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La Biblioteca nazionale Universitaria, membro attivo del Comitato Dante SettecenTO, è lieta di ospitare una mostra unica nel suo genere, grazie all’esperienza del CIFT, Centro Italiano di Filatelia Tematica che ha proposto un progetto per “mettere in filatelia” la Divina Commedia e grazie al sostegno di Poste Italiane.
Presentazione della mostra lunedì 28 giugno alle ore 11.00 all'auditorium Vivaldi. L’inaugurazione della mostra il 28 giugno sarà anche occasione per l'emissione di un Annullo Postale Speciale dedicato a Dante e al suo 700°. Sarà a disposizione il giorno dell'inaugurazione presso l'ufficio postale in mostra dalle 10.30 alle 16.00 e nei giorni seguenti presso l'Ufficio Filatelia di Torino. Poste Italiane presenterà in autunno nelle città dantesche e a Torino, il francobollo realizzato in occasione del 700° anniversario.
La fortuna della Commedia di Dante nella tradizione libraria della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino ha radici antiche: già nei fondi ducali, infatti, la Commedia era presente sia in versione manoscritta sia a stampa.
La Biblioteca del Regio Ateneo torinese, istituita da Vittorio Amedeo II nel 1720 e aperta al pubblico nel 1723, che ereditò la maggior parte del patrimonio librario della biblioteca ducale, incrementò, nel corso del tempo, tale fortuna con acquisizioni di vario genere.
La mostra offrirà l’opportunità di vedere esposti alcuni testi della Commedia, manoscritti e a stampa, a partire da un’edizione del 1487 realizzata a Brescia dal tipografo croato Dobrić Dobričević, noto come Bonino de Bonini.
Il testo del poema dantesco è corredato dal commento di Cristoforo Landino: un commento fondamentale non soltanto per gli studi legati al sommo poeta, ma anche perché esso rappresenta un unicum documentario per le indagini linguistiche dell’epoca umanistico - rinascimentale.
L’edizione, in folio, è impreziosita da xilografie quasi tutte a piena pagina.
Accanto a tale esemplare, saranno esposte altre edizioni, di epoche successive.
La Biblioteca nazionale universitaria di Torino è una delle più importanti biblioteche italiane. La sede, in piazza Carlo Alberto, di fronte a palazzo Carignano, è stata interamente ricostruita tra il 1958 e il 1973. La biblioteca appartiene al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e partecipa al Servizio bibliotecario nazionale (SBN).
Le sue origini risalgono al 1720, quando Vittorio Amedeo II di Savoia creò la Regia Biblioteca Universitaria, frutto dell'unione della raccolta libraria dell'ateneo torinese e del fondo ducale sabaudo.
Tra i secoli XVIII e XIX, nell'ottica di sostegno all'attività scientifica promosso dai Savoia, alla biblioteca confluirono molti lasciti e acquisizioni, tra cui, nel 1824, quello dei manoscritti dello Scriptorium dell'abbazia di San Colombano a Bobbio.
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COMMISSIONE CONTRO L'ODIO.
Pubblicato in Attualità il 22/06/2021 - 12 תמוז 5781
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Costituire la Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza è stato, per la senatrice a vita Liliana Segre, “un dovere personale”.
“L’ho sentito come una conclusione della mia vita, io che l’odio l’ho provato sulla mia pelle e so cosa vuol dire”. Per questo, ha spiegato, “sono commossa che si dia inizio oggi ai lavori della Commissione”.
In queste ore si è tenuta la prima audizione della Commissione con gli interventi di Nunzia Ciardi, direttore della Polizia postale, e del prefetto Vittorio Rizzi, presidente dell’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad).
Ciardi si è soffermata sull’odio online e sulla sua diffusione, ricordando come tra i bersagli preferiti degli odiatori in rete ci siano donne, ebrei, migranti, musulmani, omosessuali e disabili.
Ha inoltre evidenziato in apertura come a incentivare la violenza online sia la tecnomediazione: “La frapposizione tra noi e uno schermo crea una distanza dalle nostre azioni e dalle loro conseguenze. Abbiamo perso la sensorialità, non riusciamo più a vedere e percepire gli effetti delle nostre azioni con una conseguente sottovalutazione dei loro effetti dannosi”.
