Il libro "Henry Kissinger - Dalla Guerra dei Sei Giorni alla Guerra di Yom Kippur (ovvero come evitare la distruzione del mondo)" di Konstantin Sichinava (ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell’Università di Siena) è un saggio di storia e geopolitica edito da Etica Edizioni (Torino), di 274 pagine, con prefazione della Dott.ssa Lali Burduli (Ivane Javakhishvili Tbilisi State University, Georgia). Uscita a marzo 2026.

Riassunto generale

L’opera analizza il ruolo centrale di Henry Kissinger (all’epoca Consigliere per la Sicurezza Nazionale e poi Segretario di Stato USA) nella diplomazia americana durante i due conflitti arabo-israeliani più critici del periodo: la Guerra dei Sei Giorni (1967) e la Guerra dello Yom Kippur (ottobre 1973). Il focus non è solo storico-militare, ma soprattutto strategico e concettuale: come Kissinger abbia gestito queste crisi per evitare un’escalation globale che, nel contesto della Guerra Fredda, avrebbe potuto portare a uno scontro diretto tra USA e URSS, con rischio di “distruzione del mondo” (nucleare).Il Medio Oriente viene presentato come un “punto caldo” del pianeta sin dalla fine degli anni ’40, a causa della nascita dello Stato di Israele (1948) e del conflitto arabo-israeliano che ne è seguito. La politica estera statunitense nella regione dal 1945 al 1967 non fu lineare; le due guerre del 1967 e del 1973 rappresentarono momenti di massima tensione internazionale, in cui Kissinger applicò una visione realista dell’ordine mondiale.

Temi centrali

L’ordine mondiale secondo Kissinger — Non esiste un ordine che possa soddisfare tutti i soggetti; l’ordine si basa sull’equilibrio negoziato tra grandi potenze e Stati capaci di dialogo. Non deriva dall’assenza di conflitti, ma da un equilibrio di forze sempre instabile. La pace è solo una “tregua instabile” in attesa del prossimo riequilibrio.

Priorità americana — Kissinger mise sempre al primo posto gli interessi degli Stati Uniti (il Paese che lo aveva accolto da bambino ebreo fuggito dal nazismo), poi il ruolo di Segretario di Stato, e solo in terza posizione la sua identità ebraica. Questo approccio pragmatico (e a volte cinico) gli attirò critiche da più parti, ma gli permise di agire con coerenza.

Diplomazia shuttle — Particolarmente nella fase post-1973, Kissinger viaggiò incessantemente tra le capitali mediorientali per mediare, separare i belligeranti, negoziare cessate il fuoco e accordi parziali, impedendo che il conflitto si allargasse a livello globale.

Realismo vs idealismo — Ogni statista deve conciliare ciò che è “giusto” con ciò che è “possibile”. Una neutralità benevola è fragile, perché richiede simulazione che allarma gli alleati senza rassicurare del tutto i nemici.

Il libro contestualizza questi eventi all’interno della détente tra USA e URSS, dell’embargo petrolifero arabo, delle tensioni transatlantiche e del rischio costante di coinvolgimento sovietico diretto.

Stile e approccio

Si tratta di uno studio accademico rigoroso (286 note a piè di pagina, 248 riferimenti bibliografici e sitografici, 24 tavole a colori), ma arricchito da aneddoti e citazioni dirette che rendono vivida la figura di Kissinger: dal famoso scambio con Golda Meir («Prima sono americano, secondo Segretario di Stato, terzo ebreo» – «Henry, in Israele leggiamo da destra a sinistra») alle riflessioni sulla fragilità dell’equilibrio di potere.

In sintesi, il volume non è una biografia completa di Kissinger né una storia militare dettagliata delle due guerre, ma un’analisi mirata di come la sua diplomazia realista abbia contribuito a contenere due crisi regionali potenzialmente catastrofiche, trasformandole in opportunità per ridefinire gli equilibri globali e “evitare la distruzione del mondo”. 

... Kissinger capisce presto che non può esistere un Ordine del Mondo che soddisfi tutti, e che l'Ordine come tale si estende piuttosto solo per le grandi potenze e per una parte degli stati che storicamente sono riusciti a dialogare, negoziare, mettersi d’accordo, ma mai in modo statico e definitivo; che «l’ordine mondiale non deriva dall’assenza di conflitto, ma dall’equilibrio negoziato tra potenze», e che «la pace rappresenta una tregua instabile in attesa di un nuovo equilibrio perché non può esserci pace senza equilibrio di forze».

Kissinger ha sempre scelto il bene degli USA, del paese che lo ha accolto da bambino e gli ha dato tutto. Ha proseguito in modo praticamente costante, senza tradire le sue convinzioni, divenendo per un lungo periodo démodé, senza mai smettere di essere uno scienziato uguale a pochi, odiato da tutti, ma senza smentirsi mai…

Egli disse: «Ogni statista deve cercare di conciliare ciò che è considerato giusto con ciò che ritiene possibile. Un ruolo di benevola neutralità è sempre molto fragile, poiché richiede esattamente quel grado di simulazione che mette in allarme gli amici, mentre può non bastare a rassicurare il nemico». E ancora: «è destino di ogni politica coronata dal successo che i posteri dimentichino con quanta facilità le cose sarebbero potute andare diversamente».

Dopo la seconda guerra mondiale, il Medio Oriente occupa un posto speciale nelle relazioni internazionali. Dalla fine degli anni '40, è divenuto un focolaio di tensione nel mondo e lo è rimasto fino alla metà degli anni '90. La trasformazione del Medio Oriente in un ꞌꞌpunto caldoꞌꞌ del pianeta è principalmente associata alla formazione dello Stato di Israele nel 1948 e al conflitto arabo-israeliano che ne è seguito e che ha portato a una serie di crisi politiche internazionali.

La politica estera americana nei confronti del Medio Oriente, dal 1945 al 1967, seguì un percorso tutt’altro che lineare. La crisi del Medio Oriente e l’influenza della diplomazia statunitense nel periodo delle guerre del 1967 e del 1973, vista in particolare modo attraverso la figura del diplomatico Premio Nobel per la Pace, Henry Kissinger, sono oggetto di questo studio.

