dona adesso.
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Il tuo aiuto può fare la differenza tra la vita e la morte.
- Il post condivide un estratto dal diario di Gianemilio Stern, presidente dell'Associazione Amici di Magen David Adom in Italia, che descrive l'intervento rapido dei soccorritori israeliani in caso di allarmi missilistici, enfatizzando l'importanza di donazioni urgenti per attrezzature e personale.
- L'immagine allegata è il logo ufficiale di Magen David Adom Italia, con la Stella di David e il motto "Il Primo Soccorso in Israele", simbolo del servizio di emergenza nazionale israeliano per ambulanze, trasfusioni e disastri.
- Il messaggio finale "Il tuo aiuto può fare la differenza tra la vita e la morte" richiama l'appello alla donazione sul sito amdaitalia.org, in un contesto di minacce persistenti che richiedono risorse immediate per salvare vite.
Gianemilio Stern è una figura di spicco nel contesto del volontariato e del sostegno umanitario legato a Israele, in particolare come presidente nazionale dell'Associazione Amici di Magen David Adom in Italia ETS (AMDA Italia), l'organizzazione italiana che supporta Magen David Adom (MDA), il servizio nazionale di emergenza medica, ambulanze, pronto soccorso e donazione sangue in Israele.Ecco i principali dettagli noti su di lui (aggiornati al 2026):
- Età e formazione: Nato nel 1959, è laureato in chimica industriale. Ha avuto una carriera professionale nel settore farmaceutico e chimico (ha collaborato tra l'altro con aziende come Sigma-Tau, oggi parte di Alfasigma, su progetti legati a farmaci antimalarici e altre aree scientifiche).
- Ruolo attuale: È presidente di AMDA Italia almeno dal 2024 (quando è stato nominato o ha assunto pubblicamente il ruolo in modo più visibile). Sotto la sua guida l'associazione si occupa principalmente di:
- Raccolta fondi per l'acquisto di ambulanze e veicoli di emergenza (nel 2024 si parlava della necessità di circa 200 nuovi mezzi per Israele).
- Finanziamento di stazioni operative, attrezzature, formazione del personale e progetti di emergenza.
- Supporto continuo a MDA, specialmente dopo il 7 ottobre 2023 e durante i conflitti successivi, con enfasi sulla rapidità dei soccorsi.
- Attività pubbliche:
- Partecipa regolarmente a interviste (es. su Mosaico CEM, Shalom, Italia Israele Today, Panorama).
- Visita comunità ebraiche italiane (es. Genova) e scuole per parlare di emergenze, solidarietà e anche temi legati alla Shoah (è membro dell'associazione Figli della Shoah e ha testimoniato in incontri scolastici sulla storia della sua famiglia).
- È attivo su LinkedIn come "Presidente dell'Associazione Amici di Magen David Adom in Italia ETS" e ha un profilo X/Twitter personale (
@GianemilioStern
Contatti ufficiali (tramite AMDA Italia):
- Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
- Sito: amdaitalia.org
- Sede: Milano, Via G. Leopardi 1
In sintesi, è un professionista con background scientifico che ha dedicato gli ultimi anni (soprattutto post-2023) a un intenso impegno volontaristico e filantropico a favore del sistema di emergenza israeliano, diventando una delle voci più riconoscibili di AMDA in Italia.
La storia di Magen David Adom (MDA), che in ebraico significa "Stella Rossa di Davide" o "Scudo Rosso di Davide", è strettamente intrecciata con la storia del popolo ebraico in Terra d'Israele, dalla pre-indipendenza fino ai giorni nostri. Ecco una cronologia chiara e completa basata su fonti ufficiali e storiche.
Origini e prime concezioni (1915–1918)
- Il concetto di "Magen David Adom" nasce già nel 1915 in Svizzera: il medico ebreo Dr. Moses Erlanger fonda un'associazione per assistere ebrei feriti o prigionieri durante la Prima Guerra Mondiale.
- Nel 1918, alla fine della guerra, gruppi di volontari ebrei in Palestina (a Jaffa) e a New York creano organizzazioni di pronto soccorso per supportare le Jewish Legion (brigate ebraiche al servizio degli inglesi) e la popolazione yishuv (comunità ebraica in Palestina). Queste prime esperienze vengono sciolte nel 1921 con lo scioglimento delle brigate.
