Dal nostro corrispondente da #Tel #Aviv,#Giuseppe #Kalowski.

In occasione delle Celebrazioni in corso in Israele per Yom HaShoah (5 – 6 maggio 2024) è stato proiettato domenica sera, 5 maggio 2024, presso il Centro di Quartiere “Beit iedei levanim” (lett. “Casa delle mani bianche”) del Comune di Tel Aviv il docufilm “#GIADO”.

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Giado, è una località a 180 chilometri a sud di Tripoli, dove la Comunità ebraica della Cirenaica corse il rischio di morire in pochi mesi, per malattie, malnutrizione e cattive condizioni di vita in un campo dove fu deportata per ordine di Mussolini. In un solo mese, dal 19 maggio al 21 giugno del 1942, 15 scaglioni di ebrei per un totale 2.527 unità furono deportati con l’accusa di “connivenza” con il nemico. Il campo, una vecchia caserma, era gestito dalle autorità italiane, con la presenza di qualche soldato tedesco e l’ausilio di ascari arabi.

Cinquecentosessanta persone, poco meno di un quarto della comunità ebraica della Cirenaica, perirono in pochi mesi per fame, sete, malversazioni e malattie. Il crimine fu consumato nell’isolamento e fuori dallo sguardo pubblico, contro una popolazione indifesa, duramente vessata dalle leggi razziste e provata dalla guerra.

Sarebbero morti tutti per l’epidemia di tifo, se le truppe alleate non avessero liberato il campo dopo la vittoria di El Alamein.

Il campo di Giado fu il peggiore dei campi di concentramento italiani in Africa settentrionale. Fu il più spaventoso dei campi di detenzione e di lavori forzati, dove per ordine di Mussolini nel febbraio del ’42 fu deportata l’intera popolazione ebraica della Cirenaica.

Nel gennaio del 1939, Italo Balbo aveva suggerito di “attutire” l’impatto della legislazione razzista nei territori coloniali poiché gli ebrei erano ormai da considerarsi dei “fantasmi morenti”, che non potevano comportare alcun pericolo per la metropoli. Grazie alle loro competenze, gli ebrei potevano essere “utili”. A differenza che nel ’39, Balbo ora affermava che “gli ebrei” sembravano “morti”. In realtà “non morivano” mai “definitivamente”…. [David Meghnagi, in MOKED].

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SINOSSI

Alla giovane età di 20 anni, Yosef Dadosh era tra i 3.000 ebrei mandati dalle loro case di Bengasi al campo di concentramento di Giado, situato nel cuore del deserto libico.

In condizioni estreme, ha coraggiosamente raccontato la vita nel campo attraverso un diario segreto.

Per sette decenni, il suo diario rimase chiuso in un armadio, nascosto al mondo, fino alla sua morte.

Il diario di Yosef offre una finestra straordinaria e rara sulla straziante routine di Giado.

Cattura le atrocità subite dai suoi abitanti in tempo reale, offrendo un resoconto intimo e agghiacciante della loro sofferenza.

Nonostante il suo impegno nel sensibilizzare l’opinione pubblica sull’Olocausto degli ebrei libici e nella lotta per il suo riconoscimento da parte dello Stato di Israele, Yosef ha scelto di tenere nascosta la sua vicenda personale ai suoi stessi figli.

Con l’intento di dare vita a questa avvincente storia sullo schermo, è stato costruito e fotografato un modello unico del campo.

Attraverso l'uso delle animazioni, questo modello funge da ponte visivo, collegando i testi inquietanti del diario con la cruda realtà del campo.

Il film che ne risulta fonde l'accuratezza storica con un linguaggio cinematografico distintivo, offrendo un'esplorazione potente e coinvolgente del profondo viaggio di Yosef e dell'oscura eredità che si è lasciato alle spalle.

Un documentario importante, anche se, per forza di cose, non capillare.

Gli Italiani e i tedeschi diedero l’uno all'altro la responsabilità morale e penale del campo di Giado per evitare i risarcimenti.

Solo negli ultimi due decenni gli scampati hanno avuto un risarcimento dal governo d'Israele.

Da lì nacque una polemica per il trattamento avuto invece dagli ebrei in Europa.

Di seguito, il trailer del docufilm: https://go2films.com/films/giado/

[#Israele, #Documentario 2023, 55 minuti, Regia: #Golan #Rise, #Sharon #Yaish, Produttore(i): #Hagar #Alroey.

#Storia #Olocausto #MedioOriente #Attualità #Nuoveversioni #Sefardita].