Un approfondimento dei dieci spunti di Rav Jonathan Sacks per Rosh Hashanah e Yom Kippur (i Yamim Noraim, i Dieci Giorni di Penitenza). Si tratta di riflessioni brevi ma dense, pensate per orientare la preghiera (tefillah) e la teshuvah (il ritorno/pentimento) verso un’esperienza trasformativa.

Le presentiamo una per una, partendo dal testo originale di Rav J. Sacks e ampliandole con il contesto del suo pensiero (basato anche su elaborazioni più estese degli stessi temi).

1.     La vita è breve
Nonostante l’allungamento dell’attesa di vita, in un’unica esistenza non riusciremo a realizzare tutto ciò che vorremmo. Questa vita è tutto ciò che abbiamo. La domanda fondamentale diventa quindi: come possiamo usarla al meglio?
Sacks richiama spesso la poesia della mortalità della preghiera Unetaneh Tokef: l’uomo è come un frammento di vaso, erba secca, fiore appassito, ombra fuggente, nube passeggera, soffio di vento. Sapere che il tempo è limitato non è motivo di angoscia, ma di urgenza etica: non siamo liberi di sottrarci al compito, anche se non lo completeremo.

2.     La vita stessa, ogni respiro, è un dono di Dio
Non possiamo dare la vita per scontata, altrimenti non riusciamo a celebrarla. Sì, l’ebraismo crede nella vita dopo la morte, ma è nella vita prima della morte che si manifesta la vera grandezza umana.
Dio dona soprattutto la vita stessa (come sottolineava Maimonide). L’ebraismo cerca Dio nel qui e ora, non solo nell’aldilà o in un futuro distante. Ogni respiro è già una benedizione da riconoscere.

3.     Siamo liberi
L’ebraismo è la religione dell’essere umano libero che risponde liberamente al Dio della libertà. Non siamo prigionieri del peccato, né determinati da forze economiche, impulsi psicologici o geni. Il semplice fatto che possiamo fare teshuvah — agire domani in modo diverso da ieri — dimostra la nostra libertà.
Questa libertà è uno dei pilastri del pensiero di Sacks: gli ebrei hanno dimostrato storicamente di poter sfidare le “leggi della storia” e sopravvivere contro ogni probabilità.

4.     La vita ha un significato
Non siamo semplici accidenti della materia in un universo nato e destinato a finire senza motivo. Siamo qui perché c’è qualcosa che dobbiamo fare: essere collaboratori di Dio nell’opera della creazione, avvicinando il mondo che esiste a quello che dovrebbe essere.
La storia ebraica, secondo Sacks (citando anche storici come Paul Johnson), insiste più di qualsiasi altra sulla finalità della storia e sul destino dell’umanità. Rosh Hashanah celebra proprio l’anniversario della creazione dell’uomo e il suo ruolo di partner divino.

5.     La vita non è facile
L’ebraismo non guarda il mondo con ottimismo ingenuo. Il mondo in cui viviamo non è quello che dovrebbe essere. Per questo, nonostante ogni tentazione, l’ebraismo non ha mai proclamato che l’era messianica sia già arrivata, anche se la attende ogni giorno.
Le sofferenze del popolo ebraico sono presenti nelle preghiere, ma non siamo soli: la Shekhinah (Presenza divina) accompagna il popolo anche nell’esilio. Dio può nascondere il volto, ma ascolta e guarisce, spesso in modi che comprendiamo solo a posteriori.

6.     La vita può essere difficile, ma può comunque essere dolce
Gli ebrei non hanno mai avuto bisogno di ricchezza per essere ricchi, né di potere per essere forti. Essere ebrei significa vivere per le cose semplici: amore, famiglia, comunità. La vita è dolce quando è toccata dal Divino.
Il miele in cui si intingono la mela e la challah a Rosh Hashanah simboleggiano proprio questo: santificare il piacere invece di inseguirlo o rifiutarlo. Gioia, generosità (tzedakah e gemilut chasadim), studio e preghiera di ringraziamento sono le fonti della dolcezza.

7.     La nostra vita è la più grande opera d’arte che creeremo mai
Nei Yamim Noraim ci allontaniamo dalla nostra vita come un artista che si stacca dalla tela, per vedere cosa va cambiato affinché il dipinto sia completo.
Sacks richiama il pensiero di Rav Soloveitchik: l’uomo deve creare se stesso. La teshuvah è proprio questo atto creativo di rinnovamento. Dio ci vuole partner non solo nella creazione del mondo, ma anche nella creazione di noi stessi.

8.     Siamo ciò che siamo grazie a coloro che ci hanno preceduto
Ognuno di noi è una lettera nel Libro della Vita di Dio. Non partiamo da zero: abbiamo ereditato una ricchezza spirituale, non materiale. Siamo eredi della grandezza dei nostri antenati.
Una singola lettera non ha significato da sola; prende senso solo quando si unisce ad altre per formare parole, frasi e una storia. La storia ebraica è quella di un popolo piccolo e spesso senza casa che è sopravvissuto a imperi immensi. A Rosh Hashanah ricordiamo (e chiediamo a Dio di ricordare) Abraham, Isacco, Sara, Channah, Rachele e tutte le generazioni che ci hanno preceduto.