Fondazione ufficiale (1930)
- Il 7 giugno 1930 nasce ufficialmente Magen David Adom a Tel Aviv, fondata da sette medici e volontari (tra cui Dr. Meshulam Levontin, spesso considerato il fondatore principale, insieme a Moshe Frenkel, Chaim Halperin e altri).
- Inizialmente è un'associazione di volontariato con una sola stanza in una baracca fatiscente su Nachlat Binyamin: un unico servizio di emergenza medica in una città ancora sotto Mandato Britannico.
- La spinta decisiva arriva dopo i sanguinosi disordini arabi del 1929 (Hebron, Safed, ecc.), quando le comunità ebraiche si rendono conto della totale mancanza di servizi di primo soccorso organizzati.
Espansione negli anni '30–'40
- Negli anni successivi apre sedi a Haifa (1931) e Gerusalemme (1934), diventando nazionale nel 1935.
- Durante la rivolta araba del 1936–1939 si espande rapidamente per assistere feriti ebrei (e anche arabi).
- Durante la Seconda Guerra Mondiale aiuta profughi, sopravvissuti all'Olocausto sbarcati nei porti, bambini di Teheran (1943) e altri gruppi in fuga dall'Europa e dal Medio Oriente.
Dopo la nascita dello Stato di Israele (1948–1950)
- Durante la Guerra d'Indipendenza (1947–1949) MDA opera come ausiliario delle forze di difesa (Haganah, poi IDF), fornendo ambulanze e supporto medico.
- Nel 1950 la Knesset approva la Legge Magen David Adom, che riconosce MDA come società nazionale ufficiale di Croce Rossa in Israele, obbligandola a fornire servizi di emergenza medica, ambulanze, banche del sangue e soccorso in disastri su tutto il territorio nazionale.
La lunga disputa sul simbolo (1949–2006)
- MDA adotta la Stella di David rossa come emblema (invece della croce rossa o mezzaluna rossa).
- Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e la Federazione Internazionale non lo riconoscono per decenni, considerandolo un simbolo "politico/religioso", escludendo così Israele dal Movimento Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.
- Solo nel 2006, dopo pressioni internazionali e un compromesso (introduzione di un "cristallo rosso" neutro opzionale), MDA viene ammesso come 190ª società nazionale. Da allora usa la Stella di David rossa all'interno di Israele e il cristallo rosso in missioni internazionali.
Oggi (2026)
- MDA è un'organizzazione di volontariato e professionale con decine di migliaia di volontari, centinaia di stazioni, migliaia di ambulanze, motociclette di emergenza, unità di ricerca e salvataggio, servizio nazionale del sangue (raccoglie la stragrande maggioranza delle donazioni in Israele) e risposta rapida a missili, attentati e disastri.
- Nel 2025 ha celebrato i 95 anni di attività, rimanendo un pilastro della resilienza civile israeliana, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023 e nei conflitti successivi.
In sintesi, da una baracca a Tel Aviv nel 1930 a uno dei sistemi di emergenza medica più avanzati e reattivi al mondo, la storia di Magen David Adom riflette la storia stessa di Israele: nata dalla necessità di autodifesa e solidarietà in tempi di pericolo, diventata un'istituzione salvavita per ebrei, arabi, drusi e chiunque ne abbia bisogno sul territorio nazionale.
FONTE GROK – X
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DI AMORE E DI ODIO
Di Rav Jonathan Sacks
Acharei Mot, Kedoshim • 5767, 5772, 5773, 5785, 5786
Al centro dei libri mosaici si trova il Sefer Vayikra. Al centro del Vayikra c'è il "codice della santità" ( capitolo 19 ) con il suo appello fondamentale: "Siate santi perché io, il Signore vostro Dio, sono santo". E al centro del capitolo 19 c'è un breve paragrafo che, per la sua posizione, rappresenta l'apice, il punto culminante, della Torah:
Non odiare tuo fratello nel tuo cuore.
Ammonisci il tuo prossimo e non addossarti la colpa per lui.
Non vendicarti e non nutrire rancore verso alcuno del tuo popolo,
ma ama il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.
In questo studio, desidero esaminare la seconda di queste disposizioni: "Ammonisci il tuo prossimo e non addossarti la colpa per lui".