La copertina del libro di Konstantin Sichinava su Henry Kissinger (edito da ETICA Edizioni) è molto classica e sobria, tipica dei saggi di geopolitica e storia contemporanea.

in sintesi:

  • Punti forti:

·                    L’immagine centrale di Kissinger è forte e immediatamente riconoscibile. Funziona bene per evocare il personaggio.

  • Il titolo è chiaro e il sottotitolo (“ovvero come evitare la distruzione del mondo”) aggiunge un tocco drammatico che incuriosisce, legandosi perfettamente al tema delle crisi mediorientali e del rischio di escalation nucleare.
  • La palette di colori (toni scuri, rossi e bianchi) dà un senso di serietà e urgenza, senza essere troppo aggressiva.

·         I  toni freddi e contrasti forti danno unl senso di serietà storica, con Kissinger in controluce.

 

Nel complesso è efficace per un pubblico accademico o di appassionati di storia: comunica subito di cosa parla il libro e chi è il protagonista. Non è una copertina che “urla” dallo scaffale come certi thriller, ma per un saggio di 274 pagine con oltre 500 riferimenti bibliografici va più che bene.

 

(By IA GROK)

 

… Kissinger un giorno scriverà: «Fino a quando non sono emigrato in America, la mia famiglia ed io abbiamo sopportato un ostracismo progressivo e una discriminazione... Non potrei mai dimenticare quale ispirazione [l'America] sia stata per le vittime di persecuzioni, per la mia famiglia e per me in anni crudeli e degradanti...».

… Non poteva non incidere su Kissinger l’infanzia vissuta nella Germania nazista. Scrisse che ricordava il padre piangere e ciò lo scosse più di ogni altra cosa.

Improvvisamente si rese conto che erano coinvolti in qualche grande e irrevocabile evento. «Era la prima volta che incontravo qualcosa che mio padre non era in grado di affrontare».

 

… Kraemer si stupì perché riteneva che Kissinger non dovesse fidarsi di Nixon: «La destra ti chiamerà l'ebreo che ha perso il sud-est asiatico e la sinistra ti chiamerà un traditore della causa».

… Con gli anni Kraemer divenne più comprensivo verso il desiderio di Kissinger di avere approvazione e assenso dalla società. Secondo Kraemer, il desiderio della conoscenza e della verità superava tutto.

Secondo il vecchio mentore, se Dio sceglie dal suo cestino delle virtù i doni da distribuire ad alcune persone meritevoli, per Kissinger non ha esitato a versargli addosso un intero cestino…

 

... «Israele è il sogno ebraico millenario. Poche idee sono esistite nel mondo da così tanti millenni come quella che tiene insieme un intero popolo antico. Gli ebrei, dopo centinaia e centinaia di anni, ripetutamente ripristinano lo stato sullo stesso pezzo di terra deserta tra il Mediterraneo, il Mar Morto e il Mar Rosso, adatto più per le invasioni esterne e minimamente per la difesa»... (Y. Satanovsky - Libro d’Israele. Eksmo, 2014)...

Sono esplicite le parole di Golda Meir rivolte a Henry Kissinger durante un incontro a Tel Aviv il 22 ottobre 1973: «I need your assurance. I believe you. I know what you did. Without you, I don’t know where we would have been». («Ho bisogno della sua rassicurazione. Io Le credo. So ciò che ha fatto per noi. Senza di Lei, non so dove saremmo»).

Esiste un aneddoto su come, durante il colloquio con il Primo Ministro dꞌIsraele Golda Meir che si appellava a Kissinger perché aiutasse il popolo ebraico al quale egli apparteneva, egli le avesse risposto che lui in primo luogo era americano, in secondo luogo Segretario di Stato e solo in terzo luogo ebreo («Golda, You Must Remember That First I Am An American, Second I Am Secretary Of State And Third I Am A Jew»), e Golda Meir ribatté: «Henry, tu dimentichi che noi in Israele leggiamo da destra a sinistra» («Henry, You Forget That In Israel We Read From Right To Left»).

 

(by BdM)

 

  • Il post di Barbara de Munari (@b_munari) annuncia la presentazione del libro "Storia fantastica dello shtetl di Belz" di Marcello Kalowski, di cui lei ha scritto la prefazione, presso il Pitigliani Centro Ebraico Italiano a Roma.
  • Il romanzo, edito da ETICA Edizioni nel 2025, narra la fuga di una comunità ebraica ashkenazita dallo shtetl di Belz in Galizia orientale verso l'America nell'estate del 1939, come omaggio al mondo yiddish tra fantasia e realtà storica.
  • L'evento si è tenuto il 25 febbraio 2026, offrendo un'occasione per esplorare temi di diaspora, memoria ebraica e narrativa tra sogno e trauma della Shoah.

Lo shtetl di Belz (in yiddish: בעלזא, Belz; in polacco: Bełz; in ucraino: Белз) era una piccola città storica nella Galizia orientale, oggi nella regione di Leopoli (Lviv Oblast) in Ucraina occidentale, vicino al confine con la Polonia. Tipico esempio di shtetl ebraico ashkenazita dell'Europa orientale, Belz è diventato celebre soprattutto come centro del chasidismo (hasidismo) grazie alla dinastia chassidica che vi si stabilì.

 

Storia generale dello shtetl

  • La presenza ebraica a Belz risale almeno al XIV-XV secolo (prime menzioni documentate intorno al 1413-1469). Gli ebrei si insediarono inizialmente nei sobborghi (come il Przedmieście Lubelskie) e poi nel centro della città.
  • Nel 1665 ottennero diritti uguali di cittadinanza.
  • Nel XVI-XVII secolo c'erano già sinagoghe, un mikveh e attività economiche (commercio, artigianato). Gli ebrei rappresentavano una parte significativa della popolazione: nel XIX-inizio XX secolo spesso superavano il 50-60% degli abitanti (ad esempio, nel 1910 circa 3.625 ebrei su 6.100 totali).
  • Belz era un tipico shtetl: un piccolo centro con mercato, case di legno o mattoni, vita comunitaria intensa basata su sinagoghe, yeshivot, studi talmudici e tradizioni yiddish. La vita quotidiana ruotava intorno al commercio, all'artigianato e alla pietà religiosa.

