RASSEGNA STAMPA a cura di REDAZIONE – ETICA A.c.

Restare o lasciare Gaza?

I palestinesi si interrogano sulla "migrazione volontaria" proposta da Israele

di Abdel Kareem Hana - 30 luglio 2025

Euro news

 

Il piano israeliano è stato accolto da un ampio rifiuto dei palestinesi e delle organizzazioni internazionali. L'Onu denuncia che lo sfollamento forzato di popolazione da un territorio occupato è un crimine di guerra.

I governi di Israele e Stati Uniti hanno annunciato mesi fa, suscitando ampie polemiche, di avere approvato  un piano per il futuro di Gaza che include la "migrazione volontaria sicura" dei residenti di Gaza verso altri Paesi.

Per questo obiettivo, Israele ha pensato di costituire un dipartimento speciale per organizzare la partenze, sulla base di una proposta presentata dal ministro della Difesa israeliano, Yisrael Katz, e approvata dall'esecutivo.

Secondo una dichiarazione rilasciata dal suo ufficio, la nuova amministrazione avrà il compito di coordinare i trasferimenti in collaborazione con le organizzazioni internazionali e le parti interessate, supervisionando l'organizzazione delle partenze compreso dall'aeroporto israeliano di Ramon e i necessari controlli di sicurezza che consenta il trasferimento via terra, mare e aria verso Paesi terzi.

Ma come vedono i palestinesi il loro futuro a Gaza e come considerano le richieste di lasciare la Striscia?

 

Una vecchia politica da Dayan a Netanyahu.

L'annuncio del piano è coinciso con le espulsioni e le evacuazioni all'interno della Striscia di Gaza, cui la popolazione è stata costretta per i bombardamenti e le offensive militari di terra di Israele.

La gran parte dei palestinesi ha vissuto traumi ripetuti di abbandono forzati di case e terre a partire dalla Nakba, la "catastrofe" seguita al conflitto arabo-israeliano nel 1948.

Varie organizzazioni umanitarie hanno messo in guardia sull'emergenza immediata, ma anche per le conseguenze a lungo termine, parlando del rischio sotto la dicitura "volontario" di un programma di sfollamento forzato della Striscia.

Alcuni hanno parlato di una "pulizia etnica" dei palestinesi in corso a Gaza e in Cisgiordania. Le Nazioni Unite hanno confermato che la "migrazione volontaria" non ha alcuna legittimità e che lo spostamento di popolazione civile è un crimine secondo il diritto internazionale.

Sulla stessa linea le organizzazioni non governative per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, che hanno chiesto di rispettare il diritto dei palestinesi a rimanere nella loro terra.

Sebbene la retorica ufficiale israeliana presenti il nuovo piano come una risposta umanitaria, le radici dell'idea risalgono a decenni fa.

Il 12 giugno 1967, dopo la cattura di Gaza, l'allora ministro della Sicurezza israeliano Moshe Dayan descrisse la Striscia come un "problema complesso", segnalando la percezione negativa che Israele aveva della regione.

Durante la firma degli Accordi di Oslo negli anni '90, l'allora primo ministro Yitzhak Rabin espresse il desiderio di "andare al mare o annegarci dentro", esprimendo il desiderio di separare completamente la Striscia di Gaza da Israele.

Durante questa guerra, il primo ministro israeliano Netanyahu ha proposto all'ex segretario di Stato americano, Anthony Blinken, il 12 ottobre 2023, la creazione di un corridoio umanitario per "trasferire i residenti di Gaza in Egitto".

Questa proposta è stata accolta con le iniziali riserve degli Stati Uniti, seguite da una dichiarazione più decisa da parte del ministro degli Affari Strategici, Ron Dermer. "Non ci sarà alcuna crisi umanitaria a Gaza se non ci saranno civili", ha detto Dermer.

Queste frequenti dichiarazioni dimostrano che ciò che viene offerto oggi come soluzione temporanea o "corridoio umanitario" è il culmine di una politica israeliana che vede Gaza come un peso demografico e un rischio strategico da eliminare.

 

Sfollamenti iniziali e crescenti voci di migrazione con l'intensificarsi della guerra.