“C’è un allentamento consistente dei nostri freni inibitori” ha spiegato il direttore della Polizia postale, prima di fare un quadro dei soggetti da cui possono provenire attacchi d’odio.
Gruppi organizzati e politicizzati, attacchi di persone singole e/o gruppi informali che colpiscono obiettivi personali; autori di cyberbullismo; persone che assumono un atteggiamento provocatorio per creare dissenso, definiti con il termine troll.
A fare invece un quadro delle norme a contrasto del discorso d’odio in Italia e in Europa è stato il prefetto Rizzi. In Italia non esiste una definizione giuridica di crimine d’odio, ha ricordato il presidente dell’Oscad.
Per questo, ha aggiunto, in genere è utilizzata quella elaborata dall’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti Umani (Odihr) dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) in base alla quale il crimine d’odio è un reato, commesso contro un individuo e/o beni ad esso associati, motivato da un pregiudizio che l’autore nutre nei confronti della vittima, in ragione di una “caratteristica protetta” di quest’ultima.
Il crimine d’odio, quindi, si caratterizza per la presenza di due elementi: un fatto previsto dalla legge penale come reato (cosiddetto reato base) e la motivazione di pregiudizio in ragione della quale l’aggressore sceglie il proprio “bersaglio”.
A riguardo, il prefetto ha ricordato la collaborazione, per quanto riguarda gli attacchi antisemiti con la realtà ebraica italiana.
In riferimento al lavoro specifico di monitoraggio dell’Oscad, Rizzi ha poi evidenziato come ci sia ancora un problema di under-reporting (mancanza di denunce).
Dall’altro lato, ha aggiunto, si è comunque raggiunta una maggiore consapevolezza come dimostra il numero di segnalazioni: 27 nel 2010, 532 dieci anni dopo.
Numeri che sono poi stati oggetto di un ulteriore analisi nel corso del confronto con la Commissione, che tornerà a riunirsi il 24 giugno con le audizioni di Triantafillos Loukarelis, il direttore dell’Unar, e di Betti Guetta, responsabile dell’Osservatorio antisemitismo del Cdec.
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Mémoire
"L'ipocrita ha meno parole, l'impostore è loquace, cerca le moltitudini da ingannare" (def.: Oxford Languages).
Hanno finto di essere qualcosa - e qualcuno - che non erano. Uomini e donne, cosa hanno cercato di ottenere fabbricandosi una nuova identità e quale obiettivo sono riusciti a raggiungere? Perché hanno deciso di indossare una maschera? Si discute molto sul modo in cui la Shoah possa essere rappresentata, con la progressiva scomparsa degli ultimi testimoni di quel momento storico. La questione più urgente riguarda soprattutto il problema dei limiti della rappresentazione. Limiti che alcuni recenti casi di falsa testimonianza hanno valicato. Il falso testimone della Shoah Samuel Gaetano Artale von Belskoj-Levi, Binjamin Wilkomirski, Misha Defonseca, Bernard Holstein rappresentano casi clamorosi di identità rubate. Le loro false memorie hanno infranto il confine tra realtà e finzione e hanno funzionato come testimonianze, anche se non autentiche, come storie, perché rispondenti perfettamente alle attese della società che le aveva prodotte. Hanno scritto libri, sono stati invitati in occasione di ricorrenze, sono stati ospiti di scuole, hanno fatto piangere e mosso a commozione allievi e insegnanti, concedendosi a interviste e ottenendone popolarità, visibilità e profitto.
E allora è necessario porsi almeno due domande: la prima, cosa può averli indotti a inventarsi un passato da sopravvissuto ai campi di concentramento; la seconda, come è possibile che nessuno, in anni di testimonianze pubbliche, abbia mai dubitato dell’autenticità dei loro racconti - imponendo poi accurate indagini a posteriori per “smascherarli”.
