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SHOAH

 

SHOAH: MORTA A 96 ANNI L'ULTIMA DEPORTATA LIVORNESE IN VITA

Sol Cittone a 14 anni, finì ad Auschwitz. Cordoglio del Comune.

(ANSA) - FIRENZE, 24 LUG - È scomparsa a 96 anni Sol Cittone: era l'ultima ebrea di Livorno deportata ancora in vita spiega il Comune esprimendo il cordoglio. La donna, morta la notte scorsa in Israele, aveva 14 anni quando finì ad Auschwitz.

Era il gennaio 1944, ricorda il Comune, quando la famiglia ebrea italo-turca Cittone, padre, madre e cinque tra figli e figlie, fu arrestata a Serravalle Pistoiese dove era sfollata da Livorno in seguito ai bombardamenti e deportata ad Auschwitz.

Dell'intera famiglia, dai campi di prigionia e sterminio nazisti, uscirono vivi solo Mordechai Max, che purtroppo morì qualche mese dopo la liberazione, e la sorella Sol.

Dopo la guerra Sol Cittone si era trasferita ad Haifa.

Nel 2014 era stata rintracciata da alcuni studiosi di storia dell'Olocausto, tra i quali il livornese Pardo Fornaciari, che hanno ricostruito la sua storia, ed era tornata in Toscana per alcune cerimonie commemorative legate alle persecuzioni antisemite del nazifascismo italiano. A Livorno, spiega sempre il Comune, le era stata donata la copia del suo certificato di nascita, che non aveva mai posseduto: era partita per Israele senza documenti pochi mesi dopo la sua liberazione dal campo di concentramento.

 

PSICOANALISI: È MORTA ANNA ORNSTEIN, PSICHIATRA E TESTIMONE DELLA SHOAH

Aveva 98 anni, una vita dedicata alla cura e alla memoria.

New York, 5 lug. - (Adnkronos) - Anna Ornstein, figura di straordinaria umanità e cultura, sopravvissuta all'Olocausto e diventata una delle voci più autorevoli della psichiatria infantile e della psicoanalisi negli Stati Uniti, è morta mercoledì 2 luglio all'età di 98 anni nella sua casa di Brooklyn. La notizia della scomparsa è riportata oggi dal "New York Times".

Nata in Ungheria nel 1927 da una famiglia ebrea, Anna Brunn – questo il suo nome da ragazza - fu deportata a soli 17 anni ad Auschwitz, dove visse l'orrore indicibile della Shoah. Nonostante la brutalità di quell'esperienza, ha dedicato la sua lunga vita a un impegno profondo per la guarigione psicologica dei bambini e delle famiglie traumatizzate, e per la diffusione della memoria storica. Dopo la liberazione e il ritorno in Ungheria, emigrò negli Stati Uniti, dove si laureò e si specializzò in psichiatria infantile. Fu docente all'University of Cincinnati e alla prestigiosa Harvard University, oltre che psicoanalista didatta e supervisore presso importanti istituti di psicoanalisi americani.

Insieme al marito Paul Ornstein, anch'egli sopravvissuto all'Olocausto e psichiatra, Anna Ornstein ha sviluppato e promosso la self-psychology, una scuola di pensiero psicoterapeutico fondata da Heinz Kohut, che pone l'accento sull'empatia, sull'ascolto e sulla capacità di cambiamento insita in ogni individuo.

Nel corso della sua carriera, Anna Ornstein ha scritto oltre cento pubblicazioni, spaziando dal processo interpretativo in psicoanalisi alla psicopatologia infantile, passando per il trattamento di traumi e la resilienza dopo esperienze estreme. Fra le sue opere più toccanti, "Gli occhi di mia madre. La Shoah raccontata ai miei figli" (Effatà Editrice, 2013), un memoir che racconta la sua storia e quella della madre attraverso gli occhi di una giovane ragazza, mescolando il dolore della deportazione a momenti di straordinaria umanità e speranza.

Come ha raccontato al "New York Times" la figlia Sharone, anche lei psichiatra, Anna Ornstein ha saputo trasformare il trauma personale in un impegno professionale e umano, sempre con la convinzione che la libertà e la capacità di cambiare siano possibili anche dopo le peggiori tragedie. Negli ultimi anni, Anna Ornstein si è impegnata a trasmettere la memoria della Shoah alle nuove generazioni, parlando nelle scuole e nei centri culturali, e sottolineando l'importanza di vigilare contro ogni forma di odio e discriminazione.