Con lo scoppio della guerra nella Striscia di Gaza seguita agli attacchi di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023, più di 120mila palestinesi per lo più con doppia cittadinanza hanno lasciato la Striscia attraverso il valico di Rafah verso l'Egitto e altri Paesi.

Si stima che il numero di palestinesi con doppia cittadinanza a Gaza sia circa 300mila, il che riflette l'entità della popolazione che teoricamente ha la possibilità di andarsene.

Con l'intensificarsi delle operazioni militari, della devastazione e della malnutrizione, tra i palestinesi di Gaza si è parlato sempre più spesso di andare via per sfuggire alla morte.

Finché è stato possibile alcuni hanno pagato migliaia di dollari ad agenzie egiziane per lasciare la Striscia, ma molti hanno rifiutato categoricamente l'idea, riflettendo una profonda divisione sociale sul futuro della Striscia di Gaza e della sua popolazione.

Per Hamas, che governa Gaza dal 2005 con un potere pressoché assoluto sui suoi oltre due milioni di abitanti, i piani proposti per il futuro della Striscia sono volti a "liquidare la causa palestinese".

 

"È più facile morire qui che andarsene".

Seduti in una tenda a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, Mohsen al-Ghazi, 34 anni, sfollato dall'area di Juhr al-Dik, racconta a Euronews la sua tragedia, simile alle storie di migliaia di palestinesi le cui vite sono state distrutte dai bombardamenti israeliani.

Al-Ghazi ha perso la casa, il figlio maggiore e i suoi genitori finora eppure insiste a rimanere a Gaza e rifiuta categoricamente l'idea di emigrare. "Non lascerò questa terra", dice, "è più facile morire qui che dare all'occupazione l'opportunità di realizzare le sue bugie".

L'uomo - che come tutti i palestinesi si riferisce a Israele come un potere occupante - sottolinea che la sua posizione non è frutto di emozione ma è dettata da convinzioni religiose, politiche e morali, tanto da rifiutare a maggior ragione l'idea di un esodo di massa dalla Striscia, che viene presa in considerazione dai più giovani.

"Anche se l'occupazione mandasse delle navi per trasportarci, io non me ne andrei", spiega Al-Ghazi, "la salvezza individuale significa abbandonare la nostra responsabilità di difendere questa terra".

Nel campo di Nuseirat, Sami al-Dali, 45 anni, la pensa allo stesso modo ma non condanna chi decide di andarsene. "A ciascuno il suo, chi se ne va può tornare o servire la causa dall'estero".

Sfollati a Gaza: "Non ce la facciamo più"

 

Alla luce della guerra in corso e del deterioramento delle condizioni umanitarie nella Striscia di Gaza, Bilal Hassanin ritiene invece che l'opzione dell'emigrazione sia diventata una "necessità urgente", nonostante la sua difficoltà.

Hassanin ha dovuto sfollare più volte dopo la distruzione della sua casa ed è costretto a usare le stampelle per via di una ferita subìta nei pressi del corridoio di Netzarim.

"Ho perso tutto. Non posso più completare i miei studi universitari, non ho cibo, né acqua, né elettricità", dice a Euronews, "la Striscia di Gaza è stata distrutta e le possibilità di costruire un futuro qui diminuiscono di giorno in giorno".

Il sogno del giovane palestinese è di trovare un ambiente sicuro al di fuori di Gaza che gli permetta di ritrovare la sua vita e realizzare i suoi sogni, come dice anche Zakaria Farajallah, ferito già tre volte durante quasi due anni di guerra.

"Sto cercando di ottenere un'opportunità di cura all'estero, ne approfitterò per chiedere asilo, perché la Striscia di Gaza è diventata un luogo terrificante e invivibile", dice Farajallah.

Sua moglie, Hanin Akl, aggiunge che rimanere è quasi impossibile, soprattutto per i due figli e per il terzo in arrivo. "Abbiamo perso la nostra casa e abbiamo viaggiato da un campo profughi all'altro", ricorda la donna, e i problemi fisici di mio marito hanno aumentato le nostre sofferenze. Abbiamo urgentemente bisogno di un ambiente sicuro per noi e per i nostri figli".