Per rispondere alla prima domanda ci si rifà spesso alla cosiddetta “Sindrome Wilkomirski”, in cui un disturbo psichico denominato “pseudologia fantastica” si unisce al “desiderio di essere vittima”, e alla variante di tale bisogno costituita dal “desiderio di essere Ebreo”. Il nome di questa “Sindrome” deriva dallo scandalo, di ampia portata internazionale, avvenuto in Germania anni fa. Nel 1998 un giornalista smascherò come frutto di pura finzione il libro di Binjamin Wilkomirski, ‘Bruchstücke’, pubblicato tre anni prima con grande successo internazionale – e subito tradotto in quattordici lingue, tra l’altro anche in italiano con il titolo ‘Frantumi’ – in cui erano narrate le vicende di un bambino che all’età di tre anni era stato deportato da Riga nei campi di concentramento di Majdanek e quindi ad Auschwitz, per poi venir adottato da una famiglia svizzera. Considerate le traumatiche esperienze di abbandono e i ripetuti fallimenti di adozione vissuti durante l’infanzia dall’autore, che in realtà era un cittadino svizzero di nome Bruno Dössekker, i ricordi inventati dei campi di concentramento furono interpretati da molti critici come “ricordi di copertura”, attraverso i quali l’autore aveva cercato di attribuire un significato ai propri traumi rimossi, “coprendoli” con le vicende storiche più traumatiche del ventesimo secolo, cioè le vicende della persecuzione e dello sterminio degli Ebrei. Una sorta di fiaba perversa che l’individuo racconta - e si racconta - per sostenere il peso psicologico di un’esistenza “abbandonica”.
Una spiegazione simile si potrebbe applicare anche al caso di Artale che, attraverso l’invenzione della sua vita a Rostock e dell’esperienza ad Auschwitz, potrebbe avere voluto trovare una “spiegazione” per il fatto di essere stato abbandonato nell’infanzia.
Quindi, come nel caso di Wilkomirski, anche in questo caso i “ricordi del lager” potevano essere in realtà “ricordi di copertura”.
Ma alla spiegazione psicologica del “Caso Wilkomirski” è necessario aggiungere altri elementi culturali, che servono a inquadrare l’origine e, almeno in parte, anche il successo di una simile falsa testimonianza.
Il testimone della Shoah ha conosciuto infatti, dal Processo Eichmann (1961) in poi, una progressiva rivalutazione, che ha portato alla sua ‘sacralizzazione’, soprattutto grazie a nuove possibilità mediatiche di raccolta e registrazione delle testimonianze. Da qui è derivato quel fenomeno che Javier Cercas, autore di un romanzo documentario (L’impostore), su un’altra falsa testimonianza riguardante l’imprigionamento in un campo di concentramento di un sindacalista spagnolo, ha chiamato “il ricatto del testimone”.
La nuova aura e il prestigio che caratterizzano il testimone della Shoah, nell’era del testimone, uniti alla quasi certezza che nessuno oserebbe mai mettere in discussione il contenuto di una testimonianza così traumatica, sono indubbiamente all’origine della comparsa di numerosi falsi testimoni della Shoah – con relativo danno, poiché recano argomenti a sostegno delle tesi del negazionismo.
Per riconoscere il carattere non autentico e contraffatto di certe testimonianze sarebbe stato sufficiente ascoltare un sano istinto e osservare la costruzione retorica di racconti miranti a coinvolgere emotivamente il lettore e l’ascoltatore e tali da indurre a rinunciare a qualsiasi critica razionale. L’utilizzo di tutti i luoghi comuni della letteratura concentrazionaria, oltre all’impiego di quella che è stata definita ‘pornografia della Shoah’, avrebbe potuto rivelare il kitsch della rappresentazione, smascherandone la falsità estetica e di contenuto. Ma il “ricatto del testimone” ha impedito a lungo una simile analisi ‘stilistica’.
Se affrontare il problema dei falsi testimoni è indispensabile per sottrarre l'argomento alla strumentalizzazione del negazionismo, così è indispensabile affrontare chi fa della ‘pornografia’, chi vuol far piangere, con un moto di affetti non filtrato, non messo in forma, e con un pathos esagerato, per sfuggire al fascino perverso che la visione del male assoluto provoca in certe menti malate e soprattutto per affrontare la Memoria in un mondo calato in un presente ansiogeno che sembra essere senza più un passato.
©Barbara de Munari
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Che cos’ha di così speciale, Venezia?
Sembra un mare verde, di oltre cinquanta sfumature, dal verde Arlecchino al Lime, fino al Foresta, passando per il verde Caraibi. Peccato che non si possa nuotare, ma è l’unica cosa che non si può fare, e i flutti ondeggiano ai leggeri colpi di vento e allo stesso tempo pare stiano immobili a prendere il sole.
