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Tratto da +972 Magazine.
Traduzione: La Zona Grigia. La Bottega del Barbieri, 26 agosto 2025.
Ron Dudai è professore associato presso il Dipartimento di Sociologia e Antropologia dell’Università Ben-Gurion del Negev.
Israele e il negazionismo sul genocidio palestinese
Mentre gli abitanti di Gaza documentano in tempo reale uccisioni di massa e carestie, la risposta di gran parte della società israeliana è: “È tutto falso, e se lo meritano”.
di Ron Dudai
Dieci anni fa, negli ultimi giorni delle proteste settimanali congiunte palestinesi-ebraiche contro la costruzione del Muro di Separazione da parte di Israele nel villaggio di Al-Ma’asara, in Cisgiordania, uno dei nostri rituali pre-manifestazione era un discorso di Mahmoud, un rappresentante della comunità locale. Telefono in mano, dichiarava: “Non avremo un’altra Nakba, perché ora abbiamo questo. Abbiamo uno smartphone. Abbiamo Facebook. Cercheranno di scacciarci di nuovo, ma tutti lo vedranno e lo fermeranno. Nel ’48 non avevamo smartphone, né Facebook. Ora non accadrà più”.
Ripeteva questo mantra ogni venerdì: agli attivisti accanto a lui, ai soldati di fronte a noi e a se stesso. All’epoca, sembrava rassicurante. Ma si sbagliava.
La campagna genocida in corso da parte di Israele a Gaza potrebbe essere l’atrocità più accuratamente documentata della storia recente, misurata sia dall’enorme quantità di prove che dalla velocità della loro circolazione. Smartphone e social media, che erano ancora lontani anni luce durante i Genocidi in Bosnia e Ruanda, consentono di catturare gli eventi istantaneamente, da innumerevoli angolazioni, e di condividerli a livello globale in tempo reale, con i media tradizionali che svolgono ancora un ruolo di supporto non trascurabile.
Eppure, di fronte a un flusso incessante di foto e video di civili morti, bambini affamati e interi quartieri ridotti in macerie, gran parte dell’opinione pubblica israeliana, e una parte significativa dei sostenitori di Israele all’estero, reagisce in due modi: o è tutto falso, oppure gli abitanti di Gaza se lo meritavano. Spesso, paradossalmente, entrambe le cose contemporaneamente: “Non ci sono bambini morti a Gaza, ed è un bene che li abbiamo uccisi”.
UNA NUOVA ERA DI NEGAZIONE
La negazione delle atrocità è un fenomeno globale, ma la società israeliana l’ha trasformata in una sorta di arte. Non è un caso che una delle più importanti opere accademiche sull’argomento, “States of Denial” (Stati di Negazione – 2001) del sociologo Stanley Cohen, sia stata ispirata dalle sue esperienze come attivista per i diritti umani in Israele durante la Prima Intifada alla fine degli anni ’80.
Basandosi su queste esperienze, Cohen descrive un repertorio di negazionismo utilizzato sia dagli Stati che dalle società: “non è successo” (non abbiamo torturato nessuno); “quello che è successo è qualcos’altro” (non si è trattato di tortura, ma di “moderata pressione fisica”); “non c’era alternativa” (la “bomba a orologeria” ha reso la tortura un male necessario).
In Israele, questa logica affonda le sue radici nel mito della “purezza delle armi” (la convinzione che Israele agisca solo per autodifesa) e nella secolare mentalità del “sparare e piangere” (l’idea che gli israeliani possano commettere violenza ma mantenere una moralità unica perché ne soffrono in seguito). Ma per quanto ripugnante possa essere questa mentalità, si basa comunque su due presupposti importanti: che atrocità come la tortura, l’uccisione di civili e gli sfollamenti forzati siano essenzialmente sbagliate e quindi richiedano giustificazione o occultamento; e che la documentazione e la divulgazione della verità hanno valore, anche se solo come ostacolo da eludere.
Nonostante tutta la sua ripugnanza, l’ipocrisia insita nel mito della “purezza delle armi” ha la sua utilità: lascia spazio, per quanto stretto, alla correzione. Una volta svelato il divario tra retorica e realtà, può provocare imbarazzo e persino generare pressioni per il cambiamento. In un mondo del genere, le immagini catturate con un telefono e condivise all’istante hanno un peso reale.
Ma questo non è il mondo in cui viviamo oggi. In Israele, l’istinto di liquidare qualsiasi documentazione proveniente da Gaza come “falsa” è stato assorbito dal discorso dominante, dai più alti livelli del potere politico fino ai commentatori anonimi sui siti di notizie. Questo riflesso è radicato in una mentalità cospirazionista importata dai circoli di destra degli Stati Uniti, molto simile alla retorica dello “Stato Occulto” del Presidente Donald Trump, diventata una delle preferite del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dei suoi sostenitori.
Uno dei principali sostenitori di questo stile di negazione è Alex Jones, figura mediatica di estrema destra. Nel 2012, il fedele alleato di Trump affermò che la sparatoria alla scuola elementare Sandy Hook, in cui furono assassinati 20 studenti e sei adulti, fosse una messa in scena. Nonostante le prove schiaccianti, Jones insistette sul fatto che tutte le riprese del massacro, genitori in lutto, persino i corpi delle vittime, fossero false, parte di una cospirazione Democratica per minare il diritto degli americani a portare armi.
Questo tipo di linguaggio ha iniziato a insinuarsi nella società israeliana ancor prima del 7 Ottobre, prima su internet e poi nelle arene ufficiali. Con il protrarsi della guerra, è diventata una risposta diffusa, spesso istintiva: un video di genitori palestinesi che cullano il corpo di un neonato? “Attori che tengono in braccio una bambola”. Foto di civili uccisi dai soldati israeliani? “Generate dall’Intelligenza Artificiale, manipolate o scattate altrove”. E così via, all’infinito.