Akl, che è laureata ma senza occupazione anche prima del conflitto, spera di costruire un futuro più stabile per lei e la sua famiglia oltre la guerra, ma fuori dalla Striscia di Gaza.

 

 

 

RASSEGNA STAMPA a cura di REDAZIONE – ETICA A.c.

Di Mario Sechi

HAMAS VINCE LA GUERRA SPORCA DEI MEDIA

Israele sta perdendo la guerra sull’ottavo fronte - quello dell’informazione - perché ha scelto una linea perdente fin dall’inizio del conflitto, il 7 ottobre del 2023: non mostrare al mondo quello che Hamas aveva fatto agli ebrei dei kibbutz, ai ragazzi del Nova festival, alle donne, ai bambini, ai vecchi, a ogni essere vivente a cui i terroristi hanno dato la caccia fino al loro annientamento. La scelta di Israele è stata quella di preservare i corpi e le anime dei morti e delle loro famiglie dallo strazio della verità. È una scelta nobile, ma ha lasciato un vuoto gigantesco nella comprensione di questa guerra, della sua ragione esistenziale per Israele.

La strategia israeliana è stata quella di mostrare le immagini di quella orrenda verità solo agli “opinion leader”, sperando che questo potesse bastare a formare una solida consapevolezza sulla minaccia del terrorismo islamista sui 7 fronti della guerra (Gaza, Iran, Yemen, Siria, Cisgiordania, Libano e Iraq). Ho visto quelle immagini, sono l’infinito orrore, ho sempre pensato che debbano essere mostrate al mondo, tutti devono sapere che un altro Olocausto preme ai confini di Israele.

Nell’ottavo fronte della guerra, conta solo quel che vedi e se non vedi l’orrore, non lo riconosci.

Hamas predica la violenza, la insegna ai bambini, la inocula come un virus, combattere contro gli ebrei e gli infedeli è la missione, diventare uno “shahid”, un “martire” è l’aspirazione per una beata vita ultraterrena. I piccoli palestinesi vanno alla scuola dell’odio e della morte. È su questa disumanizzazione delle persone che Hamas ha costruito la sua propaganda, la sua arma nell’ottavo fronte: usare i corpi dei palestinesi per mostrificare Israele, facendo leva sul pensiero debole di un’Occidente che non sa riconoscere più il bene e il male, non ha memoria né senso della storia, è privo di intellettuali e leader politici con esperienza della guerra e dei suoi tremendi dilemmi.

La conseguenza di questa propaganda martellante, di questo racconto a reti unificate, di questa “verità” a una dimensione, è che Israele affama i palestinesi nella Striscia di Gaza e ha costruito un «universo concentrazionario» (questa è la formula per dire che è il nuovo nazismo). Non le belve di Hamas, ma Israele è il nemico da abbattere, lo Stato da isolare, gli ebrei sono le SS del nostro tempo. Siamo al rovesciamento della Storia. Nessuno ricorda come è iniziata questa guerra; si parla di «universo concentrazionario» di Israele e non dei tunnel e dei missili di Hamas che ha usato i miliardi di dollari degli aiuti per costruire il suo apparato di terrore e sterminio; dimenticati sono gli ostaggi ebrei ancora nelle mani dei tagliagole, sono un incidente di percorso della “resistenza” dei palestinesi; mentre il lancio dei missili degli islamisti su Israele è “legittima difesa” e i 7 fronti del conflitto sono scomparsi.

C’è una sola guerra, quella della “disinformatia” dove la manipolazione dei fatti è l’arma letale.

Nella guerra delle immagini, in un drammatico testacoda, il Fatto Quotidiano nei giorni scorsi ha pubblicato in prima pagina la foto di un bimbo con un titolo che evocava Primo Levi: «Se questo è un bambino». Usare le parole di un ebreo italiano deportato a Auschwitz nel 1944, cos’altro dobbiamo vedere? Giuseppe Conte, leader del pacifismo parolaio, è saltato addosso come un predatore su quell’immagine per criticare la giusta posizione di Palazzo Chigi sulla questione politica della Palestina («non è ancora il tempo dello Stato palestinese») e accusare Giorgia Meloni «di sudditanza verso il criminale di guerra Netanyahu».