 

SEGRE, CONTRASTARE L'ODIO SERBANDO LA MEMORIA DELL'ODIO

(ANSA) - ROMA, 18 GIU - «È particolare trovarmi nella Giornata di contrasto al discorso d'odio e non riuscire a prescindere dal ricordare l'esperienza di odio, una esperienza diretta, che non ti abbandona, che ti ha segnato tutta la vita, che non basta amore, maternità, diventare nonna e bisnonna per dimenticare quel numero scritto sul mio braccio - vergogna per chi l'ha fatto - e tutto l'odio che è derivato da quello».

Ha esordito così la Senatrice Liliana Segre nel proprio intervento alla conferenza stampa tenuta in Senato assieme al Presidente dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (APCE), Theodoros Rousopoulos, prima della audizione di questi alla Commissione per il contrasto al discorso d'odio presieduta dalla stessa Segre.

La Conferenza è stata promossa dagli altri membri della delegazione italiana all'APCE, Francesco Verducci (Pd), Elisabetta Gardini (Fdi), Katia Polidori (Fi), Ester Mieli (Fdi).

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ANTISEMITISMO

 

TENDA PER LA PALESTINA, REGIONE TOLGA CARRAI DA FONDAZIONE MEYER

Presidio a Firenze, 'accuse antisemitismo non meritano commento'.

 

(ANSA) - FIRENZE, 11 GIU - "Via Carrai dalla Fondazione Meyer". Il rinnovato appello è arrivato anche oggi dalla Tenda per la Palestina allestita in piazza Duomo, di fronte alla sede della presidenza della Regione. Un appello nel giorno in cui il Consiglio della Toscana approva una mozione per interrompere i rapporti con Israele e il governatore Eugenio Giani annuncia una proposta di legge per chiedere all'Italia il riconoscimento dello Stato di Palestina. Tra i partecipanti i sindaci di Calenzano e Sesto Fiorentino Giuseppe Carovani e Lorenzo Falchi, la consigliera regionale M5s Irene Galletti, il vicepresidente del consiglio comunale di Firenze Vincenzo Pizzolo, Dmitrij Palagi capogruppo a Palazzo Vecchio di Spc.

«Ho trovato apprezzabili le prese di posizione del presidente della Regione Eugenio Giani. Scelte che rendono ancora più insostenibile la presenza del console d'Israele alla guida della Fondazione Meyer. Non è una questione personale e non meritano nessun commento certi appelli circolati in queste ore che in maniera superficiale e spericolata affibbiano la solita etichetta di antisemita a chi solleva perplessità su una nomina divenuta problematica per la Fondazione Meyer e per quello che rappresenta", dice Falchi. «Accuse che ci fanno sorridere visto che si parla di una persona che non è neanche ebrea – sottolinea anche Simone Zetti dei Giovani democratici - Noi nelle piazze per chiedere la fine di questo genocidio e dei rapporti con chi lo porta avanti, ci saremo sempre».

Ieri rispondendo a un'interrogazione del M5s l'assessore regionale Ciuoffo ha però ricordato che è il direttore dell'Aou Meyer a nominare il presidente della Fondazione. «Non si può negare il fatto che ci sia una filiera politica di nomine perché il presidente della Fondazione è di nomina del direttore che a sua volta è di nomina del presidente della Regione Toscana», osserva Dmitrij Palagi. «Peraltro c'è un precedente che riguarda i rapporti con la Russia. E noi aggiungiamo che nel momento in cui si dice di voler interrompere le relazioni con lo Stato di

Israele, anche la presidenza di Toscana Aeroporti per noi è da mettere in discussione perché Regione, Comune di Pisa e Comune di Firenze sono soci».