Questa retorica è stata spesso associata al termine “Pallywood”, una fusione di “Palestinese e Hollywood”. Importata dagli ambienti di destra statunitensi all’inizio degli anni 2000, suggerisce che le immagini della sofferenza palestinese non siano affatto reali, ma parte di un’elaborata industria cinematografica: una vasta cospirazione in cui palestinesi, organizzazioni per i diritti umani e media internazionali collaborano per inventare atrocità.
In un’epoca precedente in cui le atrocità venivano negate, le affermazioni di messa in scena erano quantomeno elaborate. Molti ricordano ancora il caso di Muhammad Al-Durrah, il dodicenne ucciso a Gaza nel settembre 2000, la cui morte divenne un simbolo della Seconda Intifada. Israeliani e i loro sostenitori si impegnarono enormemente per cercare di screditare il filmato: centinaia di ore di analisi, reportage e persino documentari, analizzando angolazioni di ripresa, dati balistici e dettagli forensi per sostenere che l’intero evento fosse stato inscenato.
Oggi, negare non richiede più tale sforzo. Le intricate teorie del complotto del passato hanno lasciato il posto a una forma più rozza di negazionismo che gli studiosi chiamano cospirazionismo: il rifiuto istintivo di qualsiasi prova che contraddica i propri interessi, considerandola inventata. La documentazione viene semplicemente liquidata con una sola parola: “Falso”.
POST-VERITÀ, POST-VERGOGNA
Prendiamo, ad esempio, le prove innegabili della carestia di massa a Gaza. La logica è dolorosamente semplice: una popolazione tenuta sotto assedio, e la cui intera autosufficienza è stata distrutta, morirà inevitabilmente di fame. Eppure in Israele, dai commentatori anonimi in rete ai più alti livelli di governo, la risposta istintiva rimane la stessa: “È tutto falso”.
Netanyahu ha parlato della “percezione di una crisi umanitaria”, presumibilmente creata da “foto messe in scena o ben manipolate” diffuse da Hamas. Il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha liquidato le immagini di bambini pelle e ossa come “realtà virtuale”, citando come prova la presenza di adulti “ben nutriti” accanto a loro. L’esercito ha affermato che Hamas stava riciclando immagini di bambini yemeniti o fabbricando falsi generati dall’Intelligenza Artificiale. Il giornalista di Ynet Itamar Eichner, altrimenti fortemente critico nei confronti del governo, ha ribadito lo stesso sentimento: “I palestinesi capiscono che le foto di bambini affamati sono un punto debole. Le foto sono probabilmente messe in scena e i bambini potrebbero essere affetti da altre malattie”.
Questo schema di negazione emerge anche nel dibattito accademico. Un recente rapporto del Centro per gli Studi Strategici Begin-Sadat dell’Università Bar-Ilan, intitolato: “Sfatare le accuse di Genocidio: un riesame della guerra tra Israele e Hamas (2023-2025)”, includeva una sezione intitolata “Fonti false e altre generate dall’Intelligenza Artificiale”.
Sebbene le prove documentate di atrocità siano sempre state accolte con evasioni e negazioni, la situazione oggi è completamente diversa. Nell’era della “post-verità”, una combinazione di accresciuto sospetto nei confronti della manipolazione dell’Intelligenza Artificiale, l’erosione della fiducia nei media istituzionali e il crollo dei guardiani democratici ha reso l’istinto di gridare “falso” a qualsiasi cosa sgradita molto più diffuso e potente che mai.
Nel frattempo, il riprovevole rifiuto della stragrande maggioranza dei media israeliani di mostrare ciò che sta realmente accadendo a Gaza fa sì che, quando le immagini riescono a passare, la risposta del pubblico è spesso poco più di una scrollata di spalle collettiva di disprezzo. Eppure, quasi ogni volta, quella scrollata di spalle è accompagnata da un “se lo meritavano”, mentre negazione e giustificazione si intrecciano in quello che può sembrare un paradosso, ma che in realtà riflette due facce della stessa medaglia.
Come ha recentemente dichiarato il Ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu: “Non c’è carestia a Gaza, e quando vi mostrano foto di bambini affamati, guardate attentamente: vedrete sempre uno grasso accanto a loro, che mangia benissimo. Questa è una campagna messa in scena”. Nella stessa intervista, ha aggiunto: “Non c’è nazione che sfami i suoi nemici. Abbiamo forse perso la testa? Il giorno in cui restituiranno gli ostaggi, non ci sarà più fame. Il giorno in cui uccideranno i terroristi di Hamas, non ci sarà più fame”.
Dopo due decenni di assedio, durante i quali noi israeliani abbiamo cercato di allontanare Gaza e i suoi 2 milioni di residenti palestinesi dalla vista e dalla mente, l’attacco del 7 Ottobre ha brutalmente riportato alla luce ciò che avevamo cercato di dimenticare.
Forse è stato allora che le due risposte, “falso” e “se lo meritavano”, si sono pienamente unite. La prima è al servizio dell’immagine nazionale (“i nostri figli non commettono atrocità”) e delle esigenze dell’Hasbara (Propaganda Sionista), guadagnando tempo sulla scena internazionale. La seconda è una reazione cruda e viscerale al dolore e all’umiliazione di essere colpiti da coloro che sono stati a lungo considerati inferiori. Insieme, si fondono in una reazione che prevale su qualsiasi appello alla moralità, non richiede pause e non esige scuse.
