VERITÀ E POST-VERITÀ

di Alain de Keghel

Traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari

 

 

    Nel nostro universo con le sue sfaccettature a volte sorprendenti, anche in ciò che costituisce o dovrebbe rimanere uno spazio protetto ed eccezionale, come quello di un Ordine Iniziatico, il nostro quindi, può essere interessante occuparsi del capolavoro di George Orwell 1984, scritto nel 1949, come specchio ghignante e deforme della nostra società contemporanea. Perché è, a dir poco, rivelatore vedere a qual punto oggi i riferimenti siano a volte plastici e come le idee diventino contorte in un momento in cui i punti di riferimento ideologici ed etici sembrano confusi. Di là dal brutale totalitarismo e dalla profezia orwelliana che ci annunciava coloro che avrebbero bandito i libri, le mie osservazioni - ispirate da una nuova e recente lettura del lavoro nelle università americane - mirano a suggerire che questo libro ha veramente aperto il dibattito sulla verità. Orwell mette in discussione l'umanesimo diversamente da come aveva osato Aldous Huxley prima di lui, con Le meilleur des mondes, pubblicato nel 1932, un'altra grande distopia della prima metà del XX secolo1. L'annullamento della realtà, la sua falsificazione sistematica e permanente fa scomparire le nozioni stesse di veridicità e di verità. Così ecco la Neolingua, lingua ufficiale dell'Oceania - un derivato dell'inglese la cui grammatica e lessico sono stati distrutti per rendere impossibile esprimere pensieri sovversivi - o anche il "doppio pensiero" - questa disposizione che permette di credere una cosa e il suo opposto simultaneamente, e che rende possibile l'inversione del significato delle parole. La casistica ne è un modello per eccellenza.

     Il Grande Fratello non proclama forse: "L'amore è odio" o addirittura “La libertà è schiavitù”? Troviamo qui la tradizione o il modello letterario di Jonathan Swift, autore de I viaggi di Gulliver2. Ciò che interessa Orwell e che qui appare in qualche modo nella sua dimensione umanistica, «sono i meccanismi mentali e intellettuali attraverso i quali un potere, qualunque esso sia, può catturare i pensieri degli individui e farne una caricatura». Il saggista Bruce Bégout3 rende omaggio all'umanesimo di Orwell ispirato da ciò che ha osservato durante la guerra civile spagnola con la sfiducia del Partito comunista nei confronti degli intellettuali. E da parte mia, quando si tratta di definire i rapporti tra fatalità e libertà, tema che è anche in definitiva al centro della riflessione di Orwell, mi rifaccio volentieri a un'ispirazione spinozista. E qui citerò Éric Vuillard che in L'ordre du jour4 scrive: «Ciò che sorprende [...], è la faccia tosta, per cui una cosa va ricordata: il mondo cede al bluff ».

 

     Soffermiamoci un attimo sulla "post-verità", in inglese "post-truth", un concetto apparso surrettiziamente intorno al 2005. Tuttavia, ha preso piede solo nel 2016 grazie a due scadenze politiche, di portata prima europea e poi mondiale: la BREXIT, risultante dal referendum del 23 giugno 2016, era stata preceduta da una campagna elettorale, il vero primo campo di applicazione di un'impostura che è stata pudicamente addobbata con il termine di “post-verità”. Secondo il più che rispettabile dizionario di Oxford, questa espressione significa «relativo a circostanze in cui i fatti oggettivi hanno meno influenza sulla formazione dell'opinione rispetto all'appello alle emozioni e alle convinzioni personali». I Gesuiti potrebbero dire con falsa modestia che siamo in piena casistica. Il fenomeno è abbastanza significativo, a giudicare anche dai suoi effetti nell'elezione di Donald Trump negli Usa, l'8 Novembre 2016, e vale la pena dargli un'occhiata più da vicino. Infatti, noi stiamo assistendo proprio a una generalizzazione di questa norma della “post-verità”. Essa stravolge fondamentalmente il nostro ambiente e i valori su cui facciamo affidamento5. Alla base del lavoro di informazione ci sono i fatti che sono riportati, valutati, analizzati e presi in considerazione come tali. Nell'era dell'informazione "post-verità", la verità non è più sempre il valore di base. I fatti non sono più fondamentali. I personaggi pubblici possono ormai, come abbiamo visto nella BREXIT e nella campagna Trump, diffondere consapevolmente notizie false senza alcun riguardo per la verità e traendone profitto.

     Di là dai media, quindi, l'informazione "post-verità" riguarda anche attori politici, o perché essi potrebbero essere tentati di farvi ricorso, o perché ne  saranno loro il bersaglio. Essa pone una nuova sfida etica in un universo di consumo comunitario dellinformazione, attraverso "bolle cognitive", dove ognuno si rinchiude nelle sue convinzioni. La grande sfida che la società post-verità rappresenta in definitiva, è quella della credibilità dell'informazione che è al cuore del funzionamento democratico di fronte ai social network e al senso critico dei cittadini. Ma anche la credibilità della ricerca scientifica medica non sfugge al fenomeno dei “piccoli accordi con la verità”. Il sito americano Retraction Watch lo ha recentemente rivelato, al punto che «la frode scientifica preoccupa le aziende farmaceutiche per le quali ogni molecola rappresenta una scommessa del valore di diversi miliardi» [...]  perché «anche gli scienziati onesti non esitano a prendere una scorciatoia o ad abbellire un po' i loro risultati per ottenere una pubblicazione in un grande giornale6».