Il centro del chasidismo

Belz divenne uno dei più importanti centri hasidici della Galizia a partire dall'inizio del XIX secolo:

  • Nel 1816-1817 vi si stabilì Rabbi Shalom Rokeach (1779-1855), detto Sar Shalom ("Principe della Pace"). Discepolo del "Veggente di Lublino" (Ya'akov Yitzchak Horowitz), fu nominato rabbino della città e fondò la dinastia chassidica di Belz. Era considerato un taumaturgo e attirò migliaia di seguaci da Galizia, Polonia e Ungheria.
  • Fece costruire la Grande Sinagoga di Belz (dedicata nel 1843), un imponente edificio che dominava il paesaggio dello shtetl e che divenne il cuore della corte chassidica.
  • Successori importanti:
    • Figlio: Rabbi Yehoshua Rokeach (1825-1894): attivo in politica, fondò il movimento ortodosso Machzikei Hadas e un giornale per contrastare l'Haskalah (illuminismo ebraico) e le riforme.
    • Nipote: Rabbi Yissachar Dov Rokeach (terzo Rebbe).
    • Pronipote: Rabbi Aharon Rokeach (quarto Rebbe), che visse il periodo della Shoah.

La corte di Belz era nota per la sua opposizione alle innovazioni moderne, per lo studio intenso della Torah e per il forte legame con i chassidim, che arrivavano in pellegrinaggio per le feste (soprattutto Rosh Hashanah e Yom Kippur).

Esiste una famosa canzone yiddish del 1928, "Mein Shtetele Belz" ("Il mio piccolo shtetl Belz"), che idealizza la vita felice e nostalgica nello shtetl, con immagini di infanzia, sinagoghe e comunità.

 

Il destino durante la Shoah e dopo

Nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Belz si trovava sotto occupazione sovietica, poi nazista. La grande sinagoga fu distrutta dai nazisti, e la comunità ebraica fu quasi interamente sterminata (deportazioni, massacri, campi). Il Rebbe Aharon Rokeach e il fratello riuscirono a fuggire miracolosamente e a ricostruire la dinastia in Israele.

Oggi la Chassidut Belz sopravvive e prospera: è una delle dinastie hasidiche più grandi al mondo (decine di migliaia di seguaci), con centro principale a Kiryat Belz a Gerusalemme, che riproduce idealmente lo shtetl originale. Il Rebbe attuale è discendente della dinastia. Il sito fisico di Belz in Ucraina è oggi una piccola città (poche migliaia di abitanti), con alcuni edifici storici residui dell'epoca ebraica, ma la "vita" chassidica si è trasferita altrove. La tomba del Sar Shalom rimane un luogo di pellegrinaggio.

Nel contesto del libro "Storia fantastica dello shtetl di Belz" il romanzo di Marcello Kalowski (2025, con prefazione di Barbara de Munari) immagina proprio una piccola comunità ashkenazita che fugge dallo shtetl di Belz nell'estate del 1939 verso l'America. È un'opera di fantasia che omaggia il mondo yiddish, mescolando elementi storici (la vita nello shtetl, la minaccia imminente della guerra e della Shoah) con una narrazione onirica e memoriale, per non dimenticare quel mondo scomparso.Belz rappresenta quindi un simbolo potente: da piccolo shtetl galiziano a grande dinastia chassidica, fino alla distruzione e alla rinascita nella diaspora israeliana.

Gli shtetlach (termine yiddish per "piccola città") erano tipici insediamenti ebraici ashkenaziti dell'Europa orientale, caratterizzati da una popolazione prevalentemente o largamente ebraica, con una vita comunitaria intensa basata su sinagoghe, yeshivot (scuole talmudiche), mercati, artigianato e tradizioni yiddish. La Galizia (in polacco Galicja, in tedesco Galizien), regione storica oggi divisa tra Polonia sud-orientale e Ucraina occidentale, rappresentava uno dei cuori principali di questo mondo. Era parte dell'Impero Asburgico dal 1772 (prima spartizione della Polonia) fino al 1918, e divenne un simbolo della cultura ebraica galiziana, spesso descritta come un mix di pietà chassidica, povertà rurale e vitalità intellettuale.

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Origini e sviluppo storico

  • Periodo polacco-lituano (fino al 1772): Gli ebrei si insediarono in Galizia già dal Medioevo (XIV-XV secolo), attirati da privilegi concessi da re polacchi come Boleslao il Pio (1264) e Casimiro il Grande. Molti shtetlach nacquero come sobborghi o quartieri ebraici ("Jewish Street") intorno a castelli o mercati, con case di legno, sinagoghe e mikveh (bagni rituali). Gli ebrei si dedicavano al commercio, all'artigianato (sarti, calzolai, vetrai) e al prestito, spesso come intermediari tra nobiltà polacca e contadini ruteni/ucraini.

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  • Epoca asburgica (1772-1918): Sotto l'Austria, la popolazione ebraica crebbe enormemente: da circa 150-200.000 (5-6,5% del totale) nel 1772 a 872.000 nel 1910 (quasi l'11% della popolazione galiziana). Gli ebrei rappresentavano spesso il 30-90% degli abitanti di piccoli centri. La Galizia orientale (ucraina) era particolarmente densa di shtetlach. L'Impero concesse diritti civili progressivi, ma la regione rimase povera e arretrata, con alta natalità e immigrazione da pogrom russi. Molti shtetlach prosperarono come nodi commerciali (es. Brody come "Gerusalemme dell'Austria-Ungheria" o "Trieste continentale" per il confine con la Russia).