L’odio acceca, la politica dell’opportunismo finisce sempre per cadere. Quel bambino non è a Gaza, Osama Al-Raqab è in Italia dall’11 giugno, è malato di fibrosi cistica e ora sta bene, è curato dai medici italiani per volontà del nostro governo e la sua storia clinica è diversa da come viene presentata dal tribunale dell’orrore mediatico. Non importa più cosa sia vero e falso, conta l’effetto, l’ondata emotiva, la curvatura dello spazio della comunicazione, il suo impatto sui leader delle cancellerie europee e sul dibattito interno delle nostre democrazie assediate dall’ignoranza furiosa dei social media. Macron ha già ceduto alla teoria della resa, si è piegato sperando di incassare i voti degli utili idioti di Hamas. Riconoscere oggi lo Stato palestinese sarebbe la loro più grande vittoria.

La campagna sulla fame nella Striscia è la più insidiosa dall’inizio della guerra, Hamas punta sulla crisi umanitaria per sospendere il conflitto, riorganizzare le sue milizie, riprendere il controllo sull’economia di Gaza e dell’intera Striscia. Il Washington Post ha riportato il 21 luglio scorso che Hamas trae profitto dagli aiuti che ha sottratto e «punta sulla crisi umanitaria per porre fine alla guerra», usa la fame come un’arma per tornare al sistema di distribuzione dell’Onu, il mezzo più veloce per rimetterlo nelle mani di Hamas- che ha i suoi «uomini in tutti i magazzini» dove vengono stoccati gli aiuti.

Hamas con il ritiro di Israele e il ritorno al sistema corrotto delle Nazioni Unite avrebbe in un colpo solo i fucili e il pane, il monopolio della forza e del cibo, il potere di vita e di morte sui palestinesi.

L’unica soluzione passa per la collaborazione leale dell’Onu con gli israeliani e gli americani, non ci sono altre vie, l’alternativa è la consegna di Gaza agli aguzzini di Hamas. Non a caso la propaganda si sta facendo sempre più intensa, ieri l’Ufficio governativo per i media che è guidato da Hamas, non da un club di filantropiha affermato che 100 mila bambini di età non superiore ai due anni rischiano di morire entro pochi giorni a causa del «disastro umanitario senza precedenti provocato da Israele». Verifiche sulla bontà di queste informazioni? Zero. Questa “verità” passa nelle televisioni e viene impaginata dalla rotativa unica della carta stampata con il corredo di pensosi commenti, Hamas detta la linea e il giornalismo con la schiena dritta si piega e ringrazia, il bersaglio della cattiva coscienza dell’Occidente che odia l’Occidente è solo uno, Israele. La guerra sull’ottavo fronte è la più lunga, la più dura, la più pericolosa.

27 luglio 2025

RASSEGNA STAMPA a cura di REDAZIONE – ETICA A.c.

Di Dario D’Angelo, X, 26 luglio 2025

 

 

Svolta a Gaza: Israele e i 3 "metodi alternativi" per liberare gli ostaggi.

Conoscete il paradosso del gatto di Schrödinger?

 

Nella calura estiva, nell'assuefazione a un meccanismo andato in scena ormai decine di volte - quello per cui un accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi viene descritto come "mai così vicino", salvo naufragare a poche metri dal traguardo - la svolta delle ultime ore rischia di passare inosservata. Eppure tra ieri e oggi occorre registrare un cambio di passo notevole nell'approccio di Israele e, non meno importante, degli Stati Uniti alla questione "guerra a Gaza".

A conclamare l'esistenza di un "fatto nuovo" è stato per primo Steve Witkoff, inviato speciale della Casa Bianca. L'uomo di Donald Trump per i negoziati in giro per il mondo (anche più del Segretario di Stato, Marco Rubio), è uscito allo scoperto con una dichiarazione senza precedenti dal punto di vista americano.