     Così per noi Massoni che aspiriamo ad acquisire delle verità in loggia e a diffonderle per contribuire alla vita della società civile e al progresso dell'umanità, è necessaria più che mai una riflessione sulla nostra capacità di raggiungere sempre questo obiettivo e la sua etica. Qui si pone davvero la questione dell'esemplarità, dell'integrità intellettuale e della morale irreprensibile. Siamo per la prima volta di fronte all'emergere di una sfida che nessuno aveva immaginato. Essa non ci risparmia e ci minaccia per via del mimetismo.

     Quale ricerca conduciamo in Loggia? Quella della Verità.

     La Verità che il Massone cerca è diversa dalla verità ricercata dagli uomini di fede, dagli uomini di scienza e dai filosofi?

     Verità del Massone, verità del filosofo, dell'uomo di scienza... potremmo aggiungere la verità del giornalista, del medico, del soldato, del droghiere, del ciclista campione, che ne so.... perché la questione della verità ci pone di fronte direttamente al mito del concetto di presunta univocità della parola nel linguaggio discorsivo. Georges Lerbet ci ha lasciato le sue riflessioni su questo argomento e noi ce ne siamo appropriati avidamente. Perché l'argomento deve, per definizione, essere al centro della nostra filosofia se vogliamo conservare una credibilità.

     Esiste una sola Verità o esistono tante verità quante sono le persone che pronunciano questa parola? La parola verità ha anche un significato o è solo una forma artificialmente idealizzata di un miscuglio di certezze narcisistiche, di rivelazioni, di validazioni, di probabilità, di verifiche sperimentali, di alta probabilità e di legge dei grandi numeri?

     La verità potrebbe essere quindi solo un'altra nuova invenzione alla Platone? Nell'aforisma 5 del suo Crépuscule des idoles, Nietzsche scrive:

     ... io cerco di capire da quale idiosincrasia sia potuta nascere questa equazione socratica: ragione = virtù = felicità.

     Inoltre, cosa dice Baudelaire nell'epilogo incompiuto dei suoi Fleurs du Mal, se non: 

     O voi siate testimoni che io ho fatto il mio dovere,

     Come un chimico perfetto come un'anima santa.

     Perché ho estratto la quintessenza da ogni cosa,

     Tu mi hai dato il tuo fango ed io l'ho trasformato in oro.

 

     Per lo studio di questo tema della verità, e più precisamente di essa nell'Ordine, si dovrebbe tentare di analizzare le caratteristiche delle rispettive verità della filosofia e della scienza, concentrandosi su una griglia di analisi basata sulle nozioni di linguaggio e di trasmissione. Lo spazio-tempo che ci è assegnato oggi non si presta a ciò. Peccato!

     Sarà però necessario determinare la verità del massone; lo studio, ovviamente, cambierà dimensione. Non si tratterà più della verità, ma di una verità... purché sia ​​anche quella. Non si tratterà più di concetto ma di simbolo. Sorge poi inevitabilmente la questione della generalizzazione di questa verità: la verità del Massone è solo sua e se sì, si può ancora parlare davvero di trasmissione nell'universo massonico? E che dire di quella da diffondere nella società civile? Ma ancora un'altra domanda: può la verità essere travestita dal Massone sulla base del fatto che serve a un obiettivo, il suo scopo o anche la sua stessa ambizione. Ovviamente no. Dominique Jardin ci ha illuminato a suo modo sulla lettura che egli suggerisce in merito al principio di Auctoritas.

     Ma guardiamo anche alla verità scientifica. È quella del coerenza di un sistema formale iniziato da assiomi e dominato dal linguaggio della logica e della causalità, cioè dal discorso. Gli assiomi di partenza, integrati e arricchiti da un metodo, fatto di regole, teorie e teoremi conducono a un sistema complesso ma sempre logico. La verità scientifica è quindi, in questo modo,  necessariamente duale. Qualsiasi discorso è sia vero sia falso. Per essere riconosciuto come vero, basta che possa essere dimostrato secondo un'equazione relativa al gioco della logica e della causalità. Per quanto complesse possano essere le dimostrazioni, esse sono solo conseguenze razionali degli assiomi originali.

     E che dire della verità del filosofo?

     In origine, scienza e filosofia erano una cosa sola e una sola disciplina, l'ideale greco era quello di costruire un grande sistema da cui si potessero dedurre tutte le leggi che regolano il comportamento degli oggetti empirici.