E qui sta la seconda sfida alla convinzione che smartphone e social network possano fermare le atrocità. La lotta per i diritti umani ha a lungo dato per scontato che documentare gli abusi avrebbe “svergognato” i colpevoli, spingendoli a cambiare comportamento. Ma cosa succede quando i colpevoli non provano più vergogna e ignorano apertamente la censura morale e persino l’idea stessa di verità? In tal caso, la documentazione e la distribuzione, per quanto rapide o diffuse, perdono il loro potere.
Infatti, come dimostrano i rapporti sui diritti umani e le petizioni presentate ai tribunali internazionali negli ultimi due anni, i dirigenti militari, politici e culturali israeliani ora ammettono apertamente, e di propria iniziativa, ciò che in altre circostanze le organizzazioni per i diritti umani avrebbero faticato a dimostrare.
Dopo decenni di negazione della Nakba, arrivando persino a vietare il termine stesso, i legislatori israeliani ora dichiarano con orgoglio che Israele sta perpetrando una seconda Nakba a Gaza. Laddove un tempo i volontari di B’Tselem dovevano filmare meticolosamente le atrocità in Cisgiordania, solo per ricevere una scusa o l’altra, come quella che gli incidenti erano stati “estrapolati dal contesto”, oggi sono gli stessi soldati israeliani a registrare le violazioni dei diritti umani e a pubblicarle sui social media senza esitazione.
Ciò cui stiamo assistendo è il crollo del tradizionale ciclo di rivelazione, negazione e conferma. In una tale realtà, a cosa servono gli smartphone e i social media?
CREPE NEL MURO
Sebbene il beneficio di documentare le atrocità sia molto inferiore a quanto sperassimo in passato, è comunque significativo. Mentre scrivo, sembra che le risposte istintive del tipo “falso” e “se lo meritavano” stiano finalmente incontrando barriere solide.
Di fronte alle vaste e incessanti prove della carestia a Gaza, le grida di “falso” si stanno facendo sempre più frenetiche e disperate. La feroce accusa, ripetuta all’infinito nel discorso israeliano, secondo cui un bambino di Gaza affetto da una malattia preesistente assolverebbe in qualche modo Israele dalla responsabilità di averlo fatto morire di fame, a quanto pare non è riuscita a fermare la crescente consapevolezza in Israele della sofferenza palestinese e della sua fondamentale ingiustizia.
I colpi di scena ormai comuni nelle argomentazioni israeliane, che a Gaza ci sia effettivamente la fame, ma che la colpa sia di Hamas; che sia una conseguenza involontaria della guerra; o che il mondo sia ipocrita perché non tratta la carestia in Yemen allo stesso modo, ci riportano tutti al repertorio di negazioni descritto da Stanley Cohen. Eppure suggeriscono anche qualcos’altro: il riaffiorare esitante di imbarazzo, e forse persino di vergogna, almeno in alcuni segmenti della popolazione israeliana.
Ciò che sembra aver contribuito a questo cambiamento sono, da un lato, le reazioni della comunità internazionale alla carestia e, dall’altro, la possibilità di riconoscere la fame senza coinvolgere direttamente soldati e piloti (i nostri “figli migliori”). Eppure, anche l’enorme accumulo di foto e documentazione inconfutabile da Gaza ha giocato un ruolo. La perseveranza di individui e organizzazioni nel documentare e denunciare, da Gaza e oltre, e nel convalidare e far circolare questo materiale in Israele e nel mondo, ha avuto un impatto.
Ma i piani di Israele di occupare Gaza e di trasferire forzatamente i suoi residenti in quello che potrebbe equivalere a un campo di concentramento, prima della loro possibile espulsione definitiva dalla Striscia, minacciano di trasformare qualcosa di già disastroso in qualcosa di ancora peggiore. L’opinione pubblica israeliana si ritirerà ulteriormente nella negazione o sarà costretta finalmente a confrontarsi con la realtà?
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Gli Ebrei credono nella reincarnazione
L'idea che le anime possano rinascere dopo la morte è un concetto molto diffuso nel misticismo ebraico.
Traduzione dall’inglese a cura di Barbara de Munari
Nell'immaginario occidentale, la reincarnazione è stata a lungo associata alle tradizioni religiose orientali. La trasmigrazione, il viaggio di un'anima individuale attraverso molte incarnazioni, è qualcosa che i ricercatori religiosi in Occidente spesso associano al samsara , il ciclo di morte e rinascita che è un aspetto fondamentale delle grandi religioni dharmiche: buddismo, induismo, sikhismo e giainismo. A volte trascurato, sia dagli ebrei sia dagli studiosi della tradizione ebraica, è il gilgul , un concetto che è descritto in modo molto dettagliato in tutto la Cabala Molto in linea con il samsara, spesso rappresentato come una ruota nell'arte buddista, la parola gilgul deriva dalla radice ebraica che significa "girare". L'anima, nella visione cabalistica, ruota attraverso innumerevoli corpi, alla ricerca di una forma superiore di perfezione.
Sebbene sia probabile che le idee ebraiche sulla trasmigrazione siano radicate nell'antichità, le prime spiegazioni del gilgul appaiono nella Cabala medievale, nello Zohar e altrove. Uno dei primi esempi si trova nel Sefer HaBahir ("Il Libro della Illuminazione"), un astruso trattato mistico di origine misteriosa che iniziò a circolare tra i cabalisti nell'Europa del XIII secolo. In un passo ben noto, il ciclo della reincarnazione è paragonato a un vendemmiatore che pianta uva che diventa acerba. Deluso, disbosca la sua vigna e pianta un nuovo raccolto, che diventa anch'esso acido. Il vendemmiatore chiede: "Quante volte devo ripetere il procedimento?". Gli fu risposto: "Fino a mille generazioni". Così è per l'anima, che accumula meriti (o no) nel corso di innumerevoli vite.
