
Un approfondimento dei dieci spunti di Rav Jonathan Sacks per Rosh Hashanah e Yom Kippur (i Yamim Noraim, i Dieci Giorni di Penitenza). Si tratta di riflessioni brevi ma dense, pensate per orientare la preghiera (tefillah) e la teshuvah (il ritorno/pentimento) verso un’esperienza trasformativa.
Le presentiamo una per una, partendo dal testo originale di Rav J. Sacks e ampliandole con il contesto del suo pensiero (basato anche su elaborazioni più estese degli stessi temi).
1. La vita è breve
Nonostante l’allungamento dell’attesa di vita, in un’unica esistenza non riusciremo a realizzare tutto ciò che vorremmo. Questa vita è tutto ciò che abbiamo. La domanda fondamentale diventa quindi: come possiamo usarla al meglio?
Sacks richiama spesso la poesia della mortalità della preghiera Unetaneh Tokef: l’uomo è come un frammento di vaso, erba secca, fiore appassito, ombra fuggente, nube passeggera, soffio di vento. Sapere che il tempo è limitato non è motivo di angoscia, ma di urgenza etica: non siamo liberi di sottrarci al compito, anche se non lo completeremo.
2. La vita stessa, ogni respiro, è un dono di Dio
Non possiamo dare la vita per scontata, altrimenti non riusciamo a celebrarla. Sì, l’ebraismo crede nella vita dopo la morte, ma è nella vita prima della morte che si manifesta la vera grandezza umana.
Dio dona soprattutto la vita stessa (come sottolineava Maimonide). L’ebraismo cerca Dio nel qui e ora, non solo nell’aldilà o in un futuro distante. Ogni respiro è già una benedizione da riconoscere.
3. Siamo liberi
L’ebraismo è la religione dell’essere umano libero che risponde liberamente al Dio della libertà. Non siamo prigionieri del peccato, né determinati da forze economiche, impulsi psicologici o geni. Il semplice fatto che possiamo fare teshuvah — agire domani in modo diverso da ieri — dimostra la nostra libertà.
Questa libertà è uno dei pilastri del pensiero di Sacks: gli ebrei hanno dimostrato storicamente di poter sfidare le “leggi della storia” e sopravvivere contro ogni probabilità.
4. La vita ha un significato
Non siamo semplici accidenti della materia in un universo nato e destinato a finire senza motivo. Siamo qui perché c’è qualcosa che dobbiamo fare: essere collaboratori di Dio nell’opera della creazione, avvicinando il mondo che esiste a quello che dovrebbe essere.
La storia ebraica, secondo Sacks (citando anche storici come Paul Johnson), insiste più di qualsiasi altra sulla finalità della storia e sul destino dell’umanità. Rosh Hashanah celebra proprio l’anniversario della creazione dell’uomo e il suo ruolo di partner divino.
5. La vita non è facile
L’ebraismo non guarda il mondo con ottimismo ingenuo. Il mondo in cui viviamo non è quello che dovrebbe essere. Per questo, nonostante ogni tentazione, l’ebraismo non ha mai proclamato che l’era messianica sia già arrivata, anche se la attende ogni giorno.
Le sofferenze del popolo ebraico sono presenti nelle preghiere, ma non siamo soli: la Shekhinah (Presenza divina) accompagna il popolo anche nell’esilio. Dio può nascondere il volto, ma ascolta e guarisce, spesso in modi che comprendiamo solo a posteriori.
6. La vita può essere difficile, ma può comunque essere dolce
Gli ebrei non hanno mai avuto bisogno di ricchezza per essere ricchi, né di potere per essere forti. Essere ebrei significa vivere per le cose semplici: amore, famiglia, comunità. La vita è dolce quando è toccata dal Divino.
Il miele in cui si intingono la mela e la challah a Rosh Hashanah simboleggiano proprio questo: santificare il piacere invece di inseguirlo o rifiutarlo. Gioia, generosità (tzedakah e gemilut chasadim), studio e preghiera di ringraziamento sono le fonti della dolcezza.
7. La nostra vita è la più grande opera d’arte che creeremo mai
Nei Yamim Noraim ci allontaniamo dalla nostra vita come un artista che si stacca dalla tela, per vedere cosa va cambiato affinché il dipinto sia completo.
Sacks richiama il pensiero di Rav Soloveitchik: l’uomo deve creare se stesso. La teshuvah è proprio questo atto creativo di rinnovamento. Dio ci vuole partner non solo nella creazione del mondo, ma anche nella creazione di noi stessi.
8. Siamo ciò che siamo grazie a coloro che ci hanno preceduto
Ognuno di noi è una lettera nel Libro della Vita di Dio. Non partiamo da zero: abbiamo ereditato una ricchezza spirituale, non materiale. Siamo eredi della grandezza dei nostri antenati.
Una singola lettera non ha significato da sola; prende senso solo quando si unisce ad altre per formare parole, frasi e una storia. La storia ebraica è quella di un popolo piccolo e spesso senza casa che è sopravvissuto a imperi immensi. A Rosh Hashanah ricordiamo (e chiediamo a Dio di ricordare) Abraham, Isacco, Sara, Channah, Rachele e tutte le generazioni che ci hanno preceduto.
9. Siamo eredi di un altro tipo di grandezza: quella della Torah e dello stile di vita ebraico
L’ebraismo ci chiede grandi cose e, così facendo, ci rende grandi. Camminiamo a testa alta, all’altezza degli ideali per cui viviamo. Anche se falliamo ripetutamente, i Yamim Noraim ci permettono di ricominciare.
La Torah ci chiama “figli di Dio” e “testimoni” Suoi. Gli ebrei hanno spesso compiuto ciò che sembrava impossibile: resistere alla schiavitù, mantenere un’identità senza terra, tornare alla propria terra contro ogni probabilità. Gli ideali alti non ci schiacciano: ci elevano e, grazie al perdono di questi giorni, ci permettono di rialzarci.
10. Siamo polvere della terra, ma dentro di noi c’è il respiro di Dio
Il suono sincero della preghiera e quello penetrante dello shofar ci ricordano che la vita è solo un soffio — eppure quel soffio è lo spirito di Dio in noi (Genesi 2,7).
Lo shofar è un grido senza parole in una religione di parole: è il nostro grido a Dio e, allo stesso tempo, il grido di Dio a noi. Ci richiama a prendere il dono della vita e a farne qualcosa di santo, onorando Dio e l’immagine divina che è in ogni essere umano. Sconfiggiamo la morte non vivendo per sempre, ma vivendo secondo valori eterni e lasciando benedizioni che sopravvivono a noi.
Sacks conclude invitando a ricordare anche solo uno di questi spunti per rendere più significativa l’esperienza di Rosh Hashanah e Yom Kippur. Queste riflessioni riassumono molti temi centrali del pensiero di Sacks: la dignità della vita terrena, la libertà e la responsabilità umana, il partenariato con Dio, la continuità con le generazioni passate e la capacità di rinnovarsi attraverso la teshuvah.