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RASSEGNA STAMPA – NEWS a cura di REDAZIONE – ETICA A.c.
Yair Golan: «Annettere Gaza equivale alla distruzione di Israele»
inviata Gabriella Colarusso
di Roberto Bongiorni
5 agosto 2025
Sole24ore
Yair Golan , Intervista all’ex generale ed eroe del 7 ottobre.
GERUSALEMME - «L’annessione della Striscia di Gaza equivale alla distruzione di Israele. L’annessione della Cisgiordania è la stessa follia. Gaza deve essere amministrata dai Palestinesi». Se in Israele c’è un uomo capace di attirare critiche unanimi da parte di due fronti con posizioni inconciliabili, Governo e parte dell’opposizione, questo è Yair Golan. Generale riservista fino a maggio, prima che il ministro della Difesa Katz ordinasse che non indossasse più la divisa, Golan è il fondatore dei «Democratici», il nuovo partito politico che raccoglie la sinistra israeliana e continua a crescere tra quegli elettori che chiedono la fine della guerra e la liberazione di tutti gli ostaggi. «Israele è sulla strada per diventare uno Stato paria, come lo fu una volta il Sudafrica» aveva dichiarato in maggio. «Uno Stato sano non uccide i bambini per hobby». «È un incitamento oltraggioso contro i nostri soldati e contro lo Stato di Israele», aveva tuonato il premier Netanyahu. «Deve essere ostracizzato dalla vita pubblica», aveva minacciato il ministro della Difesa Israel Katz. Il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi non aveva esitato a definirlo «un terrorista». Nessuno, tuttavia, ha dimenticato quando, la mattina del 7 ottobre 2023, Golan, di sua volontà, si precipitò in auto per unirsi alle operazioni di salvataggio dei superstiti del massacro alla Nova Music Festival. Salvò sei giovani e uccise diversi estremisti di Hamas.
Generale, come giudica l’operato del Governo israeliano?
A questo terribile Governo dico che combatteremo con determinazione per cambiare rotta, per fermare questo corso distruttivo. Noi siamo i veri sionisti. Tutte le persone che sono qui adesso (davanti all’ufficio del premier), sono i veri sionisti. Persone che vogliono dignità, onore e una vita normale. Tutto ciò oggi in Israele è quasi impossibile a causa di questo Governo aggrappato a una visione messianica estrema, che non ha alcun legame con la realtà e che punta all’annessione della Striscia di Gaza. La quale probabilmente significherebbe la distruzione di Israele. La Knesset ha votato a favore per annettere anche la Cisgiordania. Tutto ciò fa parte della stessa follia.
Il vostro obiettivo è mettere fine alla guerra e liberare tutti gli ostaggi. E il futuro della Striscia?
Avremmo potuto avere un accordo per gli ostaggi più di un anno fa. È sempre lo stesso accordo: un cessate il fuoco permanente, la liberazione degli ostaggi, la liberazione dei prigionieri palestinesi e il ritiro dell’esercito dalla maggior parte della Striscia di Gaza.
Cosa lo impedisce?
I diversi aspetti di questo possibile accordo sono sul tavolo da mesi, ma Netanyahu e il suo Governo si rifiutano di accettarlo e si rifiutano di liberare gli ostaggi, facendoli vittime di questa guerra. Vogliono restare al potere e sbarazzarsi dei loro problemi giudiziari, in modo da mantenere viva questa loro visione messianica e folle.
È favorevole alla liberazione del palestinese Marwan Barghouti?
Non è il momento ora di entrare nei dettagli. Non si tratta di questa o quella persona. Dopo molti colloqui con figure arabe di spicco, posso assicurare che il mondo arabo è disposto ad assumersi la responsabilità della ricostruzione della Striscia. Esistono palestinesi moderati che possono formare un governo moderato per Gaza. Si può fare, ma dobbiamo andare avanti con qualcosa che traduca tutti i risultati militari in una vera politica, in una vera diplomazia. Dobbiamo fermare tutto questo.
Posso dire che non c’è alcuna intenzione di precipitare la Striscia di Gaza in una situazione miserabile. Malauguratamente, a causa della guerra in corso, la sofferenza nella Striscia di Gaza ha raggiunto livelli inaccettabili. Quindi, ripeto, dobbiamo porre fine alla guerra.sa pensa della fame a Gaza? Il Governo continua a negarla.
Yair Golan: «Annettere Gaza equivale alla distruzione di Israele»
Generale riservista fino a maggio, Golan è il fondatore dei «Democratici», il nuovo partito politico che raccoglie la sinistra israeliana e continua a crescere tra quegli elettori che chiedono la fine della guerra.
