PARASHA NASO

di Rav Jonathan Saks

Traduzione dallinglese a cura di Barbara de Munari

 

 

Rashi osserva che non era la prima volta che il popolo veniva contato. Il loro numero ("circa seicentomila uomini a piedi, escluse donne e bambini") era già stato comunicato mentre si preparavano a lasciare l'Egitto (Esodo 12:37). Un calcolo più preciso era stato effettuato quando gli uomini adulti avevano dato ciascuno mezzo siclo per la costruzione del Santuario (per un totale di 603.550; Esodo 38:26). Ora si stava procedendo a un terzo conteggio. Perché questi calcoli ripetuti?

La risposta di Rashi è semplice e toccante:

Poiché essi (i figli d'Israele) Gli sono cari, Dio li conta spesso. Li contò quando stavano per lasciare l'Egitto. Li contò dopo il vitello d'oro per stabilire quanti ne fossero rimasti. E ora che stava per far dimorare la Sua Presenza su di loro (con l'inaugurazione del Santuario), li contò di nuovo.

Rashi su Bamidbar 1:1

Per Rashi, il censimento era un atto di amore divino. Eppure, questa non è l'impressione che riceviamo altrove. Al contrario, la Torah considera il censimento profondamente pericoloso:

Allora il Signore disse a Mosè: «Quando farai il censimento degli Israeliti, mentre li conterai, ciascuno dovrà pagare un riscatto per la propria vita al Signore, affinché nessuna piaga li colpisca quando li conterai».

Esodo 30:11-12

Secoli dopo, quando re Davide contò il popolo, ci fu un momento di ira divina, durante il quale morirono 70.000 persone. Sembra difficile conciliare l'idea del contare come atto d'amore con il fatto che contare comporti grandi rischi.

La seconda fonte di perplessità è la frase che la Torah usa per descrivere l'atto di contare: naso/se'u et rosh, letteralmente, "alzare la testa". Nell'ebraico classico esistono molti verbi per indicare l'atto di contare: limnot, lifkod, lispor, lachshov. Perché, nei libri dell'Esodo e dei Numeri, la Torah ricorre alla strana perifrasi, "alzare la testa" degli Israeliti?

Per comprendere la rivoluzione che la Bibbia ebraica ha portato nel mondo, dobbiamo prima immaginare le conseguenze per l'umanità della nascita della civiltà. Nelle prime società di cacciatori-raccoglitori, le persone vivevano insieme in piccoli gruppi. Non esistevano ancora città, stati o grandi concentrazioni di popolazione. La Torah attribuisce la costruzione della prima città a Caino.[1] Le città emersero con la nascita dell'agricoltura: nella fertile pianura alluvionale della Mesopotamia tra il Tigri e l'Eufrate e nel delta del Nilo ben irrigato.

Per ben due volte nel libro della Genesi la Torah delinea un ritratto della cultura urbana: in primo luogo, la Torre di Babele, in secondo luogo, l'Egitto in cui Giuseppe viene condotto come schiavo. Entrambi i resoconti sono fortemente critici. A Babele, la vita umana non aveva valore (i Saggi raccontarono che, durante la costruzione della Torre, se una persona cadeva e moriva, nessuno se ne accorgeva. Se cadeva un mattone, piangevano). In Egitto, intere popolazioni – tra cui, in seguito, anche i figli d'Israele – potevano essere impiegate come forza lavoro per costruire piramidi, templi e monumenti, molti dei quali sono ancora visibili oggi.

La nascita dell'agricoltura e la crescita delle città ebbero enormi implicazioni sociali. Per la prima volta, fu possibile accumulare ricchezza in eccesso, che poté essere conservata sotto forma di denaro (inizialmente, metalli preziosi come argento e oro). Allo stesso modo, con l'espansione della popolazione e il perfezionamento della divisione del lavoro, iniziò la stratificazione sociale. La disuguaglianza – profonda, pervasiva e sistemica – divenne una delle caratteristiche universali delle prime società. Al vertice si trovava il re, l'imperatore o il faraone, considerato nientemeno che un dio o un figlio degli dei, che deteneva un'enorme concentrazione di potere. Al di sotto di lui o di lei si trovavano i vari ranghi privilegiati: la corte, i capi militari, gli amministratori e i sacerdoti. La massa del popolo – povero, analfabeta, sacrificabile – era significativa, sia come esercito che come forza lavoro per la costruzione, in quanto massa, per il puro peso numerico. Da qui l'importanza dei censimenti nel mondo antico (e sotto questo aspetto, poco è cambiato da allora a oggi). Le dimensioni significavano forza, militare o economica. I censimenti della popolazione fornivano ai governanti informazioni sulle dimensioni dell'esercito che potevano radunare o sulle entrate che potevano ricavare tramite la tassazione.