Quale? Eccola di seguito: «Abbiamo deciso di richiamare il nostro team da Doha per consultazioni, dopo l’ultima risposta di Hamas, che dimostra chiaramente una mancanza di volontà di raggiungere un cessate il fuoco a Gaza. Nonostante gli sforzi significativi dei mediatori, Hamas non sembra agire in modo coordinato né in buona fede. Ora valuteremo opzioni alternative per riportare a casa gli ostaggi e cercare di creare un ambiente più stabile per la popolazione di Gaza. È un peccato che Hamas abbia agito in modo così egoista. Rimaniamo determinati a porre fine a questo conflitto e a raggiungere una pace duratura a Gaza».

Adesso, prima di entrare nel merito della svolta, è importante notare un fatto: nella giornata di ieri, quando la risposta (negativa) di Hamas alla proposta di cessate il fuoco era già arrivata a destinazione, funzionari israeliani avevano sì confermato la decisione di richiamare il team negoziale precedentemente inviato a Doha, ma prendendosi la briga di precisare che il rientro in patria della delegazione non significava un fallimento dei negoziati.

Si trattava di una mossa tattica attentamente studiata dal governo israeliano: temendo la reazione dell'opinione pubblica, stanca della guerra e desiderosa di riportare a casa gli ostaggi, Gerusalemme non voleva far passare il messaggio che i negoziati fossero arrivati a un punto morto.

Ma poi è arrivato Steve Witkoff.

L'inviato della Casa Bianca ha sparigliato, dicendo semplicemente la verità, a costo di far saltare la narrazione israeliana: gli Stati Uniti credono che non vi sia un interlocutore con cui negoziare.

Secondo quanto riportato da Canale 12, di certo non una fonte di informazione famosa per essere tenera nei confronti di Bibi Netanyahu, Hamas ha insistito su questo punto: al giorno 61 del cessate il fuoco di 60 giorni, Israele dovrà deporre le armi e non riprendere la guerra. Con o senza accordo su come porre fine alla guerra.

Per comprendere questa mossa, Canale 12 cita fra le altre cose la dichiarazione congiunta firmata qualche giorno fa da 28 Paesi, quella in cui si affermava che la guerra a Gaza "deve finire ora".

La conclusione è la seguente: «Non dovrebbe sorprendere nessuno che la pressione esercitata da quei Paesi su Israele affinché continui a fare concessioni abbia avuto l'unico effetto di irrigidire ulteriormente la posizione di Hamas».

L'esempio portato è quello del famoso esperimento mentale di Schrödinger: un gatto è chiuso in una scatola con un meccanismo che può ucciderlo, ma finché nessuno apre la scatola, il gatto è simultaneamente vivo e morto. È in uno stato di sovrapposizione: le due possibilità coesistono fino a quando l'osservazione non le risolve.

Applicato al negoziato, il paradosso si traduce nel fatto che un accordo per il rilascio degli ostaggi è "quasi fatto" e allo stesso tempo non lo è affatto, proprio come il gatto è vivo e morto contemporaneamente.

Questo genera un'illusione di vicinanza a un accordo che in realtà non esiste.

Se Hamas crede ai resoconti ottimistici, pensa che l'accordo sia vicino e può quindi tirare ancora la corda, fare nuove richieste, ritardare.

Se Hamas legge i media israeliani e occidentali, capisce che la pressione dell'opinione pubblica è su Israele, non su di loro. Quindi può permettersi di resistere ancora, contando sul fatto che sarà Israele a cedere.

Questa ambiguità strategica, alimentata da dichiarazioni premature, media spesso compiacenti e pressioni diplomatiche inefficaci, toglie a Israele qualsiasi leva reale e consente a Hamas di rimanere in una posizione di attesa attiva, come se il "gatto-accordo" fosse ancora "vivo", quando in realtà è probabilmente morto.

Ma allora, per tornare alla svolta di cui sopra, cosa vogliono dire le parole di Witkoff?

Il caso vuole che a un giorno di distanza, queste dichiarazioni siano state riprese alla lettera anche da Bibi Netanyahu. Il primo ministro israeliano ha chiarito: «Valuteremo metodi alternativi per riportare a casa gli ostaggi».

Domanda: quali possono essere questi metodi alternativi? Qui si entra nel vivo. La sensazione è che i prossimi giorni possano essere decisivi.

