In piazza, insieme, perché nessuno sia più solo: martedì 5 luglio alle ore 19.00 davanti alla Stazione Centrale di Milano manifesteremo a sostegno del procuratore Nicola Gratteri e di tutti i cittadini che rischiano la vita contro le mafie.

A inizio maggio è stato scoperto il progetto di un attentato nei confronti del Procuratore della DDA di Catanzaro. Una nuova minaccia alla vita del magistrato impegnato in prima linea contro la ‘ndrangheta.

Trent’anni dopo le stragi di Palermo, è necessario ribadire che la lotta alle mafie ci riguarda tutti e che chi combatte la criminalità organizzata non è da solo: non vogliamo altri martiri da commemorare il giorno dopo ma scendere in campo prima, per impedire l’irreparabile.

Vogliamo sostenere Gratteri, i magistrati e le forze dell’ordine che svolgendo il proprio lavoro ci difendono dalla violenza mafiosa. Vogliamo sostenere la democrazia, messa a rischio dalle azioni criminose delle mafie. Vogliamo mettere sotto i riflettori dell’opinione pubblica il grave e pericoloso processo di infiltrazione della ‘ndrangheta in atto in tutta Italia.

Il flashmob del 23 maggio scorso in piazza S. Apostoli a Roma è stato il primo passo: sono sempre di più le associazioni e i cittadini che stanno facendo rete per ritrovarsi il 5 luglio a Milano.

In piazza Duca d’Aosta martedì 5 si alterneranno interventi e testimonianze di personalità del mondo della cooperazione, del sindacato, dell’economia, della filantropia, del volontariato, del giornalismo e dello spettacolo. Intanto, anche sui social è partita la mobilitazione: hanno aderito con videomessaggi di supporto alla manifestazione Pif, Marco Paolini, Albano, Michele Placido, Luca Zingaretti, Giovanni Minoli, Maurizio De Giovanni, Angela Iantosca, Padre Maurizio Patriciello, Antonio Stornaiolo, Rita Pelusio, Gianluigi Nuzzi.

I loro videomessaggi sono condivisibili dai social degli enti promotori e sul sito ufficiale maipiustragi.it

Elenco adesioni al 29 giugno 2022: ACLI - ActionAid - Comitato Addiopizzo - Addiopizzo Travel - Agapanto APS Roma - AgesciAITR (Associazione Italiana Turismo Responsabile) - Altromercato - APS Parità per le Diversità - Arci Servizio Civile Calabria – Associazione Amici Della Casa Della Carità - Associazione Andiamo Avanti - ANPI - Assifero – Auser Regionale Lombardia – Auser Milano - Avvocati senza Frontiere - Azione Cattolica - CCO – Crisi Come Opportunità - Caritas Italiana - Caritas Ambrosiana – Caritas Emilia Romagna – Caritas Lombardia – Casa Internazionale delle Donne - Centro per l'Autonomia Cooperativa Sociale - Centro Studi Rossanese "Vittorio Bachelet"- CGIL Calabria – CGIL Lombardia - Chico Mendes Altromercato cooperativa sociale - CIES-Onlus - CISL Calabria - CISL Lombardia - CNCA Lombardia - CNCA Nazionale - Collectif Avanti - Comunità Competente Calabria - Comunità Progetto Sud - Confcooperative Federsolidarietà - Confcooperative Reggio Emilia - Comitato don Peppe Diana – Consorzio Sir - Consorzio Cooperativo Nausicaa - Consulta Nazionale Antiusura Giovanni Paolo II – Centro Sportivo Italiano Milano - SV.net - E.V.A. Cooperativa Sociale - FICT (Federazione Italiana Comunità Terapeutiche) – FOCSIV - Fondazione Finanza Etica- Fondazione Con Il Sud - Fondazione Corte delle madri - Fondazione San Bernardino - Forum del Terzo Settore nazionale - Forum Terzo Settore Calabria – Forum Terzo Settore Città Di Milano - GOEL Gruppo Cooperativo - Human Foundation – Ideeinformazione – Il Mulino - Associazione Il Quinto Ampliamento - Italia che Cambia - JSN JESUIT SOCIAL NETWORK ITALIA Onlus - Cooperativa sociale "La Speranza" Cassina e S. Agata - Laboratorio Ricerche & Studi Vesuviano - Legambiente - Libera Milano Contro Le Mafie – Associazione culturale L'Orablù - Made in Carcere – M.A.S.C.I - Associazione Microfinanza e Sviluppo Onlus - Movimento Agende Rosse - Movimento M24A Equità Territoriale – Onlus Movimento per la Giustizia Robin Hood - Next Nuova Economia per Tutti - Nuova Cooperazione Organizzata NCO - Pastorale per i Problemi Sociali e il Lavoro Calabria - Associazione Peppino Impastato e Adriana Castelli - PLEF - Progetto Policoro Calabria – Rete Antimafie Martesana APS - Rete Recovery Sud -Cooperativa Sociale Ripari - RITMI - Rete Italiana di Microfinanza – Rock No War - Scuola di Formazione Antonino Caponnetto - Slow Food Italia - Sud 20/40 - Terra Dea di San Giorgio a Cremano - T-ERRE Turismo Responsabile - Associazione Un'altra storia Varese - Unicobas - Comitato #versoil23maggio - WikiMafia Libera Enciclopedia sulle mafie.