Rambam e Ramban concordano nell'individuare due livelli di significato piuttosto differenti in questa frase. Ecco come lo spiega Rambam:
Quando una persona pecca contro un'altra, quest'ultima non deve odiarla e rimanere in silenzio. Come è detto riguardo al malvagio: "E Assalonne non disse ad Amnon né bene né male, sebbene Assalonne odiasse Amnon". Piuttosto, gli è comandato di parlargli e dirgli: "Perché mi hai fatto questo e quello? Perché hai peccato contro di me in questa e quella questione?". Come è detto: "Devi certamente ammonire il tuo prossimo". Se questi si pente e gli chiede perdono, deve perdonare e non essere crudele, come è detto: "E Abramo pregò Dio...".
Se qualcuno vede il suo prossimo commettere un peccato o intraprendere una via non buona, è un comandamento farlo tornare al bene e fargli sapere che con le sue azioni malvagie pecca contro se stesso, come è detto: «Ammonisci il tuo prossimo…»
Mishneh Torah, Hilchot De'ot 6:6
Allo stesso modo, Ramban:
«Dovrai certamente rimproverare il tuo prossimo» – questo è un comando a parte, ovvero che dobbiamo insegnargli la correzione e l'istruzione. «E non portare la colpa per lui» – perché porterai la colpa per la sua trasgressione se non lo rimproveri.
Tuttavia, mi sembra che l'interpretazione corretta sia che l'espressione "tu certamente protesterai" vada intesa nello stesso modo di "E Abramo protestò con Abimelec". Il versetto dice quindi: "Non odiare tuo fratello nel tuo cuore quando ti fa qualcosa contro la tua volontà, ma piuttosto protesta con lui, dicendo: 'Perché mi hai fatto questo?' e non porterai la tua colpa per lui, nascondendo il tuo odio nel tuo cuore e non dicendogli nulla; perché, quando lo protesterai, egli si giustificherà davanti a te oppure si pentirà della sua azione e confesserà il suo peccato, e tu lo perdonerai".
Ramban a Levitico 19:17
La differenza tra le due interpretazioni sta nel fatto che una è sociale, l'altra interpersonale. Nella seconda lettura di Rambam e nella prima di Ramban, il comandamento riguarda la responsabilità collettiva. Quando vediamo un nostro fratello ebreo sul punto di commettere un peccato, dobbiamo cercare di persuaderlo a non farlo. Non ci è permesso dire: "Questa è una questione privata tra lui e Dio". "Tutto Israele", dicevano i Saggi, "è garante l'uno dell'altro". Ognuno di noi è responsabile, non solo della propria condotta, ma anche del comportamento degli altri. Questo è un capitolo fondamentale della legge e del pensiero ebraico.
Tuttavia, sia Rambam che Ramban sono consapevoli che questo non è il senso letterale del testo. Preso nel suo contesto, ciò che abbiamo di fronte è una sottile analisi della psicologia delle relazioni interpersonali.
Il cristianesimo ha talvolta accusato l'ebraismo di essere incentrato sulla giustizia piuttosto che sull'amore ("Avete udito che fu detto: 'Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico'. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano"). Questo è completamente falso. C'è un meraviglioso insegnamento in Avot deRabbi Natan : "Chi è il più grande eroe? Colui che trasforma un nemico in un amico". Ciò che distingue la Torah è la sua comprensione della psicologia dell'odio.
Se qualcuno ci ha fatto del male, è naturale sentirsi offesi. Cosa dobbiamo fare, allora, per adempiere al comandamento: "Non odiare tuo fratello nel tuo cuore"? La risposta della Torah è: parlare. dialogare. contestare. protestare. Può darsi che l'altra persona avesse una buona ragione per aver agito in quel modo. Oppure può darsi che abbia agito per cattiveria, nel qual caso la nostra protesta gli darà, se lo desidera, l'opportunità di ripensarci e di scusarsi, e noi dovremmo quindi perdonarlo. In entrambi i casi, parlarne è il modo migliore per ricucire un rapporto interrotto. Ancora una volta ritroviamo qui uno dei leitmotiv dell'ebraismo: il potere della parola di creare, sostenere e riparare i rapporti.