     In filosofia, ancor più che altrove, le proposizioni sono organizzate in un sistema, in modo che, con ogni sistema, le parole fondamentali si colorano di sfumature diverse: quindi la parola libertà non ha lo stesso significato in Cartesio, Spinoza, Bergson o Sartre. È dalle relazioni reciproche tra i termini che questi assumono il loro significato, ed è dalla coerenza del sistema che se ne giudica la verità.

     Già nel III secolo a.e.v. Eubulide di Mileto aveva posto le basi della critica del linguaggio causale dicendo: «Se il bugiardo dice 'sto mentendo', dice la verità?». Tutto dipende dal quadro di riferimento in cui ci poniamo, tutto dipende dalla mia comprensione dei termini, ogni validità causale dipende solo da ME e da me solo.

     Allora dunque che dire della verità del massone?

     Finora, ciò che fa rifiutare le verità della Scienza e della Filosofia è il rifiuto di obbedire a un sistema e al linguaggio che lo costituisce, è l'ambizione di non accettare, come recita l'articolo 2 della dichiarazione di principio del convento di Losanna, alcun limite alla ricerca della Verità. Abbiamo scoperto i limiti del linguaggio discorsivo lasciandoci guidare ancora da Georges Lerbet, io qui non ho fatto altro che usarlo.

     Ma non è nella nostra cultura il ricorso alla via simbolica? Essa non è univoca. Il simbolo non è la concretizzazione, nella materia e nello spirito, di questo famoso numero Tre. Ciò che crea l'insufficienza del linguaggio discorsivo è che postula fin dall'inizio la dualità tra significante e significato. Il Due non è opporre la luna e il sole, l'uomo o la donna, ma è cercare di far esplodere le visioni semplicistiche, manichee e profane in una molteplicità di materie elementari, che sole permetteranno la vera costruzione del Tre.

     Ecco il lavoro principale del Massone, sgrossare la pietra grezza e scoprire il Due là dove si credeva di vedere solo l'Uno. "Fare domande con un martello" avrebbe detto Nietzsche.

     Tuttavia, la ricerca del Due non può accontentarsi del morbido cuscino del dubbio, come dice Montaigne, questa ricerca è un divenire, un perfezionamento.

     Evocando le verità della scienza, della filosofia e poi della Massoneria, io, in perfetta malafede, ho volontariamente aggirato loggetto della presentazione. Esempio illustrativo di "la mia verità"... Perché ciò che unisce la verità dell'uomo di scienza o la verità dell'uomo di filosofia, non è la verità, è l'uomo.

     Perché volete divenire massone? chiede il sorvegliante, Perché ero nelle tenebre e desideravo la luce, risponde l'apprendista.

     Questo desiderio di luce, di ricerca della verità e della vita è ciò che Nietzsche chiama l'eterno ritorno dell'identico nel Crépuscule des idoles. Il pensiero del ritorno autorizza la trasmutazione di tutti i valori, i valori non sono eterni, non più di quanto siano passato o futuro, vivono come un presente cui un altro presente può succedere.

     La tradizione non trasmette nulla, si limita a proporre.

 

     Chiedete e riceverete [la luce],

     Cercate e troverete [la verità],

     Bussate e vi si aprirà [la porta del Tempio].

 

     Questa è la tradizione; c'è qualcuno dietro la porta e il lavoro non sarà vano. Quale altra trasmissione, allora, se non quella di mantenere questa voglia di cercare, un po' come la legge fisica della conservazione dell'energia che vuole che una palla da biliardo che ne colpisce un'altra la metta in moto.

     Noi siamo tutte quelle palle da biliardo che si scontrano e non ci trasmettiamo altro che questa energia di desiderio, di lavoro e di speranza.

Non è anche ciò che si chiama, tra i massoni, la Fraternità?

 

     Un altro elemento della ricerca massonica è la trasmissione.

     Quale trasmissione?

     Si dice spesso che la trasmissione massonica è quella di un metodo, ma come si può pensare di volere trasmettere un metodo, quando la mia pietra è quella della parete sinistra dell'edificio e la tua è quella della chiave di volta? Quando la mia pietra è di roccia calcarea e la tua è di granito rosa? La forma è la stessa? Sicuramente no. La Massoneria non è una religione. Essa è ricca delle nostre diversità, lo sappiamo bene.

     Diciamo poi che la trasmissione è quella degli strumenti, ma a cosa servono gli strumenti se non c'è voglia di usarli o se il loro uso è corrotto?

     Ogni Massone conduce e persegue la propria ricerca iniziatica in Loggia. Egli sa che, sebbene una tale ricerca sia infinitamente intima e personale, non è solo. Accanto a lui, i suoi Fratelli e le sue Sorelle svolgono, ciascuno per proprio conto, una ricerca simile ma diversa. E i dibattiti regolamentati che si svolgono all'interno dellofficina permettono, in ordine e serenità, di beneficiare dei progressi che l'uno o l'altro ha potuto raggiungere. Quindi, per un Massone, l'approccio è contemporaneamente personale e collettivo. Questa è l'unicità dell'Arte Reale. A patto di non deviare dal cammino.