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CONFLITTO GAZA

AFFARITALIANI.IT | MILANOITALIA - "LA MIA VITA A TEL AVIV, BLOCCATA IN UNA CASA CON RIFUGIO SOTTO LA MINACCIA DEI MISSILI IRANIANI"

Eva Modelli, cittadina italiana ed ebrea, bloccata a Tel Aviv: "Non ho paura, ma la cosa più difficile è l'incertezza. Non sapere quanto dureranno gli attacchi, non poter fare progetti. Essere qui è anche un modo per dare il mio piccolo contributo".

di Alessandro Pedrini

 

«La mia vita a Tel Aviv, bloccata in una casa con rifugio sotto la minaccia dei missili iraniani».

Bloccata a Tel Aviv sotto la minaccia dei missili iraniani: Eva Modelli, cittadina italiana ed ebrea, si trova da inizio giugno nella città israeliana. Ma ora che lo spazio aereo è chiuso, non può fare ritorno in Italia: "Resto qui, fortunatamente in una casa protetta, con un rifugio. Quando suonano le sirene, come accade in questi giorni e notti, so dove mettermi al sicuro".

Signora Modelli, da quanto tempo si trova a Tel Aviv e cosa stava facendo quando è esplosa la crisi? 

Mi trovo a Tel Aviv dal 3 giugno. Sono venuta per trascorrere un periodo in quella che considero una seconda casa: ho vissuto a lungo in Israele, mio marito è israeliano, lo sono anche i miei figli. Qui ho amici, una casa, parte della mia vita. Avevo vissuto due settimane serene, belle, pur nella consapevolezza che il conflitto con Gaza è ancora in corso e continua a causare vittime e sofferenze. Ma tutto è cambiato con gli attacchi missilistici provenienti dall'Iran.

Come sta vivendo questi giorni? Prova paura?

 

Il mio volo per l'Italia è stato cancellato: lo spazio aereo è chiuso, l'aeroporto Ben Gurion anche. Resto qui, fortunatamente in una casa protetta, con un rifugio. Quando suonano le sirene, come accade in questi giorni e notti, so dove mettermi al sicuro. Non ho paura. Israele ha imparato a convivere con la minaccia sin dalla sua nascita, nel 1948. Ha affrontato otto guerre, infiniti attacchi terroristici, tensioni interne e un'immigrazione senza precedenti. È un Paese resiliente, che non si arrende, circondato da Paesi arabi e costretto a difendere ogni giorno il suo diritto all'esistenza. E la forza del popolo israeliano mi ispira ogni giorno.

Cosa trova più difficile da affrontare nella quotidianità di questo momento? 

L'incertezza. Il non sapere quanto dureranno gli attacchi, il non poter fare progetti. Ma soprattutto, la preoccupazione costante per gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas. Finché non saranno restituiti, non potremo davvero parlare di pace. Sogno una svolta diplomatica, una nuova stagione di accordi e stabilità. Gli Accordi di Abramo sono un esempio: hanno aperto la strada a relazioni normali tra Israele e diversi Paesi arabi. Dobbiamo proseguire su quella via.

Ha avuto contatti con le autorità italiane? Si sente supportata? 

 

Mi sono rivolta all'Unità di Crisi della Farnesina. Mi hanno risposto con grande gentilezza, mettendomi in contatto con l'Ambasciata a Tel Aviv. Mi hanno spiegato che i voli sono sospesi e gli aerei messi in sicurezza a Cipro. Non mi sento abbandonata. Ho tanti amici qui che mi sostengono e altrettanti in Italia che non smettono di farmi sentire la loro vicinanza. Ho fiducia che, appena sarà possibile, potrò tornare. Ma resto serena: sento che essere qui, oggi, è anche un modo per dare il mio piccolo contributo.

Cosa le dà la forza in un momento così difficile?

 

La speranza. La convinzione profonda che si possa costruire un futuro diverso.

Credo nel diritto di ogni popolo a vivere in pace, nel rispetto delle differenze. Israele ha diritto di esistere, e lo stesso vale per ogni altro popolo. Penso anche al popolo iraniano, oppresso da un regime teocratico dal 1979. Disarmare l'Iran non è solo nell'interesse di Israele, ma dell'intera comunità internazionale. Solo un Medio Oriente liberato dalle minacce e dai fanatismi potrà conoscere la pace. 

Cosa direbbe agli italiani che la ascoltano? Ai suoi cari in Italia? 