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di Barbara de Munari, 03 agosto 2025
7 BAMBINE EBREE
In 7 Bambine Ebree, opera teatrale di Caryl Churchill composta nel 2009 dopo una campagna militare israeliana a Gaza, sette adulti suggeriscono cosa dire, e cosa non dire, a sette bambine ebree di epoche differenti. Si tratta del viaggio storico di un popolo, dall'Olocausto ai fatti di Gaza, e l'attenzione dell'autrice si focalizza sulla confusione che sembra permeare l'identità ebraica. Un atto d'accusa contro la guerra, il calcolo e l'interesse e che, soprattutto, mette in evidenza le contraddizioni e le oscillazioni della coscienza di un popolo.
L'opera, composta di sette scene, presenta dialoghi tra adulti che si rivolgono a sette bambine in diversi momenti storici, in cento anni di una storia millenaria. Il testo affronta temi come la protezione, la manipolazione, l'innocenza, la responsabilità e le conseguenze della guerra, usando un linguaggio poetico e tagliente.
Caryl Churchill (Londra, 1938) è considerata la più importante drammaturga inglese vivente. Le sue opere affrontano temi come femminismo, politiche sessuali, guerra, colonialismo e abuso di potere. Nata a Londra nel 1938, ha esordito all’inizio degli anni ’60 come autrice di radiodrammi polemicamente antiborghesi ed è oggi considerata la più importante autrice inglese vivente. La sua prima commedia Owners fu prodotta nel 1972 dal Royal Court Theatre. Tra le sue opere più espressive: Cloud nine, Top girls, A mouthful of birds, The Striker, Mad forest, A number, Far away.
La composizione di 7 Bambine Ebree si svolge in 7 parti: 7 discorsi di adulti rivolti ad altrettante bambine nel corso della storia. Un testo poetico e spiazzante, un sussurro e un grido, che mette al centro l’infanzia come capro espiatorio, testimone innocente o pretesto per le decisioni dei grandi: «Dille che è un gioco. Dille che è una cosa seria. Ma non spaventarla. Non dirle che la uccideranno».
Arrivata in scena in occasione della Giornata della Memoria, è un testo apparentemente esile, di poche pagine. Eppure, come pochi altri, aspro e feroce. Caryll Churchill, ha scritto quest’opera di denuncia nel 2009, all’indomani della operazione militare Piombo fuso, condotta dall’esercito israeliano a Gaza. Passati quasi venti anni nulla sembra essere cambiato.
Ecco allora la poetica e inesorabile narrazione di Sette Bambine Ebree, che ripercorre in sette quadri cento anni di storia. A partire proprio dalla terribile pagina della Shoah, nel testo rivive con sintesi folgorante tutta la tragedia del popolo ebraico, L’attualità diventa storia, e la storia diventa un mito.
Un’opera potentissima, dunque, all’altezza delle grandi tragedie greche.
Il testo è il canto di un coro, una famiglia che diventa clan e popolo e che si rivolge a una piccola bambina che non compare mai. Un coro che è specchio di una coscienza lacerata, dove voci violente e spietate si alternano a disperate grida d’aiuto. Un coro che è specchio della nostra coscienza, testimone di qualcosa che è incapace di arrestare.
In scena, quei cento anni di storia sono attraversati, sono mostrati nelle parole degli adulti, doppi e a volte trini in scena, rivolte a una invisibile bambina nascosta in una carrozzina per neonati.
La storia è descritta in una dinamica esistenziale, dalle persecuzioni naziste, alla Shoah, al ritorno alla “Terra Promessa” nella prospettiva del sionismo più puro.
La scrittura scenica mostra per ogni fase storica una doppia e opposta prospettiva, una scissione, di questi adulti che dovrebbero spiegare e poi giustificare scelte che però non sono in grado di spiegare e giustificare, contrapponendo gli opposti con un effetto di trascinamento, anche ideologico, che appare infine senza alternativa e dunque inevitabile.
La parola della drammaturga è lucida e insieme disperata, di fronte al definitivo tramonto di ogni età dell'innocenza in quella bambina, in quelle sette bambine perse nel tempo, e che sono già o saranno presto adulte.
Dire e tacere non sono opzioni opposte, ma parte integrante di ogni espressione.
Così dal “Ditele che c’è ancora gente che odia gli ebrei” e correlato al “Ditele che c’è gente che ama gli ebrei” dei tempi della persecuzione nazista, si arriva, nelle ultime quattro fasi del ritorno, al “Ditele che forse possiamo convivere” correlato al “No, questo non glielo dite”, in una coazione a ripetere che sembra nutrirsi solo di vendetta.
