APPUNTI PER UN 27 GENNAIO DIFFICILE

di Fabio Levi

 

Ahmed al Ahmed, mussulmano, era presente per caso alla strage di 25 persone perpetrata in occasione della festività ebraica di Chanukkah sulla spiaggia di Bondi Beach, in Australia il 14 dicembre scorso: Ahmed ha disarmato, rimanendo ferito, uno dei due attentatori riducendo così il numero delle vittime. Negli stessi momenti Gufen Bitton ha provato a intervenire senza riuscirci e ha subito gravi conseguenze; Boris e Sofia Gutman, coniugi di 69 e 61 anni, come pure Reuven Morrison, ebrei, hanno attaccato a mani nude gli assassini e sono stati subito uccisi.

Una malattia endemica 
Colpiscono nell’episodio citato l’istintiva reazione e il coraggio di tante persone comuni disposte a giocarsi la vita per salvare altre vite, e capaci soprattutto di una reazione profondamente umana, senza altri aggettivi, senza connotazioni religiose o ideologiche, contro una violenza così inaudita e disumana da risultare immediatamente riconoscibile. Colpisce d’altra parte che l’ostilità contro gli ebrei sia arrivata a tanto e che non si sia potuto fare altro se non affidarsi al gesto eroico di alcuni coraggiosi, nel tentativo di arginare la punta estrema di un fenomeno assai più vasto e multiforme come l’antisemitismo.
Perché l’antisemitismo è tutt’altro che scomparso ed è giunto di nuovo ad uccidere nel mucchio. C’è e di quel fenomeno sappiamo oramai molte cose: del suo essere una malattia endemica, con la sua sintomatologia specifica e le sue implicazioni degenerative sul corpo sociale: una malattia destinata molto probabilmente a non esaurirsi mai. Siamo anche consapevoli delle sue profonde radici antropologiche e psicosociali, non meno però delle sue variegate connotazioni storiche: subisce infatti mutazioni incessanti nelle condizioni che lo influenzano, nei soggetti coinvolti e nelle sue manifestazioni, come pure nei continui cambiamenti di intensità che ci impongono di analizzarlo con cura ogni volta.
Sappiamo ancora che oggi è un fenomeno in crescita, grave e minaccioso per la società nel suo insieme e tanto più per chi ne è la vittima designata, ma di cui è molto difficile valutare la portata nei vari momenti, anche perché procede non di rado per fiammate, dall’accelerazione spesso imprevedibile. Si è dunque portati nella maggioranza dei casi a oscillare fra la sua sottovalutazione e l’atteggiamento opposto. Senza dimenticare che quando si fa più virulento non regredisce con la stessa rapidità con cui è cresciuto.
Già provare a misurare la portata dell’antisemitismo nei vari momenti, e a studiarne le forme e la penetrazione nella vita sociale – a seconda delle situazioni e dei mass media che lo attizzano e lo diffondono, social inclusi –, può essere dunque di una rilevante utilità. E per questo sono necessari gli strumenti specifici adeguati.
Così pure andrebbero analizzate, più che le cause su cui la discussione fra gli studiosi non è mai cessata, le sollecitazioni dalle quali può trarre alimento un suo sviluppo ulteriore, sapendo però che anche su questa via le difficoltà non mancano certo: nei casi in cui a prevalere è stata l’insicurezza provocata da una situazione generale di crisi, nel corso del tempo “gli” ebrei sono stati spesso indicati come capro espiatorio in modo del tutto indebito e strumentale; si pensi ad esempio a quando, durante la Seconda guerra mondiale, proprio “loro” ne sono stati indicati come i veri responsabili. L’ostilità nei loro confronti è in molti casi la risultante – lo si è visto sovente in passato – delle spinte più diverse, di cui non è così facile individuare la connessione diretta con la condizione specifica dei presunti colpevoli.
Negli ultimi tempi l’attenzione si è rivolta essenzialmente al contesto mediorientale come matrice di una ripresa consistente dell’odio contro gli ebrei. Ma anche qui la realtà è sempre meno lineare di quanto vorremmo. Come ha mostrato con precisione l’Istituto Cattaneo nella sua indagine sull’opinione pubblica a ridosso del 7 ottobre 2023, l’antisemitismo ha subìto una forte impennata già subito prima della reazione israeliana a quella strage, come se l’enormità del pogrom di Hamas avesse inopinatamente autorizzato lo sfogo di un’ostilità diffusa rimasta a lungo latente.
Quell’ostilità ha poi preso uno slancio di inusitata intensità proprio sull’onda del 7 ottobre e dell’attacco sferrato su più fronti all’esistenza stessa dello Stato di Israele, ma ha trovato una voce ulteriore nella reazione estrema alla vendetta oltre ogni limite del governo di Israele su Gaza e la Cisgiordania, divenuta una componente più o meno significativa a seconda dei casi, e difficile da isolare, della vasta protesta, più che giustificata e condotta soprattutto da giovani, contro i crimini di Netanyahu.
Dunque il Medio Oriente è diventato un luogo nevralgico per la comprensione dell’antisemitismo attuale, anche se continua a non essere il solo cui guardare. Un luogo nevralgico di fronte al quale non è facile districarsi, soprattutto per chi non ha una conoscenza specifica, per il carattere duramente polarizzato dello scontro politico in corso.
Proprio per questo l’opera forse cui dedicare una particolare cura – non certo soltanto da parte delle istituzioni culturali – potrebbe essere quella intesa ad aiutare a non cedere chi rischia, nella vita di tutti i giorni, di cadere nel pregiudizio – qui il discorso si fa generale e non riguarda solo l’antisemitismo –, ma è ancora disposto a mettere in discussione il proprio punto di vista. Penso alle molte persone singole che abbiamo intorno, compresi noi stessi. E penso a un tale impegno perché è così che si può fare opera di prevenzione, esercitando la propria responsabilità individuale e contrastando il senso di impotenza che tende a crescere ogni giorno di fronte a un mondo sempre più fuori controllo; ben prima di doversi misurare con le condizioni cui hanno dovuto fare fronte i nostri omologhi australiani, loro come noi persone comuni, ma costrette in una situazione limite. 

