OMAGGIO A EDGAR MORIN alias EDGAR NAHOUM…
(A cura di Barbara de Munari)
Con la scomparsa di Edgar Morin all’età di 104 anni, il 29 maggio 2026, ci ritroviamo orfani di una personalità singolare perché plurale. Autore di quasi 130 libri, l’uomo aveva saputo abbattere a modo suo, con calma e sorridendo, i confini tra le discipline, ma anche quelli tra passato e presente, tanto era animato dal desiderio di comprendere senza paraocchi l’insieme dei grandi fenomeni sociali, politici e intimi. Assetato di universalismo e di umanesimo, questo intellettuale aperto agli altri e curioso di tutto era anche un cittadino unico, impegnato.
La storia di Edgar Morin, sociologo, filosofo e "umanista globale", è intimamente legata a quella di una città che ha profondamente influenzato il suo pensiero: Parigi. Capitale del cuore di Edgar Morin, simbolo della resistenza e dell'impegno del pensatore, Parigi è stata testimone di tutti i principali eventi della sua vita intellettuale, politica e sentimentale. Da Montmartre a Saint-Germain-des-Prés, dalla Porte de Versailles al Marais, Edgar Morin ripercorre il filo della sua esistenza attraverso i diversi quartieri della capitale, esplorando al contempo i fondamenti del suo "pensiero complesso".
Edgar Morin (pseudonimo di Edgar Nahoum) nacque a Parigi l’8 luglio 1921 da una famiglia ebrea sefardita originaria di Salonicco (Grecia), con radici livornesi.
Figlio unico, perse la madre a soli 10 anni: questo evento traumatico segnò profondamente la sua esistenza e la sua riflessione sulla morte, la vita e l’umano. Durante l’occupazione nazista aderì alla Resistenza e al Partito Comunista Francese (da cui fu espulso negli anni ’50 per le sue posizioni critiche e anti-dogmatiche). Studiò storia, diritto e filosofia alla Sorbona.
Criticò l’intolleranza da una posizione di ebreo laico, antifascista e umanista, senza identificarsi rigidamente con una sola identità.
Si definiva un “umanologo” più che un semplice sociologo, sempre impegnato nella riforma del pensiero per affrontare l’incertezza e la complessità del reale. La sua vita è stata un esempio di impegno intellettuale e morale costante: un pensatore che ha saputo unire rigore, autobiografia riflessiva, passione civile e apertura al mistero dell’umano.
La sua carriera si è svolta principalmente al CNRS (Centre national de la recherche scientifique) e all’EHESS (École des hautes études en sciences sociales). È stato un intellettuale transdisciplinare: sociologo, filosofo, antropologo, critico cinematografico (ha contribuito alla nascita del cinéma vérité con il film ‘Chronique d’un été’, 1961), ecologista e pensatore politico. Ha attraversato il Novecento come testimone critico: dalla guerra civile spagnola alla Resistenza, dal comunismo al dissenso, fino alle grandi crisi contemporanee (globalizzazione, ambiente, educazione).
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali (lauree honoris causa da decine di università) ed è rimasto attivo fino agli ultimi anni, con pubblicazioni anche nel 2025.
Morin è universalmente riconosciuto come il principale teorico del pensiero complesso (pensée complexe). Il suo approccio rifiuta il riduzionismo e la frammentazione disciplinare tipici della scienza classica: la realtà è fatta di interconnessioni, contraddizioni, incertezze e retroazioni. Non si tratta di complicazione, ma di una visione olistica che tiene insieme ordine e disordine, locale e globale, individuo e società.
Morin ha proposto una riforma del pensiero per navigare le “poli-crisi” contemporanee (ambientale, sociale, politica, epistemologica). Il suo umanesimo planetario, laico e aperto, unisce rigore scientifico, etica e poesia della vita. Ha influenzato pedagogia, ecologia, sociologia e politica (lo stesso Macron ha ripreso concetti come il pensiero complesso).