E ancora: “Ditele che il pugno di ferro adesso ce l’abbiamo noi, ditele che è la nebbia della guerra, ditele che non smetteremo di ucciderli finché non saremo al sicuro… Ditele che a me non importa se il mondo ci odia, ditele che a odiare siamo più bravi noi, ditele che siamo il popolo eletto, ditele che guardo uno dei loro bambini coperto di sangue, e cosa sento? Ditele che sento solo la felicità che non sia lei”.
E il biblico Dio degli eserciti che sconfigge i nemici di Israele, è anche il Dio che punisce Israele, dal diluvio, al fuoco di Sodoma e Gomorra, agli infiniti suoi esìli e diaspore.
Un'attualità che sa di profezia, con dialoghi che scavano l'intimità di ciascuno, ciascuno per la sua strada fino a incrociare l'altro.
Ma alla fine sembra non esistere alcuna razionalità umana, ogni legame che esiste tra l’essere umano e Dio è un legame che appare al di sopra di qualsiasi razionalità e logica.
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RASSEGNA STAMPA a cura di REDAZIONE – ETICA A.c.
Di Ugo Milano
Open, 2 agosto 2025
Segre spiega perché su Gaza non si deve usare la parola genocidio: «Troppo carica di odio e viene usata per vendetta».
La senatrice a vita: «Israele non è né l'erede né il rappresentante degli ebrei europei vittime della Shoah». E sullo Stato palestinese è d'accordo con Grossman: due popoli, due Stati.
«Se in Israele il problema è quello di arrestarsi sull’orlo dell’abisso, qui in Europa il problema è duplice: aiutare israeliani e palestinesi che in quell’abisso rischiano di sprofondare, ma al tempo stesso non far dilagare qui la barbarie culturale che un acritico arruolamento su uno o sull’altro dei due fronti più estremi sta producendo. Per questo mi sono sempre opposta e continuo a oppormi a un uso del termine «genocidio» che non ha nulla di analitico, ma ha molto di vendicativo. È uno scrollarsi di dosso la responsabilità storica dell’Europa, inventando una sorta di contrappasso senza senso, un ribaltare sulle vittime del nazismo le colpe dell’Israele di oggi, dipinto come nuovo nazismo».
A dirlo è la senatrice a vita Liliana Segre in un passaggio della sua intervista a “La Repubblica”, dove commenta le parole dello scrittore israeliano David Grossman sulla Striscia di Gaza.
Per Segre quello di Grossman «è un ammonimento giusto, quando si arriva ad affamare una popolazione, per quanto le responsabilità siano condivise con Hamas, il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Ed è veramente straziante per me vedere Israele sprofondato in un simile abominio con alcuni ministri fanatici che, con gli occhi fuori dalle orbite, gridano propositi di virulenta disumanità, oppure con gruppi di coloni che compiono vergognose azioni squadristiche ai danni di palestinesi inermi in Cisgiordania».
Sul governo di Netanyahu dichiara: «Israele non è né l’erede né il rappresentante degli ebrei europei vittime della Shoah: non deve usare quello scudo per giustificare qualunque suo eccesso, che peraltro non deve nemmeno essere usato come pretesto per tornare ad odiare il popolo ebraico e perfino le vittime di 80 anni fa».
«Anche sullo Stato palestinese – conclude Segre – sono d’accordo con Grossman. Sono sempre stata a favore di ‘Due popoli, due Stati’. Le condizioni indicate dal presidente Macron sono lungimiranti e, se attuate, garantirebbero una convivenza pacifica dei due Stati, uno accanto all’altro, non uno al posto dell’altro».
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o comportarci in modo politicamente maturo di fronte agli attacchi che sicuramente ci saranno. Ma non c’è un altro piano». E sull’idea del
ADESSO DEVO DIRLO
RASSEGNA STAMPA, a cura di Redazione ETICA A.c.
Di David Grossman, 1 agosto 2025
«È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto».
«Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: “genocidio”. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì».
Queste le parole, in un’intervista a Repubblica, dello scrittore israeliano David Grossman.
«Genocidio: pronunciarlo in confronto a Israele basta questo per dire che sta succedendo qualcosa di molto brutto».
«Anche solo pronunciare questa parola, “genocidio”, con riferimento a Israele, al popolo ebraico: basterebbe questo, il fatto che ci sia questo accostamento, per dire che ci sta succedendo qualcosa di molto brutto – prosegue -. Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi.
«Genocidio: è una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto. E porta ancora più distruzione e più sofferenza».
«Resto disperatamente fedele all’idea dei due Stati, principalmente perché non vedo alternative – dichiara lo scrittore -. Sarà complesso e sia noi sia i palestinesi dovremo comportarci in modo politicamente maturo di fronte agli attacchi che sicuramente ci saranno. Ma non c’è un altro piano».