La religione di Israele è una protesta costante contro questa visione – militare, politica ed economica – della condizione umana. A distanza di tempo, è difficile apprezzare appieno la straordinaria novità, il potenziale trasformativo, dell'insieme di idee generate da un'unica rivelazione: che la persona umana in quanto tale, uomo o donna, ricco o povero, potente o impotente, è immagine di Dio e quindi di valore inestimabile e inquantificabile. Siamo tutti ugualmente a immagine di Dio, pertanto siamo uguali al cospetto di Dio. Gran parte della Torah, della storia ebraica e dello sviluppo della civiltà occidentale riguarda la lenta traduzione di quest'idea in istituzioni, strutture sociali e codici etici.

Dovrebbe ormai essere chiaro perché effettuare un censimento sia irto di rischi spirituali. La conta di un popolo è il simbolo più potente dell'umanità nella sua massa, di una società in cui l'individuo non è valorizzato in sé e per sé, ma come parte di una totalità il cui potere risiede nei numeri. Questo è precisamente ciò che Israele non è. Il Dio di Israele, che è il Dio di tutta l'umanità, nutre un amore speciale per un popolo la cui forza non ha nulla a che vedere con i numeri, un popolo che non si è mai prefissato di diventare un impero, cui non è mai stato comandato di intraprendere una guerra santa per convertire le popolazioni, che era ed è piccolo sia in termini assoluti sia relativi rispetto agli imperi che lo circondavano, trovandosi com'è al vulnerabile crocevia tra tre continenti.

Entrambe le domande con cui abbiamo iniziato trovano ora risposta. C'è una differenza tra un censimento umano e uno comandato da Dio. Quello di Davide fu un censimento umano. Come secondo re d'Israele, aveva gettato le fondamenta di una nazione. Aveva condotto guerre vittoriose, unito le tribù e stabilito Gerusalemme come sua capitale. Poco dopo la sua morte, Israele raggiunse l'apice come potenza in Medio Oriente. Sotto Salomone, grazie ad alleanze strategiche, divenne un centro di commercio e cultura. Fu costruito il Tempio. All'epoca doveva sembrare che, dopo secoli di peregrinazioni e guerre, Israele fosse diventato una potenza in grado di rivaleggiare con qualsiasi altra. Fu un'illusione di breve durata, crudelmente infranta. Quasi immediatamente dopo il regno di Salomone, il regno si divise in due e da quel momento il suo destino terreno fu segnato. Iniziò una storia di sconfitte, esili e distruzioni, che non ha paralleli negli annali di nessun'altra nazione. La Bibbia ebraica non sbaglia nell'individuare l'inizio di questo declino nel momento in cui Davide agì come qualsiasi altro re e ordinò un censimento del popolo.

Un censimento divino è qualcosa di completamente diverso. Non ha nulla a che vedere con la forza dei numeri. Ha a che fare, invece, con il trasmettere a ogni membro della nazione che egli o ella conta; che ogni persona, famiglia, nucleo familiare è considerato prezioso da Dio; che le distinzioni tra grandi e piccoli, governanti e governati, leader e guidati, sono irrilevanti; che ognuno di noi è immagine di Dio e oggetto del Suo amore. Un censimento divino è, come dice Rashi, un gesto di affetto. Per questo non può essere descritto dai soliti verbi di contare: limnot , lifkod , lispor , lachshov. Solo l'espressione naso / se'u et rosh , "sollevare la testa", rende giustizia a questo tipo di enumerazione, in cui a coloro a cui è affidato il compito viene comandato di "sollevare la testa" di coloro che contano, facendo sì che ogni individuo si erge fiero nella consapevolezza di essere amato, apprezzato, considerato speciale da Dio, e non semplicemente un numero, una cifra, tra migliaia e milioni.

C'è un meraviglioso versetto nel Salmo 147 che recitiamo ogni mattina nelle nostre preghiere: "Egli conta il numero delle stelle e le chiama tutte per nome". Un nome è un segno di unicità. I nomi collettivi raggruppano le cose; i nomi propri le distinguono come individui. Diamo un nome solo a ciò che apprezziamo (uno degli atti di disumanizzazione più agghiaccianti nei campi di sterminio della Germania nazista era che coloro che vi entravano non venivano mai chiamati per nome. Al loro posto, era impresso sulla loro pelle un numero).

Dio dà un nome persino alle stelle, a maggior ragione agli esseri umani, sui quali ha impresso la Sua immagine. Dio conta per farci capire che ognuno di noi conta, per ciò che siamo come individui, non come massa. Egli "ci solleva il capo" nel modo più profondo conosciuto dall'umanità, assicurando a ciascuno di noi il Suo amore speciale, duraturo e incommensurabile.

Questa è la natura del censimento nel libro dei Numeri. Mentre gli Israeliti si preparavano a diventare una società con il Santuario – dimora visibile della Presenza Divina – al suo centro, era necessario ricordare loro che sarebbero diventati i pionieri di un nuovo e rivoluzionario ordine sociale, la cui definizione più famosa fu data dal profeta Zaccaria mentre gli Israeliti si preparavano a ricostruire il Tempio in rovina:

«Non per potenza né per forza, ma per il mio spirito», dice il Signore.

Zaccaria 4:6

[1] Vedi Gen. 4:17