Al momento sono tre le opzioni che il Blog ritiene abbiano una maggiore probabilità di essere attivate da Israele. Tutte, in modi diversi, rappresenterebbero un'escalation e una rottura rispetto agli approcci perseguiti fino a oggi.

La prima ha a che fare con una delle notizie più importanti degli ultimi giorni, quella che ha visto l'esercito israeliano avviare operazioni terresti nell'area di Deir al-Balah per la prima volta dall'inizio della guerra. Si tratta di una notizia passata forse in secondo piano in Italia, ma che ha suscitato non poca apprensione anche nelle famiglie degli ostaggi. Perché? Perché è l'area in cui si ritiene che Hamas e le altre organizzazioni terroristiche della Striscia tengano imprigionati gli ostaggi.

L'idea è che il governo israeliano, preso atto dell'indisponibilità di Hamas a chiudere un accordo, possa decidere di lasciare da parte la prudenza, autorizzando delle rischiose operazioni di salvataggio con le sue forze speciali. Si tratterebbe di un azzardo? Sicuramente sì, ma i sempre più frequenti incidenti operativi che vedono come vittime i soldati israeliani sono indice di un grado di stanchezza elevato, in particolare tra i riservisti, che Israele non può permettersi di ignorare sul lungo termine. Traduzione: in un senso o nell'altro Israele potrebbe ritenere necessario chiudere i conti.

 

 

 

 La musique des francs maçons de Mozart à nos jours a besoin d’un coup de pouce dans les réseaux FM européens. C’est 3 ans de travail, une étude musicologique et sur le symbolisme.

L’essai ne porte pas que sur Mozart. Il traite de la musique composée par des francs-maçons, ou ayant été influencée par les francs-maçons, ou intéressant les francs-maçons de par le « contenu » initiatique.

Dans la première section entrent Mozart, Haydn, Liszt, Sibelius, mais aussi des compositeurs moins connus du 20e siècle: Pijper, Souffriau (ces deux-là ont écrit de la musique pour les HG Écossais) et un F de chez nous. Orlovsky.

Dans la seconde, entrent Beethoven et Wagner.

Dans la troisième: Strauss et Scelsi.

Nous proposons aussi une orientation possible pour un renouveau de la musique maçonnique au 21e siècle. Pour cela, nous lorgnons vers la « musique concrète » et la « bioacoutisque ». 

Le chapitre initial sur Mozart, écrit par moi, est le plus important en nombre de pages. J’analyse le contenu initiatique de La Flûte enchantée. 

Dans mon chapitre sur Wagner, je fais la même chose, mais pour Lohengrin. 

Mon co-auteur, Anatoly Orlovsky, est compositeur. Son analyse est plus musicologique, mais néanmoins toujours accrochée au symbolisme maçonnique . [Yves Vaillancourt]

 

 ***

La musica dei Massoni, da Mozart ai giorni nostri, necessita di un impulso sulle reti della Massoneria europea. Si tratta di un progetto triennale, uno studio di musicologia e simbolismo.

Il saggio non riguarda solo Mozart. Tratta la musica composta dai Massoni, o da loro influenzata, o di interesse per i Massoni per il suo «contenuto» iniziatico.

La prima sezione include Mozart, Haydn, Liszt e Sibelius, ma anche compositori meno noti del XX secolo: Pijper, Souffriau (questi due scrissero musica per la banda scozzese) e un connazionale francese, Orlovsky.

La seconda sezione include Beethoven e Wagner.

La terza sezione include Strauss e Scelsi.

Proponiamo anche una possibile direzione per una rinascita della musica massonica nel XXI secolo. A tal fine, ci stiamo concentrando sulla «musica concreta» e sulla «bioacustica».

Il capitolo iniziale su Mozart, scritto da me, è il più lungo in termini di numero di pagine. Analizzo il contenuto iniziatico del Flauto Magico.

Nel capitolo su Wagner, faccio la stessa cosa, ma per il Lohengrin.