9.     Siamo eredi di un altro tipo di grandezza: quella della Torah e dello stile di vita ebraico
L’ebraismo ci chiede grandi cose e, così facendo, ci rende grandi. Camminiamo a testa alta, all’altezza degli ideali per cui viviamo. Anche se falliamo ripetutamente, i Yamim Noraim ci permettono di ricominciare.
La Torah ci chiama “figli di Dio” e “testimoni” Suoi. Gli ebrei hanno spesso compiuto ciò che sembrava impossibile: resistere alla schiavitù, mantenere un’identità senza terra, tornare alla propria terra contro ogni probabilità. Gli ideali alti non ci schiacciano: ci elevano e, grazie al perdono di questi giorni, ci permettono di rialzarci.

10.  Siamo polvere della terra, ma dentro di noi c’è il respiro di Dio
Il suono sincero della preghiera e quello penetrante dello shofar ci ricordano che la vita è solo un soffio — eppure quel soffio è lo spirito di Dio in noi (Genesi 2,7).
Lo shofar è un grido senza parole in una religione di parole: è il nostro grido a Dio e, allo stesso tempo, il grido di Dio a noi. Ci richiama a prendere il dono della vita e a farne qualcosa di santo, onorando Dio e l’immagine divina che è in ogni essere umano. Sconfiggiamo la morte non vivendo per sempre, ma vivendo secondo valori eterni e lasciando benedizioni che sopravvivono a noi.

Sacks conclude invitando a ricordare anche solo uno di questi spunti per rendere più significativa l’esperienza di Rosh Hashanah e Yom Kippur. Queste riflessioni riassumono molti temi centrali del pensiero di Sacks: la dignità della vita terrena, la libertà e la responsabilità umana, il partenariato con Dio, la continuità con le generazioni passate e la capacità di rinnovarsi attraverso la teshuvah.

 

 

Si annuncia il lancio della collana editoriale PERSPECTIVES di Etica Edizioni Torino, alla vigilia del Capodanno ebraico 5787.

 Il progetto è descritto come "editoria ripartiva" che combatte la nebbia informativa e la superficialità dei commentatori compulsivi, puntando su competenza, fonti rigorose e cura della lingua italiana.

La collana adotta una struttura con sezioni dedicate a scenario, fonti e prospettiva, ispirandosi al concetto di Tikkùn Olàm per riparare fratture attraverso conoscenza e responsabilità del lettore.

 

Tikkùn Olàm (in ebraico תִּיקּוּן עוֹלָם, tiqqūn ʿōlām) significa letteralmente «riparazione del mondo» o «aggiustamento/miglioramento del mondo». È un concetto ebraico multiforme che ha assunto significati diversi nel corso di quasi duemila anni di storia ebraica.

 

Origini rabbiniche (Mishnah e Talmud)

Il termine non compare nella Bibbia ebraica (anche se il verbo tikkun appare in Qoelet/Ecclesiaste col senso di «raddrizzare» o «riparare»). Compare per la prima volta nella letteratura rabbinica, soprattutto nella Mishnah (codificata intorno al 200 e.v.) nella formula mipnei tikkun ha-olam («per il miglioramento / stabilizzazione del mondo» o «nell’interesse della politica sociale»).Qui ha un valore pratico e giuridico: i rabbini lo usano per giustificare provvedimenti destinati a tutelare i più deboli, chiudere scappatoie legali e mantenere l’ordine sociale. Esempi tipici riguardano le condizioni per i documenti di divorzio, l’affrancamento degli schiavi o il pruzbol (un meccanismo che permetteva di riscuotere debiti nonostante l’anno sabbatico previsto dalla Torah, per evitare che i ricchi smettessero di prestare denaro ai poveri). Non si tratta ancora di un ideale universale di giustizia sociale, ma di un principio pragmatista di “buona amministrazione” della società.

 

Nella liturgia: la preghiera Aleinu

Un uso teologico precoce appare nella preghiera Aleinu (attribuita tradizionalmente al III secolo e.v. e entrata stabilmente nella liturgia quotidiana più tardi). Vi si legge la frase le-taken olam be-malkhut Shaddai («per riparare/perfezionare il mondo sotto la sovranità dell’Onnipotente»). In questo contesto l’accento è messianico e teocentrico: il mondo sarà “riparato” quando l’idolatria sarà eliminata e il regno di Dio sarà pienamente stabilito. Non è principalmente un invito all’azione umana immediata, ma un’espressione di speranza escatologica.

 

L’interpretazione cabbalistica (soprattutto Luriana)

Il concetto assume una dimensione cosmologica e mistica con la Kabbalah, e soprattutto con Rabbi Isaac Luria (l’Ari, 1534-1572) a Safed. Secondo la mitologia luriana:

  • Dio si contrae (tzimtzum) per fare spazio alla creazione.
  • La luce divina viene contenuta in “vasi” (kelim) che, non reggendo l’intensità, si frantumano (shevirat ha-kelim).
  • Le scintille di luce divina restano intrappolate nei frammenti (le qelipot, i “gusci” del male e della materia).

Il compito dell’essere umano è raccogliere e liberare queste scintille attraverso l’osservanza delle mitzvot (comandamenti), lo studio della Torah, la preghiera e gli atti etici. Questo tikkun non ripara soltanto il mondo materiale, ma contribuisce anche a riparare la “rottura” all’interno del divino stesso. È un’idea di collaborazione attiva tra umanità e Dio nel processo di redenzione cosmica.