Direi che il popolo israeliano vuole vivere in pace. La maggioranza delle persone desidera solo questo: poter vivere serenamente, senza sentirsi minacciati. E ogni Stato ha il diritto di difendersi quando viene attaccato. A volte penso: se fosse accaduto in Italia quello che è accaduto a Israele, forse la sensibilità e la comprensione sarebbero diverse. Serve empatia, serve memoria. Non possiamo dimenticare come è nato Israele, né ciò che è accaduto prima.

In Europa stiamo assistendo a un ritorno dell'antisemitismo e a una crescente ostilità verso Israele. Cosa si sente di dire a chi attacca il diritto di Israele a difendersi? 

L'antisemitismo oggi assume nuove forme, ma è pericoloso quanto quello del passato. A Bruxelles, in questi giorni, sono comparsi manifesti con le foto di dirigenti dell'associazione ebraica europea, accusati di essere "lobbisti del genocidio". È un gesto gravissimo, che diffonde odio nel momento in cui dovremmo invece promuovere dialogo e umanità. La politica di un governo non può diventare il pretesto per attaccare un intero popolo, una cultura, una religione. Io sono ebrea, e credo nel diritto di ogni essere umano a vivere senza minacce, rispettando le proprie differenze. Come diceva Abraham Joshua Heschel, «insieme sotto lo stesso cielo». E Amos Oz ricordava: «Due popoli, due Stati». Qualunque sia la soluzione politica, basta che ci siano pace, rispetto e fine delle guerre.

 

PER IL BLOGGER AL-SHAREEF STABILITÀ CON CONVIVENZA PACIFICA

ROMA (ITALPRESS) - La stabilizzazione del Medio Oriente passa per il riconoscimento della dignità palestinese a opera di una

leadership palestinese che riconosca lo Stato ebraico e smetta di pensare a qualcosa di diverso.


Prima odiava Israele, ma che poi ha aperto gli occhi,
«un rapporto di odio che poi si è evoluto e ho visto la verità», ha dichiarato.

Secondo il blogger con più di 210 mila follower su X «il problema risiede nel sistema scolastico del mondo arabo. Ho frequentato una scuola privata, con lezioni in cui si insegnava a non fidarsi degli ebrei. Ci dicevano che Israele è il cancro della regione, che non c'è legame tra gli ebrei e il Medio Oriente». L'esperienza francese «mi ha fatto capire che l'islam deve lasciare dietro la cultura dell'odio», ha detto, ammettendo di non aver abbandonato l'islam. Qualcosa è cambiato da quando al-Shareef, oggi quarantenne, era adolescente. Oggi i «piani di studio negli Emirati e in Arabia Saudita includono il tema dell'Olocausto». «Dieci anni fa non c'erano queste materie nei percorsi. Adesso c'è il ministero della Tolleranza nell'ottica di una politica di zero odio», ha raccontato il blogger che si definisce un «ex radicale che ha sconfitto l'odio con la conoscenza».

Al-Shareef è fiducioso sul futuro, soprattutto dopo la firma degli Accordi di Abramo di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. «Se vuoi capire come si stanno evolvendo le relazioni tra ebrei e musulmani vieni negli Emirati, dove ci sono moschee, chiese e sinagoghe. Solo se finirà la guerra scatenata da Hamas avremo un futuro radioso, sono ottimista», ha affermato il blogger che vive negli Emirati. Sulla possibile espansione degli Accordi di Abramo, Al-Shareef ha concluso: «Penso che molti paesi si uniranno, compresa l'Arabia Saudita quando ci saranno le condizioni, ovvero la fine della guerra» a Gaza.

 

 

 

 

 

 

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Yair Golan: «Annettere Gaza equivale alla distruzione di Israele»

 inviata Gabriella Colarusso

di Roberto Bongiorni

5 agosto 2025

Sole24ore

 

Yair Golan , Intervista all’ex generale ed eroe del 7 ottobre.