Maimonide cita un testo chiave a supporto di questa affermazione. Si narra ( II Samuele 13 ) di come Amnon, uno dei figli del re Davide, violentò la sua sorellastra, Tamar. Quando Assalonne, fratello di Tamar, viene a sapere dell'accaduto, la sua reazione appare a prima vista irenica, serena:
Suo fratello Assalonne le disse: «È stato con te Amnon, tuo fratello? Ora taci, sorella mia; è tuo fratello. Non prendertela a cuore». E Tamar visse nella casa di suo fratello Assalonne, una donna desolata. Quando il re Davide udì tutto ciò, si infuriò. Assalonne non disse mai una parola ad Amnon, né buona né cattiva...
Le apparenze, però, ingannano. Assalonne è tutt'altro che indulgente. Aspetta due anni, poi invita Amnon a un banchetto festivo durante la tosatura delle pecore. Dà istruzioni ai suoi uomini: «Ascoltate! Quando Amnon sarà euforico per aver bevuto vino e io vi dirò: "Uccidete Amnon", allora uccidetelo». E così accadde.
Il silenzio di Assalonne non era il silenzio del perdono, ma dell'odio – l'odio di cui parlò Pierre de LaClos ne Le relazioni pericolose quando scrisse la celebre frase: "La vendetta è un piatto che si serve freddo".
In Genesi si trova un altro esempio altrettanto potente:
Ora, Israele amava Giuseppe più di tutti gli altri suoi figli, perché era figlio della sua vecchiaia; gli fece una veste riccamente decorata. Ma quando i suoi fratelli videro che il padre lo amava più di tutti loro, lo odiarono e non riuscirono a rivolgergli una parola di pace. ( Velo yachlu dabro leshalom , letteralmente, “non riuscirono a parlargli in modo pacifico”)
Genesi 37:3-4
A tal proposito, il rabbino Jonathan Eybeschuetz commenta:
“Se avessero potuto sedersi insieme come gruppo, avrebbero parlato tra loro, si sarebbero rimproverati a vicenda e alla fine avrebbero fatto pace. La tragedia del conflitto è che impedisce alle persone di parlare tra loro e di ascoltarsi a vicenda.”
La mancanza di comunicazione è spesso il preludio alla vendetta.
La logica intrinseca dei due versi della nostra sedra è dunque questa: “Ama il tuo prossimo come te stesso. Ma non tutti i prossimi sono degni di essere amati. Ci sono coloro che, per invidia o malizia, ti hanno fatto del male. Non vi comando quindi di vivere come angeli, privi di qualsiasi emozione naturale agli esseri umani. Vi proibisco però di odiare. Perciò, quando qualcuno vi fa un torto, dovete affrontare chi ve l'ha fatto. Dovete esprimergli il vostro dolore e la vostra angoscia. Può darsi che abbiate completamente frainteso le sue intenzioni. Oppure può darsi che volesse davvero farvi del male, ma ora, di fronte alla realtà del danno arrecato, potrebbe sinceramente pentirsi di ciò che ha fatto. Se, tuttavia, non riuscite a parlarne, c'è la concreta possibilità che possiate covare rancore e, col tempo, vendicarvi – come fece Assalonne.”
Ciò che colpisce della Torah è che, pur articolando gli ideali più elevati, si rivolge a noi in quanto esseri umani. Se fossimo angeli, sarebbe facile amarci gli uni gli altri. Ma non lo siamo. Un'etica che ci imponga di amare i nostri nemici, senza fornire alcuna indicazione su come raggiungere questo obiettivo, è semplicemente insostenibile. La Torah, invece, propone un programma realistico: la comunicazione.
Essendo onesti gli uni con gli altri, parlando apertamente delle cose, potremmo forse raggiungere la riconciliazione – non sempre, certo, ma spesso. Quanta sofferenza e persino spargimento di sangue si potrebbero risparmiare se l'umanità desse ascolto a questo semplice comandamento.
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- Scritto da Barbara de Munari
- Categoria: DIARI
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Il diario di una ragazza adolescente dell'era nazista racconta lo sgretolamento della Francia e della sua importante famiglia ebrea.
Uscito nel Regno Unito il 22 gennaio, "Ninette's War" del giornalista John Jay esamina il capitolo più oscuro della storia francese attraverso le voci del diario, i documenti di famiglia e le interviste di un rampollo di Dreyfus.