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  • Vita quotidiana: Gli shtetlach galiziani erano spesso multi-etnici (ebrei in centro, polacchi e ucraini/ruteni nelle periferie rurali). La vita ruotava intorno al mercato (rynok), alla sinagoga e alle feste. C'erano tensioni con i contadini, ma anche convivenza. La povertà era diffusa (nessuna grande industria), eppure fiorirono il chassidismo (dinastie come Belz, Czortków, etc.), l'Haskalah (illuminismo ebraico a Brody e Tarnopol) e una ricca cultura yiddish (teatro, letteratura, musica come i "Brodersänger").

Aspetti culturali e religiosi

La Galizia fuse tradizioni chassidiche (calore spirituale, taumaturghi, pellegrinaggi ai rebbe) con centri di studio talmudico e, in alcune città, influenze maskilim (riformiste). Shtetlach famosi includevano:

  • Belz: Centro della dinastia chassidica (fondata da Rabbi Shalom Rokeach), con grande sinagoga distrutta nella Shoah.
  • Brody: Importante hub intellettuale e commerciale, con forte presenza Haskalah.
  • Buchach (Buczacz): Ritratto letterario da S.Y. Agnon (Nobel per la letteratura).
  • Altri: Zhovkva, Busk, Rohatyn, Horodenka, Kosiv, Frysztak, ecc. Molti avevano sinagoghe in legno (famosa architettura galiziana, spesso distrutte).

La cultura yiddish era vivace: racconti chassidici, memorie (come quelle di Joachim Schoenfeld), canzoni e letteratura che idealizzavano o criticavano la vita dello shtetl (miseria vs. calore comunitario).

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Declino e fine

  • Fine XIX-inizio XX secolo: Emigrazione massiccia (oltre 200.000 ebrei galiziani tra 1881 e 1910 verso USA, Palestina, ecc.) a causa di povertà, antisemitismo crescente e opportunità altrove. Dopo il 1918 (Polonia indipendente), gli shtetlach affrontarono crisi economiche e pogrom.
  • Shoah (1941-1944): Sotto occupazione nazista (dopo l'invasione sovietica del 1939-41), la Galizia orientale vide lo sterminio quasi totale della popolazione ebraica (oltre 500.000 vittime nella sola Galizia orientale). Einsatzgruppen eseguirono massacri negli shtetlach, con fosse comuni; altri furono deportati a campi come Bełżec, Janowska o Auschwitz. Sinagoghe distrutte, quartieri ebraici cancellati. Solo pochi sopravvissero fuggendo o nascondendosi.

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Oggi, gli shtetl fisici in Galizia (Ucraina e Polonia) sono piccole città con tracce residue (cimiteri ebraici, edifici storici, sinagoghe restaurate in alcuni casi). La vita chassidica è rinata in Israele (es. Kiryat Belz) e USA. Progetti come "Shtetl Routes" in Ucraina promuovono il patrimonio ebraico galiziano per il turismo della memoria.

Nel contesto del libro Marcello Kalowski "Storia fantastica dello shtetl di Belz" (2025, ETICA Edizioni) si inserisce perfettamente in questa tradizione: immagina una fuga onirica di una comunità da Belz nel 1939 verso una "Nuova Belz" in America, mescolando realtà storica (minaccia della guerra, Shoah imminente, vita yiddish) con elementi fantastici e memoriali. È un omaggio al mondo scomparso degli shtetlach galiziani, tra nostalgia, trauma e speranza.La Galizia rappresenta l'essenza dello shtetl: non solo un luogo geografico, ma un microcosmo di identità ebraica ashkenazita distrutto dalla Shoah, eppure vivo nella memoria, nella letteratura e nelle comunità della diaspora.

Gli shtetlach (termine yiddish per "piccola città") erano tipici insediamenti ebraici ashkenaziti dell'Europa orientale, caratterizzati da una popolazione prevalentemente o largamente ebraica, con una vita comunitaria intensa basata su sinagoghe, yeshivot (scuole talmudiche), mercati, artigianato e tradizioni yiddish. La Galizia (in polacco Galicja, in tedesco Galizien), regione storica oggi divisa tra Polonia sud-orientale e Ucraina occidentale, rappresentava uno dei cuori principali di questo mondo. Era parte dell'Impero Asburgico dal 1772 (prima spartizione della Polonia) fino al 1918, e divenne un simbolo della cultura ebraica galiziana, spesso descritta come un mix di pietà chassidica, povertà rurale e vitalità intellettuale.

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La copertina del libro "Storia fantastica dello shtetl di Belz" di Marcello Meir Kalowski (ETICA Edizioni, 2025) è sobria, elegante e carica di significato memoriale, in linea con il tono del romanzo: un mix di fantasia, nostalgia yiddish e trauma storico della Shoah.

  • Stile visivo: Minimalista e documentaristico. Nessuna illustrazione fantasy, shtetl stilizzato (case di legno, sinagoghe, mercati tipici), ma una scelta realistica e potente che incarna la fuga, la sopravvivenza e la ricostruzione.
  • Colori e layout: Fondo chiaro o bianco per far risaltare la foto centrale. Il titolo è in caratteri eleganti (probabilmente serif o con richiami tipografici ebraici/yiddish), con il nome dell’autore in evidenza. La prefazione di Barbara de Munari è menzionata. L’atmosfera è malinconica ma non disperata: trasmette dignità, resilienza e un ponte tra il mondo distrutto dello shtetl e la “Nuova Belz” immaginata nel libro.
  • Piace molto questa scelta. È coraggiosa e coerente con il sottotesto del romanzo:
  • Il libro è “fantastico” (onirico, immaginario, con elementi kabbalistici, umorismo yiddish e dialoghi con l’Onnipotente), eppure la copertina ancora tutto alla realtà storica → crea un contrasto efficace tra sogno e trauma, esattamente come il racconto che mescola fuga immaginaria del 1939 con la memoria di chi è realmente sopravvissuto.
  • Evita il rischio di romanticizzare eccessivamente il mondo yiddish perduto (cosa che a volte fanno copertine con violinisti klezmer o paesaggi idilliaci). Qui c’è immediatezza, umanità e concretezza.