 

GERUSALEMME - «L’annessione della Striscia di Gaza equivale alla distruzione di Israele. L’annessione della Cisgiordania è la stessa follia. Gaza deve essere amministrata dai Palestinesi». Se in Israele c’è un uomo capace di attirare critiche unanimi da parte di due fronti con posizioni inconciliabili, Governo e parte dell’opposizione, questo è Yair Golan. Generale riservista fino a maggio, prima che il ministro della Difesa Katz ordinasse che non indossasse più la divisa, Golan è il fondatore dei «Democratici», il nuovo partito politico che raccoglie la sinistra israeliana e continua a crescere tra quegli elettori che chiedono la fine della guerra e la liberazione di tutti gli ostaggi. «Israele è sulla strada per diventare uno Stato paria, come lo fu una volta il Sudafrica» aveva dichiarato in maggio. «Uno Stato sano non uccide i bambini per hobby». «È un incitamento oltraggioso contro i nostri soldati e contro lo Stato di Israele», aveva tuonato il premier Netanyahu. «Deve essere ostracizzato dalla vita pubblica», aveva minacciato il ministro della Difesa Israel Katz. Il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi non aveva esitato a definirlo «un terrorista». Nessuno, tuttavia, ha dimenticato quando, la mattina del 7 ottobre 2023, Golan, di sua volontà, si precipitò in auto per unirsi alle operazioni di salvataggio dei superstiti del massacro alla Nova Music Festival. Salvò sei giovani e uccise diversi estremisti di Hamas.

Generale, come giudica l’operato del Governo israeliano?

 

A questo terribile Governo dico che combatteremo con  determinazione per cambiare rotta, per fermare questo corso distruttivo. Noi siamo i veri sionisti. Tutte le persone che sono qui adesso (davanti all’ufficio del premier), sono i veri sionisti. Persone che vogliono dignità, onore e una vita normale. Tutto ciò oggi in Israele è quasi impossibile a causa di questo Governo aggrappato a una visione messianica estrema, che non ha alcun legame con la realtà e che punta all’annessione della Striscia di Gaza. La quale probabilmente significherebbe la distruzione di Israele. La Knesset ha votato a favore per annettere anche la Cisgiordania. Tutto ciò fa parte della stessa follia.

Il vostro obiettivo è mettere fine alla guerra e liberare tutti gli ostaggi. E il futuro della Striscia?

Avremmo potuto avere un accordo per gli ostaggi più di un anno fa. È sempre lo stesso accordo: un cessate il fuoco permanente, la liberazione degli ostaggi, la liberazione dei prigionieri palestinesi e il ritiro dell’esercito dalla maggior parte della Striscia di Gaza.

Cosa lo impedisce?

I diversi aspetti di questo possibile accordo sono sul tavolo da mesi, ma Netanyahu e il suo Governo si rifiutano di accettarlo e si rifiutano di liberare gli ostaggi, facendoli vittime di questa guerra. Vogliono restare al potere e sbarazzarsi dei loro problemi giudiziari, in modo da mantenere viva questa loro visione messianica e folle.

È favorevole alla liberazione del palestinese Marwan Barghouti?

Non è il momento ora di entrare nei dettagli. Non si tratta di questa o quella persona. Dopo molti colloqui con figure arabe di spicco, posso assicurare che il mondo arabo è disposto ad assumersi la responsabilità della ricostruzione della Striscia. Esistono palestinesi moderati che possono formare un governo moderato per Gaza. Si può fare, ma dobbiamo andare avanti con qualcosa che traduca tutti i risultati militari in una vera politica, in una vera diplomazia. Dobbiamo fermare tutto questo.

Posso dire che non c’è alcuna intenzione di precipitare la Striscia di Gaza in una situazione miserabile. Malauguratamente, a causa della guerra in corso, la sofferenza nella Striscia di Gaza ha raggiunto livelli inaccettabili. Quindi, ripeto, dobbiamo porre fine alla guerra.sa pensa della fame a Gaza? Il Governo continua a negarla.

Yair Golan: «Annettere Gaza equivale alla distruzione di Israele»

Generale riservista fino a maggio, Golan è il fondatore dei «Democratici», il nuovo partito politico che raccoglie la sinistra israeliana e continua a crescere tra quegli elettori che chiedono la fine della guerra.

 

 

 

 

 

 

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DUE POPOLI DUE STATI (democratici)

di Giulio Galetti

04 agosto 2025

 

Ciò che non é chiaro nelle testoline scaldate dalle kefiah e in quelle dei reduci dell'antioccidentalismo fustigatorio e saccente, è che lo slogan "DUE POPOLI DUE STATI" debba essere completato da un aggettivo essenziale: "DEMOCRATICI".

