L’ULTIMO ABBRACCIO - di Giuseppe Kalowski, Tel Aviv,

06 giugno 2024

All’interno del mondo ebraico, e questa è la sua forza e la sua bellezza, convivono mille pensieri, mille posizioni, mille modi di intendere il mondo, di leggerlo e di immaginarlo. La guerra tra Israele e Hamas, innescata dall’atroce attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre, non fa eccezione a questa diversità. 

È con lo sguardo di un ebreo italo - israeliano, innamorato di questa doppia identità, della sua storia e dei suoi valori comuni, di ciò che trasmette dell'anima e della civiltà occidentale, che sempre tento di sostituire la tentazione del fatalismo e della disperazione con un'azione a favore della pace e della vita durature – anche se gli ultimi mesi sono stati tra i più difficili della nostra vita. E sappiamo ormai che Hamas non vuole né la liberazione degli ostaggi, né la salute, né la felicità dei palestinesi; ama solo la morte, quella degli ebrei soprattutto, ma anche quella di coloro che pretende di rappresentare.

Il male esiste, ecco tutto.

È con questo stato d’animo, e con questi pensieri, che alle 18.30 di oggi mi sono recato alla manifestazione dell'associazione “Casa di Ben Gurion” – proprio davanti alla casa dove ha vissuto a Tel Aviv il Primo Ministro d’Israele.

La via ora si chiama Ben Gurion Boulevard, ed ha ospitato una cerimonia molto più intima di quella che, quasi contemporaneamente, si teneva a “Piazza degli Ostaggi”.

Si tratta di una casa semplice, in una via modesta, eppure è riuscita, e riesce sempre, a catalizzare emozioni e sentimenti fortissimi – quasi sovraumani.

È come se, recandosi lì – in una sorta di preghiera laica, ma attenzione, nell’Ebraismo in generale e in Israele in particolare, laicità e spiritualità sono indissolubili – le persone cercassero e trovassero conforto, come se stessero appoggiando la testa sulla spalla di qualcuno che è lì per ascoltare e per spiegare, in una parola, per confortare.

E quel qualcuno è e rimane l’immagine e il ricordo di David Ben Gurion.

 

Insieme a Ghil Segal, membro dell'esecutivo dell’Organizzazione Sionistica Mondiale, si è voluto ricordare le madri di quei giovanissimi e di quelle giovanissime che non ce l'hanno fatta il 7 ottobre.

Erano presenti molti parenti di queste famiglie in lutto e gente, come me, passata lì per caso.

Due madri hanno preso la parola sul palco, due mamme che hanno perso i loro figli e che in comune hanno la data del compleanno: oggi, 6 giugno.... e la data della loro morte, il 7 ottobre.

La compostezza e la dignità delle madri sono state impressionanti e struggenti.

La prima, che ha perso una splendida ragazza, che oggi avrebbe compiuto 22 anni, ha raccontato gli ultimi giorni prima del 7 ottobre e di come ha saputo dalla stessa figlia, telefonicamente, che non l'avrebbe più rivista. 

La seconda che ha perso il suo Idan, 21 anni oggi, inconsolabile ma composta, misurata, si è chiesta e ci ha chiesto se era possibile abbracciare per l'ultima volta il proprio figlio attraverso una foto, un'immagine.

Non era possibile, purtroppo, ma il suo rimarrà un abbraccio che continuerà finché vivrà. E per il suo compleanno, oggi, i suoi amici lo hanno festeggiato come se lui fosse lì tra loro, con un abbraccio, quello sì, eterno.

 

La manifestazione, discreta, composta, straziante, si intitolava, appunto, “L'ultimo abbraccio”, ed era l'abbraccio delle madri ai figli che non ci sono più.

Le donne hanno un nesso essenziale con il potere di elevare il potenziale del mondo fisico e quando Hashem va oltre i limiti del finito e dell'infinito, la massima prova della Sua trascendenza è la sua essenza, che si deve cercare nella materia.

E così è avvenuto oggi, alla “Casa di Ben Gurion”: le donne sono state l’anello di congiunzione tra il mondo e Hashem.

 

Ho scritto che il male esiste. E qui, ieri, ce n’era un esempio tangibile, quanto tangibile, è difficile anche descriverlo, delle sue conseguenze, all’interno di ciascuno noi, nel nostro cuore, nella nostra mente e nella nostra anima.

Amalek sa esattamente che cosa dire, a chi e in quale momento.

Può essere anche come un vento freddo che spegne lentamente la nostra sensibilità verso la provvidenza e l’amore con cui Hashem guida e anima la nostra vita.

 

Le madri di “L'ultimo abbraccio ci insegnano molto, in questo senso.

Che cosa si fa quando si è disperati?

Si cerca di ricucire. Lentamente. Guardando in faccia la disperazione. Affrontandola. Dandole forma. Attraversandola. Tentando di andare oltre.

E, così, sembra di riuscire a raggiungere altri mondi.

E il groviglio di fili emotivi dentro di te si ammorbidisce.

Ci si focalizza sul punto, sul presente, e lo si affronta.

Si affronta tutto ciò che è divenuto improvvisamente disarmonico, confuso, caotico e vuoto.

Non si vince. Si accoglie. E si cerca di comprendere – anche se è difficilissimo.

Tuttavia, cucendo tutto questo dolore immenso, ci colleghiamo a quel filo sottilissimo che appartiene a tutta l'umanità e ai suoi misteri.

Cucendo tutto questo strazio infinito è come se ci trasformassimo in un ragno che tesse la sua ragnatela, raccontando silenziosamente al mondo tutti i segreti della vita.

Intrecciando i fili, intrecci i tuoi pensieri, le tue emozioni.

E ti colleghi al divino che è in te e che tiene in mano l'inizio del filo.