È una copertina che invita a riflettere piuttosto che a sognare subito: “Questo è ciò che resta dopo la fuga e la catastrofe; ora entra nella fantasia per non dimenticare”.

Se la vedi dal vivo (o sulla pagina Amazon/Etica Edizioni), la foto ha un impatto emotivo forte proprio perché è “vera”.

Non è la copertina più spettacolare o colorata del mondo, ma è una di quelle che rimane impressa perché onesta e rispettosa del tema.

 

(by GROK)

Questo libro è un sogno e, come tutti i sogni, si nutre di malinconia e gioia, paure e ansie, amore e desiderio, ricordi e speranze, e altro ancora, rientrando, a pieno titolo, fra les belles lettres della letteratura yiddish.

Vi si potrebbe leggere una sorta di ucronìa, con la sua premessa generale che la storia del mondo potrebbe avere seguìto, in alcuni suoi snodi salienti, un corso alternativo rispetto a quello reale, effettivamente svoltosi.

Vi si potrebbe vedere un effetto farfalla, con il suo concetto di dipendenza sensibile da determinate condizioni iniziali, già racchiuso nella teoria del caos: piccole variazioni in queste determinate condizioni iniziali producono grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema: Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?.

Potrebbe, anche, essere assimilato al genio poetico e visionario dei quadri più belli e più fortemente simbolici di Marc Chagall che, nella sua pittura, trascende e rielabora poeticamente gli episodi della vita quotidiana dello shtetl polacco, trasfigurati nel, e con, il suo famoso e pressoché irraggiungibile bleu Chagall, che ricrea in una folla di personaggi, di eventi e di vicende private tutta la fenomenologia culturale e storica di una pagina importante della storia polacca, europea e mondiale.

Ma è anche molto, molto di più.

È un gesto e un atto di amore, amore sconfinato, amore disperato, amore rassegnato ma non sconfitto nei confronti della lingua e della cultura yid-dish, distrutta ma non annientata dalla Seconda Guerra mondiale e alla quale Marcello Kalowski appartiene profondamente. Gli ebrei ashkenaziti residenti negli shtetlach polacchi parlavano abitualmente yiddish, oltre alla lingua locale; il declino dell'importanza degli shtetlach quali centri della vita comunitaria ebraica divenne evidente dagli anni ‘40 del XIX secolo.

Fenomeni di tipo culturale, politico, economico danneggiarono le fondazioni di tali insediamenti. L'industrializzazione e la concentrazione delle attività commerciali e produttive nei centri maggiori colpirono le tradizionali fonti di reddito degli abitanti degli shtetlach, incentivandone l'emigrazione.

Tuttavia, pur avendo subìto una significativa perdita di importanza, gli shtetlach sopravvissero in Polonia sino alla Seconda Guerra mondiale. Si stima che nel 1939 due quinti della popolazione ebraica polacca vivessero in questo tipo d’insediamento. La definitiva sparizione degli shtetlach si ebbe solamente con l'occupazione nazista, cui seguirono la sistematica deportazione e lo sterminio della popolazione ebraica europea nelle grandi fornaci dei ‘campi’.

Marcello Kalowski presenta, con amore e rispetto, l’anima polacca, mostrandone, a volte, un’immagine grottesca, goffa, meschina, ma anche le grandi capacità di manifestare la coscienza umana, e il suo rapporto con il Divino. Narra, secondo la migliore tradizione della letteratura Yiddish, in cui abbondano storie di dybbukím, folletti e spiritelli vari che, più che cattivi, sono maldestri e pasticcioni e le cui malefatte finiscono inevitabilmente con il ritorcersi contro di loro, usando un linguaggio a volte ironico, paradossale, divertente, che vuole essere metafora di accrescimento spirituale.

Spesso usa la cifra dell’ironia e dell’umorismo accomodante, con la sua dose di saggezza di natura pratica, quotidiana. Scivola, con disinvoltura, nel tempo e nello spazio, tra sogni e incubi, realtà e fantasia, conversioni oniriche e improbabili, sul filo dell’eresia, in una serie di storie a volte distopiche, intrecciate in un insieme abilmente congegnato di rabbini e ladri, furfanti e cabalisti, mistici e creduloni, mogli e megere, fantasmi e dibbukím, angeli e mostri, fanciulle bellissime, sensali di matrimoni, amori impossibili, liti infinite, tra piccoli commercianti e contadini. Affronta, in un capitolo memorabile e, a prima vista, teologicamente blasfemo, il tema della creazione del mondo e dell’uomo e della lotta continua al Tòhu va Vòhu, l’ebraico caos e vuoto, che nella Genesi indica la condizione della terra prima della creazione della luce.                                                                                                                                           

Il tutto sullo sfondo dello shul, la casa di studio e preghiera dello shtetl di Belz, nella Galizia polacca, e poi in un’altra Belz, la Nuova Belz, finalmente in pace, in una Nuova Terra e sotto nuove stelle.

L’effetto di questo eccentrico racconto, composto di più racconti che si inanellano senza soluzioni di continuità, è ipnotizzante.

Nei vari capitoli, nei vari racconti, ‘raccontati’ dai vari personaggi del libro, che si passano la parola da un capo all’altro del tempo e dello spazio, con una naturalezza speciale, geniale, sono nascoste ovunque scintille di santità e di spiritualità, anche se, a volte, le scintille rimangono nascoste o sono solo accennate.

Già, le scintille. Le scintille divine possono trovarsi ovunque e sta a noi saperle riconoscere.