Traduzione dall’inglese a cura di Barbara de Munari
31 gennaio 2026 (Fonte Times of Israel)
LONDRA — La mattina del 23 giugno 1940, la famiglia della dodicenne Ninette Dreyfus apprese che la sera precedente Hitler aveva costretto la Francia a un umiliante armistizio.
La reazione del padre alla notizia fu viscerale e fisica. Edgar Dreyfus crollò sulle scale, colpito da un attacco d'asma e con difficoltà respiratorie. "Non l'avevo mai visto mostrare debolezza prima. Per un attimo, temetti che stesse per morire", ricordò in seguito Ninette. "Tutto il mondo della mia infanzia stava crollando".
Ma all'insaputa di Ninette, di suo padre e degli ebrei francesi, il peggio doveva ancora venire.
Pubblicato in edizione tascabile nel Regno Unito il 22 gennaio, " Ninette's War: A Jewish Story of Survival in 1940s France " racconta la straordinaria odissea in tempo di guerra di una delle più importanti famiglie ebree francesi e la consapevole complicità del regime di Vichy nei crimini nazisti.
La storia è stata meticolosamente ricostruita, come "restaurando un mosaico", dal giornalista britannico John Jay, basandosi sui diari giovanili di Ninette, sui documenti di famiglia e sulle interviste che ha rilasciato all'autrice negli anni pre Come chiarisce Jay, la reazione di Edgar alla notizia dell'armistizio non rifletteva un presentimento negativo sul probabile destino che attendeva la sua famiglia.
"Era completamente sbalordito dal fatto che il potente esercito francese potesse crollare in quel modo", racconta al Times of Israel. "Gli ebrei francesi a quel punto non avevano idea di cosa li avrebbe colpiti in seguito".
Il libro di Jay racconta il crescente senso di incredulità e orrore di Edgar di fronte al brutale tradimento degli ebrei francesi da parte di Vichy.
La famiglia Dreyfus, seconda solo ai Rothschild per influenza nella società ebraica parigina, era, dice Jay, una "classica famiglia cosmopolita, ebraica dell'Europa occidentale, un misto di bohémien, tedeschi e francesi".
Erano anche profondamente patriottici e leali allo Stato francese, che, in generale, aveva trattato bene gli ebrei francesi. Edgar gestiva una banca di proprietà dell'azienda di famiglia, La Maison, che aveva erogato prestiti per sostenere lo sforzo bellico francese dopo il 1914. Un decennio dopo, Edgar accolse la richiesta del governo di contribuire a contrastare la corsa al franco indotta dall'inflazione. Fu nominato ufficiale della Legion d'Onore in riconoscimento dei suoi servizi.
Nella loro imponente casa a schiera nel XVI arrondissement, un tempo di proprietà del compositore Claude Debussy, Ninette, la sorella maggiore Viviane e i genitori Edgar e Yvonne vivevano un'esistenza ricca e privilegiata. La famiglia era laica e, fino allo scoppio della guerra, Ninette sapeva a malapena cosa significasse essere ebrea. Gli occasionali insulti antisemiti pronunciati durante i giochi avevano poco significato per lei.
La vita come un "esodo"
La guerra lampo di Hitler contro la Francia del maggio 1940 cambiò tutto. Un mese dopo, con il rumore dell'artiglieria che si avvicinava e le forze tedesche che attraversavano la Senna, la famiglia Dreyfus si unì all'"esodo" – uno dei più grandi movimenti di persone della storia – mentre 6 milioni di persone si riversavano sulle strade per sfuggire all'avanzata nazista, tra cui circa 100.000-200.000 ebrei.
Dopo un viaggio di tre settimane e 1.700 chilometri (circa 1.050 miglia) passando per Nantes, Bordeaux e Perpignan, Ninette e la sua famiglia arrivarono a Marsiglia, dove presero alloggio in un hotel pieno di altri esodati ed ebrei.
L'atmosfera avvelenata causata dalla sconfitta e dall'umiliazione della Francia aveva già scatenato un'ondata di antisemitismo. Ciononostante, anche mentre attraversavano Perpignan, vicino al confine spagnolo, Edgar, che aveva legami con il nuovo regime franchista, non tentò di fuggire dalla Francia.