Il mio coautore, Anatoly Orlovsky, è un compositore. La sua analisi è più musicologica, ma comunque legata al simbolismo massonico. [Yves Vaillancourt]

 

In questo testo gli Autori si interrogano ciò che contraddistingue la qualità massonica della musica di compositori massoni quali Mozart e Sibelius. Ma, più ampiamente, si interessano alla dimensione spirituale e iniziatica della musica che può servire al rituale, senza escludere compositori «profani» come Wagner, Richard Strauss o Giacinto Scelsi. L’opera dà spazio anche a compositori massoni meno conosciuti, e alla direzione che potrebbe prendere la musica dei Massoni nel XXI secolo. [Dalla quarta di copertina].

 

 

RASSEGNA STAMPA a cura di REDAZIONE – ETICA A.c., 25 luglio 2025

 

 

I CITTADINI DI GAZA HANNO CHIUSO CON HAMAS.

ARTICOLO DI YASSER ABU SHABAB USCITO SUL WALL STREET JOURNAL CHE SPIEGA COME CI SONO ZONE DI GAZA DOVE HAMAS È STATA ELIMINATA E LA GUERRA È FINITA. UN MODELLO PER FARE RINASCERE UNA NUOVA GAZA SENZA HAMAS.

Rafah, Striscia di Gaza – 25 luglio 2025 

Mentre la maggior parte di Gaza continua a soffrire a causa della guerra in corso tra Hamas e Israele, la situazione è molto diversa per le migliaia di persone che vivono nella parte orientale di Rafah: per noi, la guerra è già finita.

Le Forze Popolari, un gruppo palestinese indipendente sotto la mia guida, si sono assicurate diversi chilometri quadrati di terra che da generazioni ospita la mia tribù beduina, i Tarabin. Non siamo un movimento ideologico, ma pragmatico. Il nostro obiettivo principale è quello di separare i palestinesi che non hanno nulla a che fare con Hamas dal fuoco della guerra.

Nelle ultime sette settimane, il nostro quartiere è diventato l'unica area di Gaza governata da un'amministrazione palestinese non affiliata ad Hamas dal 2007. Le nostre pattuglie armate sono riuscite a tenere fuori Hamas e altri gruppi militanti. Di conseguenza, la vita qui non sembra più quella di Gaza. A Rafah est, le persone hanno accesso a ripari, cibo, acqua e forniture mediche di base, il tutto senza il timore che Hamas rubi gli aiuti o si trovi nel fuoco incrociato con l'esercito israeliano.

L'effetto è stato enorme: niente più vittime di attacchi aerei, niente più caotiche linee di soccorso, niente più ordini di evacuazione e niente più paura di case con trappole esplosive o bambini usati come scudi umani da Hamas. Anche se c'è ancora molto da migliorare, ora le persone dormono la notte senza paura della morte.

Questa non dovrebbe essere l'eccezione a Gaza: potrebbe essere il modello, la nuova norma. La stragrande maggioranza dei gazawi rifiuta Hamas. Non vuole che rimanga al potere dopo la fine della guerra. Ma sebbene odi Hamas, continua a temerlo. Da quando sono iniziate le proteste all'inizio di quest'anno per chiedere la rimozione del gruppo, i manifestanti sono stati uccisi, torturati o costretti a nascondersi.

La mia famiglia non ha preso parte a quelle proteste, ma quando Hamas ha ucciso mio fratello, Fathi Abu Shabab , e mio cugino, Ibrahim Abu Shabab , per aver cercato di ottenere aiuti per la nostra famiglia – e quando 52 civili affidati alle nostre cure sono stati assassinati nelle loro case – ho capito che il silenzio non è più un'opzione. Se restiamo in silenzio ora, non saremo mai liberi, cessate il fuoco o no.

Questa potrebbe essere la nostra unica possibilità di garantirci un futuro che rifiuti la violenza e abbracci la ragione. Ciò che ha impedito alla maggior parte dei cittadini di Gaza di esprimere la propria rabbia nei confronti di Hamas è la mancanza di un'alternativa valida. Hamas controlla ancora l'accesso agli aiuti e domina istituzioni come l'Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente, o Unrwa. Hamas trasforma ancora i centri di assistenza in centri per le proprie operazioni. In alcune zone, l'unica cosa che impedisce alle persone di fuggire è la presenza delle truppe israeliane, che potrebbero ritirarsi in caso di cessate il fuoco.