Nell'immaginario cabalistico, questa è la situazione per la stragrande maggioranza delle anime. Sebbene occasionalmente accada che siano create nuove anime, la maggior parte di noi è già stata qui e ci tornerà. Questa vita particolare non è che una tappa del nostro cammino verso uno stato di perfezione in cui la piccola scintilla divina della nostra anima sarà reintegrata nei fuochi del divino. Questo stato di perfezione – ovvero il culmine del gilgul – può essere inteso come affine alla nozione buddista di nirvana. Tuttavia, laddove nirvana significa letteralmente "soffiare via" – ovvero estinguere le fiamme del desiderio e dell'avidità – i cabalisti descrivono l'obiettivo finale della trasmigrazione come una sorta di fiamma composita, in cui la scintilla dell'anima è assorbita dalla luce sconfinata di Dio.
Presente anche nella tradizione mistica ebraica è la convinzione che le azioni di una persona in questa vita possano influenzare le successive reincarnazioni, nel bene o nel male. Secondo i suoi studenti, tra le qualità meravigliose del rabbino Isaac Luria , una figura di spicco della Cabala del XVI secolo, vi era la sua capacità di discernere la storia delle reincarnazioni di un'anima scrutando il volto di un altro essere umano. Attraverso questo processo di discernimento, Luria era in grado di consigliare ai suoi seguaci specifici aspetti spirituali su cui avrebbero dovuto concentrarsi in questa vita.
Uno dei seguaci di Luria, il rabbino Hayyim Vital, nel suo libro Sha'ar HaGilgulim ("La Porta delle Reincarnazioni"), spiega dettagliatamente come queste dinamiche possano manifestarsi nel corso delle generazioni. Secondo Vital, le anime rinascono specificamente per perfezionare determinati aspetti di sé o per portare a termine compiti incompiuti. Idealmente, ogni gilgul successivo segna un'ascesa a un livello superiore di realizzazione spirituale, tuttavia il progresso non è scontato. Infatti, una vita peccaminosa può portare a una forma di reincarnazione ridotta, che include la reincarnazione in animali, piante o persino oggetti inanimati.
Un esempio particolarmente colorito è la possibilità di rinascere come acqua, conseguenza di un omicidio. L'idea è che l'anima fluirà per sempre, per sempre priva di una dimora, proprio come ha fatto scorrere il sangue di un altro in una vita passata. Analogamente, sebbene non correlato alla punizione, alcune tradizioni suggeriscono che spesso le scintille dell'anima di una persona non siano incarnate solo nel suo corpo, ma siano anche legate ai suoi effetti personali.
Sebbene l'obiettivo finale della vita sia di trascendere completamente i cicli del gilgul, la Cabala identifica anche alcune grandi anime che si reincarnano in ogni generazione specificamente per assistere altre anime nel loro cammino o per correggere qualche errore del passato. Secondo la tradizione lurianica, ad esempio, l'anima di Abele rinacque come Mosè, mentre l'anima di Caino rinacque come Ietro. La relazione positiva tra Mosè e Ietro nella narrazione dell'Esodo rettifica quindi il loro passato violento, apportando una riparazione, o tikkun , nella loro relazione e nel mondo in generale.
Queste trasmigrazioni benefiche possono verificarsi sia quando una grande anima si reincarna in un nuovo corpo – ad esempio l'anima di Mosè, che rinasce a ogni generazione secondo alcune tradizioni – sia quando un'anima "impregna" il corpo di una persona vivente (un fenomeno noto come ibbur ) per aiutarla in un determinato compito religioso con cui è alle prese. Questo, quindi, costituisce la base di una concezione positiva della possessione spirituale.
Tra gli attributi salienti del pensiero ebraico in senso lato vi è un atteggiamento piuttosto vago nei confronti di ciò che accade esattamente quando questa vita finisce. Come per la maggior parte delle aree della speculazione ebraica, pensatori ebrei antichi e moderni hanno esplorato una varietà di opinioni su cosa, se mai, accada dopo la morte fisica. E sebbene il gilgul come concetto non figuri in modo preminente nelle fonti ebraiche non mistiche, nel corso dei millenni è comunque diventato un'opzione saldamente consolidata nel menu delle idee ebraiche sull'aldilà – o meglio, sulla vita a venire. Come tutte le altre offerte del menu, non è stato né ratificato all'unanimità né escluso.
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Demoni, Dybbuk, Fantasmi e Golem
Gli ebrei credono nei demoni?
Traduzione dall’inglese a cura di Barbara de Munari
Cos'è l'anima? Cercatela e non la si può vedere; definitela e sfugge alla descrizione. Eppure, per gli antichi, l'idea che la vita potesse esistere senza un'anima era inimmaginabile. Tuttavia, nel Talmud nemmeno i rabbini esoterici e cabalisti facevano una distinzione netta tra corpo e anima. A differenza, ad esempio, di Platone, la maggior parte dei pensatori ebrei aveva una concezione dell'energia vitale quasi materialistica. Il mondo spirituale e quello materiale erano interconnessi e le azioni nell'uno potevano influenzare direttamente l'altro, nel bene e nel male.