 

L’uso moderno

A partire dal XX secolo (in particolare negli Stati Uniti dagli anni Cinquanta-Ottanta) tikkùn olàm è divenuto, soprattutto nell’ebraismo riformato, conservatore e progressista, un motto per indicare l’impegno etico e politico a favore della giustizia sociale, dei diritti umani, della pace, della tutela ambientale e della lotta alle disuguaglianze. È stato reso popolare da educatori, attivisti e pubblicazioni (tra cui la rivista Tikkun di Michael Lerner). In questo senso contemporaneo, il concetto pone l’accento sulla responsabilità umana di “aggiustare” un mondo percepito come rotto o imperfetto, spesso con un’enfasi sull’azione concreta e collettiva piuttosto che sulla dimensione mistica o escatologica tradizionale. Molti ebrei moderni lo considerano un elemento centrale della propria identità religiosa e civile.

 

Sfumature e diversità di interpretazioni

Le diverse tradizioni ebraiche non lo intendono allo stesso modo:

  • Nelle fonti ortodosse e tradizionali l’accento resta spesso sulle mitzvot, sullo studio e sulla dimensione teologica/messianica.
  • Nelle correnti liberali prevale l’interpretazione etico-sociale e attivista.
  • Esistono anche letture ecologiche (già presenti in alcuni midrash antichi) che vedono nel tikkùn olàm la responsabilità verso il mondo naturale.

In sintesi, Tikkùn Olàm non è un concetto monolitico: è passato da principio giuridico di ordine sociale, a speranza liturgica messianica, a mito cosmologico cabalistico, fino a divenire oggi un potente simbolo di impegno etico e riparativo nel mondo. La sua ricchezza sta proprio in questa stratificazione di significati, che permette a diverse generazioni e sensibilità di appropriarsene in modi differenti, sempre mantenendo al centro l’idea che l’essere umano abbia un ruolo attivo nel migliorare (o “riparare”) la realtà.

 [A cura di Redazione]

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia narrata nel libro di #Giulia #Di #Leo#UNA #STORIA #LUNGA UN’#ETERNIT” è nota, purtroppo, a molti di voi.

Come Casa Editrice, ricordiamo ancora una volta come, nel 1982, il Procuratore della Repubblica di Torino, Raffaele Guariniello, avesse disposto un’indagine epidemiologica, eseguita dall’epidemiologo Benedetto Terracini, avendo notato il problema di un’esplosione di patologie da amianto a Casale, l’asbestosi e il mesotelioma.

Il tutto aveva, in realtà, origini lontane e risaliva al 1907.

Il 6 aprile 2009 si aprì il primo procedimento penale per disastro ambientale in Europa, il primo a comprendere un reato di omicidio colposo e l’omissione dolosa di cautele anti-infortunistiche.

Il “processo dei record” contro Stephan Schmidheiny e Jean-Louis Marie de Cartier de Marchienne si concluse il 13 febbraio 2012, con la condanna a sedici anni dei due proprietari.

Nel giugno del 2013 terminò anche il processo di secondo grado, e Stephan Schmidheiny, rimasto nel frattempo l’unico imputato, fu condannato a diciotto anni di carcere.

Tutto fu poi annullato dalla sentenza di prescrizione della Cassazione del 19 novembre 2014.

Per la storia civile italiana il senso della sentenza del Tribunale di Torino del 13 febbraio 2012, da un punto di vista giuridico, fu importante perché il reato fosse classificato come “disastro” (collettivo) e non come una somma di omicidi individuali.

Il mondo civile italiano si rese conto di quanto inammissibile fosse che, da parte di un’azienda, non si facesse nulla per proteggere i propri dipendenti quando si è consapevoli che essi sono a rischio.

Più in generale, il processo condusse l’opinione pubblica a percepire la dimensione che possono avere le epidemie di malattie professionali.

Inoltre, emersero le negligenze delle istituzioni nell’accogliere i risultati della ricerca (e la sottomissione di parte del mondo accademico nei confronti di tale negligenza).

Infine, si ebbe la percezione della gravità delle conseguenze che possono avere contaminazioni dell’ambiente generale da parte di attività produttive (industriali nel caso specifico, ma agricole in altre circostanze).

Il 14 gennaio 2020, si svolse l’udienza preliminare del processo Eternit Bis, per decidere se si poteva proseguire con l’accusa di omicidio volontario al magnate svizzero Stephan Schmidheiny, e non di omicidio colposo, ormai in prescrizione.

Il 24 gennaio 2020 fu accolta la richiesta della Procura e Stephan Schmidheiny tornò a processo, con l’accusa di omicidio volontario.

Il libro di Giulia Di Leo è dedicato alle vittime, ai parenti che le ricordano lottando ogni giorno, ai progressi medici, alla bonifica, alla ricerca scientifica.

Si tratta di un libro sobrio, intenso, asciutto, che narra con lucidità e in uno stile quasi febbrile gli eventi, il contesto, la storia ma, soprattutto le vicende umane e personalissime di tutti: i morti e i vivi, i sopravvissuti, i medici, gli epidemiologi, le parti politiche e sindacali, e poi le paure e le ansie, il dolore e la rabbia, e le lotte.

Tutto per mezzo d’interviste e di testimonianze, condotte con taglio quasi cinematografico, tutto sul filo del rispetto per chi non ce l’ha fatta e per chi, ancora, continua a combattere affinché giustizia sia fatta.

Importantissimo – fondamentale e sicuramente imprescindibile – è stato il ruolo del Comitato delle vittime, nella fase di indagini e nello svolgimento del processo: il Comitato delle vittime ha avviato il procedimento e ha assicurato la partecipazione al processo di migliaia di lavoratori e dei loro congiunti come parte civile, compresa la presenza in aula a ogni udienza.