La Riviera rientrava nella "Zona Franca" non occupata, governata da Vichy dall'eroe della Prima Guerra Mondiale, il Maresciallo Philippe Pétain. Come spiega Jay, c'erano pochi indizi che suggerissero che Pétain – un tempo sostenitore di Alfred Dreyfus – nutrisse inclinazioni antisemite. Infatti, insieme ai membri della Lega Internazionale contro l'Antisemitismo, il cugino di Edgar,
Louis, senatore, votò per concedere a Pétain poteri autoritari subito dopo l'armistizio.
Ma Pétain promosse rapidamente antisemiti alla guida del suo nuovo regime, creando un "ambiente permissivo che favorì il fiorire dell'antisemitismo", afferma Jay. Nell'ottobre del 1940, la prima legislazione antisemita vietò agli ebrei alcune professioni, tra cui l'insegnamento, il giornalismo e la pubblica amministrazione, limitando drasticamente il loro ruolo nelle professioni mediche e legali. A Montgrand, la più prestigiosa scuola femminile di Marsiglia, l'insegnante di matematica di Ninette, Odette Valabrègue, fu licenziata. Come il rabbino capo e le organizzazioni comunali francesi, Edgar si aggrappava all'importanza dello stato di diritto, anche se la pubblicazione delle ormai famigerate immagini di Pétain che stringeva la mano a Hitler a Montoire nell'ottobre del 1940 lo portò a piangere.
Ogni illusione residua su Pétain terminò con l'approvazione di un'ulteriore, radicale legislazione antisemita nel 1941, che, in netta rottura con il laicismo dichiarato della Terza Repubblica, imponeva agli ebrei di registrarsi in un censimento speciale e ampliava l'elenco delle professioni, incluso il settore bancario, a loro precluse. Le misure, che costrinsero Edgar a rinunciare al suo ruolo di amministratore delegato de La Maison, furono per lui un "colpo di martello personale", scrive Jay.
"Il primo statuto di Pétain allontanò i suoi amici dal servizio pubblico e dai media e limitò la loro partecipazione al diritto e alla medicina, ma lui non ne fu direttamente colpito", afferma. "Ora, Pétain lo stava privando della sua carriera e stava spingendo la sua famiglia in un ghetto legale".
Ninette descrisse in seguito l'impatto psicologico di queste misure sul padre, ricordando: "Il lavoro era tutto per papà, ed era una tortura per lui immaginare una vita senza lavoro". Il futuro non fu molto più roseo nemmeno per le figlie di Edgar, con posti all'università e lavori professionali praticamente preclusi agli ebrei.
L'aggressione legale, l'istituzione del nuovo Commissariato Generale per le Questioni Ebraiche, che iniziò a saccheggiare le ricchezze ebraiche, e la promozione dell'antisemitismo nei media furono accompagnati e alimentati dal crescente odio per gli ebrei nelle strade. La famiglia di Ninette udì il tonfo della bomba che esplose nella sinagoga di Marsiglia nel maggio 1941.
Unirsi alla resistenza
Non avendo più bisogno di stare a Marsiglia, dove La Maison aveva gli uffici, Edgar si trasferì con la famiglia a Cannes, che, sebbene non meno antisemita, era piena di parenti e amici. La loro nuova casa, Villa Rochelongue, era una casa Belle-Époque sul lungomare vicino al Palm Beach Casino, con maggiordomi, cuoco, addetto alle pulizie e giardiniere. Nonostante la guerra e il razionamento del cibo – che costrinse la famiglia ad allevare una mucca e dei conigli – la vita "sembrava la vecchia Costa Azzurra", dice Jay. Quando non era ossessionata dal suo imminente quindicesimo compleanno, Ninette scriveva pagine di diario su vestiti, accessori e cosmetici, balletto, cinema, scuola e vita sociale, vela nella baia di Cannes e la sua "passione" per il calcio e la pallavolo.
Sebbene in qualche modo protetta dai genitori, Ninette non era ignara delle forze perniciose che mettevano in pericolo gli ebrei di Vichy. La preside della sua scuola, Marcelle Capron, era una resistente che in seguito diede rifugio agli ebrei e li aiutò a fuggire. Tuttavia, la scuola aveva la sua quota di insegnanti e alunni antisemiti. Ninette, che si definiva un maschiaccio, si batteva con le ragazze appartenenti ad Avant-Garde, il movimento giovanile pétainista.