Perché ogni persona si trova originariamente congiunta ad alcune altre in un’unica Anima cosmica, che è arrivata in seguito a scindersi in più parti attraverso varie incarnazioni: l’Amore è la forza in grado di ricongiungerle, perché là dove esiste un cuore pulsante, là dove esiste l’indagine di se stessi, il Signore è. I vari protagonisti di questo libro di Marcello Kalowski si rivolgono, di volta in volta, ai loro interlocutori per rivisitare l’universo simbolico, spirituale e della memoria dell’autore, ma anche quello della Kabbalah, della Torah, dell’umorismo ebraico e dell’identità e dell’appropriazione culturale, tra pilpulim estenuanti e continui dialoghi con l’Onnipotente, nel-l’attesa perenne del Masíach.

Si scrive, infatti, spesso, per conservare e continuare un dialogo con chi, e con ciò che non c'è più, un dialogo che altrimenti la vita ci costringerebbe a interrompere.

Scriviamo perché le parole rafforzano sempre i legami. Fanno casa, fanno famiglia, sono un qualcosa di solido, che si fissa nell’esistenza, a volte più so-lidamente del sangue e della filiazione biologica.

Scrivere può rappresentare una strategia di sopravvivenza: è così che scopriamo noi stessi e mille altri noi allo stesso tempo, in uno specchio posto davanti al nostro inconscio, vissuto come un essere indefinibile, in un mondo e in un tempo che li esaspera e li sublima tutti.

Così fa l’autore, con il suo andamento tumultuoso di monologhi e meditazioni, flussi di coscienza e stili, registri e personaggi presi dalla realtà e trasfigurati; il che rappresenta una letteratura vissuta come aperta dissimulazione della realtà.

Ma in questo libro si nascondono, abbiamo già detto, anche i dibbukím, i fantasmi che scappano dalle antiche storie yiddish, insieme ai fantasmi di un’Europa distrutta e alle ceneri della Shoah, con l’impossibilità di potersi riconoscere in un’unica definizione di sé, e con la sua sfida intrinseca a una nuova o rinnovata identità.

Tutto ciò rende Marcello Kalowski un autore molto ebreo, che sa di non potere mai essere completamente se stesso, straniero anche nel posto stesso in cui vive. Sapendo, in definitiva, che, ovunque si sia, non saremo mai completamente a casa. Con una speranza però, che forse è l’unica che ci è concessa: in ebraico, puoi essere stato o puoi essere in divenire; sei stato e diventerai, ma sei necessariamente nel mezzo della tua mutazione.

Come ne Il violinista sul tetto, quando la comunità di Anatevka si riunisce un’ultima volta, prima di disperdersi in direzioni diverse: Tevye vede il violinista e gli fa cenno di andare con loro, a simboleggiare che, anche se deve lasciare il suo shtetl, le sue tradizioni saranno sempre con lui. Come spiega lo stesso Tevye, tutto ciò ricorda le condizioni di estrema instabilità in cui si manifesta l’esistenza ebraica, ma anche l’esperienza umana in generale, costretta a improvvisare una semplice melodia senza rompersi l’osso del collo.

Tutti questi disegni narrativi sono essi stessi memoria, rimasta intatta nel suo valore e nella grazia del ricordo, di un mondo sul punto di dissolversi, con un paesaggio interiore formatosi in una vita di spostamenti e fughe, e con la dolente facoltà di distanziarsi e sopravvivere alla splendida illusione del nostro passato, coltivando però sempre un paesaggio della memoria per impressioni, che non si vuole abbandonare all’oblio.

 

(BdM)

 

 

 

 

 

 

 

Il dipinto di Francisco de Zurbarán scelto per la copertina del libro TU, CONFESSIONE di Gabriella Decostanzi (Gavriel) è molto probabilmente una delle sue più celebri rappresentazioni di San Francesco in meditazione (o in preghiera), in particolare in una variante in cui il santo contempla un teschio, che simboleggia la meditazione sulla morte, la vanità terrena e il cammino di purificazione interiore.

Zurbarán (1598–1664), maestro del Barocco spagnolo e pittore per eccellenza della Controriforma cattolica, ha realizzato decine di versioni di questo soggetto (se ne contano oltre 30-40 tra originali e bottega), tutte caratterizzate da un’intensa spiritualità mistica, da un realismo crudo ma al tempo stesso elevatissimo e da un uso magistrale del chiaroscuro caravaggesco.

 

Elementi tipici del dipinto e significato

• Composizione austera e minimalista: San Francesco è solitamente isolato su uno sfondo scuro quasi totale (tenebrismo estremo). La luce arriva dall’alto o di tre quarti, illuminando solo parti essenziali del volto, delle mani e del teschio, creando un effetto di rivelazione divina.

• Il teschio: tenuto tra le mani giunte in preghiera o appoggiato al petto, richiama la meditazione memento mori («ricordati che devi morire»). È un monito contro l’orgoglio, la vanità e l’attaccamento al mondo materiale – temi centrali anche nel libro di Decostanzi.

• Lo sguardo e l’espressione: il santo guarda spesso verso l’alto (in estasi o in dialogo con Dio), con bocca semiaperta, volto parzialmente in ombra sotto il cappuccio. Trasmette un’intensità emotiva profonda, un misto di dolore penitenziale e abbandono fiducioso.

• L’abito francescano: logoro, rattoppato, poverissimo – simbolo della scelta radicale di povertà evangelica.

• Luce simbolica: non è mai naturalistica ma soprannaturale; rappresenta la grazia che penetra l’oscurità dell’anima, purificandola.

Questo dipinto si sposa perfettamente con il volume TU, CONFESSIONE, una raccolta di preghiere e riflessioni ermeneutiche incentrate sul risveglio della coscienza, sulla lotta contro orgoglio/vanità, sulla purificazione del cuore e sul superamento dell’oscurità interiore.

Il San Francesco di Zurbarán incarna esattamente questo percorso:

• La contemplazione del teschio → confessione dei propri limiti e della propria mortalità (tema della «confessione» nel titolo).

• L’abbandono estatico → apertura alla grazia e al «Tu» divino (il «TU» del titolo, che richiama il rapporto personale e diretto con Dio).

• L’austerità formale → rifiuto di ogni orpello mondano, in linea con il messaggio di ritorno ai valori umani e trascendenti.