 

Avevo più o meno due anni e mezzo quando entrai in cucina caracollando, mi aggrappai alla tovaglia per non cadere e, scivolando a terra, trascinai insieme a me la tovaglia, le tazze della colazione e la caffettiera napoletana che mia madre aveva appena capovolto al centro della tavola. Porto ancora sul petto il segno di quella ustione da acqua bollente, che su un corpo così piccolo era molto estesa e che oggi, su un torace adulto, resta una traccia di memoria discreta ma profonda.

Ho avuto tempo per familiarizzarci e ora non ci bado più, ma quando ero bambino mi rifiutavo di andare in piscina per non dover esibire una parte di me che mi faceva vergognare, e d’estate mi ingegnavo per evitare la spiaggia o almeno per tenere su la maglietta nonostante il sole di Ischia. Nell’adolescenza, invece, scherzavo sulla cicatrice prima ancora che qualcuno mi chiedesse come me la fossi procurata: una granata al fronte, dicevo, o spiritosaggini del genere. Dei circa due metri quadri di pelle che posseggo, per un tempo non trascurabile della mia vita mi sono preoccupato solo di un fazzoletto di venti centimetri di lato, non conforme al modello di epidermide che avevo in mente. E il resto?

Chissà che oggi, nel dedicare la XVIII edizione di Torino Spiritualità a esplorare la vasta significatività della pelle non ci sia in me l’impulso a risarcire con la dovuta attenzione le decine e decine di centimetri di tessuto che diligentemente hanno marcato il mio punto di inizio e di fine rispetto al mondo, e che io a lungo ho trascurato. Può darsi, anche se mi sembra di poter individuare con precisione il momento in cui mi è parso valesse la pena di mettersi a lavorare sul tema pelle. È accaduto nel corso della passata edizione del festival, secondo una dinamica che in questi anni si è verificata spesso: ascolti un ospite parlare e a un certo punto ti colpisce con una frase, un riferimento, un pensiero che ti fanno dire: “questo me la devo proprio ricordare”.

 

Scintille, che però a lungo andare possono rischiarare la sagoma di un nuovo tema da esplorare. E dunque è andata così: durante la sua lezione, la rabbina francese Delphine Horvilleur ha fatto riferimento a una pagina di Nudità e pudore, saggio da lei scritto alcuni anni prima e pubblicato in Italia da Qiqajon, la casa editrice della comunità di Bose. In quella pagina Horvilleur si soffermava su una questione che i commentatori ebrei della Bibbia hanno rivestito – e il verbo non è usato a sproposito – di molteplici ipotesi: che tipo di indumento era la tunica di pelle citata nella Genesi, quella cucita da Dio in persona per coprire Adamo ed Eva all’uscita dall’Eden? Pelle di animale? Di quale? Del serpente, che a quel punto della vicenda non era più tanto ben visto?