E sull’idea del presidente francese Macron che propone il riconoscimento dello Stato palestinese aggiunge: «Credo sia una buona idea e non capisco l’isteria che l’ha accolta qui in Israele. Magari avere a che fare con uno Stato vero, con obblighi reali, non con un’entità ambigua come l’Autorità palestinese, avrà i suoi vantaggi. È chiaro che dovranno esserci condizioni ben precise: niente armi. E la garanzia di elezioni trasparenti da cui sia bandito chiunque pensi di usare la violenza contro Israele».
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TRA REALTÀ E NARRAZIONE
di Giulio Galetti, 1 AGOSTO 2025
Un giornalista coscienzioso delll’Adnkronos, ha verificato sul sito della UnOps-Un2720 una serie di numeri sepolti nei submenu di questa agenzia ONU, numeri CLAMOROSI che fanno impressione, ma prima é necessario sapere chi sia e quali siano i compiti di UnOps-Un2720.
È la risposta alla risoluzione 2720 del Consiglio di Sicurezza, adottata il 22 dicembre 2023 per facilitare, coordinare, monitorare e verificare l’ingresso dei beni umanitari nella Striscia tramite Paesi non parte al conflitto, il sistema delle Nazioni Unite UnOps–Un2720 è diventato in pochi mesi l’infrastruttura amministrativa e tecnica attraverso cui dovrebbero passare gli aiuti diretti a Gaza.
A maggio e giugno, quasi 40mila pallet sono stati scaricati oltre i varchi controllati dall'IDF che oggi consentono l’accesso a Gaza. Corrispondono a circa 40mila tonnellate di aiuti alimentari, medici, energetici.
Solo 30mila sono stati raccolti, di cui solo 4.200 giunti alla destinazione prevista a Gaza.
25.700 pallet (ovvero 23.350 tonnellate), dopo essere partiti su 1753 camion, sono stati “intercettati”, questa la definizione delle Nazioni Unite “o pacificamente da persone affamate, o con la forza da soggetti armati (chissà mai chi sono i soggetti armati che girano a Gaza sopra e sotto terra).
Solo un decimo degli aiuti disponibili al confine della Striscia è arrivato senza intoppi alle persone che ne avevano bisogno secondo le agenzie che stanno lavorando sul campo (tra tutte, il Wfp, programma alimentare mondiale; ma ci sono anche Unicef, Croce Rossa/Mezzaluna Rossa, Medici Senza Frontiere, Organizzazione mondiale della Sanità e altri). Il resto dei carichi è stato bloccato e svuotato da civili disperati o sequestrati dalle milizie di Hamas che tuttora controllano buona parte del territorio e della popolazione.
Questi dati, precisi forniti dalle Nazioni Unite e che non specificano quale percentuale degli aiuti “persi” sia opera di forze militari locali, confermano in toto la versione israeliana sulle cause della crisi alimentare a Gaza.
Cibo e medicine ci sono ma sono sequestrati da Hamas che sceglie se, come e a chi distribuirli, e a quale prezzo (nonostante si tratti di aiuti gratuiti). L’obiettivo di UnOps-Un2720 non è sostituire le agenzie umanitarie né gli attori logistici esistenti, bensì fornire un punto unico di ingresso, una lingua comune e una catena di responsabilità verificabile, con etichette e codici univoci associati a ogni collo. Opera in modo neutrale e serio, ed è guidato dall’ex ministra olandese Sigrid Kaag. Che a gennaio 2025 è stata nominata anche Coordinatrice Speciale per la pace nel Medio Oriente, ed è sposata con Anis al-Qaq, ex ambasciatore palestinese e politico di Fatah. Dunque questi numeri, misconosciuti, disegnano uno scenario radicalmente diverso rispetto a quanto narrato a proposito delle responsabilità in capo a Israele sul presunto blocco degli aiuti umanitari.
Agevolo per gli scettici
https://app.un2720.org/tracking
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Ieri il Primo Ministro palestinese all’ONU ha detto senza mezzi termini che Hamas deve rilasciare gli ostaggi, deporre le armi e andarsene da Gaza.
Oggi l'Egitto, il Qatar, l'Arabia Saudita, la Giordania, l'Unione Europea, la Turchia, il Regno Unito e altri 18 Paesi hanno firmato la Dichiarazione di New York. «Nel contesto della fine della guerra a Gaza, Hamas deve porre fine al suo governo e consegnare le armi all’Autorità palestinese, con l’impegno e il sostegno internazionale, in linea con l’obiettivo di uno Stato palestinese sovrano e indipendente», si legge nella dichiarazione.
Meglio tardi che mai, ma il mondo sembra aver capito che la fine della guerra va chiesta in primis ad Hamas, e non può prescindere da una sua resa incondizionata.
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