     Questa presentazione può sembrare piuttosto astratta e richiederebbe alcune precisazioni in merito ai due concetti eminentemente scozzesi di ORDO e CHAO. Volendo descrivere in poche parole l'approccio dei Massoni e in particolare degli Scozzesi, si tratta di andare verso l'Ordine (o Cosmos, o Ordo), per liberarsi dal Chao (o Chaos). In altre parole, abbandonare la confusione del molteplice (Chao) per tendere all'unità (Ordo).

     Per concludere, citerò Hölderlin: “Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva. Che si sappia come appropriarci di questo precetto facendo la scelta di vivere attenendosi a questa forma di etica del rischio e dellinterrogativo, lungi da quello che ho chiamato beffardamente, lo avrete ovviamente compreso, “l'umanesimo di Orwell”, così lontano soprattutto dalle “post-verità” che fioriscono oggi.

 

Note

1 Cf. « Relire 1984 à l'ère de la post-vérité », in L'été des livres, Le Monde, 21 juillet 2017. Cf. 2 2 ROSAT (Jean-Jacques), philosophe et éditeur, spécialiste de l'œuvre d'Orwell.

3 Cf. BEGOUT (Bruce), professeur de philosophie à Bordeaux-3, qui a publié De la décence ordinaire (Allia, 2008).

4 VUILLARD (Éric), L'ordre du jour, Actes Sud, Paris, 2017, Prix Goncourt 2017.

5 Cf. « Les risques de la société "post-vérité" », éditorial, Le Monde, 3 janvier 2016.

6 Cf. HECKETSWEILER (Chloé), «Recherche médicale: petits arrangements avec la vérité », Le Monde, 29/30 octobre 2017

 

CONSIDERAZIONI SULLA PAURA

di Sylvie Pierre

Traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari

 

     Paura dei virus, paura della regressione sociale, paura dei conflitti e dell'insicurezza, paura del terrorismo, paura del riscaldamento globale, paura dello straniero... come cittadini ci troviamo in questo XXI secolo di fronte a nuove minacce. Considerando che avremmo potuto crederla sconfitta per effetto della modernità, la paura è sempre presente nella nostra società, in cui le ideologie e i discorsi allarmistici sollevano timori di un collasso planetario globale e creano disillusione. L'uso della paura sembra essere anche al centro dell'attività politica: essa può essere provocata, manipolata, strumentalizzata. Pertanto è necessario saper riconoscere i diversi processi che ci danno i motivi per essere spaventati. Perché se le logiche usate da tutti i mercanti di paura possono sfociare in un infantile desiderio di protezione, esse devono tuttavia suscitare in noi una lucidità attiva e la fiducia nell'essere umano.

Continuità e rotture

     L'antichissimo vocabolo paura (1200) deriva dal latino pavor che significa terrore, sgomento, paura. Nel corso dei secoli il termine è cambiato, ha perso di intensità e si è banalizzato. Attualmente, il termine copre una gamma di emozioni che vanno dalla paura e dallapprensione ai terrori più profondi (la paura della morte). La paura è quindi l'abitudine che si ha, in un gruppo umano, di temere una minaccia (reale o immaginaria).

     I Greci avevano divinizzato Deimos (il Timore) e Phobos (la Paura), cercando di riconciliarli in tempo di guerra1. Nel Medioevo, il cavaliere senza paura, supremo omaggio, era considerato un eroe. Questo archetipo del cavaliere senza paura, anche se non sempre irreprensibile, viene costantemente riproposto in contrasto con una massa reputata priva di coraggio. Molti romanzi sottolineano l'incompatibilità tra due universi opposti: quello del coraggio individuale dei nobili e quello della paura collettiva dei poveri. Tommaso Moro, che sfida la società del suo tempo, affidandosi però a una immaginaria Utopia, afferma che “la povertà del popolo è la difesa della monarchia. L'indigenza e la miseria tolgono ogni coraggio, abbrutiscono le anime, le predispongono ad accettare la sofferenza e la schiavitù e le opprimono fino al punto di togliere loro ogni energia per scrollarsi di dosso il giogo2”. Così le ragioni ideologiche del lungo silenzio sul ruolo e l'importanza della paura nella storia umana possono essere spiegate dal desiderio di esaltare il coraggio - individuale - degli eroi che governavano la società.

     Fu durante il Rinascimento che si fece più chiaro il legame tra paura e lucidità, una lucidità legata al progresso degli strumenti mentali. C'è quindi una relazione tra consapevolezza dei pericoli e livello di cultura, come lascia intendere Montaigne in un passaggio dei suoi saggi3. Possiamo constatarlo ancora oggi se guardiamo al profilo dei seguaci delle teorie del complotto.