Secondo alcuni passaggi dello Zohar, capolavoro della mistica ebraica evocato dalla rabbina Horvilleur, una delle risposte – in effetti suggestiva – potrebbe essere questa: la tunica cucita da Dio per Adamo ed Eva altro non era che la pelle stessa dell’uomo. Nell’Eden, quindi, l’essere umano era luminosamente a- dermico, trasparente a se stesso e al suo Signore, ma quando l’armonia si infrange e la creatura deve lasciare il Giardino ecco che ha bisogno di coprirsi con qualcosa che la separi dal mondo e, avvolgendola, definisca i suoi limiti: una frontiera tra sé e il resto, sigillo di uno stato fusionale svanito.

 

Stato fusionale che, se dalla Genesi ci spostiamo a un altro “inizio”, mi sembra di ritrovare non dissimile nella condizione del neonato. Appena venuto al mondo, il bambino ha una coscienza assai rudimentale del proprio corpo: non sa dove inizi, non sa dove finisca, non sa che la pelle delle braccia che lo avvolgono e dei palmi che lo accarezzano non sono la sua pelle, ma una pelle altrui, l’altro da sé. Lo capirà dopo, e se potrà imparare le coordinate del proprio spazio corporeo sarà in buona parte grazie a quella pelle non sua, che percorrendo amorevolmente i suoi confini estremi glieli avrà rivelati. Insomma, una costruzione di identità personale che passa attraverso l’inatteso manifestarsi di un’epidermide che ci delimita.

Proprio come accaduto ai nostri progenitori biblici che, da diafani che erano, si ritrovano di colpo definiti e “opachi”: la condizione edenica di creature senza pelle, trasparenti l’uno all’altra e al loro creatore, perduta per sempre.

 

Simbolicamente, potremmo scorgere in questa narrazione scritturale anche una sorta di indicazione etica sui modi di stare al mondo: più la pelle è spessa – incallita da strati di indifferenza, cinismo, egolatria – più ci si allontana dall’originaria compiutezza dell’essere umano; mentre una pelle sottile, in quanto armatura meno divisiva, ci rende partecipi del reale e ci fa più vicini a una mirabile compiutezza, che è trasparenza empatica, relazione sempre esposta al bene quanto al male. Con tutto ciò che tale estroversione può comportare in termini di spiazzamenti, vulnerabilità, arricchimenti e trasformazioni.

Ma a ben guardare la pelle non è solo “opacità” che copre e nasconde. Anzi. L’epidermide rivela moltissimo di ciò che siamo: è archivio intimo, mappa e memoria, al punto che ogni traccia sulla nostra pelle – una ruga, un neo, un’impronta digitale, la mia cicatrice, un tatuaggio – è la marca di un’individualità, il palinsesto visibile che ci portiamo addosso. E non sarà un caso se in molte narrazioni essere privati dell'epidermide significa al tempo stesso essere privati della propria identità.

Nelle Metamorfosi di Ovidio il sileno Marsia è punito da Apollo con la tortura dello scorticamento e al culmine dello strazio esclama: perché mi strappi da me stesso? Di supplizio in supplizio, strappato da sé stesso è anche il martire San Bartolomeo, che Michelangelo rappresenta nel Giudizio Universale mentre stringe nella mano l’involucro penzolante della sua stessa pelle. Impressionante, ma meno della versione marmorea che si può contemplare nel Duomo di Milano, una figura di muscoli e tendini scoperti, avvolta in un drappeggio che a osservare meglio è un mantello di pelle scuoiata. Ma lasciamo da parte San Bartolomeo e osserviamo altri santi. Scopriremo un modo meno cruento di essere “strappati da sé stessi”: l’estasi. Etimologicamente estasi significa stare al di fuori di sé,

trascendersi, in un movimento che varca il confine naturale e ci porta letteralmente oltre l’abito della nostra pelle, a incontrare qualcosa che ci supera.