Il potere della creazione
Il processo più importante nel mondo materiale, per gran parte della Cabala, è quello della creazione stessa. Questo, dopotutto, è ciò che Dio fa: crea il mondo e lo porta all'esistenza. Ed è ciò che fanno anche gli esseri umani, nella loro più profonda imitazione di Dio. La sessualità, la riproduzione, la differenziazione e la generazione della vita erano considerati grandi misteri cosmici e poteri straordinari conferiti agli esseri umani. Anche la produzione spirituale era importante per i cabalisti: le azioni di una persona creano mondi, ordinano l'ordine cosmico e partecipano al processo divino di distruzione e riparazione.
Questo è quando tutto va bene, ovviamente. Ma cosa succede quando le energie vitali vengono sprecate? Cosa succede quando qualcosa va storto?
La Cabala ha fornito molte risposte colorite a questa domanda: demoni e dybbuk, golem e fantasmi sono tutti il risultato di energia vitale sprecata. Ma la Cabala non sviluppa le sue idee dal nulla; esse fanno parte di una lunga storia di speculazioni ebraiche sugli shedim (demoni, termine usato anche per riferirsi a divinità straniere) e su personalità demoniache come Lilith.
Rispetto ad altri antichi testi del Vicino Oriente, in cui i demoni svolgono un ruolo centrale, la Bibbia tace quasi completamente sull'esistenza di esseri soprannaturali. Il Talmud ha una demonologia ricca, seppur vaga. Le case di studio sono descritte come piene di demoni quando l'energia sessuale non viene canalizzata correttamente. I grandi rabbini sono in grado di percepire demoni seduti alla destra e alla sinistra di ogni persona. Sono in grado di sfruttare le energie creative divine per creare animali che possono poi essere consumati come cibo. E, nel mondo talmudico, gli spiriti sono ovunque: infestano luoghi oscuri, case, persino le briciole lasciate sulla tavola. Ad esempio, si consideri l'onnipresenza e l'onnimalevolenza dei demoni descritte nel Talmud.
Abba Benjamin dice: Se l'occhio avesse il potere di vederli, nessuna creatura potrebbe sopportare i demoni. Abaye dice: Sono più numerosi di noi e ci circondano come la cresta di un campo. R. Huna dice: Ognuno di noi ne ha mille alla sinistra e diecimila alla destra. Raba dice: L'oppressione della folla durante le lezioni pubbliche annuali della Kallah deriva da loro. L'affaticamento delle ginocchia deriva da loro. L'usura degli abiti degli studiosi è dovuta al loro sfregamento contro di essi. Le contusioni dei piedi derivano da loro.
Raramente la letteratura talmudica entra nei dettagli su come demoni e creature magiche nascono, o se siano davvero esseri indipendenti "là fuori", o semplicemente realtà psicologiche. Dopotutto, chi di noi non è stato tormentato dai "demoni" nel lavoro o nella vita sessuale? Come nella fonte citata sopra, "demoni" (mazikim, una parola che potrebbe essere meglio tradotta "esseri nocivi") potrebbe essere visto come qualsiasi cosa causi decadenza, dolore e l'esaurimento dell'energia vitale.
Ma c'è ragione di pensare che il testo di Berakhot non si riferisca a demoni metaforici, poiché prosegue dicendo: "Se uno vuole scoprirli, prenda della cenere setacciata e la sparga intorno al suo letto, e al mattino vedrà qualcosa di simile alle impronte di un gallo".
A differenza del Talmud, la demonologia cabalistica è più dettagliata. Alcuni demoni si formano ogni volta che un uomo sparge impropriamente il proprio seme – un peccato considerato atroce dalla Cabala perché sovverte il processo creativo. Altri demoni sono, come nel mito cristiano, angeli ribelli o, nel caso di Lilith, esseri umani primordiali che disobbedirono al piano divino. In tutti i casi, si tratta di esempi di energia vitale deviata. Nel corretto funzionamento del cosmo, l'energia fluisce come un ciclo: scende dal cielo, poi risale sotto forma di un'azione rituale appropriata. Ma quando l'energia viene utilizzata impropriamente, il suo intenso potere ricade nel regno dell'ombra.
Le narrazioni mitiche della Cabala possono essere difficili da comprendere oggi, ma non se le collochiamo all'interno delle profonde preoccupazioni – in particolare quelle relative al concepimento e al parto – dei cabalisti e degli ebrei comuni che vissero in un'epoca di grande incertezza. Avere figli era fondamentale per la propria identità, ma era anche pieno di pericoli. Aborto spontaneo , mortalità infantile, malattie e malformazioni congenite erano tutti molto più comuni nel mondo medievale di quanto non lo siano oggi. Avere figli era al tempo stesso meraviglioso e terrificante.
Come, naturalmente, la morte. Se siamo tutti dotati di energia vitale, cosa succede a quell'energia quando moriamo?
Il Dybbuk
Idealmente, torna alla sua fonte, ma a volte il processo non funziona correttamente. In questi casi, l'anima può subire diversi mali. Il più noto di questi è il fenomeno del dybbuk, o possessione, quando un'anima si "attacca" a un'altra. La possessione da parte di un dybbuk può verificarsi per diverse ragioni. Forse l'anima del defunto è sinistra e la persona vivente innocente. Oppure, al contrario, l'anima del defunto potrebbe essere stata santa, ma ha subito un torto da parte dei viventi; in questo caso, la possessione da parte di un dybbuk è essenzialmente una punizione (o una vendetta) per un atto improprio. Oppure, a quanto pare, la possessione può verificarsi quasi casualmente.
Il dybbuk più popolare nella storia culturale ebraica è quello della celebre opera teatrale di S. Ansky, The Dybbuk (1920), che descrive come l'anima di un uomo tradito torna a perseguitare il corpo della sua promessa sposa.
