Il libro "Henry Kissinger - Dalla Guerra dei Sei Giorni alla Guerra di Yom Kippur (ovvero come evitare la distruzione del mondo)" di Konstantin Sichinava (ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell’Università di Siena) è un saggio di storia e geopolitica edito da Etica Edizioni (Torino), di 274 pagine, con prefazione della Dott.ssa Lali Burduli (Ivane Javakhishvili Tbilisi State University, Georgia). Uscita a marzo 2026.

Riassunto generale

L’opera analizza il ruolo centrale di Henry Kissinger (all’epoca Consigliere per la Sicurezza Nazionale e poi Segretario di Stato USA) nella diplomazia americana durante i due conflitti arabo-israeliani più critici del periodo: la Guerra dei Sei Giorni (1967) e la Guerra dello Yom Kippur (ottobre 1973). Il focus non è solo storico-militare, ma soprattutto strategico e concettuale: come Kissinger abbia gestito queste crisi per evitare un’escalation globale che, nel contesto della Guerra Fredda, avrebbe potuto portare a uno scontro diretto tra USA e URSS, con rischio di “distruzione del mondo” (nucleare).Il Medio Oriente viene presentato come un “punto caldo” del pianeta sin dalla fine degli anni ’40, a causa della nascita dello Stato di Israele (1948) e del conflitto arabo-israeliano che ne è seguito. La politica estera statunitense nella regione dal 1945 al 1967 non fu lineare; le due guerre del 1967 e del 1973 rappresentarono momenti di massima tensione internazionale, in cui Kissinger applicò una visione realista dell’ordine mondiale.

Temi centrali

• L’ordine mondiale secondo Kissinger — Non esiste un ordine che possa soddisfare tutti i soggetti; l’ordine si basa sull’equilibrio negoziato tra grandi potenze e Stati capaci di dialogo. Non deriva dall’assenza di conflitti, ma da un equilibrio di forze sempre instabile. La pace è solo una “tregua instabile” in attesa del prossimo riequilibrio.

• Priorità americana — Kissinger mise sempre al primo posto gli interessi degli Stati Uniti (il Paese che lo aveva accolto da bambino ebreo fuggito dal nazismo), poi il ruolo di Segretario di Stato, e solo in terza posizione la sua identità ebraica. Questo approccio pragmatico (e a volte cinico) gli attirò critiche da più parti, ma gli permise di agire con coerenza.

• Diplomazia shuttle — Particolarmente nella fase post-1973, Kissinger viaggiò incessantemente tra le capitali mediorientali per mediare, separare i belligeranti, negoziare cessate il fuoco e accordi parziali, impedendo che il conflitto si allargasse a livello globale.

• Realismo vs idealismo — Ogni statista deve conciliare ciò che è “giusto” con ciò che è “possibile”. Una neutralità benevola è fragile, perché richiede simulazione che allarma gli alleati senza rassicurare del tutto i nemici.

Il libro contestualizza questi eventi all’interno della détente tra USA e URSS, dell’embargo petrolifero arabo, delle tensioni transatlantiche e del rischio costante di coinvolgimento sovietico diretto.

Stile e approccio

Si tratta di uno studio accademico rigoroso (286 note a piè di pagina, 248 riferimenti bibliografici e sitografici, 24 tavole a colori), ma arricchito da aneddoti e citazioni dirette che rendono vivida la figura di Kissinger: dal famoso scambio con Golda Meir («Prima sono americano, secondo Segretario di Stato, terzo ebreo» – «Henry, in Israele leggiamo da destra a sinistra») alle riflessioni sulla fragilità dell’equilibrio di potere.

In sintesi, il volume non è una biografia completa di Kissinger né una storia militare dettagliata delle due guerre, ma un’analisi mirata di come la sua diplomazia realista abbia contribuito a contenere due crisi regionali potenzialmente catastrofiche, trasformandole in opportunità per ridefinire gli equilibri globali e “evitare la distruzione del mondo”. 

... Kissinger capisce presto che non può esistere un Ordine del Mondo che soddisfi tutti, e che l'Ordine come tale si estende piuttosto solo per le grandi potenze e per una parte degli stati che storicamente sono riusciti a dialogare, negoziare, mettersi d’accordo, ma mai in modo statico e definitivo; che «l’ordine mondiale non deriva dall’assenza di conflitto, ma dall’equilibrio negoziato tra potenze», e che «la pace rappresenta una tregua instabile in attesa di un nuovo equilibrio perché non può esserci pace senza equilibrio di forze».

Kissinger ha sempre scelto il bene degli USA, del paese che lo ha accolto da bambino e gli ha dato tutto. Ha proseguito in modo praticamente costante, senza tradire le sue convinzioni, divenendo per un lungo periodo démodé, senza mai smettere di essere uno scienziato uguale a pochi, odiato da tutti, ma senza smentirsi mai…

Egli disse: «Ogni statista deve cercare di conciliare ciò che è considerato giusto con ciò che ritiene possibile. Un ruolo di benevola neutralità è sempre molto fragile, poiché richiede esattamente quel grado di simulazione che mette in allarme gli amici, mentre può non bastare a rassicurare il nemico». E ancora: «è destino di ogni politica coronata dal successo che i posteri dimentichino con quanta facilità le cose sarebbero potute andare diversamente».

Dopo la seconda guerra mondiale, il Medio Oriente occupa un posto speciale nelle relazioni internazionali. Dalla fine degli anni '40, è divenuto un focolaio di tensione nel mondo e lo è rimasto fino alla metà degli anni '90. La trasformazione del Medio Oriente in un ꞌꞌpunto caldoꞌꞌ del pianeta è principalmente associata alla formazione dello Stato di Israele nel 1948 e al conflitto arabo-israeliano che ne è seguito e che ha portato a una serie di crisi politiche internazionali.

La politica estera americana nei confronti del Medio Oriente, dal 1945 al 1967, seguì un percorso tutt’altro che lineare. La crisi del Medio Oriente e l’influenza della diplomazia statunitense nel periodo delle guerre del 1967 e del 1973, vista in particolare modo attraverso la figura del diplomatico Premio Nobel per la Pace, Henry Kissinger, sono oggetto di questo studio.

 

«Israele è il sogno ebraico millenario. Poche idee sono esistite nel mondo da così tanti millenni come quella che tiene insieme un intero popolo antico. Gli ebrei, dopo centinaia e centinaia di anni, ripetutamente ripristinano lo stato sullo stesso pezzo di terra deserta tra il Mediterraneo, il Mar Morto e il Mar Rosso, adatto più per le invasioni esterne e minimamente per la difesa»... (Y. Satanovsky - Libro d’Israele. Eksmo, 2014).