È stato un intellettuale impegnato, ricco e attuale. Critico verso dogmatismi di ogni tipo (compreso quello comunista), difensore della democrazia, della diversità e della responsabilità umana di fronte alle sfide globali.
Esiste un collegamento interessante tra gli studi di Edgar Morin e il concetto di noetica, anche se non è diretto o centrale come il suo concetto di pensiero complesso. Il termine “noetica” (dal greco noûs = mente, intelletto) si riferisce generalmente allo studio della mente, della conoscenza, della coscienza e dei processi intellettivi/spirituali. In contesti filosofici classici (Aristotele, neoplatonismo) indica la facoltà intellettiva superiore. In ambiti contemporanei può assumere sfumature più ampie:
- Studio scientifico della coscienza (noetic sciences, come all’Institute of Noetic Sciences).
- Conoscenza “interiore”, intuitiva o trasformativa.
- In alcuni approcci educativi o transdisciplinari, una conoscenza noetica che integra ragione, emozione e dimensione riflessiva profonda.
Morin non usa frequentemente il termine “noetica” in senso stretto, ma sviluppa concetti molto affini, soprattutto nella sua opera maggiore ‘La Méthode’ (in particolare i volumi 3 e 4: La conoscenza della conoscenza e Le idee). Non è un legame esplicito o principale perché Morin è prima di tutto un teorico della complessità, non un “noetico” nel senso new age o parapsicologico), ma le sue opere sul conoscere, sulla noosfera (per Morin la noosfera non è solo un “involucro mentale” del pianeta, ma un ecosistema di idee da comprendere e governare con il pensiero complesso, per favorire un umanesimo planetario responsabile) e sulla riforma del pensiero si collegano profondamente alla noetica, soprattutto se intesa come studio riflessivo e multidimensionale della mente e della conoscenza umana.
Il suo pensiero complesso (pensée complexe) non è un “pensiero complicato”, ma un modo di conoscere e organizzare il sapere capace di affrontare la realtà nella sua natura intrinsecamente intrecciata, incerta e multidimensionale. Il pensiero complesso separa e collega allo stesso tempo: analizza ma poi ricompone, distinguendo senza disgiungere. È un metodo in “cammino” più che un sistema chiuso: un’organizzazione del pensiero che rimane aperta all’incertezza e al mistero del reale.
In sintesi, è una risposta alla frammentazione del sapere nel mondo globalizzato e iper-specializzato. Ci invita a pensare meglio per vivere meglio in un universo che è esso stesso un “arcipelago di sistemi” interconnessi.
L’origine ebraica di Edgar Morin ha influenzato la sua visione del mondo e le sue teorie, ma in modo indiretto, complesso e non dogmatico, coerente con il suo stesso pensiero della complessità. La famiglia era completamente secolarizzata: non ricevette un’educazione religiosa e definiva se stesso come “ebreo-gentile” o “neo-marrano”. Ripeteva spesso: «Juif, c’est un adjectif pour moi, ce n’est pas une substance» (Ebreo è un aggettivo, non una sostanza). Si definiva prima di tutto francese, mediterraneo, europeo e cittadino del mondo, con un’identità multipla e “interstiziale” (tra culture).
Nel 2006 pubblicò ‘Le monde moderne et la question juive’, in cui analizza la condizione ebraica nella modernità con il suo metodo: senza semplificazioni, tenendo insieme storia, ambivalenze, ruolo civilizzatore degli ebrei “gentilizzati” e pericoli di ogni chiusura identitaria.
L’esperienza dell’antisemitismo lo rese particolarmente sensibile ai meccanismi di capro espiatorio, illusioni collettive e pensiero manicheo — tutti nemici del pensiero complesso.