Anche Edgar scelse di resistere, attraversando quello che sua figlia definì un "Rubicone personale" nella primavera del 1943, rifiutandosi di obbedire a un ordine che imponeva a tutti gli ebrei di avere la parola "Juif" stampata sui documenti d'identità e sulle tessere annonarie. Mentre la maggior parte degli ebrei francesi seguiva il consiglio dei leader della propria comunità di continuare a obbedire alle leggi di Vichy, la decisione di Edgar fu, a detta di Ninette, "il momento più significativo della guerra".
"Si definiva un fuorilegge, una decisione non facile per un uomo di mezza età con figlie adolescenti e una posizione sociale importante", ha detto. Decenni dopo, Ninette scoprì documenti negli Archives Nationales francesi che rivelavano che era stato denunciato, innescando un'indagine della polizia. Sei mesi dopo, Edgar portò la sua famiglia al municipio per far timbrare i documenti.
Sia Edgar, che si unì a un comitato di accoglienza costiero per una nave della Royal Navy che trasportava agenti britannici e radunava i resistenti, sia Vivian iniziarono a impegnarsi in attività segrete di resistenza.
Tuttavia, forse l'esempio più potente della resistenza della famiglia si manifestò nel suo rapporto in evoluzione con l'ebraismo. Mentre l'atmosfera si faceva cupa, Yvonne capì che le sue figlie sarebbero state più resilienti di fronte all'antisemitismo sociale se si fossero sentite orgogliose delle loro origini. Insegnò loro che avrebbero dovuto essere orgogliose delle tradizioni e dei successi degli ebrei e riconoscere che il successo comportava una responsabilità verso chi era nel bisogno. Queste lezioni diedero i loro frutti. Ninette ricordò che la sua reazione quando vide sul suo documento d'identità la scritta "Juif" non fu di umiliazione, ma di orgoglio.
"I miei genitori si interessarono sempre di più all'ebraismo", ricorda Ninette. "Altri scapparono; noi ci avvicinammo". Durante Rosh Hashanah e Yom Kippur del 1942, Edgar, sua moglie e i suoi figli parteciparono alle funzioni religiose per la prima volta da quando avevano partecipato ai bat mitzvah familiari negli anni '30. "Per mamma e papà", credeva Ninette, "partecipare a una funzione dopo decenni di non osservanza era un atto di sfida".
Tuttavia, a Parigi, occupata dai tedeschi, la tragedia stava travolgendo i membri della famiglia, tra cui le sorelle di Edgar, Louise e Alice, la figlia di Alice, Maryse, e suo marito, il veterano disabile André Schoenfeld. André, insignito della Croce di Guerra e della Legion d'Onore, fu arrestato nel 1941 dalla polizia francese durante una cena di riunione per i feriti della Prima Guerra Mondiale e inviato nel famigerato campo di internamento di Drancy.
La notizia dell'arresto di André colpì duramente Edgar e la sua famiglia. "Niente sarebbe più stato lo stesso", credeva Vivianne; la Francia trattava i suoi ebrei come "putrefazione abietta, larve putride da schiacciare". La famiglia venne anche a conoscenza degli orrori che si erano verificati durante la retata di Vel d'Hiv nel luglio 1942, quando circa 8.000 ebrei, di cui quasi 4.000 bambini, furono trattenuti nell'arena sportiva in condizioni spaventosamente sovraffollate per cinque giorni prima di essere deportati. "È orribile, demoniaco, qualcosa che ti afferra alla gola e ti impedisce di gridare", rivelava una lettera di un testimone oculare, un assistente sociale, circolata in Costa Azzurra. "Cercherò di descrivere come appare, ma se moltiplichi per 1.000 ciò che capisci, sarà comunque solo una parte della realtà".
Ma, anche in quel momento, elementi della vita passata della famiglia continuavano a riaffiorare: quell'agosto, Edgar portò la sua famiglia in vacanza al Grand Hôtel di Mont-Revard, un lussuoso rifugio alpino che avevano visitato prima della guerra. Nel suo diario, Ninette annotò di essersi divertita "davvero tanto" a cavallo e giocando a tennis, croquet, golf e ping-pong.