Ha diffuso a Casale la consapevolezza dell’inaccettabilità che le istituzioni pubbliche (soprattutto il comune di Casale) scendessero a transazioni con gli imputati.

Ha inoltre tessuto una rete di rapporti con gruppi di altre vittime in altre paesi (in particolare francesi, belgi e brasiliani).

E oggi, sull’esempio del processo Eternit, molte cose si stanno muovendo anche altrove.

Fare divulgazione è ancora più importante perché Conoscere aiuta a comprendere per poi agire.

Si tratta di uno Spirito di resilienza e di antifragilità - un metodo di pensiero critico circolare che solo può aiutare in questa sfida Umanistica, Sociale e Sanitaria del Terzo Millennio.

 

Barbara de Munari - ETICA Edizioni Torino

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https://www.linkedin.com/pulse/una-storia-lunga-uneternit-barbara-de-munari-noatf

 

La tragedia Eternit di Casale Monferrato (Alessandria, Piemonte) rappresenta uno dei più gravi disastri ambientali e sanitari legati all'amianto nella storia italiana ed europea. Ecco i dettagli principali, basati su fonti storiche, epidemiologiche e giudiziarie.

La fabbrica e la sua storia

  • Lo stabilimento Eternit di Casale Monferrato aprì nel 1907 e divenne il più grande impianto europeo per la produzione di manufatti in cemento-amianto (lastre ondulate, tubi, condotte, ecc.), con un'area di circa 94.000-96.000 m².
  • Per quasi 80 anni (fino al 1986) produsse materiali da costruzione molto diffusi per la loro resistenza e basso costo. L'amianto (in particolare crisotilo e altri tipi) veniva mescolato al cemento.
  • Al picco dell'attività impiegava fino a 2.500 operai. Le lavorazioni avvenivano spesso senza adeguate protezioni: gli operai lavoravano a mani nude in ambienti polverosi e umidi.

etui.org

 

 

La fabbrica chiuse il 6 giugno 1986 con un'istanza di fallimento, dopo anni di lotte sindacali e presa di coscienza sulla pericolosità dell'amianto (le evidenze scientifiche sui rischi esistevano già dagli anni '60).L'impatto sulla salute: la "strage silenziosa"L'amianto rilascia fibre microscopiche inalabili che provocano malattie gravi con latenza molto lunga (anche 30-40 anni o più):

  • Mesotelioma pleurico (tumore della pleura, quasi sempre letale e fortemente associato all'amianto).
  • Asbestosi, tumori al polmone, peritoneo, ovaio e altri.

Vittime:

  • Si stimano oltre 3.000 morti complessive tra operai, familiari e residenti di Casale e zone limitrofe (dati variabili tra fonti, spesso citati tra 2.500 e 3.000+ casi di malattie asbesto-correlate).

sicurezzaelavoro.org

  • Nel territorio del SIN (Sito di Interesse Nazionale, 48 Comuni) si contano circa 2.500 malati, cifra probabilmente sottostimata.
  • Ancora oggi si registrano 40-50 nuovi casi/anni di mesotelioma a Casale (una città di circa 32-35.000 abitanti), inclusi casi di esposizione ambientale (polvere dispersa nell'aria, usata per riempire strade, cortili, campi sportivi) e domestica (polvere portata a casa sui vestiti dei lavoratori).

lunica.email

 

 

Non solo gli operai: si ammalarono anche mogli, figli, vicini di casa e abitanti di paesi circostanti perché l'amianto contaminava l'intero tessuto urbano (tetti, attici, lavanderie, ecc.).Il processo giudiziario (Eternit e Eternit-bis) Stephan Schmidheiny, magnate svizzero che controllava Eternit Italia dal 1976, è stato il principale imputato.

  • Primo filone (disastro ambientale): Condannato in Appello a 18 anni (2013), ma la Cassazione dichiarò prescritto il reato nel 2014.
  • Eternit-bis (per omicidio): Accusato inizialmente di omicidio volontario (dolo eventuale) per centinaia di morti. I processi hanno riqualificato il reato in omicidio colposo aggravato.
    • Nel 2023 (primo grado a Novara): 12 anni per 392 vittime.
    • In Appello a Torino (2025): Condanna ridotta a 9 anni e 6 mesi (riconosciuta responsabilità per un numero inferiore di casi, intorno a 91-147 a seconda delle sentenze). Il processo è in attesa di Cassazione.

lastampa.it

 

 

Le parti civili includono familiari, Comune di Casale, AFeVA (Associazione Familiari e Vittime Amianto) e altre associazioni.Situazione attuale e bonifiche

  • Casale Monferrato è considerata una delle aree più bonificate d'Italia per amianto, ma la contaminazione residua persiste e il mesotelioma continua a uccidere.
  • L'area è Sito di Interesse Nazionale dal 1998; le bonifiche procedono, ma lentamente.
  • La comunità ha sviluppato una forte resilienza: l'AFeVA è attiva nella memoria, supporto alle vittime e lotta per la giustizia e la prevenzione.

La docuserie "Negli occhi di chi resta" (presentata proprio oggi, 28 aprile 2026, in occasione della Giornata Mondiale per le Vittime dell'Amianto) ricostruisce proprio questa storia di trauma collettivo, resilienza e memoria a 40 anni dalla chiusura dello stabilimento, basandosi sul libro di Giulia Di Leo.La tragedia Eternit simboleggia i costi umani dell'uso indiscriminato dell'amianto prima del divieto italiano (1992) e europeo. Nonostante la chiusura da decenni, le fibre continuano a provocare morti, rendendola una "strage infinita".