 

     Come ci ricorda Jean Delumeau4, la paura è naturale ed è una componente principale dell'esperienza umana, nonostante gli sforzi fatti per andare oltre. Ci accompagna per tutta la nostra esistenza. Nello stesso senso, scrive Sartre: “Tutti gli uomini hanno paura. Tutti. Chi non ha paura non è normale, perché questo non ha niente a che vedere con il coraggio (Sartre, 1945)5. In Occidente, l'ancoraggio storico della paura permette di comprenderne meglio le sfaccettature e la sua evoluzione. Nel Medioevo e all'inizio dellera moderna, ad esempio, l'uomo era esposto alla morte in ogni momento (carestie, guerre, epidemie...). Nel XIV secolo, la peste fece un clamoroso ritorno contemporaneamente a un calo della produzione agricola, e a un deterioramento delle condizioni climatiche...  Una certa somiglianza con questo XXI secolo, in cui ci troviamo di fronte a un virus senza precedenti e al riscaldamento climatico globale, le cui conseguenze sono reali (inondazioni, siccità, cicloni, etc.).

     Ma, per secoli, i nostri antenati hanno visto la paura come una punizione degli Dei. La religione, inoltre, non mancò di avanzare profezie incerte proponendo rimedi per affrontarla. La pedagogia cristiana si basava sull'accettazione passiva della paura.

     Inoltre, la paura era mostrata con le innumerevoli evocazioni dell'inferno che perseguitavano l'immaginazione di pittori, predicatori, teologi e autori vari. La colpevolizzazione e la pastorale della paura sono state molto importanti nella storia occidentale per rafforzare nelle menti la paura di un giudizio finale con immagini di agonia. È proprio perché temeva la caduta nelle fiamme eterne che Lutero si era rifugiato nella dottrina della giustificazione della fede. I temi dell'insicurezza e dell'angoscia hanno come corollario inevitabile quello della morte. Tuttavia, l'ossessione per tutto questo è stata onnipresente nelle religioni e la volontà pedagogica della Chiesa poggiava sul peccato e sull'inferno. La Leggenda aurea, i misteri praticati davanti alle folle e l'arte religiosa in tutte le sue forme resero popolari la flagellazione e l'agonia di Gesù, la morte di San Sebastiano trafitto dalle frecce e di San Lorenzo bruciato su una graticola6... Da allora si sostituì un timore teologico a una paura naturale.

 

     Jean Delumeau distingue tra paure spontanee permanenti (paura del mare, delle stelle, dei presagi, dei fantasmi, etc.) e cicliche, ricorrenti periodicamente con pestilenze, carenze alimentari...  sentite da ampie fasce della popolazione, dalle paure riflesse, cioè scaturite da un interrogativo sulla disgrazia condotto dai capi spirituali della collettività, dunque prima tutto dagli uomini di Chiesa. Essi fecero un inventario dei mali individuandone gli agenti: i turchi, gli ebrei, gli eretici, le donne (in particolare le streghe) che divennero capri espiatori. Questa massiccia intrusione della teologia nella vita quotidiana della civiltà occidentale caratterizza la storia fino al momento in cui l'uomo si emanciperà e si libererà gradualmente dalla paura. Perché la paura è presente in ogni civiltà che sia scarsamente attrezzata per rispondere ai molteplici attacchi di un ambiente minaccioso. Ricordiamo che il mare è rimasto a lungo il pericolo numero uno, il luogo di paura per eccellenza. “C'è un tema più banale, ha osservato G. Bachelard, di quello della collera dell'oceano?7”. Aprendosi in lontananza, un tempo il mare conduceva verso paesi insoliti dove tutto era possibile e dove lo strano era la regola, uno strano spesso spaventoso. Dietro le esagerazioni a volte sbalorditive, si intuisce la paura dell'altro, cioè di tutto ciò che appartiene a un universo diverso dal nostro, anche se per alcuni avventurieri e esploratori, questi paesi lontani erano un'attrazione certa. A parte queste poche eccezioni, il ritrarsi davanti allo straniero in tutte le sue forme rimane l'atteggiamento più comune della massa dei popoli d'Europa nel Medioevo e nel Rinascimento.

     Che dire della paura del mare oggi, quando di fronte abbiamo immagini quotidiane di migranti, tra cui donne e bambini, che intraprendono la strada dell'esilio a rischio della propria vita. Se la maggior parte degli esseri umani può navigare in sicurezza su barche attrezzate, altri corrono i peggiori pericoli su barche improvvisate affrontando tempeste, diluvi, naufragi, annegamenti... Le terrificanti storie dei sopravvissuti sono degne de La Tempesta di Shakespeare.

Dai terrori ancestrali alla paura contemporanea

     Nell'era della postmodernità iperindividualistica, il mondo è caratterizzato da nuove paure.

     Da un lato, è necessario decostruire i meccanismi e i processi di costruzione di uno stato di fobia generalizzata, una forma moderna di paura hobbesiana, nel tempo dell'attuale dominio dell'ordine di mercato.