L’ebraismo di Morin non si tradusse in una teoria “ebraica” o religiosa, ma fornì un terreno esistenziale per sviluppare:
- Il rifiuto di identità univoche e chiuse
- La necessità di un umanesimo planetario (“Terra-Patria”)
- L’attenzione all’ambivalenza umana e alla “cecità della conoscenza”
- Una visione etica contro ogni forma di persecuzione e di riduzione dell’Altro
Si tratta di un’influenza profonda ma non esclusiva: si intreccia con la Resistenza, la rottura con il comunismo, gli studi sociologici e la riflessione epistemologica. Come lui stesso avrebbe detto, è uno degli elementi in dialogo con molti altri nella formazione della sua visione del mondo.
Il suo libro ‘Vidal et les siens’ (1989) – Vidal e i suoi (tradotto in inglese come ‘Vidal and His Family’) è un libro autobiografico-familiare e al tempo stesso un esempio perfetto di storia ologrammatica (il tutto è nelle parti). Morin racconta la saga della sua famiglia sefardita attraverso la figura del padre, Vidal Nahoum (1894-1984), commerciante originario di Salonicco (Grecia), con radici livornesi.
Ne ricostruisce la vita (tre matrimoni, personalità carismatica e contraddittoria, rapporto tormentato con il figlio Edgar), la diaspora sefardita dopo l’espulsione dalla Spagna (1492), il passaggio dagli Imperi ottomani alle nazioni moderne, l’incontro/scontro tra ebraismo e mondo “gentile”, e la tragedia del Novecento (Shoah, esilio, assimilazione).
Non è solo una biografia. Morin usa la microstoria familiare per illuminare macro-temi: l’identità plurale (“ebreo-gentile” o “neo-marrano”), la fluidità delle culture mediterranee, il passaggio da una solidarietà familiare tradizionale a un individualismo moderno, e soprattutto l’ambivalenza umana. Il padre Vidal incarna il fascino e le contraddizioni dell’essere umano: vitale, seduttore, protettivo ma anche oppressivo, ottimista nonostante le tragedie.
Edgar Morin, Hannah Arendt ed Emmanuel Levinas (tutti pensatori ebrei laici o eterodossi, segnati profondamente dal Novecento e dalla Shoah) hanno alcuni punti in comune:
- Origini ebraiche e universalismo — Tutti e tre hanno un’identità ebraica non religiosa o molto laicizzata. Morin si definiva “ebreo-gentile” o “neo-marrano”; Arendt e Levinas provenivano da famiglie ebraiche assimilate (tedesca la prima, lituana il secondo). L’ebraismo per loro non è una sostanza identitaria chiusa, ma un punto di partenza per un umanesimo universale.
- Esperienza della catastrofe — La Shoah, l’esilio, il totalitarismo e la Resistenza (o la fuga) segnano profondamente la loro riflessione. Tutti rifiutano il pensiero manicheo e cercano di capire come l’umano possa produrre l’inumano.
- Critica della modernità — Denunciano i rischi della razionalità strumentale, della tecnica e della burocrazia che riducono l’essere umano.
- Centralità dell’Altro e della pluralità — Tutti pongono l’incontro con l’Altro al centro dell’umano.
Tutti e tre rappresentano un ebraismo dell’universale: la memoria della persecuzione non si chiude in se stessa, ma diventa responsabilità verso tutta l’umanità (compresa la critica severa di Morin verso certe politiche israeliane, in linea con una tradizione ebraica critica e profetica).
Edgar Morin e Albert Camus, due grandi figure dell’umanesimo francese del Novecento, sono spesso accostate per il loro impegno etico e la loro lucidità di fronte all’assurdo e alle crisi del secolo: Morin ammirava profondamente Camus e si riconosceva nella sua tradizione mediterranea, ribelle e umanista.
Si può dire che Morin abbia ha preso la rivolta lucida di Camus contro l’assurdo e l’abbia inserita in un quadro più ampio di riforma del pensiero, capace di affrontare le poli-crisi del XXI secolo.
Entrambi rappresentano il meglio dell’intellettuale francese impegnato: intransigenti contro il male, ma aperti alla contraddizione umana e alla bellezza del mondo.