Come dice Jay, è importante notare che la famiglia "ignorava molto di ciò che stava accadendo al nord e... non sapeva cosa sarebbe successo una volta che i trasporti [avevano] portato le persone a est". Ancora nel 1943, la maggior parte degli esodati, suggerisce, credeva che il lavoro forzato fosse il destino peggiore che attendeva gli ebrei francesi. Quando due fuggitivi di Auschwitz, Haïm Salomon e M. Honig, tornarono a Nizza in cerca delle loro famiglie e raccontarono dettagliatamente gli orrori cui avevano assistito a un comitato ebraico locale, la loro testimonianza fu respinta. Si decise che gli uomini dovevano aver perso la testa, con uno degli amici prebellici di Edgar, che presiedeva il comitato, che disse a un collega: "Tali atrocità... non sono concepibili... a metà del XX secolo". Tuttavia, nonostante una serie di vittorie alleate nel 1942 indicassero la sconfitta dei nazisti, era chiaro che il pericolo non era affatto passato. Anzi, per la famiglia, il momento di massimo pericolo arrivò nell'autunno del 1943, quando i tedeschi occuparono la Riviera e, per impedirle di disertare dall'Asse, invasero lꞌItalia.
Andare a nascondersi
Dopo aver ottenuto documenti d'identità falsi, falsificati da un ex dipendente della Maison, Edgar, sua moglie e le sue figlie viaggiarono in treno da Cannes a Marsiglia e poi a Pau, vicino ai Pirenei. "È stato emozionante tenere in mano quei documenti falsi", ha ricordato Ninette. "Mi sentivo come un personaggio di un libro".
La loro fuga mette in luce come, tra i tradimenti e la collaborazione perpetrati da Vichy e dai suoi alleati, ci fosse anche chi tentava di aiutare i propri concittadini ebrei. Mentre i tedeschi cercavano Edgar, i vicini di casa della
famiglia a Cannes offrirono loro rifugio.
A Pau, Pierre Barthe, un allevatore di cavalli che conosceva la famiglia, li nascose nella sua villa mentre escogitava l'audace piano che li avrebbe condotti sani e salvi attraverso le montagne fino in Spagna da Henri Delhiart, uno dei grandi contrabbandieri dei Pirenei. La fuga non fu priva di incidenti. Barthe rubò un'ambulanza e fece in modo che Ninette si spacciasse per una malata di tubercolosi per accelerare il loro passaggio verso la città termale francese di Cambo-les-Bains, dove Delhiart prese il comando. Scelse un bar frequentato dalle guardie di frontiera tedesche come punto d'incontro, calcolando correttamente, come scrive Jay, che "l'unico posto che i tedeschi non avrebbero sospettato come punto di partenza per una fuga sarebbe stato il loro stesso abbeveratoio". E Ninette ricordò in seguito di essersi nascosta in un fosso dalle truppe tedesche che passavano così vicine da farle sentire come se i loro cani le respirassero addosso. Fortunatamente, come Delhiart aveva pianificato, la notte umida impedì ai cani di fiutare il suo odore.
Dopo aver raggiunto la sicurezza della Spagna, la famiglia trascorse gli ultimi mesi della guerra alloggiando nel lussuoso Palace Hotel di Madrid, socializzando con monarchici anglofili ed evitando le attenzioni delle spie tedesche e dei simpatizzanti fascisti.
Nell'aprile del 1945, quasi cinque anni dopo la sua partenza, Ninette tornò a Parigi. Ma l'occupazione aveva distrutto la famiglia per sempre. Come scoprirono lentamente, André e Maryse furono assassinati ad Auschwitz nell'agosto del 1943. Con i suoi beni e le sue proprietà espropriati dai nazisti, zia Louise morì sola nella sua soffitta a Parigi nel maggio del 1943, mentre, insieme a 327 bambini, zia Alice fu deportata ad Auschwitz quattro settimane prima della liberazione della città.
Più avanti nella vita, Ninette si impegnò affinché coloro che avevano aiutato la famiglia venissero riconosciuti. Grazie al suo impegno, nel 1980 Yad Vashem dichiarò Barthe e sua moglie Giusti tra le Nazioni.
Ma non avrebbe mai potuto scrollarsi di dosso la sensazione che gli ebrei francesi fossero stati traditi dai loro connazionali. "Il suo disprezzo per i suoi connazionali era persino più grande del suo orrore per i nazisti tedeschi", scrive Jay. "I tedeschi erano stranieri; i francesi erano il suo popolo, eppure le avevano voltato le spalle, e peggio ancora, durante gli anni in cui era diventata maggiorenne".
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