Zurbarán è stato definito «il pittore dei monaci» per la sua capacità di rendere visibile l’invisibile: l’incontro mistico, il combattimento interiore, la purificazione. Non a caso le sue opere erano diffusissime nei chiostri e nelle celle monastiche, proprio come strumento di meditazione – esattamente come il libro sembra voler essere uno strumento di introspezione e preghiera per il lettore contemporaneo.

La tipologia resta quella del «San Francesco in meditazione con teschio», una delle icone più potenti e riconoscibili dell’arte religiosa barocca spagnola.

 

Il tenebrismo è una tecnica pittorica barocca che rappresenta l'evoluzione estrema del chiaroscuro: un contrasto violentissimo tra luce e ombra, in cui vaste porzioni della composizione vengono immerse in un buio quasi totale (tenebrae = tenebre in latino), mentre una luce forte, spesso proveniente da una fonte unica e non sempre visibile, illumina in modo teatrale e selettivo le figure o gli oggetti principali, creando un effetto di "faro" o "riflettore divino".

Zurbarán non è l'inventore del tenebrismo (lo è Caravaggio, intorno al 1600), ma ne diventa uno dei massimi interpreti in Spagna, adattandolo alla spiritualità austera della Controriforma cattolica e alla vita monastica. Il suo tenebrismo è meno "violento" e crudo rispetto a quello di Caravaggio o di Ribera, ma più inquietante proprio per la sua radicalità silenziosa.

 

Caratteristiche tecniche del tenebrismo in Zurbarán

• Fondo nero o quasi nero → Spesso elimina completamente ogni riferimento ambientale (muri, pavimenti, orizzonti). La figura emerge dal nulla, isolata, come sospesa in un vuoto metafisico. Questo è più radicale di molti caravaggisti italiani.

• Luce soprannaturale dall'alto o di tre quarti → Non è mai una luce naturale realistica: penetra dall'esterno del quadro (simbolo della grazia divina), colpisce il volto, le mani, il teschio o il saio, lasciando il resto in penombra profonda.

• Modellazione netta, non sfumata → I passaggi tra luce e ombra sono bruschi, quasi senza mezze tinte. Il volume delle figure si crea con tagli netti di luce, dando un effetto scultoreo e monumentale.

• Uso magistrale del bianco → Zurbarán intensifica il tenebrismo con grandi superfici di bianco purissimo (soprattutto nei sai francescani o geronimiani), che riflette la luce in modo abbagliante e crea l'illusione di un’illuminazione più forte di quanto il chiaroscuro da solo permetterebbe.

• Realismo tattile estremo → Le texture (stoffe ruvide, teschi, croci di legno) sono rese con precisione quasi iperrealista, ma solo nelle parti illuminate; il buio nasconde e "santifica" il resto.

Significato spirituale e teologico. Il tenebrismo di Zurbarán non è solo uno stile tecnico: è uno strumento di meditazione e di propaganda della Controriforma.

• Luce = grazia divina → La luce che irrompe dal buio rappresenta l'intervento di Dio nell'anima peccatrice o nella vita del santo. È la grazia che penetra le tenebre del peccato, dell'orgoglio, della vanità (temi centrali nel libro TU, CONFESSIONE).

• Buio = mondo terreno / peccato / morte → Il fondo nero simboleggia il nulla mondano, la vanitas, la mortalità. Il santo o il Cristo emergono da questo nulla grazie alla luce soprannaturale.

• Isolamento e introspezione → Eliminando lo spazio circostante, Zurbarán costringe lo spettatore a concentrarsi solo sulla figura e sul suo stato interiore: estasi, penitenza, contemplazione della morte. È pittura per la cella monastica o per la meditazione privata, non per la narrazione affollata.

• Teatralità sobria → A differenza del dramma esasperato di Caravaggio, Zurbarán crea una teatralità muta, quasi congelata: il santo è lì, immobile, in un eterno "memento mori" o in un eterno dialogo con il "Tu" divino.

 

Evoluzione nel tempo.

Zurbarán usa il tenebrismo soprattutto nella prima fase (fino agli anni '30): serie monacali di Jerez, Guadalupe, San Francesco con teschio, San Serapione martire. Dopo il viaggio a Madrid (1634) e il contatto con Velázquez e i veneti, ammorbidisce lo stile: i fondi si schiariscono, la luce diventa più diffusa, i colori più tenui. Ma anche nelle opere tarde (es. nature morte o Immacolate) rimane una traccia di quel contrasto originario, solo più discreto.

 

In sintesi: il tenebrismo di Zurbarán è il chiaroscuro portato al limite della sparizione del mondo sensibile, per far emergere solo ciò che è essenziale – l'anima illuminata dalla grazia in mezzo alle tenebre. È pittura contemplativa, austera, quasi "monastica" nella forma e nel contenuto, e proprio per questo potentissima quando si vuole esprimere il cammino interiore di purificazione e di abbandono al divino.

(by grok)

 

Il Libro TU, CONFESSIONE è una raccolta di preghiere in cui le parole costituiscono un invito alla riscoperta di valori umani e spirituali, trascendenti, eterni, offerti dall’Autrice per non sentirsi soli nel buio che ci avvolge. Un Libro per molti, certamente, ma – altrettanto certamente – non per tutti…

Quando il sé è troppo reale, infatti, cioè sovra-saturato di significato, di pensieri e di immagini, i demoni dell'orgoglio e della vanagloria ci tendono agguati e ci attaccano. Dobbiamo dunque riconoscere che questi sono princìpi della realtà dell'uomo, e non della realtà divina.

Ognuna delle preghiere contenuta nel Libro rappresenta un “risveglio” e, con esso, la scoperta di una dimensione sempre nuova, diversa dal vissuto quotidiano. Ognuna di queste Preghiere aiuta a trovare la strada, aiuta a non andare contro se stessi, aiuta a riconoscersi e a riconoscere il bene, aiuta a stare lontano dal male. Qui le parole si alzano dalle tenebre verso la Luce, e si nutrono, anche, di Silenzio.