Una scossa cui vale la pena sottoporsi
Ed è per la stessa ragione che il Centro Primo Levi, insieme al Polo del '900, ha deciso di celebrare con tanta maggior convinzione il 27 gennaio di quest’anno attraverso due iniziative coerenti con quanto espresso sinora: il 26 gennaio la presentazione della nuova edizione Einaudi, a cura di Domenico Scarpa e con la traduzione di Stefania Ricciardi, de La specie umana di Robert Antelme; subito dopo, il 28 gennaio, Da Treblinka, da Auschwitz. Dialogo fra testimoni, una lettura dell’attore Valter Malosti di brani tratti da L’inferno di Treblinka di Vasilij Grossman e dal Rapporto sulla organizzazione igienico sanitaria del campo di concentramento per Ebrei di Monowitz (Auschwitz - Alta Slesia), stilato già nel 1945 da Primo Levi e Leonardo De Benedetti.
Perché questa scelta? Per riproporre – in primo piano e nella loro crudezza – i fatti di ottant’anni fa considerati da angolature diverse. Vedere quei fatti attraverso lo sguardo di Antelme, di Grossman, di Levi e De Benedetti, è quasi come vederli per la prima volta: una scossa alla quale oggi sembra particolarmente utile sottoporsi.
Ma consideriamo più da vicino i contenuti dei due appuntamenti. Della realtà di Auschwitz si vuole offrire la descrizione obiettiva, redatta su richiesta dei sovietici all’atto della liberazione del campo da due uomini di scienza appena liberati dalla prigionia, volta a dimostrare, già a ridosso degli avvenimenti, che l’intento dei nazisti era l’annientamento pianificato e sistematico dei deportati e in prima istanza degli ebrei. Di Treblinka si vuole dare evidenza, ad opera di un grande giornalista di guerra come Grossman giunto sul posto al momento della liberazione, del suo essere un buco nero nel quale centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono stati fatti sparire appena scesi dal treno, senza neppure un momento di attesa. Dalla memoria di Antelme, deportato politico francese non ebreo, risulta infine quanto esteso e articolato al suo interno fosse il sistema concentrazionario strutturato da Hitler e dai suoi alleati in tutta Europa.
Presentare la realtà vera di quegli eventi ha lo scopo di fare chiarezza sul limite estremo cui può giungere la negazione dei diritti umani: a maggior ragione oggi quando cominciano a vedersi distintamente gli esiti delle crisi che vanno manifestandosi, mentre si sta esaurendo in un nuovo disordine planetario il ciclo apertosi con la sconfitta dei fascismi ottant’anni fa. Così pure si vuole mantenere alta l’attenzione sul peso che l’attacco agli ebrei ha in vario modo nei momenti di maggiore sconvolgimento, ieri come oggi: risultato e sintomo insieme – quell’attacco – del precipitare in una generale crisi di valori. Altro scopo, forse più contingente, di quelle iniziative è stabilire con forza un punto fermo contro due opposte tendenze: la prima, sempre più diffusa anche se con gradazioni diverse, conduce ad attenuare o tacitare il valore epocale della Shoah – e quindi a svalutare una data memoriale come il 27 gennaio – confondendo le vittime di allora, perseguitate e sterminate per il solo fatto di essere “di razza ebraica”, con gli ebrei di oggi accusati in quanto tali, tutti senza distinzioni, di essersi trasformati in carnefici.
La seconda tendenza, anch’essa più o meno esplicita e in vari casi chiaramente strumentale, considera la condizione attuale degli ebrei oramai così compromessa, a fronte di una ripresa giudicata ipertrofica dell’antisemitismo, da ritenere inutile, se non impossibile, provare a contrastare il pregiudizio e l’ostilità, contro gli ebrei come contro chiunque, confidando prima di tutto nel potere della parola e della verità. 

 

FABIO LEVI

CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI PRIMO LEVI - TORINO