 

Tutto ciò per dire che se da un punto di vista puramente anatomico la pelle può sembrare l’organo più esteso ma meno complesso – quantomeno a un profano come me –, da un punto di vista sociale, psicologico, narrativo, simbolico e spirituale è invece quanto mai articolato: avvolge la persona, la incarna, la definisce, la distingue, la mette in relazione con gli altri e con il mondo fuori, perché è lì sulla pelle che la vita viene a incontrarci.

Ma in questo suo essere soglia, l’epidermide rinvia anche alla nostra interiorità. Quando, per dare conto di un’emozione profonda, diciamo che la tal cosa “ci ha toccati” stiamo alludendo proprio a questo: a una porosità che connette il fuori al dentro, a una membrana esterna che affonda e si imprime nel mondo interiore, e lo nutre. Diceva il poeta Paul Valéry che nell’uomo non c’è nulla di più profondo della pelle. Ossia, è nel confine estremo che riveliamo meglio ciò che siamo, perché è sulla superficie che le cose si espongono davvero alla luce. Sarà per questo, forse, che ancora oggi c’è chi suppone di poter leggere interi destini nelle linee di una mano.

 

E a proposito di mani... scrivevo poco fa del Giudizio Universale. Se ora voltiamo le spalle all’altare della Sistina e alziamo gli occhi al centro della volta ci troviamo a osservare quel frammento di spazio che separa il dito di Adamo dal dito di Dio. C’è chi legge nel mancato sfioramento la potenza del libero arbitrio: anche se Dio si protende, sta all’uomo scegliere se estendere l’ultima falange e chiudere il circuito affinché il divino circoli nella materia. Sia come sia, ciò che qui interessa è che il dito esita e lo spazio non si colma. Quanto doveva essere spavalda, invece, la falange di San Tommaso per insinuarsi tra i lembi di pelle lacera di Gesù.

Per come ce lo mostra Caravaggio, il discepolo sembra addirittura intento a frugare nella piaga per sincerarsi che non ci sia inganno, sempre più dentro alla pelle che è, appunto, quanto di più profondo ci sia. Due attitudini opposte, la ritrosia di Adamo e la spudoratezza di Tommaso, ma in fondo lo stesso messaggio: l’esperienza spirituale ha bisogno della mediazione tattile del corpo, e la sensibilità fine di cui è capace la punta delle mie dita serve anche a trovare il divino. Perché non ci rivolgiamo a un Dio distante, ma l’abbiamo sempre di fronte; e se capita di non vederlo può darsi che non sia perché è troppo lontano, ma perché è troppo vicino, a portata di pelle.

 

Sul finire degli anni Quaranta Curzio Malaparte scriveva: «Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle. Si crede di lottare e di soffrire per la propria anima, ma in realtà si lotta e si soffre per la

 propria pelle. [...] È la civiltà moderna, questa civiltà senza Dio, che obbliga gli   uomini a dare una tale importanza alla propria pelle. Non c'è che la pelle che   conta, ormai» (La pelle, Adelphi, 2010).

 

Cambiano le guerre, mutano le circostanze ma il concetto mantiene la sua attualità. Non c’è che la pelle, la pelle tesa e perfetta che non ne vuole sapere di invecchiare, la pelle violata dalla ferita e la pelle sintetica, la pelle sottile, spessa, arrossata, ornata, tatuata, ustionata, la pelle specchiante degli ausili touch, la pelle coperta, quella impudica, quella che cambia, la pelle degli altri, la pelle uguale, la pelle diversa. Per questo è importante ragionarci su, e vale la pena farlo anche puntando a un orizzonte spirituale in cui “salvarsi la pelle” e “salvarsi l’anima” siano lembi che possono infine toccarsi.