Lo “stato di guerra permanente” è mondiale ma questa guerra mondiale non è paragonabile alla Prima o alla Seconda guerra mondiale. La paura prende la forma dellinsicurezza interiore, del declassamento, della povertà estrema, in una parola, della lacerazione del tessuto sociale, a rischio di un ripiegamento su se stessi (famiglia, setta, comunità). È su questo terreno che i movimenti estremisti distillano razzismo, antisemitismo e xenofobia brandendo discorsi fondati sui concetti di “panico morale” o di “grande sostituzione”, dunque imponendo una forma di dittatura che si pone sopra la legge repubblicana.

     D'altra parte, il lontano, la novità e l'alterità fanno paura. Ma temiamo altrettanto il prossimo, cioè il vicino. Nei grandi complessi residenziali delle periferie, a volte anche nelle zone residenziali, le persone si ignorano da una porta allaltra  dello stesso piano o quartiere. Nell'universo di oggi, il sentimento dominante tra i vicini è l'indifferenza; ma c'è anche la diffidenza, quindi la paura degli altri. I comportamenti cattivi attribuiti allo "straniero", ad esempio, divengono poi stereotipi.

     L'uomo di una volta, soprattutto nel mondo rurale, viveva circondato da un ambiente ostile in cui incombeva in ogni momento la minaccia di incantesimi malvagi. Oggi resta la paura dei disordini ecologici, che sono divenuti la prima preoccupazione dei cittadini occidentali di fronte alle malattie infettive, al terrorismo o alla proliferazione nucleare. I discorsi apocalittici dei collassologi inondano molti movimenti ecologisti e annunciano che il collasso non è una minaccia lontana per il futuro dellumanità ma un processo irreversibile. Tutti questi movimenti coinvolgono modi di conoscere basati sull'intuizione piuttosto che sulla razionalità e troviamo credenze di vario genere anche nella questione climatica, che pure è molto reale. Si osservano poi fenomeni di adattamento collettivo ai rischi per indebolire la consapevolezza del pericolo, o al contrario una sensazione di panico sconsiderato per mancanza di lucidità e sangue freddo. Il nostro approccio massonico ci aiuta ad adottare un atteggiamento critico nei confronti di qualsiasi forma di ideologia.

     Dopo secoli in cui regnarono ignoranza e religione, ci siamo trovati di fronte a un problema già sollevato da filosofi come Condorcet (1743-1794). Quando la Repubblica si è costruita nel nostro Paese attorno ad un ideale ambizioso e ad una missione di emancipazione, i pensatori (uomini e donne) illuministi (Condorcet, Olympe de Gouges, etc.) hanno progettato una società che si organizzasse per sviluppare le conoscenze e le tecniche8. Il loro progetto era il miglioramento intellettuale dell'individuo attraverso lo sviluppo del suo pensiero critico. Il progetto della laicità era in embrione. Si dovette attendere un secolo prima che accadesse, il compito era molto difficile e numerosi erano gli ostacoli. Così nel XIX secolo, il secolo della fondazione della scuola pubblica, la lotta contro "le tenebre dell'ignoranza" costituisce l'essenza della missione della Scuola, che formava i giovani a divenire cittadini liberi e illuminati.

     Con la filosofia dell'Illuminismo si celebrava la marcia trionfante dello spirito umano e della libertà di coscienza. Certo, la natura delle paure è mutata. Durante la Rivoluzione francese, fu necessario superare l'ignoranza e il discorso si accontentò di articolare ragione/conoscenza/libertà/miglioramento morale e intellettuale. Liberati da essa, gli individui si sarebbero distaccati dunque dalle forze soprannaturali che li avevano schiavizzati e che li avevano guidati per troppo tempo. Per forze soprannaturali, i pensatori dell'Illuminismo intendevano l'emancipazione dalle religioni e da dogmi di ogni tipo.

     Forse abbiamo ancora bisogno della religione per affrontare il mondo moderno, come afferma Raymond Aron riprendendo l'analisi di Auguste Comte:

     «L'uomo ha bisogno di religione perché ha bisogno di amare qualcosa di là da se stesso. Le società hanno bisogno della religione perché hanno bisogno del potere spirituale, che consacra e modera il potere temporale e ricorda agli uomini che la gerarchia delle capacità non è nulla a fronte della gerarchia dei meriti9».

     Dagli anni '70, l'idea ottimistica del progresso ha perso il suo potere di attrazione. Il nostro mondo è dominato dal pessimismo10 e dalla desacralizzazione delle forme di sapere (Stato, scuola, medici...). Anche la vaccinazione, da tempo simbolo di progresso, alimenta le paure e alcuni non esitano metterne in dubbio la legittimità. Ormai l'esperto scientifico o l'ignorante possono comunicare tramite i social network e la loro parola ha lo stesso peso. Le modalità di comunicazione, per la loro immediatezza e la loro orizzontalità, alimentano la confusione, fino al timore di consumare carne o al rifiuto di farsi curare. Il complottismo è un fenomeno sociale importante in Francia: quasi otto francesi su dieci aderiscono ad almeno una delle maggiori teorie del complotto e più di un terzo crede in 4 teorie. Nella scienza, il 9% dei Francesi (e il 18% dei 18-24enni) sono pronti a mettere in discussione la rotondità del Terra11. Alcuni paesi non esitano a praticare la disinformazione per attizzare la paura12.