 

 

 

IL PATTO CON IL LETTORE di ETICA EDIZIONI TORINO (e UMBERTO ECO...)

 

È un documento originale nel panorama italiano perché mette il lettore al centro in modo esplicito e combina etica del contenuto con responsabilità narrativa. Il suo punto di forza è la chiarezza e la coerenza con l’identità della casa editrice Etica.

Il “patto con il lettore” è uno dei concetti più importanti della narratologia e della teoria della lettura. Etica Edizioni Torino lo ha reso esplicito trasformandolo in un manifesto identitario.

1. Il concetto teorico

Il patto con il lettore (o patto narrativo / contratto di lettura) è l’accordo implicito che si stabilisce tra chi produce il testo (autore e, in seconda battuta, editore) e chi lo legge.

Il lettore accetta di “sospendere” temporaneamente alcune delle sue facoltà critiche e di entrare nel mondo proposto dal testo. In cambio, l’autore (e l’editore) si impegnano a rispettare determinate regole di coerenza, utilità e onestà.

Due princìpi classici lo fondano:

  • La sospensione dell’incredulità (Samuel Taylor Coleridge, 1817)
    Il lettore accetta di credere momentaneamente a ciò che sa essere finzione, a condizione che il mondo narrativo resti internamente coerente e offra una “verità umana ed emotiva”.
  • La pistola di Čechov (Anton Čechov)
    Ogni elemento introdotto deve avere una funzione. Se mostri una pistola nel primo atto, deve sparare entro la fine. Nulla deve essere superfluo o tradire le aspettative create.

Altri contributi teorici rilevanti:

  • Umberto Eco (Lector in fabula): parla di “cooperazione testuale” e di “Lettore Modello”. L’autore costruisce nel testo le istruzioni per un lettore ideale che sa collaborare all’interpretazione.
  • Wolfgang Iser e la teoria della ricezione: la lettura è un atto attivo; il testo ha “posti vuoti” che il lettore deve riempire.
  • Nella non-fiction il patto diventa ancora più stringente: riguarda la veridicità delle fonti, la dichiarazione dei limiti e l’assenza di manipolazione.

Rompere il patto significa deludere il lettore: trame inconcludenti, promesse non mantenute, sensazionalismo gratuito, mancanza di rigore o “truffe” narrative.

2. Il Patto formalizzato da Etica Edizioni Torino

Etica Edizioni trasforma questo accordo implicito in un impegno esplicito e identitario. Non è più solo una regola letteraria, ma un manifesto morale e professionale rivolto al lettore come “persona pensante e cittadino”.

I sei punti possono essere approfonditi così:

1.     Onestà intellettuale e rigore
Fonti dichiarate, limiti riconosciuti, niente propaganda o semplificazioni ideologiche. Vale soprattutto per la saggistica, ma influenza anche la narrativa realistica o storica.

2.     Rispetto del tempo e dell’intelligenza del lettore
Niente libri “gonfiati”, editing accurato, stile chiaro ma non banale. Il tempo del lettore è considerato un bene scarso e prezioso.

3.     Coerenza narrativa ed etica
Le promesse fatte all’inizio vengono mantenute. Nella narrativa: rispetto delle regole del genere e chiusura delle trame. Nella non-fiction: argomentazioni sostenute e invito al pensiero critico.

4.     Responsabilità verso le storie e le persone
Particolarmente rilevante quando si trattano tragedie, storie di sofferenza o temi sensibili. Si rifiuta la spettacolarizzazione del dolore a favore della memoria e della ricerca di verità.

5.     Invito al pensiero critico
Il libro non deve offrire “verità assolute” preconfezionate, ma strumenti e domande. Il lettore è considerato interlocutore attivo, non consumatore passivo.

6.     Trasparenza
Comunicazione chiara su uscite, fonti, autori e disponibilità. Rapporto diretto e onesto con il lettore.

Il motto della casa editrice riassume tutto: “Libri e persone che mantengono le promesse”.

3. Perché renderlo esplicito?

Rendere esplicito il patto ha diverse funzioni:

  • Identitaria: distingue la casa editrice in un mercato saturo di prodotti frettolosi o puramente commerciali.
  • Orientativa: fornisce criteri concreti per selezionare manoscritti e lavorare con gli autori.
  • Fiduciaria: cerca di costruire un rapporto di fiducia più consapevole con i lettori.
  • Culturale: eleva la lettura da semplice consumo ad atto di responsabilità reciproca.

In sintesi

Il patto con il lettore, nella sua forma classica, è il fondamento stesso della relazione narrativa. Etica Edizioni lo ha portato a un livello ulteriore: da regola implicita della buona scrittura a dichiarazione pubblica di responsabilità editoriale.

È un tentativo di restituire dignità e serietà al rapporto tra chi scrive/pubblica e chi legge, in un’epoca in cui questo rapporto è spesso frantumato da eccesso di offerta, superficialità e pressioni commerciali.

Umberto Eco svolge un ruolo fondamentale e quasi fondativo nella teorizzazione moderna del rapporto tra testo e lettore, e quindi del “patto con il lettore”.