Nessun altro è stato disposto a farsi avanti e a rischiare di rompere pubblicamente con Hamas. Quei timori hanno perso significato per me dopo l'assassinio di mio fratello e mio cugino. Hamas mi ha etichettato come criminale e collaborazionista, ma non mi lascio intimidire. Non mi arrenderò.

Grazie ai nostri sforzi, abbiamo mostrato un assaggio di come potrebbe essere una nuova Gaza. Abbiamo già ricevuto richieste da molte famiglie di trasferirsi a Rafah est. Con un adeguato supporto, siamo pronti ad assumerci la responsabilità del resto di Rafah. Entro pochi mesi, oltre 600.000 persone – quasi un terzo della popolazione di Gaza – potrebbero vivere al di fuori del ciclo di guerra.

Abbiamo bisogno solo di tre cose per rendere questa visione realtà: sostegno finanziario per impedire il ritorno di Hamas, aiuti umanitari per soddisfare i bisogni immediati della popolazione in termini di cibo e alloggio e corridoi sicuri per consentire alle persone di muoversi. In breve tempo, potremmo trasformare gran parte di Gaza da zona di guerra in comunità funzionanti. Quando la ricostruzione sarà iniziata, Hamas potrà negoziare con Israele il rilascio degli ostaggi in cambio di un passaggio sicuro per uscire da Gaza. Lasciateli andare in Qatar, in Turchia o dovunque i loro complici li vogliano. Non li vogliamo tra noi.

Ciò che accadrà a Gaza deve essere deciso dalla popolazione stessa, una scelta che ci è stata negata per quasi vent'anni. Per ora, il nostro obiettivo rimane salvare quante più vite possibile e gettare le basi per un futuro migliore. A nome della stragrande maggioranza dei palestinesi di Gaza, le Forze Popolari chiedono agli Stati Uniti e ai Paesi arabi di riconoscere formalmente e sostenere un'amministrazione palestinese indipendente sotto la nostra guida.

Da Rafah orientale, dove le famiglie ora dormono al sicuro sotto la protezione civile, vedo il futuro di Gaza. La domanda è: il mondo contribuirà a costruirlo insieme a noi, libero dalle ideologie della violenza e del terrore?

 

Shabab è il comandante delle Forze popolari a Gaza.

 

 

 

 

COMUNICAZIONE

Siamo lieti di comunicare l’inizio della collaborazione editoriale con il Gruppo editoriale Éditions Code9-Regards-ECED, Paris-Bruxelles.

In conformità alla programmazione congiunta, i libri saranno disponibili – dal 2025 – su ordine in tutte le librerie in Italia, Francia, Belgio, Svizzera e Regione del Québec (Canada francofono), o via i siti di vendita on line.

Nel 2025 è previsto l’ampliamento anche a Regno Unito (Inghilterra) e Germania.

Il primo libro che sarà tradotto in francese è «ABRAM» di Marcello Kalowski.

 Un titolo in cui crediamo molto, di preziosa testimonianza storica e di altissimo valore umano: uscita prevista 10 luglio 2025.

Il primo libro che sarà tradotto in italiano è «LES TEMPLIERS – ORIGINES DU PLUS MYSTÉRIEUX» di Philippe Liénard.

 

Un argomento che appassiona da sempre gli studiosi, sia europei sia statunitensi, trattato in questo libro con particolare maestrìa esoterica e sapienza storica: uscita prevista maggio 2025.

 

 

 

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Il piccolo colibrì azzurro che vedete nel manifesto si richiama alla simbologia che collega questa piccola ma forte creatura al suo messaggio di vivere la vita con intelligenza, imparando da ogni esperienza, positiva o negativa, avendo la possibilità di poter correggere la rotta del nostro volo ogni volta che ne sentiamo la necessità, senza paura, come il colibrì, che può realizzare viaggi epici di migliaia di chilometri, attraversando montagne e valli … I significati di questo microscopico uccellino sono molteplici, basti pensare al movimento delle sue ali, che forma il simbolo dell’infinito, il quale indica non solo la ciclicità e l’eternità ma anche un invito a lasciare andare il passato per dare spazio a un nuovo ciclo della vita.