Offre silenzi e un'atmosfera rarefatta, da cui si dipartono strade e piazze, palazzi e chiese.
È la città dai cento orizzonti.
Invita alla lentezza e all’equilibrio.
Nei suoi interni, stanze dalle delicate tonalità pastello, stucchi e bassorilievi, fragili lampadari di Murano e un passato di personaggi celebri che vi hanno soggiornato, con le tante leggende che su di loro aleggiano. Figure indimenticabili che sono il simbolo di epoche successive, a dar voce a desideri e speranze, con quella straordinaria prova di resistenza di cui i veneziani furono capaci, di generazione in generazione.
A Gustav von Aschenbach, in “Morte a Venezia” di Thomas Mann, piace pensare che il male che sta vivendo Venezia sia un po' simile alla sua intima sofferenza amorosa, rigorosamente celata, per il giovane Tadzio, con la sua bellezza inesprimibile che poteva solo essere evocata.
Questa è Venezia, bella, lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola, che per Thomas Mann rappresenta la cultura e la bellezza come slancio vitale e, insieme, come declino della vita: un ambiguo e stupendo fondale di eventi.
La città stessa ben si presta a rappresentare l’ambiguo connubio tra Amore e Morte: seducente erede di un passato glorioso e culla di artisti, Venezia è ormai l’oscuro fantasma degli sfarzi di un tempo.
Con le strette calli, i portici e le acque ristagnanti e la sua strana e inquietante bellezza, e l’impressione di grazia ed eleganza, crea una vera e propria ossessione, una sorta di delirio amoroso che si trasforma in Pierre Sartori in un punto di riferimento etico ed estetico – con la tensione spirituale dell’arte e dell’amore a rompere gli schemi con la poesia.
Essere artista ha sempre significato possedere ragione e sogni e la felicità del poeta è il pensiero che può divenire totalmente sentimento, e il sentimento che può divenire pensiero e il poeta cammina insieme a Venezia, la mano nella mano, anche nel regno delle ombre…
Immagini e impressioni si approfondiscono nel silenzio, acquistano peso, si trasformano in episodio, in avventura, in fatto sentimentale. E anche una certa forma di solitudine matura l'originalità e la bellezza audace e inquietante della poesia di Pierre Sartori.
Camminare senza meta, avendo in mente al massimo una direzione verso cui tendere. Perdersi tra calli, salizzade e campielli, trovarsi all’improvviso di fronte ad angoli pittoreschi e inaspettati, percorrere un sottoportego senza incontrare nessuno, tra una corte e un ponte, un pozzo e un portone, aumenta un’impressione di perfetta casualità che cela una calcolata armonia e perfezione.
“Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: uno in calle dell’amor degli amici; un secondo vicino al ponte delle Meraveige; un terzo in calle dei marrani a San Geremia in Ghetto. Quando i veneziani sono stanchi delle autorità costituite, si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie…”.
Con queste parole si chiude “Favola di Venezia, Sirat Al Bunduqiyyah”, storia tra le più famose raccontate da Hugo Pratt, in cui Corto Maltese, cadendo dal tetto di un palazzo in campo S.M. Domini, inizia a vagare e perdersi tra le calli della Serenissima rincorso da gendarmi, massoni e poeti.
Perché Venezia è un luogo magico, pieno di tesori nascosti – tra logge massoniche, leoni greci, simboli esoterici e misteri biblici – nella mitica città dei dogi, dove sottile è il confine tra sogno e realtà…
È un misto impronunciabile di noia, sorpresa e sbigottimento per la continua meraviglia in cui ci si imbatte, unito a un senso di malinconia…
È un mistero irrisolvibile, un dedalo di calli chiuse in una serie di labirinti che possono portare a vicoli ciechi come alla visione di inaspettate meraviglie ed è questo ciò che narra Pierre Sartori nelle sue poesie.
Hugo Pratt raccontò: “Avevo quattro o cinque anni, quando mia nonna si faceva accompagnare da me al Ghetto Vecchio di Venezia. Andavamo a visitare una sua amica, la signora Bora Levi, che abitava in una casa molto antica. A questa casa si accedeva salendo una vecchia scala di legno esterna chiamata ‘scala matta’ oppure ‘scala delle pantegane’, o ancora ‘scala turca’… Andavo alla finestra della cucina e guardavo giù in un campiello erboso con una vera da pozzo coperta di edera. Quel campiello ha un nome: Corte Sconta detta Arcana. Per entrarvi si dovevano aprire sette porte, ognuna delle quali aveva inciso il nome di uno shed, ossia di un demonio, e ogni porta si apriva con una parola magica”.