1. Posizione di Eco nel dibattito teorico

Nella seconda metà del Novecento, mentre alcune correnti (strutturalismo radicale, New Criticism) tendevano a concentrarsi quasi esclusivamente sul testo, Eco è tra i primi e più influenti studiosi a restituire al lettore un ruolo attivo e strutturale. Non lo considera un semplice destinatario passivo, ma un collaboratore necessario al funzionamento del testo stesso.

Il suo contributo si inserisce nel più ampio filone della teoria della ricezione (Reception Theory) e della semiotica, dialogando con autori come Wolfgang Iser, Hans Robert Jauss e Charles Sanders Peirce, ma con un’impronta fortemente originale e italiana.

2. L’evoluzione del suo pensiero

Eco elabora progressivamente la sua teoria attraverso opere chiave:

  • Opera aperta (1962)
    Introduce l’idea di “apertura” dell’opera d’arte. Un testo (soprattutto contemporaneo) non è un messaggio chiuso e univoco, ma una struttura che sollecita e regola l’intervento interpretativo del fruitore. L’apertura non è anarchia: è controllata dalle strutture del testo.
  • Lector in fabula (1979) – l’opera centrale
    Qui Eco sviluppa in modo sistematico la cooperazione interpretativa nei testi narrativi.
    Concetti fondamentali:
    • Il testo è una “macchina pigra”: dice meno di quanto si comprenda. Ha bisogno del lettore per essere attualizzato.
    • Lettore Modello: non è il lettore empirico (quello reale in carne e ossa), ma l’insieme di competenze, conoscenze e strategie interpretative che il testo prevede e cerca di costruire. È una strategia testuale.
    • Parallelamente esiste un Autore Modello: anch’essa una strategia testuale, non necessariamente coincidente con l’autore empirico.
    • La lettura è un processo di cooperazione: il lettore riempie i “non detti”, fa inferenze, compie “passeggiate inferenziali” (previsioni su come andrà avanti la storia).
  • Opere successive (I limiti dell’interpretazione, 1990; Interpretation and Overinterpretation, 1992)
    Eco corregge e bilancia la spinta verso l’apertura eccessiva. Non tutte le interpretazioni sono legittime: esistono limiti posti dall’intentio operis (l’intenzione del testo). Si può interpretare, ma non si può far dire al testo qualunque cosa.

3. Il legame con il “patto con il lettore”

Eco non usa sempre l’espressione “patto con il lettore” in senso stretto, ma la sua teoria ne costituisce una delle basi più solide e sofisticate.

  • Il lettore accetta di entrare in un gioco regolato dalle istruzioni del testo.
  • Esiste un accordo implicito: il lettore si impegna a cooperare secondo le regole previste (competenza linguistica, conoscitiva, di genere), mentre il testo (e l’autore modello) si impegna a fornire un percorso coerente e “giocabile”.
  • Questo patto include anche la sospensione dell’incredulità: Eco richiama esplicitamente Coleridge quando parla di come il lettore accetti, per il tempo della lettura, le regole del mondo narrativo.

In sintesi, per Eco il patto non è solo emotivo o etico, ma semiotico e cognitivo: è un contratto di cooperazione interpretativa.

4. Rilevanza rispetto al manifesto di Etica Edizioni

Il Patto formalizzato da Etica Edizioni Torino si muove su un piano più etico-professionale e pratico (onestà intellettuale, rispetto del tempo del lettore, coerenza, responsabilità).

Eco fornisce invece il fondamento teorico più rigoroso:

  • Spiega perché il lettore non è un consumatore passivo.
  • Mostra che il testo stesso “prevede” e costruisce il suo lettore ideale.
  • Offre strumenti per capire quando un testo rispetta o tradisce le aspettative che ha generato (cioè quando rompe il patto).

Mentre Etica parla di responsabilità morale verso il lettore, Eco analizza i meccanismi profondi attraverso cui quella relazione si costruisce sul piano del significato.

Il suo concetto di Lettore Modello e di cooperazione testuale rimane uno dei contributi più duraturi e citati nella teoria letteraria contemporanea. Qualsiasi riflessione seria sul “patto con il lettore” – compresa quella etico-editoriale di una casa editrice – non può prescindere dal suo lavoro.

Eco lo definisce come: «un insieme di condizioni di felicità, testualmente stabilite, che devono essere soddisfatte perché un testo sia pienamente attualizzato nel suo contenuto potenziale».

In altre parole: il Lettore Modello è l’insieme di competenze, conoscenze, aspettative e mosse interpretative che il testo prevede e cerca di costruire affinché la lettura funzioni come l’autore (modello) aveva immaginato.

Il testo non si rivolge a un lettore generico, ma progetta il proprio lettore ideale. Ogni testo “scommette” su un certo tipo di lettore e cerca di formarlo durante la lettura stessa.

3. Il testo come “macchina pigra”

Una delle metafore più famose di Eco è che il testo è una macchina pigra.
Dice meno di quanto noi comprendiamo. Lascia molti “non detti”, presupposti, indizi, spazi vuoti. Spetta al lettore riempirli attraverso inferenze, previsioni e conoscenze enciclopediche.

Il Lettore Modello è colui che sa (o impara a) fare questo lavoro di riempimento nel modo previsto dal testo.

7. Perché è rilevante per il “patto con il lettore”

Il concetto di Lettore Modello rende più preciso e tecnico il tradizionale “patto con il lettore”:

  • Il patto non è solo emotivo o etico (“ti prometto di non deluderti”).
  • È anche un contratto semiotico e cognitivo: il testo propone un insieme di regole e competenze; il lettore accetta di giocare secondo quelle regole.
  • Quando un testo “rompe il patto”, spesso significa che ha generato aspettative (cioè ha costruito un certo Lettore Modello) e poi le ha tradite.