L’Autrice, Gabriella Decostanzi – Gavriel, vive e opera tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America, ed è ermeneuta. Essa offre, con i suoi scritti e nei suoi incontri quotidiani, la possibilità di dare un significato a quanto viviamo in questo periodo tormentato della nostra Storia terrena: la sua raccolta di Preghiere consola ed aiuta ad anticipare il risveglio delle nostre coscienze dalle tenebre – esprimendosi in un linguaggio che, in un tempo antico, fu pur nostro… aldilà dello spazio e delle forme contingenti.

Il suo approccio ermeneutico attinge a elementi extra-testuali e filosofici, affrontando il tema del “come interpretare le fonti”, per il presente e anche oltre.

L’Ermeneutica, infatti, deriva dal greco "ermeneutikè" e, secondo l'etimologia, trae origine da Ermes (Mercurio), dio dell'eloquenza e interprete degli dei presso l'Olimpo: Ermes era il messaggero che portava i messaggi degli Dei agli uomini, affinché questi ultimi li comprendessero meglio.

Essendo l’esistenza una continua progettazione, una sorta di “anticipazione della morte”, ma anche una “cura”, si pone per l’essere umano il problema continuo di auto-interpretarsi e di interpretare la propria vita e l’esperienza del proprio cammino.

In tal senso, l’Ermeneutica ha una funzione centrale e portante nella ricerca spirituale: il suo oggetto può essere colto adeguatamente solo attraverso un’interpretazione che colleghi in modo unitario e contemporaneamente intuitivo il nesso tra vita, espressione e “comprensione”.

Anche le nostre aspettative mutano con il tempo. E questi mutamenti continui possono costituire altrettante occasioni di rilettura della realtà per altre ipotesi interpretative. Ecco perché l'interpretazione è un compito infinito, e Gabriella Decostanzi – Gavriel si presenta come il pellegrino delle infinite e sempre possibili interpretazioni, offrendo pace interiore attraverso la preghiera incessante, la meditazione, e la purificazione dell’intelletto e del cuore.

Il vissuto di Gavriel è una dimensione in cui il suo “linguaggio dimenticato” assume sempre nuovi aspetti; ogni volta più apparentemente ammaliante ma sempre diretto ad annientare se stessa, tutto ciò che la circonda e nel quale si rispecchia.

La Cura è il linguaggio diretto del cuore… il linguaggio che trascende ogni disordine perché è comunione.

Nel suo percorso ci apre una strada, ci accompagna e ci guida attraverso la “caduta” discreta, come fiamma di una candela che non si potrà mai spegnere.

Ci stringe tra le braccia, ci pone vicino al cuore e al momento giusto ci aiuta nella risalita diretta a nutrire l’anima retta - Neshama (נשמה) - che alberga in ciascuno di noi.

Ciò accade simultaneamente tra conscio e inconscio sia quando l’attenzione del lettore ne è partecipe, sia anche quando i segni e i piccoli miracoli passano inosservati ai più.

Tutto questo è TU, CONFESSIONE: "religio".

 

(BdM)

 

Collana Poíēsis

Lunghezza stampa 188 pagine

Lingua Italiano

Dimensioni 13.97 x 1.19 x 21.59 cm

ISBN-13 979-1280039132

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Il tema principale di TU, CONFESSIONE è la spiritualità e la preghiera come strumento di riscoperta interiore. Il libro è una raccolta di preghiere che invita alla riscoperta di valori umani e spirituali trascendenti.

Temi centrali:

·         Risveglio spirituale - Ogni preghiera rappresenta un "risveglio" verso una dimensione nuova

·         Autoconoscenza - Aiuta a riconoscersi e a trovare la propria strada spirituale

·         Interpretazione ermeneutica - L'autrice applica un approccio filosofico all'interpretazione delle fonti spirituali

·         Consolazione - Le preghiere offrono conforto nei momenti difficili della vita

L'autrice, Gabriella Decostanzi (Gavriel), combina elementi di preghiera, meditazione e filosofia ermeneutica per offrire pace interiore attraverso la purificazione dell'intelletto e del cuore.

TU, CONFESSIONE è adatto per principianti della preghiera. Pur affrontando temi filosofici profondi, Perché è ideale per principianti:

·         Linguaggio del cuore - Le preghiere usano un "linguaggio dimenticato" che parla direttamente al cuore

·         Guida graduale - Ogni preghiera rappresenta un "risveglio" progressivo nella dimensione spirituale

·         Approccio consolatorio - Offre conforto e aiuta a "non sentirsi soli nel buio"

·         Interpretazione accessibile - L'approccio ermeneutico dell'autrice rende comprensibili concetti spirituali complessi

Il libro accompagna dolcemente il lettore attraverso la scoperta spirituale, "stringe tra le braccia" e guida nella crescita dell'anima. È pensato per chi cerca pace interiore attraverso la preghiera, indipendentemente dal livello di esperienza spirituale.

L'autrice presenta le preghiere in modo accessibile e consolatorio.

Nel libro TU, CONFESSIONE, l'ermeneutica è l'approccio interpretativo che l'autrice usa per decifrare e comprendere le fonti spirituali.

·         Deriva dal greco "ermeneutikè", da Ermes (Mercurio) - messaggero degli dei che portava i messaggi divini agli uomini per renderli comprensibili

·         È l'arte di interpretare le fonti per il presente e oltre

·         Collega vita, espressione e comprensione in modo unitario e intuitivo

Come si applica nel libro:

·         Auto-interpretazione continua - Aiuta l'essere umano a interpretare se stesso e la propria esperienza spirituale

·         Approccio filosofico - Attinge a elementi extratestuali e filosofici per dare significato alla realtà

·         Compito infinito - L'interpretazione è sempre aperta a nuove possibilità di lettura

Gabriella Decostanzi si presenta come "pellegrino delle infinite interpretazioni", usando l'ermeneutica per offrire pace interiore attraverso preghiera e purificazione di intelletto e cuore.

 

(by Rufus)

 

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