     Che cosa fare allora, senza trascendenza, per assicurare la libera adesione di tutti all'organizzazione della società e affrontare la realtà senza provare paura individuale o collettiva mentre ci confrontiamo, per esempio, con nuove epidemie o sfide climatiche? Questa domanda conduce al nucleo del senso dato alla responsabilità e al libero arbitrio, che è quello che consente in un certo modo il ​​nostro cammino massonico. Perché non si tratta di trovare rifugio nella religione e nei discorsi morali o addirittura moralisti come la punizione divina. La via sarebbe piuttosto quella di domare le proprie paure e quelle che ci circondano, meditare sul senso della vita e delle sue azioni e infine attraverso una paziente ricerca di serenità e di fraternità cogliere la realtà con chiaroveggenza.

 

Nel suo libro Le principe responsabilité13, il filosofo tedesco Hans Jonas ritiene che la paura possa divenire la base di una nuova etica e preparare il futuro con fiducia. La paura sarebbe allora una sorta di guida all'azione perché stabilisce e stimola la responsabilità individuale e collettiva; essa è un mezzo per prevenire, immaginandola, l'esperienza di un male futuro. La paura avrebbe due pilastri: sarebbe dell'ordine dell'intuizione e dell'ordine della ragione, attraverso la riflessione che essa apre alla possibilità di un pericolo razionalmente prevedibile e alle sue conseguenze. Prendiamo l'esempio del riscaldamento globale. La nuova regolamentazione volta alla trasparenza finanziaria deve incoraggiare le imprese, gli azionisti e i consumatori a privilegiare le aziende più virtuose. Così la paura responsabilizza. È la paura che genera in questi tempi di epidemia virtuosi progetti fraterni destinati a lottare contro la povertà o incoraggia i cittadini a impegnarsi in azioni a favore dei migranti? È la paura che spinge le società occidentali a impegnarsi nel cambiamento e a modificare i loro modi di produzione e di consumo? Una cosa è certa: le crisi costringono gli esseri umani a fare un passo di lato, a cambiare strada o, più radicalmente, a operare una metamorfosi di se stessi, come suggerisce il filosofo Bruno Latour14, per immaginare altri mondi.

     Da quel momento in poi abbiamo a disposizione due strade: l'immaginario del vivere insieme può essere minato, sottintendendo che le passioni che fanno sì che ogni essere umano abbia a cuore la vita nella società, trovino espressione solo nelle comunità separate le une dalle altre rompendo tutti i legami sociali. Questo percorso è quello del ripiegamento su se stessi con rischio di esplosione e frattura.

L'altra via è quella di una visione umanistica basata su leggi razionali, che contribuisca a ridurre sia la paura del diavolo, sia quella di una cultura selvaggia e pericolosa, per sviluppare l'intelligenza del cuore, che ci è così cara. La laicità è questa pedagogia che permette all'essere umano di padroneggiare le proprie passioni attraverso la conoscenza, di prendere le distanze dai tumulti della vita (incitamento all'odio, fake news, attacchi contro i nostri valori umanisti) attraverso la riflessione, mentre siamo impegnati nel mondo per un'umanità migliore e più illuminata.

A livello collettivo, lo Stato ha una missione che consiste nell'affermare e restituire alla Ragione tutto il suo valore di fattore di emancipazione. Lignoranza è un pericolo sempre presente nel XXI secolo, una specie di erba cattiva. Solo la conoscenza, il pensiero critico e la volontà di apprendere la complessità del mondo in cui viviamo possono sradicarla e permettere a ognuno di elevarsi e di agire.

 

Concludo con una riflessione personale. Sarebbe falso affermare che la paura, le nostre paure, non esistono. Dobbiamo quindi interrogarci sulle relazioni che possiamo intrattenere con loro. In effetti, la paura può essere dipinta sotto i tratti di un nemico. Un nemico familiare che dovrebbe essere sconfitto all'ombra della nostra più segreta intimità. Tuttavia, la paura non è - in senso stretto - il nostro avversario. In origine, risponde a una funzione utile: prevenire e agire in caso di pericolo, cioè preservare la vita. In questo, essa è protettiva, benevola. Non si tratta più allora di sconfiggerla, ma di comprendere l'origine delle sue manifestazioni. La nostra paura ha molto da insegnarci su noi stessi, soprattutto perché le sue parole sono generalmente messe a tacere, attutite e aspettano solo di schiudersi per dissipare a volte interamente le nostre paure. Una paura ben compresa può essere fonte di serenità psicologica e di creatività15. Compresa, la paura riprende dimensioni accettabili, non scompare del tutto, ma diviene una fonte di progresso: il progresso personale, perché proveniente da una voce unica dentro di noi, quindi giusta. Capire in profondità le nostre paure richiede uno sforzo, è quindi un atto creativo con il quale espandiamo tutta la nostra persona verso nuove direzioni. In loggia, l'apprendista impara a vincere le proprie paure affrontando le diverse prove, tra cui il gabinetto di riflessione, e sottomettendosi alla regola del silenzio. Può quindi iniziare un lungo cammino che lo libererà dalla paura e lo aprirà alla gioia.