O pensano forse lorsignori (Macron in testa) che l'attuale sistema di gestione dei gazawi possa essere mantenuto con il beneplacito di un riconoscimento internazionale?

Uno STATO PALESTINESE che contempli al suo interno i tagliagole di Hamas e della Jihad islamica Palestinese non é ammissibile se non per quelle nazioni che vedono con favore la scomparsa di Israele dalle cartine geografiche.

Alle raccomandazioni finalmente sagge della Lega Araba, pare non si sia accodato nessuno.

Hamas deve consegnare le armi all'ANP, liberare ostaggi vivi e morti e soprattutto deve scomparire dalla vita politica medio-orientale.

Queste sono le condizioni per una pace difficile ma non impossibile, questo lo scrive la Lega Araba e il portavoce dell'ANP che meglio di chiunque conosce la ferocia di Hamas e della JIP.

Non è un caso se ieri il portavoce di Hamas Ghazi Hamad dica: «L'iniziativa di diversi paesi di riconoscere uno Stato palestinese è uno dei frutti del 7 ottobre». Una aberrazione storica che contiene peraltro un principio di realtà, in quanto Hamas è riuscita a raffigurarsi come vittima della furia cieca di Israele.

È del tutto evidente che se si riconosce lo Stato palestinese senza dire che Hamas deve essere disarmato e deve andarsene, SI LEGITTIMA intrinsecamente la LEADERSHIP dei tagliagole.

Chiunque pensi di contemplare ancora la presenza dei tagliagole dandogli dignità di interlocuzione diplomatica è un utile idiota o un sostenitore interessato al caos in chiave jihadista fomentato dai burattinai di Teheran con Khamenei e il suo seguito di pretoni neri a dare benzina  all'attuale conflitto che vorrebbe bruciare le tappe.

Il 2045 era la deadline per la scomparsa di Israele preconizzata da Khomeini in versione profeta illuminato. Ci avevano costruito anche un bell'orologione con countdown nella piazza Falestin a Teheran. (Finito male... e centrato da un drone satanico del Mossad).

L'Iran ha investito in questa operazione una ingente quantità di risorse umane e materiali, dal 2006 ad oggi:

Hezbollah - 10,4B$

Houti - 1,9B$

Hamas - 7,5B$

JIP - 1,3B$

Il totale è quindi di oltre 20 Miliardi di dollari in 19 anni di martellamento continuo di Israele con azioni terroristiche e lancio di missili e razzi verso i territori israeliani senza alcuna precisione.

Questo è quanto si dimentica di ricordare quando si dà conto, attraverso i dati di Hamas, le foto di Hamas e i video di Hamas di quanto accade a Gaza con una complice acquiescenza che pervade gli organi di informazione, felici di aprire con una bella prima pagina potente.

 

RASSEGNA STAMPA a cura di REDAZIONE – ETICA A.c.

di Barbara de Munari, 03 agosto 2025

7 BAMBINE EBREE

 

 

In 7 Bambine Ebree, opera teatrale di Caryl Churchill composta nel 2009 dopo una campagna militare israeliana a Gaza, sette adulti suggeriscono cosa dire, e cosa non dire, a sette bambine ebree di epoche differenti. Si tratta del viaggio storico di un popolo, dall'Olocausto ai fatti di Gaza, e l'attenzione dell'autrice si focalizza sulla confusione che sembra permeare l'identità ebraica. Un atto d'accusa contro la guerra, il calcolo e l'interesse e che, soprattutto, mette in evidenza le contraddizioni e le oscillazioni della coscienza di un popolo.

L'opera, composta di sette scene, presenta dialoghi tra adulti che si rivolgono a sette bambine in diversi momenti storici, in cento anni di una storia millenaria. Il testo affronta temi come la protezione, la manipolazione, l'innocenza, la responsabilità e le conseguenze della guerra, usando un linguaggio poetico e tagliente.

Caryl Churchill (Londra, 1938) è considerata la più importante drammaturga inglese vivente. Le sue opere affrontano temi come femminismo, politiche sessuali, guerra, colonialismo e abuso di potere. Nata a Londra nel 1938, ha esordito all’inizio degli anni ’60 come autrice di radiodrammi polemicamente antiborghesi ed è oggi considerata la più importante autrice inglese vivente. La sua prima commedia Owners fu prodotta nel 1972 dal Royal Court Theatre. Tra le sue opere più espressive: Cloud nineTop girlsA mouthful of birdsThe Striker, Mad forestA number, Far away.