In sintesi

Il Lettore Modello di Umberto Eco è la figura ideale di lettore che il testo prevede, richiede e cerca di formare. È una strategia testuale, non una persona reale. Attraverso questo concetto Eco dimostra che la lettura non è mai un atto passivo: è una cooperazione attiva e regolata tra il testo e colui che lo attiva.

Resta uno degli strumenti teorici più potenti per capire come funzionano i testi narrativi e, più in generale, qualsiasi comunicazione che chieda al destinatario di collaborare alla costruzione del significato.

[A cura di Redazione]

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Il libro "Henry Kissinger - Dalla Guerra dei Sei Giorni alla Guerra di Yom Kippur (ovvero come evitare la distruzione del mondo)" di Konstantin Sichinava (ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell’Università di Siena) è un saggio di storia e geopolitica edito da Etica Edizioni (Torino), di 274 pagine, con prefazione della Dott.ssa Lali Burduli (Ivane Javakhishvili Tbilisi State University, Georgia). Uscita a marzo 2026.

Riassunto generale

L’opera analizza il ruolo centrale di Henry Kissinger (all’epoca Consigliere per la Sicurezza Nazionale e poi Segretario di Stato USA) nella diplomazia americana durante i due conflitti arabo-israeliani più critici del periodo: la Guerra dei Sei Giorni (1967) e la Guerra dello Yom Kippur (ottobre 1973). Il focus non è solo storico-militare, ma soprattutto strategico e concettuale: come Kissinger abbia gestito queste crisi per evitare un’escalation globale che, nel contesto della Guerra Fredda, avrebbe potuto portare a uno scontro diretto tra USA e URSS, con rischio di “distruzione del mondo” (nucleare).Il Medio Oriente viene presentato come un “punto caldo” del pianeta sin dalla fine degli anni ’40, a causa della nascita dello Stato di Israele (1948) e del conflitto arabo-israeliano che ne è seguito. La politica estera statunitense nella regione dal 1945 al 1967 non fu lineare; le due guerre del 1967 e del 1973 rappresentarono momenti di massima tensione internazionale, in cui Kissinger applicò una visione realista dell’ordine mondiale.

Temi centrali

L’ordine mondiale secondo Kissinger — Non esiste un ordine che possa soddisfare tutti i soggetti; l’ordine si basa sull’equilibrio negoziato tra grandi potenze e Stati capaci di dialogo. Non deriva dall’assenza di conflitti, ma da un equilibrio di forze sempre instabile. La pace è solo una “tregua instabile” in attesa del prossimo riequilibrio.

Priorità americana — Kissinger mise sempre al primo posto gli interessi degli Stati Uniti (il Paese che lo aveva accolto da bambino ebreo fuggito dal nazismo), poi il ruolo di Segretario di Stato, e solo in terza posizione la sua identità ebraica. Questo approccio pragmatico (e a volte cinico) gli attirò critiche da più parti, ma gli permise di agire con coerenza.

Diplomazia shuttle — Particolarmente nella fase post-1973, Kissinger viaggiò incessantemente tra le capitali mediorientali per mediare, separare i belligeranti, negoziare cessate il fuoco e accordi parziali, impedendo che il conflitto si allargasse a livello globale.

Realismo vs idealismo — Ogni statista deve conciliare ciò che è “giusto” con ciò che è “possibile”. Una neutralità benevola è fragile, perché richiede simulazione che allarma gli alleati senza rassicurare del tutto i nemici.

Il libro contestualizza questi eventi all’interno della détente tra USA e URSS, dell’embargo petrolifero arabo, delle tensioni transatlantiche e del rischio costante di coinvolgimento sovietico diretto.

Stile e approccio

Si tratta di uno studio accademico rigoroso (286 note a piè di pagina, 248 riferimenti bibliografici e sitografici, 24 tavole a colori), ma arricchito da aneddoti e citazioni dirette che rendono vivida la figura di Kissinger: dal famoso scambio con Golda Meir («Prima sono americano, secondo Segretario di Stato, terzo ebreo» – «Henry, in Israele leggiamo da destra a sinistra») alle riflessioni sulla fragilità dell’equilibrio di potere.

In sintesi, il volume non è una biografia completa di Kissinger né una storia militare dettagliata delle due guerre, ma un’analisi mirata di come la sua diplomazia realista abbia contribuito a contenere due crisi regionali potenzialmente catastrofiche, trasformandole in opportunità per ridefinire gli equilibri globali e “evitare la distruzione del mondo”. 

... Kissinger capisce presto che non può esistere un Ordine del Mondo che soddisfi tutti, e che l'Ordine come tale si estende piuttosto solo per le grandi potenze e per una parte degli stati che storicamente sono riusciti a dialogare, negoziare, mettersi d’accordo, ma mai in modo statico e definitivo; che «l’ordine mondiale non deriva dall’assenza di conflitto, ma dall’equilibrio negoziato tra potenze», e che «la pace rappresenta una tregua instabile in attesa di un nuovo equilibrio perché non può esserci pace senza equilibrio di forze».