L'Ibbur
Esistono anche altre possibilità di "possessione". Un'anima può visitare una persona durante il sonno, portando messaggi dall'aldilà o profezie sul futuro, oppure può infestare un luogo, come nelle popolari storie di fantasmi. A volte l'anima di una persona giusta defunta può "impregnare" l'anima di una persona vivente, il processo è descritto dalla Cabala lurianica come ibbur – sebbene a differenza del dybbuk, l'ibbur sia solitamente positivo, non negativo. A volte un'anima giusta subisce l'ibbur per poter completare un compito o compiere una mitzvah. A volte lo fa per il bene dell'anima "ospite". In realtà, l'ibbur non è diverso dalla possessione da parte di un dybbuk – ma in pratica, sono poli opposti, poiché il primo è benigno e l'altro sinistro.
In tutti questi casi, i normali processi dell'energia vitale vengono deviati, per ragioni positive o negative. E l'energia vitale, soprattutto, è potente. Quando viene utilizzata per scopi appropriati, la trasmissione dell'energia vitale, attraverso il sesso o attività soprannaturali, è l'atto divino di mantenere il flusso cosmico. Ma qualsiasi cosa così potente può anche creare un grande male.
Il Golem
Forse l'esempio più noto di questo fenomeno, così come trasposto da una varietà di fonti europee, è quello del golem, l'antropoide artificiale animato dalla magia . Il Talmud racconta la storia di rabbini che, affamati durante un viaggio, crearono un vitello di terra e lo mangiarono per cena. I cabalisti stabilirono che i rabbini compivano questo atto magico per mezzo di un linguaggio permutato, utilizzando principalmente le formule esposte nel Sefer Yetzirath o Libro della Creazione. Proprio come Dio parla e crea, nel racconto della Genesi, così può fare anche il mistico. (La parola Abracadabra , tra l'altro, deriva da avra k'davra, aramaico per "creo mentre parlo"). Pertanto, nelle circostanze più rare, un essere umano può impregnare la materia inanimata di quella scintilla di vita intangibile, ma essenziale: l'anima.
I cabalisti vedevano la creazione di un golem come una sorta di compito alchemico, il cui completamento dimostrava l'abilità e la conoscenza della Cabala dell'adepto. Nella leggenda popolare, tuttavia, il golem divenne una sorta di eroe popolare. I racconti di rabbini mistici che creavano la vita dalla polvere abbondavano, soprattutto all'inizio dell'età moderna, e ispirarono racconti come Frankenstein e "L'apprendista stregone". A volte il golem salva la comunità ebraica dalla persecuzione o dalla morte, mettendo in atto il tipo di eroismo o vendetta precluso agli ebrei impotenti. Spesso, tuttavia, i racconti popolari ebraici sul golem raccontano cosa succede quando le cose vanno male, quando il potere della forza vitale si perde, spesso con conseguenze tragiche.
La classica narrazione del golem narra di come il rabbino Judah Loew di Praga (noto come il Maharal; 1525-1609) crei un golem per difendere la comunità ebraica dagli attacchi antisemiti. Ma alla fine, il golem diventa temibile e violento, e il rabbino Loew è costretto a distruggerlo. (La leggenda narra che il golem rimanga nella soffitta dell'Altneushul di Praga, pronto a essere riattivato in caso di necessità; questa leggenda è riapparsa di recente in The Amazing Adventures of Kavalier & Clay di Michael Chabon ). Analogamente, nel film espressionista di Paul Wegener Il Golem (1920), il golem è una creatura brutale i cui poteri vengono fin troppo facilmente sfruttati per scopi distruttivi.
Questa è, ovviamente, una perfetta sintesi della stessa ansia che sta alla base di gran parte delle speculazioni mistiche su demoni, dybbuk, fantasmi e golem: il potere della vita è così forte che porta con sé sia promesse sia terrore.
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SPRAZZI DI LUCE, di Joseph G. Kalowski
Tel Aviv, 13 luglio 2025
Qualcosa negli ultimi giorni a favore della pace in Medio Oriente si sta muovendo.
Dopo la traumatica guerra con l'Iran qualche segnale di dialogo si sta manifestando. Non è pace, sono sprazzi di luce breve.
I bagliori di un possibile accordo partono dalla Siria con l'incontro in Azeirbagian tra una delegazione israeliana e la nuova leadership siriana. Da Damasco sembra arrivare la chance di una svolta diplomatica significativa. Al Joulani, a meno di clamorosi dietrofront, sembra avere una intelligenza politica fino ad oggi sconosciuta al mondo islamico.
Il nuovo governo siriano sembra avere una strategia di lungo periodo mettendo finalmente da parte il sogno della distruzione dell'entità sionista e beneficiare del forte indebolimento dell' "Asse della Resistenza" sembra una mossa di real politik di stile europeo più che mediorientale.
Anche un semplice accordo di sicurezza tra i due paesi potrebbe provocare un effetto volano che farebbe accelerare l'adesione dell'Arabia Saudita con gli "Accordi di Abramo" per poi magari propagarsi fino ad un accordo con il Libano, finalmente senza Hezbollah.
L'Iran in questo momento è troppo debole perché possa opporsi a un cambiamento di questo tipo, perciò Israele dovrebbe imprimere una accelerazione alle trattative perché.... adesso o mai più.
Rimane il grandissimo problema di Gaza, con Hamas che rifiuta praticamente ogni tipo di accordo, probabilmente "fiutando" il pericolo per la propria sopravvivenza di fronte a un accordo globale di tale portata.