Alla fine Corto Maltese e, con lui, il suo creatore Hugo Pratt, si ritroverà a chiedersi se l’oggetto della sua ricerca non apra le porte nascoste della magia, svelando la vera natura del tempo e dello spazio in questa città di segreti, oppure non sia altro che “… la materia stessa di cui sono fatti i sogni”, nei desideri di ognuno di noi, tutti in partenza verso isole del tesoro, in un mondo un po’ più libero da schemi e confini, un luogo in cui valga davvero la pena di vivere e, se possibile, realizzare ognuno i propri sogni.
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Torino, è la città che invita al rigore, alla linearità, allo stile, che invita anche alla logica e - attraverso la logica - apre la vita alla follia.
In questo libro – che si specchia nel Barocco del Seicento - dominano “Vanitas”, “Memento mori” e le allegorie dello scorrere inesorabile del tempo.
Torino è una città fatta di particolari, una città mosaico, dove la periferia è anche centro, ed è una città capace di mettere innovazione ovunque, anche nella conservazione della storia .
Torino è la città che inventa e sa stupire persino se stessa e che non sta mai ferma. Cambia pelle continuamente. Evolve. Anticipa, educa, importa tendenze.
Torino è una città piena di riti. Così esclusivi che ognuno ha i propri, e ognuno ha un’idea precisa della città. Perché Torino è di tutti e di nessuno, ma ognuno la rivendica come propria e l’anima vincente di Torino è che ogni quartiere ha qualcosa da offrire e da mostrare perché la storia ha reso quei rioni unici per cultura e persone.
Torino a suo modo resterà sempre capitale d’Italia e capitale di qualcos’altro, perché quello che ha fatto con le sue mani, che ha conquistato o ha inventato, fa parte della sua essenza, del suo talento. E a Torino quel talento è ovunque, un genius loci fatto per stupire anche chi ci vive.
È una città amante, non madre né sorella. E molti sono con lei in questo rapporto… E le condizioni ci sono tutte: Torino moderna e Torino barocca e le prospettive nitide, la geometria degli isolati, il rigore del paesaggio urbano. Una bellezza di linee, di volumi, di masse: a che serve, questa bellezza, che cosa significa?
Torino è il luogo da dove si viene e dove si tornerà.
Dalle colline alla pianura, e i monti lontani e il cielo, tutto si fonde nello spirito come una cosa sola, con una sola immensa elevazione.
Torino è come è. Come deve essere. È un terreno perenne. Passi su queste cose e le avvolgi e le vivi, come l’aria, come una traccia di nuvole. Nessuno sa che è tutto qui e c’è sempre qualche via più vuota di un’altra perché in quell’ora, in quel deserto, non pare di conoscerla. Poi basta il sole, un po’ di vento, il colore dell’aria cambiato, e non si sa più dove ci si trova, con queste vie che non finiscono mai, e non sembra vero che, d’estate, tutte se ne stiano così zitte e vuote… e il tempo pare che si dilegui.
Questa Torino, apparentemente ordinata ed efficiente, spazzata dal vento gelido delle montagne e adagiata lungo le sponde di un fiume antico, fa da palcoscenico a una vicenda poliziesca dai colori torbidi. Torino del fascino e del mistero, di santi e di demoni, farà riaffiorare le essenze dei protagonisti che, per salvare le loro “anime”, dovranno riportare indietro l’orologio del Tempo e la collocazione del loro abituale tessuto di vita. Tra la Venezia dei Dogi e la Amsterdam barocca, tra New York e Sigmund Freud, tra miti greci e leggende norrene, arte e crimini s’intrecciano, da Leonardo da Vinci al Vasari, da Pieter Paul Rubens al Barocco piemontese, e di nuovo alla Battaglia di Anghiari, con il suo “cerca trova”, attendendo le anime dei protagonisti alla confluenza di una geometria magica in una piazza di Torino. Qualcosa alla fine si salverà, ma il prezzo da pagare sarà altissimo…
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