 

Armando Buonaiuto,  curatore del festival Torino Spiritualità.

©DoppioZero, luglio 2022

L’INGANNO

 

Fatale è l’inganno che la mente trama celando il suo fine ultimo e speculare; ti induce a pensare che l’aria che respiri ti sia necessaria, più che la forza del cuore, più che la memoria ancestrale, più che tutte le leggi dello spazio.

 

Dolce è il sonno in cui ti avvolge, cullandoti tra sogni e speranze, in un guanciale soffice, ma la traccia è segnata e tu riterrai che il risveglio sia prossimo e rigenerante.

 

La mente ti abbaglia e guida i tuoi passi, la presa delle tue mani, la proiezione del tuo sguardo.

 

Non sei tu a gioirne, non sarai tu a piangere o soffrire, ma solo le false percezioni che ti circondano; perché non comprendi che questo corpo che ti comprime e ti espone al mondo dei simili, altro non è che una catena immaginaria, un serraglio di uomini e belve, angusto e limitato.

 

Prendi il largo, abbraccia il mare e afferra la prima nuvola che passa; abbandonati al deserto ed ai ghiacciai perenni; schiudi il guscio che trattiene la tua anima, unica proprietà ed unica certezza perpetua del tuo vagare nel cosmo.

 

Bagna i tuoi piedi in più fiumi possibili ed incontra più vite che puoi, più nemici che puoi, più lampi e pioggia che puoi.

 

Perché non vi sarà tempesta più furente dell’ira dei Giusti; non chiederti mai quanti canti o quante danze hai condiviso, né quanti ne farai.

 

Non cedere all’inganno dei falsi miti e ripudia ogni gesto, ogni atto meschino, ogni bieco interesse che non sia condivisibile.

 

Quanto più avrai amato, quanta più pace riceverai, quanto più miserabile astio avrai sopportato, quanta più speranza e giustizia lascerai al tuo passaggio terreno.

 

E quando fatalmente attraverserai il confine tra questa esistenza e quella a venire, e sarai essenza pura, dai tutta la luce che puoi, agli anfratti bui dell’universo e sii quanto più vicino all’idea, alla sensazione, alla illusione di eternità.

©Alessandro Scuderi 

Il distacco

 

Come un bizzarro manto il mare avvolge la terra in una stretta acquea, così il cosmo riempie lo spazio fuori e dentro l’esistenza di tutto.

Ci si copre e ci si sveste secondo ritmi e sensazioni sconosciute; il mistero ci domina, l’inconsapevolezza della magia divina che circonda e comprime i sogni, ci dona l’ubiquità inconscia. 

Siamo qui, seduti su un masso poggiato sopra un masso, sospesi tra le galassie e l’onirico volo tra le stelle e la luce, scagliati come luce di scintille brevi.

Sospesi e galleggianti, come il ventre materno ci accoglie, eppure naviganti in spazi lontanissimi, con la memoria imbrigliata in oscena codardia; increduli, mediocri ospiti in una gabbia dalle sbarre lontane anni luce, comunque prigionieri, comunque vincolati ad un limite.

La vita dell’essere terreno è tempesta ed è bonaccia, è pioggia e torrida sete. Il presunto bisogno, la sedicente necessità e la vanagloria, come zavorre impietose, ci costringono all’oblio senza alibi, senza riscatto, senza dignità.

L’ascesa vertiginosa verso una follia impura, ad inseguire miti e tracce rettili, attanagliati da obblighi crepuscolari, capovolge le priorità dei sensi. Non c’è un salire, non c’è un scendere, semplicemente si vaga, scomparendo nel nulla esistenziale.