 

 

 

 

Note

1 DELUMEAU (Jean), La peur en Occident, Ed. Fayard, 1978, p. 24.

2 MORE (Thomas), L'utopie, Ed. Stouvenel, 1945, p. 75.

3 MONTAIGNE, Essais, II chap. XI, p. 54.

4 D ELUMEAU (Jean), op. cit, p. 21.

5 SARTRE(Jean-Paul), Le sursis, 1945, p. 56.

6 MALE (Émile), L'art religieux de la fin du Moyen Age en France, Paris, 1931, p. 154 et suiv.

7 BACHELARD (Gaston), L’eau et  les rêves, 1947, p. 230-231 

8 CONDORCET, L'organisation générale de l'instruction publique, 1792.

9 L EBOYER (Olivia), Raymond Aron, lecteur d'Auguste Comte, Revue européenne des sciences sociales n° 2 (54-

2), 2016.

10 Voir l'enquête réalisée par l'institut américain Pew Research Center dans quatorze pays, 2020.

11 Enquête complotisme 2019 : Les grands enseignements.

12 CHARON (Paul) et JEANGÈNE VILMER (Jean-Baptiste), Les Opérations d'influence chinoises. Un moment 

machiavélien, rapport de l'institut de recherche stratégique de l'École militaire (IRSEM), Paris, ministère des

Armées, septembre 2021. Selon le rapport, 20 millions de citoyens chinois agiraient à temps partiel, à la demande, pour inonder les réseaux sociaux et créer l'illusion de mouvements spontanés. 

13 JONAS (Hans), Le principe responsabilité, Flammarion, Paris, 1979. 

14 LATOUR (Bruno), Où suis-je ? Leçons du confinement à l'usage des terrestres, La Découverte, 2021,192 p. 

15 DEVEREUX (Georges), De l'angoisse à la méthode dans les sciences du comportement, Flammarion, Paris, 1967, (édition originale en anglais), 2012.


 



 

 

 

La "Società Europea di Ricerche e Studi Scozzesi" è un'associazione internazionale indipendente e senza fini di lucro di diritto francese. Posta sotto la prestigiosa presidenza onoraria di Philippe BUSQUIN - ex ministro belga, ex commissario europeo per la ricerca, l'innovazione e la scienza e membro dell'Accademia reale del Belgio. Nasce, all'inizio del 2007, su iniziativa di massoni europei del R:.S:. A:.A:. che desideravano inscrivere i loro lavori di Ricerca, Cultura e Storia in un quadro europeo e al di fuori del consueto ambito delle Giurisdizioni o delle Obbedienze. La S.EU.RE si basa quindi esclusivamente su adesioni individuali.

Il suo obiettivo massonico universale è quello di “incoraggiare e promuovere, a livello europeo, il dialogo fraterno e la cooperazione tra ricercatori, accademici e storici in Europa, indipendentemente dal fatto che appartengano o meno a una giurisdizione della cosiddetta corrente massonica scozzese.

Beneficia in particolare dell'esperienza della "Società francese di studi e ricerca per lo scozzesismo" (SFERE) che, dal 2005, si ispira in gran parte a quella della Società di Ricerca di Rito Scozzese della Giurisdizione Sud del R:.S:.A:.A:. degli Stati Uniti Stati d'America.

Il riferimento all'erudizione e all'Europa lascia ampio spazio alle ambizioni delle opere più ampie e aperte dello spirito europeo.

L'azione della S.EU.RE si poggia su un Consiglio di Amministrazione, un Comitato esecutivo e un Comitato scientifico. In essi i membri siedono a titolo individuale – e senza distinzione di rito – e non come delegati di una giurisdizione. L'Assemblea generale è composta dai soci membri.

Gli studi e le attività di ricerca fanno capo a un comitato scientifico presieduto dal professor Bruno PINCHARD, già presidente della loggia di ricerca Villard de Honnecourt. Questo organismo scientifico accoglie al proprio interno storici ed esperti dell'Ordine, animati dal desiderio di mettere su base volontaria le proprie capacità individuali, al servizio esclusivo di uno slancio massonico europeo indipendente da qualsiasi struttura obbedienziale o giurisdizionale. La pubblicazione plurilingue KILWINNING, a periodicità annuale, e unica nel suo genere, si propone di fungere da collegamento internazionale e da vetrina europea di eccellenza. Gli articoli impegnano solo i loro autori e mai le loro obbedienze o giurisdizioni.

Il comitato scientifico annovera tra le sue fila diversi nomi di massoni e laici riconosciuti, molti dei quali storici della Massoneria e tutti autori di numerose opere massoniche di fama internazionale.

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