La composizione di 7 Bambine Ebree si svolge in 7 parti: 7 discorsi di adulti rivolti ad altrettante bambine nel corso della storia. Un testo poetico e spiazzante, un sussurro e un grido, che mette al centro l’infanzia come capro espiatorio, testimone innocente o pretesto per le decisioni dei grandi: «Dille che è un gioco. Dille che è una cosa seria. Ma non spaventarla. Non dirle che la uccideranno».

Arrivata in scena in occasione della Giornata della Memoria, è un testo apparentemente esile, di poche pagine. Eppure, come pochi altri, aspro e feroce. Caryll Churchill, ha scritto quest’opera di denuncia nel 2009, all’indomani della operazione militare Piombo fuso, condotta dall’esercito israeliano a Gaza. Passati quasi venti anni nulla sembra essere cambiato.

Ecco allora la poetica e inesorabile narrazione di Sette Bambine Ebree, che ripercorre in sette quadri cento anni di storia. A partire proprio dalla terribile pagina della Shoah, nel testo rivive con sintesi folgorante tutta la tragedia del popolo ebraico, L’attualità diventa storia, e la storia diventa un mito.

Un’opera potentissima, dunque, all’altezza delle grandi tragedie greche.

Il testo è il canto di un coro, una famiglia che diventa clan e popolo e che si rivolge a una piccola bambina che non compare mai. Un coro che è specchio di una coscienza lacerata, dove voci violente e spietate si alternano a disperate grida d’aiuto. Un coro che è specchio della nostra coscienza, testimone di qualcosa che è incapace di arrestare.

In scena, quei cento anni di storia sono attraversati, sono mostrati nelle parole degli adulti, doppi e a volte trini in scena, rivolte a una invisibile bambina nascosta in una carrozzina per neonati.

La storia è descritta in una dinamica esistenziale, dalle persecuzioni naziste, alla Shoah, al ritorno alla “Terra Promessa” nella prospettiva del sionismo più puro.

La scrittura scenica mostra per ogni fase storica una doppia e opposta prospettiva, una scissione, di questi adulti che dovrebbero spiegare e poi giustificare scelte che però non sono in grado di spiegare e giustificare, contrapponendo gli opposti con un effetto di trascinamento, anche ideologico, che appare infine senza alternativa e dunque inevitabile.

La parola della drammaturga è lucida e insieme disperata, di fronte al definitivo tramonto di ogni età dell'innocenza in quella bambina, in quelle sette bambine perse nel tempo, e che sono già o saranno presto adulte.

Dire e tacere non sono opzioni opposte, ma parte integrante di ogni espressione.

Così dal “Ditele che c’è ancora gente che odia gli ebrei” e correlato al “Ditele che c’è gente che ama gli ebrei” dei tempi della persecuzione nazista, si arriva, nelle ultime quattro fasi del ritorno, al “Ditele che forse possiamo convivere” correlato al “No, questo non glielo dite”, in una coazione a ripetere che sembra nutrirsi solo di vendetta.

E ancora: “Ditele che il pugno di ferro adesso ce l’abbiamo noi, ditele che è la nebbia della guerra, ditele che non smetteremo di ucciderli finché non saremo al sicuro… Ditele che a me non importa se il mondo ci odia, ditele che a odiare siamo più bravi noi, ditele che siamo il popolo eletto, ditele che guardo uno dei loro bambini coperto di sangue, e cosa sento? Ditele che sento solo la felicità che non sia lei”.

E il biblico Dio degli eserciti che sconfigge i nemici di Israele, è anche il Dio che punisce Israele, dal diluvio, al fuoco di Sodoma e Gomorra, agli infiniti suoi esìli e diaspore.

Un'attualità che sa di profezia, con dialoghi che scavano l'intimità di ciascuno, ciascuno per la sua strada fino a incrociare l'altro.

Ma alla fine sembra non esistere alcuna razionalità umana, ogni legame che esiste tra l’essere umano e Dio è un legame che appare al di sopra di qualsiasi razionalità e logica.