Se solo la coscienza di essere nell’Eterno, se solo la fiducia del ritorno ciclico potesse illuminare i tratti d’ombra dell’umano e momentaneo tragitto, saremmo inondati di luce diafana e perfetta; senza pianto né dolore, senza rimpianto né obnubilante cruccio.

La percorrenza si farebbe volo ed il volo sarebbe distacco.

Tenero, ammaliante, depuratorio e conclusivo.

©

Sto tornando

 

Se fosse come librarsi in volo, mi lascio andare al vento e perdermi nel cielo, accarezzato e accettato, finalmente atteso e liberato da tutti i pesi, da tutte le nebbie cerebrali, da tutti gli sguardi di improbabili moralisti, da tutte le illusioni mal riposte…

Se fosse come scendere nel blu ed essere leggeri e protetti, finalmente accolto dal liquido abbraccio degli abissi, perdermi nel ventre del mare che tanto mi fu caro finché fui libero, ed espandermi tra correnti e flutti, abbandonarmi tra Atlantide e gli incubi dei guerrieri, tra le percezioni e le elucubrazioni dei dubbiosi, fino a disfarmene, come di stracci logori…

Se fosse come aggrapparsi alla roccia nuda e fredda, tra ghiacci e nebbie scrutatrici, porre passo su passo, artigliare pietra su pietra con mani sanguinanti e guardare giù, verso la fine. Come solo gli uccelli notturni sanno fare, in un unico respiro, un unico sguardo sull’infinita cupola e sull’infinita amata terra…

Se fosse come amare con le vene gonfie ed il cuore proteso, pulsante e lieve come nubi che si rincorrono, come piume sollevate e sospese dai sospiri lenti. Come le corse a perdifiato, come solo un amore vero sa sanguinare e gioire insieme; senza fiato, senza respiro, senza tregua emozionale…

Se fosse come le notti africane, buie, lente e scintillanti, con il manto stellato che ti avvolge ed il ricordo di vite vissute al fuoco di coscienze perdute; in attesa del leopardo, in attesa del nemico, in perenne stato di subconscio. La savana sotto i piedi e tutto ciò che tocchi punge, brucia o taglia…

Se fosse tutto come prima che aprissi la porta, prima di cedere alle tentazioni ed alle pieghe della vita, allora sì… tornerei per ricominciare e ricominciare, fino a ritrovare quel masso comodo e bianco come marmo dove, sedutomi e addormentatomi, sognai di essere il tuo eroe…

©Alessandro Scuderi

 

 

 

 

Nel Convegno Internazionale di Milano [organizzato a cura di Eticaedizioni.it] si è ragionato su QUALE FUTURO per QUALE EUROPA. Le ombre sono già ampiamente presenti e visibili.

Qui di seguito, un Estratto dell’Intervento di Alain de KEGHEL (traduzione dal francese a cura di Barbara de Munari).

[Ph.: Sala Lucio Fontana, Museo del Novecento, Milano]

 

A Milano, siamo oggi qui riuniti per riflettere insieme sul contributo che possiamo portare in questo mondo di brutalità e di violenza, ma anche di disperazione.

L'Europa infastidisce, l'Europa delude, l'Europa divide. E allora, quale Europa vogliamo per domani?

A Bruxelles e alle sue istanze viene oggi rimproverato di non agire – dimenticando, contemporaneamente, che la Commissione Europea esegue soltanto i mandati dei Capi di Stato e dei governi, sempre frenati dall'immediatezza dei loro mandati a breve termine e dei loro interessi nazionali.

Ironia della sorte, è presentandosi come campioni degli interessi dei cittadini che i partiti degli euroscettici e dell'estrema destra hanno realizzato punteggi senza precedenti alle ultime elezioni del Parlamento europeo, nel 2014, così come anche recentemente nei Parlamenti nazionali.