L'Iran, dopo la guerra dei 12 giorni, è più isolato che mai: pressioni diplomatiche, fragilità interne, nuove sanzioni internazionali in arrivo rendono il momento storico molto appetibile per un profondo cambiamento dello scenario mediorientale. Non è un caso che proprio adesso cinque Sceicchi di Hebron in Cisgiordania abbiano strizzato l'occhio agli Accordi di Abramo, proponendo di stipulare accordi direttamente con Israele e di dare voce al popolo palestinese fuori dalla logica di Hamas e di Abu Mazen.
Israele non può permettersi di perdere questa opportunità : deve agire al più presto per porre fine alla guerra a Gaza, pena la perdita del supporto dei paesi arabi moderati.
La guerra a Gaza è l'ostacolo principale a un accordo regionale: Netanyahu con un accordo ha la possibilità di fare tornare a casa gli ostaggi e di normalizzare i rapporti con gli stati arabi moderati, mettendo all'angolo un Iran isolato. Dopo la netta vittoria militare contro Hezbollah, messi a nudo i grandi limiti militari dell'Iran, Israele non deve sperperare la propria ritrovata deterrenza militare: la sua forza deve essere usata per la ricerca della pace in termini concreti.
Mi auguro che l'attuale governo israeliano abbia la statura e la lungimiranza necessaria per non farsi sfuggire questa grande opportunità, perché l'Iran non aspetta inerte: le minacce delle ultime ore di ritorsione verso Israele mirano proprio a sconvolgere i tentativi di pace.
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- Scritto da Barbara de Munari
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LO SGUARDO DI SPINOZA
Una delle figure più significative nella storia della filosofia mondiale, Spinoza fu scomunicato dalla comunità ebraica dell’epoca.
Baruch Spinoza, a volte chiamato Benedict Spinoza in inglese, è stato un filosofo ebreo olandese del XVII secolo, considerato uno dei più importanti pensatori della sua epoca, che espresse opinioni allora controverse su teologia, politica, etica e razionalismo che influenzarono profondamente i successivi pensatori illuministi. Nel contesto ebraico, Spinoza è forse più noto per essere stato oggetto di un ordine di scomunica (herem) per eresia da parte della comunità ebraica di Amsterdam, che lo accusava di "opinioni malvage" e "azioni mostruose".
Spinoza nacque da ebrei sefarditi nel 1632 e crebbe nella comunità ebraica ispano-portoghese di Amsterdam. La sua famiglia era fuggita dalla penisola iberica dopo l'espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492, forse convertendosi pubblicamente al cattolicesimo ma mantenendo segretamente la pratica ebraica come molti ebrei dell'epoca . La famiglia arrivò infine nei Paesi Bassi, dove riprese a vivere come ebrei esteriormente. Il padre di Spinoza era un mercante di successo che raggiunse una posizione di rilievo nella comunità ebraica di Amsterdam, diventando direttore della sinagoga e della scuola ebraica di Amsterdam.
Spinoza visse durante un periodo noto come il Secolo d'Oro olandese, un'epoca in cui l'influenza globale olandese era al suo apice e Amsterdam era un importante centro commerciale brulicante di artisti, filosofi e scienziati. Bambino intellettualmente dotato, fu educato in una scuola ebraica e studiò con il rabbino Manasseh ben Israel, uno studioso, teologo e cabalista le cui opere furono ampiamente studiate in circoli non ebraici. Studiò anche con Francis van den Enden, un ex gesuita e sostenitore della democrazia (una posizione non comune all'epoca), che si presume abbia insegnato a Spinoza il latino e lo abbia introdotto alla filosofia europea.
I legami di Spinoza con la comunità ebraica avrebbero iniziato ad indebolirsi anche prima della sua scomunica, ma nei suoi primi anni di vita fu un ebreo praticante. Dopo la morte del padre nel 1654, Spinoza recitò il Kaddish del Lutto per 11 mesi, secondo l'usanza tradizionale. Eppure, in questo periodo, sembra essersi ulteriormente assimilato alla società olandese non ebraica, andando a vivere con van den Enden, adottando il nome di Benedetto e approfondendo la sua identificazione con la cultura laica del suo paese.
Queste azioni probabilmente precipitarono il procedimento contro di lui il 27 luglio 1656, quando fu formalmente scomunicato dagli ebrei di Amsterdam dopo un periodo di 30 giorni durante il quale Spinoza fu ingiunto a pentirsi e si rifiutò di farlo. La pronuncia contro di lui, scritta in portoghese, recita quanto segue:
I capi del consiglio vi informano che, essendo da tempo a conoscenza delle opinioni e delle azioni malvagie di Baruch de Spinoza, hanno tentato con vari mezzi e promesse di distoglierlo dalle sue cattive vie. Ma non essendo riusciti a farlo emendare, e anzi, ricevendo ogni giorno informazioni sempre più serie sulle abominevoli eresie da lui praticate e insegnate e sulle sue azioni mostruose, e avendo a disposizione numerosi testimoni degni di fede che hanno deposto e testimoniato in tal senso al cospetto del suddetto Espinoza, si sono convinti della verità di questa questione; e dopo che tutto ciò è stato esaminato al cospetto degli onorevoli hakhamim [saggi], hanno deciso, con il loro consenso, che il suddetto Espinoza venga scomunicato ed espulso dal popolo d'Israele...