Kissinger ha sempre scelto il bene degli USA, del paese che lo ha accolto da bambino e gli ha dato tutto. Ha proseguito in modo praticamente costante, senza tradire le sue convinzioni, divenendo per un lungo periodo démodé, senza mai smettere di essere uno scienziato uguale a pochi, odiato da tutti, ma senza smentirsi mai…

Egli disse: «Ogni statista deve cercare di conciliare ciò che è considerato giusto con ciò che ritiene possibile. Un ruolo di benevola neutralità è sempre molto fragile, poiché richiede esattamente quel grado di simulazione che mette in allarme gli amici, mentre può non bastare a rassicurare il nemico». E ancora: «è destino di ogni politica coronata dal successo che i posteri dimentichino con quanta facilità le cose sarebbero potute andare diversamente».

Dopo la seconda guerra mondiale, il Medio Oriente occupa un posto speciale nelle relazioni internazionali. Dalla fine degli anni '40, è divenuto un focolaio di tensione nel mondo e lo è rimasto fino alla metà degli anni '90. La trasformazione del Medio Oriente in un ꞌꞌpunto caldoꞌꞌ del pianeta è principalmente associata alla formazione dello Stato di Israele nel 1948 e al conflitto arabo-israeliano che ne è seguito e che ha portato a una serie di crisi politiche internazionali.

La politica estera americana nei confronti del Medio Oriente, dal 1945 al 1967, seguì un percorso tutt’altro che lineare. La crisi del Medio Oriente e l’influenza della diplomazia statunitense nel periodo delle guerre del 1967 e del 1973, vista in particolare modo attraverso la figura del diplomatico Premio Nobel per la Pace, Henry Kissinger, sono oggetto di questo studio.

La copertina del libro di Konstantin Sichinava su Henry Kissinger (edito da ETICA Edizioni) è molto classica e sobria, tipica dei saggi di geopolitica e storia contemporanea.

in sintesi:

  • Punti forti:

·                    L’immagine centrale di Kissinger è forte e immediatamente riconoscibile. Funziona bene per evocare il personaggio.

  • Il titolo è chiaro e il sottotitolo (“ovvero come evitare la distruzione del mondo”) aggiunge un tocco drammatico che incuriosisce, legandosi perfettamente al tema delle crisi mediorientali e del rischio di escalation nucleare.
  • La palette di colori (toni scuri, rossi e bianchi) dà un senso di serietà e urgenza, senza essere troppo aggressiva.

·         I  toni freddi e contrasti forti danno unl senso di serietà storica, con Kissinger in controluce.

 

Nel complesso è efficace per un pubblico accademico o di appassionati di storia: comunica subito di cosa parla il libro e chi è il protagonista. Non è una copertina che “urla” dallo scaffale come certi thriller, ma per un saggio di 274 pagine con oltre 500 riferimenti bibliografici va più che bene.

 

(By IA GROK)

 

… Kissinger un giorno scriverà: «Fino a quando non sono emigrato in America, la mia famiglia ed io abbiamo sopportato un ostracismo progressivo e una discriminazione... Non potrei mai dimenticare quale ispirazione [l'America] sia stata per le vittime di persecuzioni, per la mia famiglia e per me in anni crudeli e degradanti...».

… Non poteva non incidere su Kissinger l’infanzia vissuta nella Germania nazista. Scrisse che ricordava il padre piangere e ciò lo scosse più di ogni altra cosa.

Improvvisamente si rese conto che erano coinvolti in qualche grande e irrevocabile evento. «Era la prima volta che incontravo qualcosa che mio padre non era in grado di affrontare».

 

… Kraemer si stupì perché riteneva che Kissinger non dovesse fidarsi di Nixon: «La destra ti chiamerà l'ebreo che ha perso il sud-est asiatico e la sinistra ti chiamerà un traditore della causa».

… Con gli anni Kraemer divenne più comprensivo verso il desiderio di Kissinger di avere approvazione e assenso dalla società. Secondo Kraemer, il desiderio della conoscenza e della verità superava tutto.

Secondo il vecchio mentore, se Dio sceglie dal suo cestino delle virtù i doni da distribuire ad alcune persone meritevoli, per Kissinger non ha esitato a versargli addosso un intero cestino…

 

... «Israele è il sogno ebraico millenario. Poche idee sono esistite nel mondo da così tanti millenni come quella che tiene insieme un intero popolo antico. Gli ebrei, dopo centinaia e centinaia di anni, ripetutamente ripristinano lo stato sullo stesso pezzo di terra deserta tra il Mediterraneo, il Mar Morto e il Mar Rosso, adatto più per le invasioni esterne e minimamente per la difesa»... (Y. Satanovsky - Libro d’Israele. Eksmo, 2014)...

Sono esplicite le parole di Golda Meir rivolte a Henry Kissinger durante un incontro a Tel Aviv il 22 ottobre 1973: «I need your assurance. I believe you. I know what you did. Without you, I don’t know where we would have been». («Ho bisogno della sua rassicurazione. Io Le credo. So ciò che ha fatto per noi. Senza di Lei, non so dove saremmo»).

Esiste un aneddoto su come, durante il colloquio con il Primo Ministro dꞌIsraele Golda Meir che si appellava a Kissinger perché aiutasse il popolo ebraico al quale egli apparteneva, egli le avesse risposto che lui in primo luogo era americano, in secondo luogo Segretario di Stato e solo in terzo luogo ebreo («Golda, You Must Remember That First I Am An American, Second I Am Secretary Of State And Third I Am A Jew»), e Golda Meir ribatté: «Henry, tu dimentichi che noi in Israele leggiamo da destra a sinistra» («Henry, You Forget That In Israel We Read From Right To Left»).

 

(by BdM)