Si tratta di un segnale inquietante. Si rimprovera all'Europa di essere troppo lenta, non abbastanza attiva o ancora prigioniera di una burocrazia, sinonimo di deficit democratico. Anche il ruolo dei media qui merita attenzione e dobbiamo constatare che pochi tra di essi si sono impegnati a spiegare perché abbiamo bisogno dell'Europa malgrado le sue imperfezioni, le sue debolezze, le sue lentezze, le sue disuguaglianze e anche le sue ingiustizie.

 

Troppo pochi, tra di noi, pensano in modo globale, perché non vi sono preparati nemmeno dall’insegnamento scolastico, dove la storia – almeno in Francia – è un parente povero dei programmi di studio. La generazione che ci governa non ha vissuto, così come i media che ci informano e formano l'opinione, l'ultimo conflitto mondiale. Non ha sperimentato la necessità vitale di costruire una Unione Europea solidale, sinonimo di uno spazio di pace durevole nel tempo.

Almeno, si dovrebbe auspicare una presa di coscienza delle sfide in gioco, poiché il Presidente Putin ci ha velocemente insegnato in Georgia, poi in Ucraina ed oggi in Siria, che il corso e il ricorso storico non è quello che prediceva Francis Fukuyama.

Si viveva ancora, fino alla crisi finanziaria del 2008 e poi con il recente risveglio generatosi intorno alla Crimea e all'Ucraina, nell'illusione di uno spazio di prosperità e di pace stabilizzata che durassero nel tempo. L'Europa costruita negli anni cinquanta del secolo scorso ne era e ne è rimasta la conferma.

Un ripiegamento nazionale l’abbiamo constatato, invece, durante le recenti elezioni in Grecia, in Polonia, in Francia ed altrove, con l’avanzata di nazionalismi, a fronte di una “Troika” che esalta l'austerità, anche se oggi un po’ meno oggi di ieri. Ecco ciò che domina, mentre abbiamo appena commemorato l’anniversario dell'inizio della Prima Grande Guerra mondiale europea del 1914 -1918. Sarebbe stata un’occasione, molto simbolica, per migliorare, completare e rinforzare un vero spirito europeo, allontanando il concetto di Stato-Nazione. Al contrario, assistiamo alla “preferenza nazionale” che prevale su quella europea, unica vera prospettiva, peraltro realistica, in un mondo ove prevarranno solo i grandi insiemi continentali.

La generosità, l'umanesimo, princìpi cardinali e motori fondanti della nostra Europa, hanno dimostrato velocemente i loro limiti quando si tratta di essere solidali nella difficile gestione dei flussi, non soltanto migratori, ma di masse considerevoli di rifugiati che fuggono, per ragioni umanitarie e di sicurezza, dai luoghi di combattimento. Lo tsunami anti-europeo trova una sua manifestazione anche in Gran Bretagna, ma non si tratta solo di questo. È un segnale di usura di un modello di società democratica, di condivisione, di solidarietà che pone la giustizia sociale al proprio centro. È un modello che viene a essere messo in discussione. Dunque una fonte d’inquietudine ancora maggiore quando ci si chiede quale futuro noi vogliamo per l'Europa.

 

Il ventaglio di riflessione è ampiamente aperto, nello spazio come nel tempo, sapendo che noi poniamo sempre l’Uomo e la società al centro del nostro umanesimo ispirato dalla filosofia di Spinoza. Sotto questo punto di vista, noi abbiamo l'obbligo morale di vegliare affinché i nostri ideali e princìpi trovino eco e il più largo spazio in un’area dove si preparano, si formulano e si decidono opzioni per il divenire delle nostre società e delle generazioni future.

Dobbiamo rassegnarci? Non dimentichiamo che si deve assumere un impegno individuale nella società. Un impegno individuale che deve essere naturalmente nostro quando si tratta di difendere e di affermare il principio filosofico: "Fai ciò che devi" per riuscire a far capire a chi ci governa o a chi ci rappresenta al Parlamento europeo, le voci dell'umanesimo, del diritto e di tutto quanto rappresenta la ricchezza generosa e ambiziosa della nostra eredità. Non possiamo restare paralizzati di fronte alle immense sfide e ancor meno rassegnati, perché l'ineluttabile sarebbe la negazione stessa della nostra aspirazione al progresso delle idee e a quello della società.