Per decreto degli angeli e per comando dei santi uomini, scomunichiamo, espelliamo, malediciamo e condanniamo Baruch de Espinoza, con il consenso di Dio, Benedetto Egli sia, e con il consenso dell'intera santa congregazione, e davanti a questi sacri rotoli con i 613 precetti che sono scritti in essi; maledicendolo con la scomunica con cui Giosuè bandì Gerico e con la maledizione con cui Eliseo maledisse i ragazzi e con tutte le punizioni che sono scritte nel Libro della Legge. Maledetto sia di giorno e maledetto sia di notte; maledetto sia quando si corica e maledetto sia quando si alza. Maledetto sia quando esce e maledetto sia quando entra. Il Signore non lo risparmierà, ma allora l'ira del Signore e la sua gelosia si accenderanno contro quell'uomo, e tutte le maledizioni scritte in questo libro si poseranno su di lui, e il Signore cancellerà il suo nome da sotto il cielo. E il Signore lo separerà, per sventura, da tutte le tribù d'Israele, secondo tutte le maledizioni del patto scritte in questo libro della legge. Ma voi che rimanete fedeli al Signore vostro Dio, siete oggi tutti vivi.
Il reato specifico commesso da Spinoza rimane oggetto di controversia accademica. La sua principale opera filosofica, l'Etica, non sarebbe stata pubblicata per altri due decenni. E il documento di scomunica non specifica alcuna "azione mostruosa". Jean Maximillian Lucas, uno degli amici di Spinoza e uno dei suoi primi biografi, scrisse che, contrariamente all'opinione comune che Spinoza fosse colpevole di eresia, fu condannato "solo per mancanza di rispetto per Mosè e la legge". È possibile che l'osservanza della legge da parte di Spinoza fosse diminuita, cosa per cui anche altri ebrei di Amsterdam dell'epoca avrebbero suscitato l'ira della comunità. Ma è anche probabile che stesse già esprimendo alcune delle opinioni controverse che avrebbe poi formulato sistematicamente nelle sue opere scritte, tra cui il suo rifiuto dell'idea che Dio agisca nel mondo per particolari scopi provvidenziali e la sua affermazione che gli obblighi della Torah non fossero più vincolanti per gli ebrei.
Alcuni hanno anche ipotizzato che la comunità di Amsterdam, composta da un numero non esiguo di ex convertiti che avevano a lungo praticato l'ebraismo in segreto e probabilmente assimilato alcune pratiche cristiane, fosse particolarmente attenta a far rispettare la corretta dottrina ebraica tra i suoi membri, sottolineando il suo ampio ricorso a sanzioni contro individui per una varietà di reati religiosi ed etici. Altri hanno suggerito che la comunità ebraica agisse per interesse personale, poiché le idee di Spinoza erano considerate un anatema anche dalla società olandese in generale.
Qualunque ne fossero le ragioni, le misure adottate contro Spinoza furono le più estreme che la comunità avesse mai adottato. Secondo il racconto di Lucas, la cerimonia della scomunica fu di grande drammaticità, con candele nere accese e le porte dell'Arca Santa aperte. «Successivamente, il cantore, da un luogo leggermente elevato, intona con voce cupa le parole della scomunica, mentre un altro cantore suona un corno, e le candele di cera vengono capovolte in modo che cadano goccia a goccia in un vaso pieno di sangue», scrisse Lucas.
Spinoza era, secondo gli standard del suo tempo, liberale. Credeva che la democrazia fosse la forma più alta di governo. Sosteneva la libertà intellettuale e politica. Applicò una lente critica e scientifica alla sua analisi della Bibbia ebraica e alle questioni teologiche che animavano l'opera di molti importanti filosofi dell'epoca. E le sue idee sono spesso descritte come precursori di importanti opere successive nei campi della critica biblica, della metafisica e dell'etica.
Nel 1670, 14 anni dopo la sua scomunica, pubblicò il Tractatus Theologico-Politicus, in cui offrì una critica approfondita dell'ebraismo, sostenendo che religione e filosofia dovessero essere tenute separate e che i fenomeni soprannaturali presenti nella Bibbia avessero spiegazioni naturali. Rifiutò inoltre la nozione di elezione ebraica e suggerì che la Torah, essendo frutto di un certo tempo e luogo, non dovesse più essere considerata valida. Forse anticipando la natura controversa di tali opinioni, l'opera fu originariamente pubblicata in forma anonima. Persino le autorità cristiane la considerarono riprovevole e fu bandita dal Sinodo di Dordrecht nel 1674.
Nel 1670, Spinoza si trasferì all'Aia, dove visse in condizioni modeste e continuò a lavorare ai suoi scritti. Si guadagnò da vivere modestamente come molatore di lenti ottiche, il che, secondo alcuni, potrebbe aver contribuito alla sua morte a 44 anni per una malattia polmonare. È sepolto nel cimitero di una chiesa dell'Aia. L'opera più importante di Spinoza, l'Etica, fu pubblicata postuma nel 1677.
Secoli dopo, Spinoza è ampiamente riconosciuto come uno dei più importanti filosofi europei, ma nella comunità ebraica è ancora capace di generare polemiche. Nel 2015, centinaia di persone si presentarono a un simposio ad Amsterdam che mirava a valutare se la scomunica nei suoi confronti dovesse essere formalmente revocata. (Non lo fu.) E nel 2021, a uno studioso di Spinoza che stava girando un documentario sul filosofo fu negato l'ingresso alla sinagoga portoghese dal rabbino Joseph Serfaty, che dichiarò lo studioso persona non grata prima di augurargli un felice Hanukkah. Giorni dopo, la decisione di Serfaty fu annullata dal consiglio responsabile della sinagoga.
Louis Jacobs, rabbino fondatore della New London Synagogue, è un rinomato studioso e docente. c. Louis Jacobs, 1995. Pubblicato da Oxford University Press. Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo materiale può essere archiviata, trasmessa, ritrasmessa, prestata o riprodotta in alcuna forma o mezzo senza l'autorizzazione di Oxford University Press. [Traduzione dall'inglese a cura di Barbara de Munari]
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