Ma allora, quali prospettive considerare, quali le modalità per agire? Dobbiamo imparare a pensare globale e sul lungo periodo. Cioè, senza trascurare le questioni del momento che comunque plasmeranno anche il futuro, dobbiamo puntare sull'insegnamento, mirare anche sulle élite di domani.

Nulla permette oggi di affermare che questo slancio condotto da pochi permanga nel tempo. Tuttavia possiamo osservare questo movimento attuale con un soffio di speranza.

Non possiamo accrescere la portata di tutto ciò se non coinvolgendoci, ciascuno di noi, con più forza, con più concretezza, con più convinzione e con più costanza.  Ma anche prendendo coscienza di tutta l’importanza di perpetuare tutto ciò nel tempo.

La nostra riunione odierna mi suggerisce un’ulteriore riflessione. Piuttosto che sempre e soltanto denigrare, deplorare, contestare la giustezza delle scelte, il nostro futuro per un’Europa migliore domani potrebbe prodursi anche per il tramite di “think tanks”. Questi contenitori di idee, questi laboratori per pensare il futuro che, nella misura in cui siano vicini ai nostri ideali o permeabili ad essi, potranno aiutare la  trasposizione e l’affermazione nel mondo reale e nelle nostre società delle istanze europee.

 

Tutto ciò passa necessariamente anche attraverso una definizione dei ruoli e delle prerogative di ciascuno, poiché l'eccesso di centralizzazione è paralizzante, mentre quello di delegare il potere senza legittimità, è contestabile.

Ci troviamo in questo periodo in una fase di costruzione lenta, mentre l'Europa continua ad andare avanti e altri attori compaiono sulla scena, ovviamente senza aspettarci. La sfida che ci è posta per contribuire a costruire l'Europa di domani è certamente di grande spessore. Ma è anche esaltante, perché ci offre uno spazio eccezionale per l’affermazione di princìpi, in un universo in cerca di riferimenti.

 

L'Europa istituzionale, quella nata nel 1957 dai Trattati di Roma successivi a quelli della CECA nel 1951, anche se al di fuori di quest’ambito, deve ricevere tutta la nostra attenzione poiché è portatrice di valori che sono i nostri e che abbiamo contribuito a difendere durante i dibattiti che hanno costituito il preambolo della costituzione europea. Da essa inizia a strutturarsi lo sviluppo del nostro spazio comune globale, culturale e di pace, le cui tendenze geopolitiche recenti ed i movimenti tellurici ricorrenti ci ricordano la fragilità.

Qui si tratta di vivere insieme. E di vivere bene. Di vivere in Pace.

Ma si tratta anche di una prosperità distribuita in maniera disuguale tra uomini e donne.

Figli di culture vicine tra loro ma pesantemente gravate dall’eredità della storia nazionale di ciascuna, i cittadini del nostro Vecchio Continente stanno imparando solo da poco tempo a vivere insieme.

L'Euro, uno degli ultimi avatar, testimonia di questa volontà così difficile da mettere in atto, cioè quella di coniugare il privilegio di stampare moneta, in precedenza soltanto nazionale, senza tuttavia sapersi distaccare dalla fiscalità delle economie nazionali.

Ma non è forse giunto il momento di operare riforme anche a questo riguardo? E di cambiare le mentalità?

A mio avviso, noi potremo avanzare solo con l’approfondimento di colloqui informali ma costruttivi, con l’impegno alla ricerca e allo sviluppo, con la prospettiva dell'insegnamento e dell'istruzione.

Si invita dunque ad un serio esame di coscienza sui nostri limiti, poiché tocca a noi tutti smuovere questo stato di cose.